La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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venerdì 31 dicembre 2010

Le malattie da raffreddamento

Trattamento delle influenze dai primi sintomi di malessere alla risoluzione e alla convalescenza

La cura della sindrome influenzale richiede un attento esame dei sintomi e dei segni clinici, al fine di somministrare il preparato più adatto, tra i molti disponibili, non esssendo questi tra loro intercambiabili, ma fortemente differenziali. Se si verificano frequenti ricadute è però necessaria una terapia di fondo.
di Luigi Turinese

Il freddo può essere chiamato in causa sotto molteplici punti di vista nella determinazione e nell'evoluzione di numerose malattie. Nelle affezioni a carattere cronico un'importanza preminente è rivestita dai dati relativi alla tipologia, uno dei quali è la determinazione del cosiddetto "calore vitale" del paziente: in parole povere, si cerca di stabilire se egli sia caloroso o freddoloso e quali siano le sue reazioni alle variazioni della temperatura.
Nelle malattie acute, il freddo riveste valore di casualità oppure di modalità, nel senso che il freddo, sia secco che umido, può essere un fattore scatenante di alcune malattie (nel qual caso rappresenta una causa accidentale) oppure può aggravare o migliorare dei gruppi di sintomi che afferiscono a malattie che non sono abitualmente definite da raffreddamento.
Posto che il cavallo di battaglia dell'omeopatia sono le malattie croniche, il cui trattamento è tuttavia assai complesso, vediamo quale è la terapia omeopatica della malattia da raffreddamento per eccellenza, ovvero l'influenza non complicata.


Oscillococcinum ai primi sintomi
La terapia della sindrome influenzale sarà discussa seguendo la classica suddivisione clinica, che individua cinque fasi: incubazione, esordio, periodo di stato, fase di risoluzione, convalescenza.

Nella prima fase di incubazione la sintomatologia è pressocché muta, comportando tutt'al più alterazioni della cenestesi, starnuti, faringodinia appena percettibile. La somministrazione di una dose di Oscillococcinum, ripetibile a intervalli di 6-12 ore per un massimo di tre volte può essere sufficiente per prevenire l'insorgenza della sintomatologia conclamata, o quanto meno per rendere più blando il quadro clinico ove non si sia fatto in tempo a prevenirlo.

Se si interviene nel momento dell'esordio, i rimedi di invasione febbrile sono soprattutto tre: Aconitum, Belladonna e Ferrum phosphoricum. Si tenga ben presente che questi farmaci non sono intercambiabili, e vanno pertanto individualizzati sulla base dei sintomi e dei segni clinici differenziati.
Il quadro clinico di Aconitum è soprattutto generale, mancando abitualmente di sintomi di localizzazione. Si tratta perciò di un quadro assai iniziale, che fa seguito ad un'esposizione ad intenso freddo secco (ad esempio vento di tramontana). La febbre è elevata, il polso è forte, teso e celere, il volto è congesto, ma se il soggetto si pone in posizione assisa diventa pallido, generalemnte stenico e reattivo, è agitato e ansioso e, nonostante la temperatura elevata, non suda. La posologia media è di tre granuli ogni ora, in una diluizione che può andare dalla 7CH alla 30CH. La fase caratteristica di Aconitum dura poco, essendo seguito dalla remissione oppure dalla comparsa di sintomi di localizzazione.
Belladonna è indicata allorquando il paziente, generalmente meno stenico che nel caso di Aconitum, presenta un quadro di localizzazione sotto forma di congestione cefalica con cefalea pulsante, volto arrossato in qualsiasi condizione di decubito e frequente concomitanza di angina faringotonsillare eritematosa. La febbre è elevata, il paziente è prostrato e suda; nel caso di bambini molto piccoli vi può essere delirio. La posologia media è di tre granuli ogni tre ora alla 9CH.
Ferrum phosphoricum è di prescrizione meno frequente ed è particolarmente indicato in bambini o adolescenti astenici. Elementi diagnostici differenziali sono l'alternanza di pallore e arrossamento del viso, le frequenti epitassi, la localizzazione dei sintomi a livello delle orecchie e apparato respiratorio. Si somministrano tre granuli della 7CH ogni quattro ore.

Quando si è a pezzi
Ci sono poi rimedi specifici per il cosiddetto periodo di stato. Gelsemium è indicato quando il paziente presenta brividi, febbre di media entità, cefalea frontale o occipitale e prostrazione profonda; segno chiave, perché paradossale, è l'assenza di sete.
In Rhus toxicodendrum troviamo una prostrazione ancora maggiore che in Gelsemium con caratteristici dolori muscolari e periarticolari che migliorano con il movimento; coesistono febbre di media entità, sete, sudorazione e una certa agitazione psicomotoria.
Il quadro Bryonia è caratterizzato da febbre con calore intenso seguito da abbondante sudorazione, cefalea frontale, tosse secca e dolorosa, sete intensa e atralgie che, come del resto ogni altro sintomo, sono aggravate dal movimento (si noti la modalità inversa, quindi differenziale rispetto a Rhus toxicodendrum).
Tipici dell'influenza da Eupatorium perfoliatum sono, oltre alla febbre non caratteristica, l'indolenzimento generale a carattere contusivo, i dolori ai globi oculari e, non costantemente, la nausea talora seguita da vomito. La posologia media dei rimedi della fase di stato è di tre granuli quattro volte al dì, con una preferenza per la 9CH.

Durante la fase della risoluzione sono utili due rimedi, sovente alternati tra di loro: Pulsatilla 15CH, nella dose di tre granuli quattro volte al dì, è indicata ogni qualvolta siano presenti una rinorrea gialla persistente e una tosse secca la sera e la notte e produttiva al mattino; Sulphur iodatum 9CH, con posologia di tre granuli al dì oppure di una dose a giorni alterni, oltre ad agire positivamente sull'eventuale tosse residua, è in grado di abbreviare il periodo di convalescenza.

E infine qualche preparato che si rivela utile in fase di convalescenza.
China 7CH è un buon rimedio per l'astenia postinfluenzale, quando ci siano pallore freddolosità, abbondante sudorazione al minimo sforzo e sete intensa. Tra granuli mattino e sera.
Kalium phosphoricum è indicato quando l'astenia ha una componente prevalentemente intellettuale, con difficoltà di attenzione e di concentrazione, cefalea, ansia. Sembra essere efficace una posologia media di tre granuli alla 15CH mattina e sera. Se all'astenia si accompagnano insonnia e disappetenza, si possono aggiungere ad uno dei rimedi sopra indicati 15 gocce di Avena sativa 3DH tre volte al dì.

Resta inteso che il trattamento della sindrome influenzale prospettato in questo articolo, pur avendo sicura efficacia, è assolutamente insufficiente nei casi di estrema suscettibilità alle affezioni virali. In altri termini, se un soggetto si ammala in continuazione durante tutta la stagione fredda, pur guarendo perfettamente ogni volta con la terapia omeopatica, dovrebbe fare appello ad una terapia di fondo.
Ci troviamo di fronte, in questo caso, ad una malattia di terreno, dunque cronica, che si manifesta sotto forma di crisi recidivanti.


In foto: "Tra luce e ombra"

Articolo apparso su "NATOM - Mensile di medicina naturale", n. 57, Aprile 1989, pagg.20-21

giovedì 30 dicembre 2010

Fitogemmoterapici per le patologie gastroenteriche

Le Tinture Madri e i Macerati Glicerici indicati nella cura dei disturbi gastrici e intestinali

La medicina "dolce" si rivela particolarmente efficace nelle disfunzioni dell'apparato digerente e intestinale, patologie tra le più diffuse e oggetto di frequente ricorso al medico, grazie all'ampia gamma di piante ricche di principi eupeptici, antispastici, sedativi.


Le malattie dell'apparato gastroenterico rientrano fra i più frequenti motivi di consultazione e costiituiscono un buon campo d'azione per il trattamento fitogemmoterapico. Tra le patologie gastroenteriche ho scelto di prendere in esame come rappresentative: la dispepsia, la sindrome del colon irritabile e la stipsi cronica.

Dispepsia
Con questo termine generico si vuole designare qualsiasi digestione che non procede naturalmente. Prima di intraprendere un qualsivoglia trattamento "dolce", sarà bene assicurasi della natura funzionale dei disturbi. In presenza di un quadro lesionale, per esempio un'ulcera peptica, la fitogemmoterapia è di valido aiuto, ma complementare al trattamento classico. La diagnosi differenziale, oltre che con l'ulcera peptiica, dovrà porsi anche con l'ischemia cardiaca, col reflusso gastroesofageo (causato prevalentemente da ernia iatale) e con la colecistite.
Le due principali forme cliniche della dispepsia, all'interno delle quali si situano numerosi quadri intermedi, sono la forma ipostenica, caratterizzata da una scarsa secrezione acida, e la forma iperstenica nella quale si verifica un'ipersecrezione acida. Digestione lenta, gonfiore addominale, senso di pienezza, disappetenza e nausea costituiscono i sintomi della dispepsia ipostenica. La forma iperstenica, solitamente più severa, comprende dolore epigastrico o retrosternale, spesso di tipo urente, disfagia e talora vomito.
In tutti i casi di dispepsia si impongono adeguate correzioni dietetiche, che non si devono identificare con restrizioni punitive o con un non meglio precisato invito a mangiare "in bianco", ma vanno nella direzione di una vera e propria educazione al mangiar sano: dunque scelta di alimenti di buona qualità, possibilmente integrali e biologici, correttamente combinati tra loro.
Per quanto riguarda le T.M. suggerisco di entrare in familiarità con una rosa ristretta di rimedi di cui si abbia sicura esperienza. Nella forma ipostenica ritengo utile la triade costuituita da Gentiana lutea, Citrus aurantium e Acorus calamus; la psoologia di queste T.M. è di 20-25 gtt prima dei pasti, in poca acqua. La genziana maggiore è una pianta erbacea perenne di cui si utilizza la radice; la sua azione eupeptica e stimolante dell'appetito si deve ai principi amari in essa contenuti, la cui composizione si avvicina a quella del tannino; si tratta di un gruppo di eterosidi (genziopicrina, genziina, genziacaulina, genziamarina) compresi da tempo in farmacopea.
La scorza di arancio amaro, o melangolo, svolge una preziosa azione eupeptica, soprattutto nei casi in cui sia presente cefalea posprandiale, grazie al suo contenuto di d-limonene, esperedina e pectina.
Dalla radice di calamo aromatico si ricava un rimedio eupeptico e stimolante dell'appetito.

Per quanto riguarda la forma iperstenica, identificabile con la cosiddetta gastroduodenite, si può pensare a due T.M.: Marsdenia condurango e Glycyrrhiza glabra, la liquirizia. La corteccia di condurango viene adoperata nelle affezioni gastriche dolorose, in ragione di 15 gtt due-tre volte al dì. La radice di liquirizia contiene una notevole percentuale (da 6 a 14%) di glicirrizina, o acido glicirrizico, saponoside triterpenico che sembra il principale responsabile delle preziose e molteplici attività terapeutiche delle pianta: azione antispastica, antistaminica, antiacetilcolinica, cicatrizzante, di tampone gastrico.
Tali proprietà ne fanno il rimedio di prima scelta nelle gastroduedeniti e un buon coadiuvante nella terapia dell'ulcera peptica.
Bisogna tuttavia guardarsi dai possibili effetti collaterlai che, quantunque reversibili, impongono un uso limitato nel tempo e un controllo medico costante; si possoono avere infatti ipertensione arteriosa, amenorrea e perdita della libido. Dunque Glycyrrhiza glabra T.M. 25 gtt due tre volte al dì per periodi non superiori alle quattro settimane consecutive.
Il M.G. ricavato dalle gemme fresche di fico possiede un tropismo elettivo per stomaco e duodeno, di cui regolarizza la motilità e la secrezione: Ficus carica M.G. 1 DH, 50 gtt al bisogno oppure due volte aldì per un periodo di alcune settimane, in tutte le forme di dispepsia.



Sindrome del colon irritabile
E' la più frequente malattia dell'apparato gastroenterico. Prevalente nel sesso femminile, consiste in una alterazione della motilità intestinale che interessa il tenue e il grosso intestino; una componente psicogena è molto frequente. Si distinguono i tipi clinici:
1) colon spastico, in cui dolore cronico e stipsi sono affiancati da sintomi generali (cefalea, nausea, meterorismo, palpitazioni astenia psicofisica);
2) diarrea senza dolore, caratterizzata da evacuazioni posprandiali precoci;
3) comnbinazione tra i due tipi clinici precedentemente descritti: alternanza tra stipsi e diarrea.
Alle indispensabili correzioni dietetiche pèuò essere utilmente associato qualche fitogemmoterapico. La pianta intera fiorita di Matricaria chamomilla è dotata di proprietà antispastiche e sedative oltre che eupeptiche; la ricchezza in camazulene dell'olio essenziale spiega l'azione antispastica della pianta: Chamomilla vulgaris T.M. 20 gtt due-tre volte al dì.
I semi di finocchio stimolano le funzioni digestive e hanno spiccata azione carminativa: Foeniculum vulgare T.M. 20 gtt due-tre volte al dì. Questa proprietà è condivisa da tutte le Ombrellifere: i semi di aneto sono usati per calmare i dolori gastrici, le coliche il meteorismo intestinale, l'anice per calmare gli spasmi e i crampi allo stomaco; il cumino contro i dolori dell'ulcera gastrica e per facilitare la digestione.
Anche i giovani getti di mirtillo rosso danno un M.G. regolatore della funzionalità e della motilità intestinale, in grado di dinìminuire il meteorismo e di normalizzare le alterazioni dell'alvo sia in senso stitico che in senso diarroico. Vaccinium vitis idaea M.G. 1DH 50 gtt al dì.

Stipsi cronica
Consiste in un passaggio difficile o infrequente delle feci, considerando che la frequenza normale della defecazione varia da una volta ogni tre giorni a tre volte al dì.
Malattia della civiltà per eccellenza, la stipsi può instaurarsi a seguito di numerose cause, che rivestono il significato di fattori predisponenti: fattori dietetici, sedentarietà, patologie rettali, cause psichiche, cause iatrogene. La fitogemmoterapia, naturlamente, ha un ruolo importante ma non sostitutivo della correzione dei suddetti fattori. Le droghe antrachinoniche hanno un'azione potente e fedele, rappresentando un ottimo esempio di superiorità della pianta intera rispetto ai principi attivi isolati: questi ultimi, infatti, uniscono all'effetto terapeutico possibili fenomeni di assuefazione o di intossicazione. Le piante in questione, tuttavia, provocano un'iperemia pelvica, per cui sono controindicate: durante la gravidanza e le mestruazioni, in presenza di emorroidi, nei casi di enterocolite e di appendicite, negli stati infiammatori dell'utero e della vescica.
Le droghe antrachinoniche sono le seguenti: aloe (Aloe ferox), senna (Cassia angustifolia), frangola (Rhamnus frangula), cascara sagrada (Rhamnus purshiana), rabarbaro cinese (Rheum officinale). Le T.M. da esse ricavate si somministrano in ragione di 15 gtt tre volte al dì.
Tra i gemmoderivati, sono particolarmente utili le preparazioni ricavate dalle gemme di betulla, dalle gemme di quercia e dai giovani getti di mirtillo rosso. Betula pubescens, Quercus pedunculata,m Vaccinium vitis idaea M.G. 1DH 50 gtt al dì di ciascuno, preferibilmente associati nell'arco della medesima giornata.

Luigi Turinese


In foto: "Winter roofs"

Articolo apparso su "NATOM - Mensile di medicina naturale", n.60, Luglio/Agosto 1989, pagg.22-23

Affezioni reumatiche croniche

Di fronte alle malattie reumatiche, la strategia terapeutica deve essere improntata a un certo eclettismo. Assai di frequente il sintomo dominante è il dolore, tanto meno sopportabile in quanto il più delle volte presenta una spiccata cronicità. L'uso intelligente, in chiave sintomatica, dei FANS (antiflogistici non steroidei) non dovrà essere bandito in nome di una terapia alternativa sorda alle sofferenze del paziente, rimanendo beninteso la dissuefazione da ogni dipendenza chimica uno degli obiettivi del nostro intervento.

Quando sono coinvolti fattori di tipo biomeccanico, siamo di fronte a un'indicazione elettiva per l'osteopatia, che con tecniche manipolative restituisce rapidamente mobilità all'articolaziione colpita, liberandola dal dolore e mettendo il paziente nelle condizioni ideali per intraprendere un trattamento di fondo con terapie naturali. Nel caso poi di cronici difetti posturali, la fisoterapia secondo il metodo Mézèries è in grado di agire in profondiotà sul terreno del paziente, correggendone lo schema corporeo e permettendogli un uso economico della propria architettura strutturale.
Infine si può ricordare l'azione miorilassante del massaggio Shiatsu e il benefico effetto di ogni forma intelligente di ginnastica e di movimento. nonché l'utilità di un regime alimentare disintossicante e, ove sia necessario, dimagrante.
Premesso ciò, esaminiamo le possibilità di intervento fitogemmoterapico.

Osteoartrosi
Si tratta della forma più comune di artropatia cronica. Considerata fino ai tempi recenti una malattia esclusivamente degenerativa, l'osteoartrosi conosce invece una patogenesi di una certa complessità. Oltre alla degenerazione della cartilagine articolare, troviamo fenomeni di neoapposizione ossea (formazione di osteofiti), proliferazione di tessuti molli nelle articolazioni e fenomeni infiammatori, talché risulta ormai superata la tradizionale distinzione tra reumatismi esclusivamente degenerativi (artrosi) e reumatismi esclusivamente infiammatori (artriti).
Il quadro clinico è dominato da tre elementi variamente combinati: rigidità, dolore, impotenza funzionale. La diagnosi è clinica e radiologica. La radiografia dell'articolazione colpita mostra una riduzione dell'interlinea articolare (segno di degenerazione cartilaginea) e, talora, la presenza di blocchi ossei (segno di neoapposizione ossea).
La terapia sintomatica dell'osteoartrosi si avvale di due T.M.: quella di Harpagophytum procumbens (artiglio del diavolo) e quella di Spirea ulmaria (regina dei prati). La prima è dotata di un'azione antiflogistica paragonata da alcuni autori a quella del fenilbutazone; per quanto riguarda la seconda, osserviamo che il nome aspirina attribuito all'acido acetilsalicilico deriva da essa , ed è quanto basta.
La coppia costituita dai M.G. di gemme di Pinus montana (pino mugo) e Vitis vinifera (vite) si oppone ai due momenti fondamentali della patogenesi dell'osteoartrosi: la degenerazione della cartilagine articolare e l'infiammazione. Il M.G. di gemme di Ribes nigrum (Ribes nero) si prende cura della componente infiammatoria della malattia. Come di regola, la posologia dei M.G. è di 50 gocce due-tre volte al dì, mentre quella delle T.M. è della metà (Harpagophytum tuttavia, mostra una maggiore efficacia al dosaggio di 50 gocce due volte al dì).

Osteoartriti
Le osteoartriti reumatiche a prevalente componente infiammatoria (osteoartriti) sono di solito più impegnative, e in questi casi la fitogemmoterapia potrà svolgere al più un ruolo di complemento, prezioso tuttavia nel ridurre il dosaggio dei FANS e dunque i loro effetti collaterali. Rappresentativa delle osteoartriti è l'artrite reumatoide, il cui quadro clinico è costituito da rigidità mattutina di lunga durata (oltre i venti minuti), dolore o dolorabilità dell'articolazione colpita, tumefazione articolare, noduli sottocutanei, alterazioni radiologiche (decalcificazione ossea, anchilosi), alterazioni ematochimiche (riscontro del fattore reumatoide, positività della reazione di Waaler-Rose, movimento degli indici aspecifici dell'infiammazione).
La T.M. più adoperata è ancora una volta quella di Haropagophytum, mentre tra i M.G. la scelta cade sull'immancabile Ribes nigrum e su Ampelopsis weitchii (vite canadese).
Va da sé che questo protocollo terapeutico è valido anche nelle altre forme di osteoartrite come la spondilite anchilopoietica, che condivide con l'artrite reumatoide un importante interessamento del sistema immunitario; si può osservare per inciso che tale interessamento indica una volta di più Ribes nigrum, che come è noto svolge un'azione similcortisonica mediata dalla corteccia surrenale.

Osteoporosi
L'osteoporosi è una malattia metabolica dell'osso ad eziologia multifattoriale, che si sostanzia in un aumento del riassorbimento osseo con conseguente diminuzione della massa e della densità dell'osso. La diagnosi poggia su elementi radiologici tradizionali cui si è recentemente affiancata la Mineralometria Ossea Computerizzata, raffinata metodica in grado di rivelare il coefficiente di mineralizzazione ossea. La prevenzione è nel caso dell'osteoporosi la miglior cura, oltre a un congruo apporto di calcio tramite la dieta, il movimento e l'uso di riminerallizanti naturali prima che la malattia sia giunta in fase conclamata (nelle donne non attendere la menopausa) possono ritardarne l'insorgenza e mitigarne l'intensità.
La T.M. di coda cavallina (Equisetum arvense), ricca di silicio, ha un'azione rimineralizzante generale. Alla posologia di 25 gocce tre volte al dì si dimostra utile anche nel favorire il consolidamento delle fratture. Il M.G. di gemme di abete bianco (Abies pectinata) favorisce la fissazione del calcio (effetto paragonabile a quello della calcitonina): 30 gocce tre volte al dì. Il rovo (Rubus fructicosus M.G. dai giovani getti) è indicato, insieme a Sequoia gigantea nell'osteoporosi dolorosa: 30 gocce tre volte al dì.
La sequoia ha un'azione brillante in geriatria, anche nell'osteoporosi: 50 gocce del M.G. da giovani getti in associazione con Rubus fructicosus.

Luigi Turinese


In foto: "Piani inclinati"

Articolo apparso su "NATOM - Mensile di medicina naturale", n.64, Dicembre 1989, pagg.20-21

martedì 28 dicembre 2010

I segreti delle piante bambine

Che cosa è, come è sorta, come si sta evolvendo la gemmoterapia, la branca della fitoterapia che utilizza le parti appena nate delle piante

Auxine, giberelline, enzimi, proteine, acidi nucleici, fattori di crescita, questi principali componenti attivi delle gemme, dei giovani getti, giovani radici, scorza di radici, scorza dei giovani fusti, semi: vale a dire di tutte quelle parti vegetali allo stato embrionale che vengono utilizzate per ottenere i macerati glicerici, e che spesso non si ritrovano che in traccia nella panta adulta


Proviamo sempre molto stupore, e anche commossa ammirazione, andando con la mente agli sforzi compiuti dall'umanità per affrontare la malattia e il dolore, e alle corrispondenti intuizioni di cui l'uomo è stato capace. Quale scintilla illuminò la mente degli antichi abitanti del pianeta quando pensarono di rivolgersi al mondo vegetale per cercarvi rimedio alle sofferenze dl corpo (e dell'anima)?
Forse le malattie sono inviate da dei invidiosi o semplicemente maldestri. Certo un dio, Indra, è indicato dalla mitologia induista come il rivelatore agli uomini del segreto che soltanto gli esseri soprannaturali conoscevano, e cioè che le piante potevano curare tutte le malattie.
E' questa la radice mitica dell'Ayurveda ("scienza della vita"), il sistema medico tradizionale dell'India, ancor oggi largamente diffuso, che fa delle piante medicinali il principale presidio terapeutico. L'Ayurveda indica con minuzia le parti delle piante medicinali impiegate in terapia: radice, tronco, rami, steli, foglie, gemme, fiori, frutti, scorza, resina. Una raffinatezza come vedremo, degna della moderna fitoterapia.

Una nuova forma galenica
La fitoterapia, come è noto, è quel settore della farmacologia che studia le droghe di origine vegetale. Il termine droga indica quella parte della pianta medicinale cui si attribuisce azione farmacologica. Il processo di trasformazione della droga in un preparato adatto all'uso farmaceutico conduce al cosiddetto prodotto galenico. I prodotti galenici si possono ottenere facendo agire un opportuno solvente sulla droga secca o sula droga fresca, oltre che per distillazione (è il caso, ad esempio, degli oli essenziali).
Per rimanere nei limiti di questo articolo, tralasciamo le operazioni sulla droga secca.
Dalla droga fresca, escludendo i succhi, ottenuti per spremitura, si ricavano essenzialmente le tinture madri (T.M.) e i macerati glicerici (M.G.).
La T.M. si ottiene per macerazione alcolica della pianta intera o di sue parti.
Il M.G. è prodotto dalla macerazione in alcol e glicerina di parti vegetali allo stato embrionale: gemme, giovani getti, giovani radici, scorza delle radici, scorza dei giovani frutti, semi. Poiché le parti embrionali più usate sono le gemme, si parla, a rigore impropriamente, di gemmoterapici e, per indicare il metodo terapeutico basato sul loro uso, di gemmoterapia.
La gemmoterapia è la branca più giovane della fitoterapia, contando circa quarant'anni di vita. Gli inizi si devono al medico belga Pol Henry, mentre un gruppo di studiosi francesi (Martin, Paqualet, Bergeret, Netien) si è dedicato soprattutto agli esperimenti di laboratorio, nel corso dei quali è emersa la composizione assai interessante dei tessuti embrionali vegetali, che spesso non si ritrova che in traccia nella pianta adulta.
Insomma, sulla scia di Freud l'esplorazione dell'infanzia riserva sempre sorprese!
Auxine, giberelline, enzimi, proteine, acidi nucleici, fattori di crescita: questi i principali segreti delle "piante bambine".

La parentela con l'omeopatia
Immediatamente popolare negli ambienti omeopatici. la gemmoterapia presenta in effetti qualche parentela con l'omeopatia, configurandosi come una terza via a cavallo tra la fitoterapia classica e la medicina omeopatica, benché di certo più vicina alla fitoterapia.
Di ispirazione omeopatica è ad esempio la diluizione dinamizzata dei gemmoderivati. Il materiale vegetale embrionale viene posto a macerare in una miscela glicero-alcolica per tre settimane. Dopo filtrazione, si ottiene il M.G. di base, che viene quindi sottoposto a una diluizione decimale hahnemanniana: una parte del preparato di base viene diluito con nove parti di un solvente costituito al 50% da glicerina, al 30% di alcol e al 20% di acqua.
Il processo di diluizione, come nelle preparazioni omeopatiche, si accompagna a una dinamizzazione, cioè a una serie di succussioni effettuate allo scopo di "energizzare" la soluzione. Il gemmoderivato, ormai pronto per la commercializzazione e l'uso, si indica invariabilmente con il nome latino seguito con la sigla M.G. IDH (prima decimale hahnemanniana): ad esenppio, Ribes nigrum M.G. IDH.
Per il medico è importante compilare la ricetta correttamente e per esteso, così come per il farmacista leggerla con precisione. Difatti, per rimanere nell'esempio ora citato, la richiesta di Ribes nigrum IDH (senza la sigla M.G.) potrebbe ingenerare nel farmacista il legittimo dubbio di dovere licenziare una prima decimale hahnemanniana preparate a partire dalla T.M., macerazione in alcol di foglie fresche di ribes nero, e non dal M.G. di gemme fresche.
Differenza di non poco conto, se si ricorda che, ad esempio in questo caso, la T.M. ha un'azione diuretica e uricosurica, mentre il M.G. presenta proprietà antiallergiche e antiflogistiche.

Prescrizione di tipo clinico
I gemmoderivati studiati e commercializzati, poco più di una cinquantina, rappresentano di fatto un apliamennto del ventaglio di posssibilità offerto dalla fitoterapia tradizionale.
Ogni gemmoderivato ha le sue indicazioni, ricavate dalle possibilità terapeutiche del suo fitocomplesso e viene prescritto dunque secondo un criterio clinico: il medico, in altri termini, pone la diagnosi di malattia e, se vi è l'indicazione, prescrive il gemmoterapico atto a combatterla: un metodo, come si vede, squisitamente allopatico.
I sostenitori della terapia del "drenaggio", numerosi all'interno del mondo omeopatico, ancorché "arcaici" dal punto di vista della scienza medica moderna, conferiscono invece ai macerati glicerici la capacità di attivare gli emuntori, cioè gli organi deputati all'espulsione delle "tossine" dell'organismo. La disintossicazione che ne seguirebbe darebbe maggiore "spazio di manovra" ed efficacia al rimedio omeopatico scelto.
Non c'è alcun dubbio sull'efficacia empirica di entrambi gli approcci, sebbene vada riconosciuta una certa debolezza alla teoria del drenaggio. Difatti l'esistenza di tossine da veicolare fuori dall'organismo è assiomatica, non dimostrata, e appare piuttosto come la "letteralizzazione" di una metafora sotto la quale si cela quella disarmonia tra i sistemi regolatori dell'organismo (nervoso, endocrino, immunitario) che sta all'origine di gran parte delle malattie funzionali.

La ricerca scientifica
Risponde a criteri più oggettivi la ricerca, suddivisa nei suoi due filoni tradizionali, ricerca di base e sperimentazione clinica.
Il test di Halpern consiste nel misurare la velocità di riassorbimento delle micelle di carbone colloidale fissate dalle cellule reticolo-endoteliali del ratto. Ad esempio Betulla pubescens M.G. IDH incrementa del 37% la cinetica di eliminazione di tali micelle: pertanto si può affermare che l'azione terapeutica delle gemme di betulla è mediata dal sistema reticolo-endoteliale.
L'aumento della resistenza al freddo nei ratti trattati con gemme di ribes nero, nonché la più rapida ruisoluzione dell'edema, sperimentalmente indotto dal formolo, dopo somministrazione dello stesso gemmoderivato, portano a concludere che l'efficacia terapeutica di Ribes nigrum M.G. IDH è dovuta a un'azione similcortisonica mediata dalla corteccia surrenale.
Nella pratica clinica assume importanza lo studio dell'elettroforesi proteica. Nelle infiammazioni acute, ad esempio, si verifica un incremento delle alfa-globuline, mentre in corso di patologia cronica si assiste a un picco delle gamma-globuline. Nel primo caso si rivelano utili i macerati glcerici di gemme fresche di ontano nero (Alnus glutinosa M.G. IDH), di betulla (Betula pubescens M.G. IDH) e di ribes nero (Ribes nigrum M.G. IDH), nel caso di ipergammaglobulinemia, invece, si ottengono buoni risultati somministrando i macerati glicerici di gemme di sanguinello (Cornus sanguinea M.G. IDH) e di noce (Juglans regia M.G. IDH), oltre che di giovani getti di ginepro (Juniperus communis M.G. IDH).

Luigi Turinese


In foto: "Temenos"

Bibliografia essenziale:
BRIGO BRUNO, Fitoterapia e Gemmoterapia nella pratica clinica, Laboratoires Boiron Italia, Pioltello (MI), 1986
HENRY POL, Basis Biologiques de la Gemmothérapie, Ed. Saint-Norbert, Tongerlo (Belgio), 1959
PENSO GIUSEPPE, Le piante medicinali nell'Arte e nella Storia, Ciba-Geigy edizioni, 1986
SWENSON TORE, Gemmoterapia, Ed. Mediterranee, Roma, 1981


Articolo apparso su "L'Erborista", Anno I, n.3, Settembre 1992, pagg. 22-23, Edizioni Tecniche Nuove

Le infezioni urinarie

Le infezioni urinarie comprendono malattie di entità variabile e di varia eziologia, come la pielonefrite, la cistopielite, la cistite e l'uretrite. Le forme a carattere recidivante meritano un'indagine diagnostica approfondita, potendo risultare secondarie a malattie di ancor maggiore impegno (litiasi urinaria, tumori, malfomazioni).
Pertanto ci sembra ragionevole limitare l'intervento fitogemmoterapico alle infezioni delle basse vie urinarie. Nel corso di infezioni acute con più di 100.000 colonie batteriche/cc, le T.M. e i M.G. possono coadiuvare utilmente, riducendone i tempi di somministrazione, i chemioterapici e gli antibiotici, questi ultimi scelti sulla scorta di un'urinocoltura.
Di fronte a infezioni subacute e tendenti alla cronicità, anche in casi di flogosi non settica alle vie urinarie, evento tutt'altro che raro e sviluppantesi solitamente su terreno spasmofilico, la fitogemmoterapia può rappresentare l'intervento di prima scelta.

Dismicrobismo intestinale
Non di rado, le infezioni delle basse vie urinarie sono in rapporto con fenomeni di dismicrobismo intestinale, sostenuti a loro volta da una sindrome del colon irritabile. Il quadro clinico comprende dolore minzionale urente, pollachiuria, disuria; talora compare ematuria, microscopica o franca: più rara è la presenza di febbre.
La terapia si avvale essenzialmente dell'apporto di droghe della famiglia delle Ericacee, le cui T.M. si usano in ragione di tre-quattro volte al dì: Corbezzolo (Arbustus unedo), Erica (Calluna vulgaris), Uva ursina (Uva ursi), Mirtillo nero (Vaccinium myrtillus). Una T.M. importante, questa della famiglia delle Composite, si ricava dalla Verga d'oro (Solidago virga aurea).
Un M.G. su tutti: quello ricavato da giovani getti di mirtillo rosso, in grado di agire sull'infezione direttamente e, regolando la motilità intestinale, anche indirettamente: Vaccinium vitis idaea M.G. 1DH, 30 gocce due-tre volte al dì.

Malattia assai frequente è l'ipertrofia prostatica, che colpisce un gran numero di uomini sopra i sessant'anni, e si configura come un'iperplasia adenomatosa delle ghiandole prostatiche periuretrali. Il quadro clinico,legato a gradi variabili di ostruzione del collo vesciale, comprende pollachiuria, nicturia, diminuzione della forza del mitto e frequenti infezioni secondarie dovute a ristagno dell'urina in vescica.
Una volta esclusi i casi di assoluta pertinenza chirurgica (gravi fenomeni ostruttivi, sospetto viraggio carcinomatoso), si procede al trattamento fitogemmoterapico, è incentrato sull'uso della T.M. di uva ursina (Uva ursi T.M. 20 gocce due-tre volte al dì) e del M.G. ricavato dai giovani getti di sequoia (Sequoia gigantea M.G. 1DH, 100 gocce al mattino, in un'unica somministrazione).

Disturbi del ciclo ovarico
Per oligomenorrea o spaniomenorrea si intende la riduzione della frequenza mestruale. La classificazione nosografica delle oligomenorree è la seguente:
- alterazioni del ciclo mestruale legate a disturbi della regolazione centrale;
- alterazioni del ciclo mestruale di origine ovarica;
- alterazioni del ciclo mestruale da cause uterine;
- alterazioni del ciclo mestruale di origine ormonale exttragenitale;
- alterazioni del ciclo mestruale legate a malattie e disturbi di origine generale.
E' chiaro che l'intervento fitogemmoterapico sarà tanto più efficace quanto meno si indirizzerà ad alterazioni secondarie ad altre malattie. Pertanto ci occuperemo in linea di massima dei disturbi disfunzionali di cui al primo punto. La terapia si avvale di T.M. ricavate da piante tradizionalmente assimilate dalla donna. La Calendula (Calendula officinalis) ha un'azione emmenagoga e antidismenorroica. La Salvia (Salvia officinalis), pianta dai molteplici usi terapeutici, si distingue per l'elevato tasso di estrogeni vegetali. Come rimedio di seconda scelta si segnala il Senecione (Senecio vulgaris). La posologia di queste T.M. è di 25 gocce due-tre volte al dì.
Il trattamento fitogemmoterapico si rivela utile anche nei casi di dismenorrea primitiva, una patologia funzionale caratterizzata da un dolore periodico associato alle mestruazioni nel corso dei cicli ovulatori. Il dolore è legato a fenomeni ischemici e di contrazione della muscolatura liscia dell'utero. Il quadro clinico è polimorfo. Domina la scena il dolore, crampiforme e talora irradiato in sede extrapelvica (zona lombare, cosce); l'espulsione di frammenti di endometrio configura la forma clinica nota come dismenorrea membranosa.
Variamente associati si possono trovare inoltre pollachiuria, nausea e vomito, diarrea, cefalea, variazioni dell'umore, distenzione addominale.
Il trattamento comprende misure preventive (esercizio fisico regolare; molto utile a questo proposito sono le pratiche yoga), misure empiriche (applicazioni calde in zona pelvica) e terapia medica propriamente detta.
La terapia medica tradizionale prevede farmaci ad azione antiprostaglandinica (molto adoperato, attualmente, è il naprossene). A questo proposito sarà utile ricordare la funzione di precursore della sintesi della prostaglandine rivestita dall'acido nucleico arachidonico, contenuto in grande quantità negli oli di semi; ne consegue la misura antiprostaglandinica indiretta costituita dalla proscrizione degli oli di semi a favore dell'olio extravergine d'oliva.
L'Achillea svolge azione antispasmodica grazie ai suoi composti flavonici: Achillea millefolium T.M., 30 gocce tre volte al dì.
La Visnaga o Kella contiene visnadina, responsabile dell'azione antispastica delle piante: Ammi visnaga T.M., 15 gocce tre volte al dì.
Nelle donne ad impronta fortemente neurodistonica, irritabili, la pianta più indicata rimane la Camomilla: Chamomilla vulgaris T.M., 20 gocce più volte alla giornata.
Dai giovani getti di lampone si ricava un M.G. utile in tutte le disendocrinie femminili; la ricchezza in fragarina ne fa un prezioso antispastico uterino: Rubus idaeus M.G. 1DH, 40 gocce al dì per almeno due mesi consecutivi, con la funzione di ridurre gradualmente l'eccitabilità della muscolatura liscia dell'utero.

Luigi Turinese


In foto: "Italian Middle-East"

Articolo apparso su "NATOM - Mensile di medicina naturale", n. 62, Ottobre 1989, pag.29

lunedì 27 dicembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Menabò dell'esistere", di L. Guerci

Luciano Guerci, Menabò dell'esistere, L'Autore Libri, Firenze 1992

Questo libro presenta le tappe fondamentali (dal 1934 al 1989) di una lunga vita, tuttora impegnata, che ha colorato di vivaci esperienze il grigiore in cui spesso si confina chi trascorre i propri giorni nella routine del pubblico impiego.

Il Guerci ha saputo animare ogni evento - professionale, familiare, culturale, spirituale - alternando riflessioni sul proprio vissuto con considerazioni originali sui temi di fondo: la libertà anzitutto, la ricerca spirituale, il superamento, sempre difficile dell'orizzonte egoico.
Si alternano così pagine poetiche, evocazioni di grandi pensatori, esperienze di yoga e di buddhismo, conflitti tra utopia dell'eguaglianza ed esigenze di affermazione.
La scelta fondamentale è espressa in queste righe del 1947: "Gli animi del pensatore e dell'asceta, che sentono il tragico e lo vivono intensamente, non hanno pace, non hanno la pace del fanatico... che vuol dire la fine dell'attività spirituale. Il loro spirito è ben desto e vigile, in eterno contrasto con gli elementi esterni e con le parti non spirituali del proprio sé". (pag. 150)

Luigi Turinese


In foto: "Incipit di vita"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 61, Gennaio-Marzo 1997

Le Recensioni di L. T. - "Il muschio e la rugiada. Antologia di poesia giapponese", di M. Riccò e P. Lagazzi

Mario Riccò, Paolo Lagazzi (a cura di), Il muschio e la rugiada. Antologia di poesia giapponese, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1996

Non disponendo di una tradizione filosofica propriamente detta, il pensiero giapponese ha avuto per così dire la necessità di investigare i temi ultimi per il tramite della poesia. Ne è risultato un percorso che attinge ad un miracoloso equilibrio - o per meglio dire a una feconda tensione - tra naturalezza e artificio. La presenza e, al tempo stesso, la soluzione di questa aporìa costituisce la cifra stilistica di tutta l'arte giapponese, dalla pittura all'ikebana, dalla cerimonia del tè appunto alla poesia.

Nell'antologia edita da Rizzoli, cui Paolo Lagazzi e Mario Riccò hanno fornito un notevole apparato critico, sono raprresentate tutte le maggiori forme poetiche: l'haiku, fulminante composizione in tre versi per un totale di diciassette sillabe; il tanka risolto in trentuno sillabe in cinque versi; il renga, che mantenendo misure rigorose prevede tuttavia qualcosa che somigli alle nostrane 'strofe a dispetto' in cui si avvicendano più interlocutori; le forme in versi liberi (shintaishi); e infine i diversi aspetti della contemporaneità.

Di grande aiuto sono i commenti, posti alla fine del volume, e anche il testo giapponese traslitterato, che dà a chi ignora la lingua del sol levante - ovvero alla maggioranza dei lettori - un'idea della musicalità delle composizioni.

Luigi Turinese


In foto: "Illibatezza"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 61, Gennaio-Marzo 1997

giovedì 23 dicembre 2010

After the Bing Bang: tracce di Jung nel mondo contemporaneo

A distanza di mezzo secolo dalla scomparsa del maestro, possiamo trovare tracce del suo pensiero, dei suoi metodi e delle sue suggestioni nei campi più disparati: dalla psicologia alla scienza della complessità fino alla musica contemporanea

Uno degli elementi più singolari – ogni qualvolta si confrontino i destini e le fortune postume di Freud e di Jung – mi è sempre sembrato il cotè di partenza e quello di arrivo del loro pensiero. Freud infatti prese le mosse dalle pruderies della borghesia austriaca – così ben descritte da Arthur Schnitzler e causticamente stigmatizzate dagli aforismi di Karl Kraus – per dare origine a una stirpe di clinici rigorosi e ad una Weltanschauung dominata da un materialismo talora asfittico; mentre Jung, partito dall’esperienza del Burghölzli, l’ospedale psichiatrico dell’Università di Zurigo, che lo costrinse a misurarsi con la schizofrenia (all’epoca ancora denominata dementia praecox [1] ), forse per una malintesa interpretazione della sua apertura nei confronti degli elementi a-razionali dell’esperienza ha finito per dar voce – malgré lui – a zuccherosi sincretismi new age.

Un altro fenomeno curioso e meritevole di ricerca consiste nella “dispersione” di temi junghiani in altre cornici teoriche. Più di una scuola postfreudiana ospita infatti – talora senza saperlo – intuizioni che furono presentate da Jung nella loro formulazione originaria. Si pensi ad alcuni capisaldi dell’intersoggettività (Stolorow, Atwood, Mitchell), all’idea che esistano strutture psichiche innate (Klein, Bowlby, Spitz, Bion), all’enfasi sull’uso clinico del controtransfert (Winnicott e Langs, tra gli altri), alla scoperta che il processo analitico ha una valenza trasformativa su entrambi i termini della coppia (Searles, Langs), alla maggiore attenzione data al Sé piuttosto che all’Io (Kohut). Alcuni innovatori della psicologia hanno un debito implicito nei confronti della Psicologia Analitica: per esempio non molti sanno che lo stesso Paul Watzlawick, esponente di spicco della cosiddetta Scuola di Palo Alto, autore di molte opere e coautore della celeberrima Pragmatica della comunicazione umana [2], ha effettuato tra le sue formazioni anche il training presso lo Jung Institut di Zurigo.

La Sincronicità veicolata dal rock
In altro ambito, le scienze della complessità postulano alla loro base un assunto sistemico – la coesistenza di verità parziali ma non contraddittorie – che trova riscontro nella concezione junghiana di psiche complessa, ovvero nella descrizione della topografia psichica non alla stregua di un monolite dominato dall’Io ma come un arcipelago nel quale si possono riconoscere plurime istanze e articolate connessioni tra “sub-personalità” incarnate, appunto, dai cosiddetti complessi a tonalità affettiva. Questi ultimi furono scoperti da Jung nel corso dei suoi esperimenti di associazione con il galvanometro e con il pneumografo, che daranno luogo, in ambito
criminologico, all’invenzione del cosiddetto lie-detector o macchina della verità.
Nel linguaggio comune usiamo ormai con disinvoltura termini come estroverso e introverso, che provengono direttamente da Tipi psicologici [3].
Il Web pullula di test di personalità frutto dell’evoluzione della tipologia junghiana, a partire dal test di Myers-Briggs, la cui ultima rielaborazione va sotto il nome di Jung Type Indicator (JTI).
Non parliamo poi delle innumerevoli filiazioni all’interno delle correnti orientaliste e più in generale neospirituali; ma anche del recupero della dimensione spirituale della cura in molte declinazioni della psicologia cosiddetta umanistica (Rogers, Maslow).
Perché poi non citare anche ricadute dei concetti e del linguaggio lontano dalla sorgente, come testimonia ad esempio l’ultimo, bellissimo album realizzato dal gruppo rock dei Police prima dello scioglimento e intitolato Synchronicity? Nei testi delle canzoni, con autentico furore creativo, Sting sparge a piene mani immagini che conosciamo bene.
With one breath, with one flow /
You will know / Synchronicity / A sleep trance, a dream dance, / A shared
romance, / Synchronicity / If we share this nightmare / Then we can dream /
Spiritus mundi.(...) A star fall, a phone call, / It joins all, Synchronicity. (...)
Effect without a cause / Sub-atomic laws, scientific pause / Synchronicity……[
4]

Il teatro come luogo di elaborazione pubblica dei complessi

Passiamo a un altro ambito artistico. Quando cerchiamo di comprendere la complessità psicologica di molte pièces del teatro moderno, dei suoi personaggi minori, non eroici, deuteragonisti o antagonisti, la topica freudiana – e le vicissitudini pulsionali che le sono coerenti – è una chiave ermeneutica un po’ angusta. Da questo punto di vista, Jung ci fornisce maggiori suggestioni. Infatti, come scrive Samuels: “Tutta la sua psicologia prende la forma di un’animazione di personaggi interiori[5].
Si tratta, a ben vedere, di un’applicazione particolare della teoria dei complessi a tonalità affettiva, che ha valso alla formulazione di Jung la denominazione di Psicologia Complessa [6].
Per spiegare come egli sia pervenuto alla formulazione della sua Psicologia Complessa, occorre recuperare alcuni elementi storici.
Tutto ha inizio, come accennato sopra, con l’impiego da parte di Jung del test di associazione, che fornisce la prova sperimentale dell’esistenza di complessi. Il complesso “si comporta, nell’ambito della coscienza, come un corpus alienum animato[ 7]
Non c’è bisogno di sottolineare più che tanto l’analogia tra i complessi e i personaggi di una pièce. Lo stesso Jung definisce “ il teatro come un’istituzione per l’elaborazione pubblica dei complessi[8]. In un certo senso, il drammaturgo è posseduto dai complessi; egli si deve – sia pure limitatamente al momento della creazione – offrire all’olocausto dell’inflazione da parte di nuclei complessuali inconsci.
I complessi possiedono una potente inclinazione alla personificazione e l’artista, per così dire, ne approfitta. “Quando crea un personaggio per la scena crede forse che si tratti esclusivamente di un prodotto della sua fantasia; questo personaggio si è invece in un certo senso fatto da sé” [9]. Il drammaturgo sa dunque attraversare il ponte che mette in comunicazione l’Io e l’Inconscio.

Jung e la microfisica
Non vorrei però dare l’impressione che Jung abbia fornito spunti ad artisti e uomini di cultura, trascurando il mondo scientifico. Basti pensare al mutuo fecondarsi del pensiero junghiano e della fisica quantistica, incarnato nel rapporto tra lo stesso Jung e il premio Nobel per la Fisica Wolfgang Pauli [10] e che ha dato i migliori frutti nell’elaborazione della dimensione della sincronicità, termine introdotto per descrivere la connessione fra eventi del mondo fisico e del mondo psichico che avvengono nello stesso tempo e tra i quali non vi è una relazione di causaeffetto ma una comunanza di significato.
Essa è all’origine delle cosiddette coincidenze significative. Tale dimensione acausale - spesso adoperata a sproposito per indicare banali coincidenze nella vita di tutti i giorni - può fornire una copertura teoretica di tutto rilievo per rifondare il paradigma psicosomatico su basi più solide [11 ].
Scrive Jung: “Il principio causale ci dice che la relazione tra causa ed effectus è una relazione necessaria. Il principio di sincronicità afferma che i termini d’una coincidenza significativa sono legati da un rapporto di contemporaneità e dal senso[12]. E ancora: “A questo punto ci si dovrebbe porre, a quanto pare, la domanda seguente: il rapporto della psiche con il corpo non andrebbe considerato sotto questo punto di vista? O anche: il coordinamento dei processi psichici e di quelli fisici nell’essere vivente non andrebbe inteso come un fenomeno sincronistico, anziché come una relazione causale? […] La sincronicità possiede caratteristiche che
possono contribuire a chiarire il problema corpo-anima
[13].
Il funzionamento psicofisico è pertanto, nel costrutto junghiano, un caso speciale della teoria generale della sincronicità; e deve esser visto come relazione acausale: in tal modo viene evitato il riduzionismo meccanicistico e causalistico che ha condotto la psicosomatica di orientamento psicoanalitico nelle sabbie mobili della psicogenesi, ovvero a interpretare i sintomi somatici come effetti di cause psichiche: posizione epistemologicamente rozza e per così dire “newtoniana”, laddove il punto di osservazione di Jung appartiene ante litteram all’ambito contemporaneo della causalità circolare, intriso com’è di acquisizioni tratte dalla fisica quantistica.
Il parallelismo delle concezioni nel campo della fisica e in quello della psicologia – postulato da Jung in accordo appunto con gli sviluppi della “nuova fisica” – suggerisce la visione di una fondamentale unicità dei due campi, ovvero di un’unità psicofisica di tutti i fenomeni della vita: un mondo in cui psiche e materia non si attuano separatamente e che Jung definisce Unus Mundus.

Questa incompleta carrellata di contaminazioni di vaste aree della cultura da parte del pensiero junghiano mi ha stimolato l’immagine di quello che potremmo chiamare Big Bang culturale. È come se la potente e asistematica curiosità amplificatoria di Jung avesse dato origine a una moltitudine di ricadute a distanza: una sorta di scintillio prolungato che ha dato segno di sé a differenti distanze dalla fonte originaria, che dunque – spesso senza nessun dolo – è stata di regola misconosciuta.
Sempre per seguire un’immagine – in questo caso stimolata dal pianeta dominante del Leone, segno di nascita di Jung – il Sole irradia luce e calore; ma in periferia sono
percepibili soltanto i suoi effetti e non un contatto diretto con la fonte.

Il pensiero di Jung, la sua scienza e la sua saggezza continuano dunque a riscaldarci e a emanare energia vitale, generosamente, proprio come fa il Sole ogni giorno.


Note:
1. Jung, C. J.: “Psicologia della dementia praecox” (1907), in Opere,
Bollati Boringhieri, Torino 1965, vol. 3.
2. Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967): Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971.
3. Jung, C. G. (1921): “Tipi psicologici”, in Opere, volume 6, Bollati Boringhieri, Torino 1969.
4. Sting, Synchronicity I, 1983.
5. Samuels A. (1989): La psiche al plurale, Bompiani, Milano 1994, p. 18.
6. Wolff T. (1981), Introduzione alla psicologia di Jung, Moretti&Vitali, Bergamo 1991, p. 27: “[…]Jung utilizza […] il termine ‘Psicologia Complessa’ […] quando parla dell’insieme della sua psicologia dal punto di vista teorico. La definizione ‘Psicologia Analitica’, invece, è appropriata quando si tratta del procedimento pratico dell’analisi psicologica”.
7. Jung C.G. (1934), “Considerazioni generali sulla teoria dei complessi”, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1976, p. 118.
8. Jung C.G. (1912/1952), “Simboli della trasformazione”, in Opere, vol.5, Bollati Boringhieri, Torino 1970, p. 48.
9. Jung C.G. (1922), “Psicologia analitica”, Mondadori, Milano 1975, p. 70.
10. Wolfgang Pauli (1900-1958), Premio Nobel per la Fisica nel 1945, sosteneva che la nostra idea dell’evoluzione della vita richiede una revisione che tenga conto di un’area di interrelazione tra la psiche inconscia e i processi fisici. Un’edizione degli scambi epistolari con C. G. Jung è stata pubblicata in italiano nel 1999 (Il carteggio Pauli-Jung, Il Minotauro, Roma ), mentre nel 2006 quattro suoi saggi sono stati raggruppati in un volume edito da Adelphi (Psiche e materia).
11. Per un approfondimento di questo tema e in generale per una moderna
lettura del rapporto corpo-mente si rimanda a Turinese, L.: Modelli
psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica
(Elsevier, Milano 2009).
12. Jung, C. G. (1952): “La sincronicità come principio di nessi acausali”, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1976, p. 506.
13. Jung, C. G.: Op. cit., pp. 524-525.

Luigi Turinese

In foto: "Tracce ascensionali"

Questo articolo, apparso sull'inserto "Speciale Jung" della rivista PNEINEWS n 5-6, Anno IV, Novembre-Dicembre 2010, ha costituito l'intervento di L. Turinese alla Giornata di studio "Jung, la scienza e la saggezza", 20 Novembre 2010, Roma

Leggi anche: Tracce di Jung , After the Big Bang, La psiche plurale ne teatro del Novecento, Conferenza: L'unità psicosomatica.

Invito alla lettura. Bibliografia essenziale junghiana

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare considerando l’indubbio fascino esercitato dalle sue aperture intellettuali, la lettura dei testi di Jung è molto ostica. Il fatto è che nei suoi scritti il grande psicologo svizzero lascia spazio non solo al linguaggio sulla psiche ma anche al linguaggio della psiche, che per sua stessa natura è contraddittorio e denso di opposizioni dialettiche.
Al lettore non psicoterapeuta sconsiglierei pertanto di accostarsi alle Opere (Collected Works), diciannove volumi pubblicati in italiano da Bollati Boringhieri.

Un percorso meno impervio potrebbe essere il seguente:

• Ricordi, sogni, riflessioni (1961), Rizzoli, Milano 1978.
Nota come l’autobiografia di Jung, è un’opera di gradevolissima lettura, scritta di suo pugno da Jung per quanto attiene ai primi tre capitoli e per il resto dettata alla segretaria-allieva Aniela Jaffé. Per quanto probabilmente manipolato senza l’autorizzazione di Jung – d’altra parte il libro, per sua volontà, uscì postumo –, RSR fornisce un’esauriente panoramica sui dati biografici, sulle controversie professionali e sui viaggi – geografici e interiori – che tanta parte ebbero nella costruzione del pensiero junghiano.

• Immagine e parola (1977), a cura di Aniela Jaffé, Ma.Gi. Edizioni, Roma 2003.
Potremmo definirla un’edizione semplificata e deluxe di RSR. Il piatto forte è costituito dalle immagini e dalle fotografie, che includono fedeli riproduzioni dal cosiddetto Libro Rosso (pubblicato in italiano nel novembre 2010 da Bollati Boringhieri), una sorta di diario interiore su cui Jung fissò per larga parte della vita i capitoli del suo confronto con l’inconscio, fatti di lunghi scritti in gotico medioevale e di dipinti minuziosi, affascinanti e a volte inquietanti.

• L’uomo e i suoi simboli (1967), coordinato da John Freeman, TEA, Milano 2007.
Il libro consta di sei saggi, soltanto il primo dei quali, lungo un’ottantina di pagine, di Jung; gli altri cinque sono scritti da allievi e collaboratori di prima levatura. Può far da battistrada all’esplorazione dell’universo simbolico come lo intende la scuola junghiana, lontano cioè dall’universo segnico caro al pensiero freudiano.

• Scritti scelti (1971), presentati da Joseph Campbell, Red Edizioni, Como 2007.
Campbell, noto studioso di miti e religioni, presenta una scelta ragionata di testi tratti dai Collected Works. Il titolo originale, The portable Jung, la dice lunga sulle intenzioni del curatore: siamo di fronte a una panoramica se non esaustiva certamente rispettosa del ventaglio di argomentazioni svolte da Jung nel corso della sua vita.

• Jung parla. Interviste e incontri(1977), a cura di William Mc Guire e R. F. C. Hull, Adelphi, Milano 1995.
L’editore esecutivo e il traduttore dal tedesco dei Collected Works ci mettono a disposizione i testi di interviste e conversazioni che hanno avuto luogo in un arco di tempo di circa quarant’anni.

• Analisi dei sogni. Seminario tenuto nel 1928-1930, a cura di William Mc Guire e Luciano Perez, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
Vedere Jung all’opera sui sogni di un paziente, oltre a dare una certa emozione, consente di passare in rassegna i topoi del suo modo di intendere la psicologia.


• Visioni. Appunti del Seminario tenuto negli anni 1930-1934, a cura di Claire Douglas, Luciano Perez, Maria Luisa Ruffa, Ma.Gi. Edizioni, Roma 2004.

Il Seminario riguarda il caso clinico della pittrice americana Christiana Morgan, nel corso del quale si produssero nella paziente visioni archetipiche da lei stessa dipinte e riportate nel volume.

• Sui sentimenti e sull’ombra. A domanda risponde, Ma.Gi. Edizioni, Roma 2001.
Tra il 1957 e il 1959, Jung incontrò a Winterthur un gruppo di amici con cui intraprese libere conversazioni registrate e presentate il questo volume col prezioso corredo di tre CD audio (in tedesco) nei quali è possibile ascoltare la voce del vecchio psicologo (morirà nel 1961) e di cui vengono riportati i testi in traduzione.

• Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo, Bollati Boringhieri, Torino 2004.
Alla fine della sua vita, la curiosità onnivora di Jung lo portò a esaminare il significato psicologico dei sempre più numerosi avvistamenti di UFO.

• Weick, Werner: Dal profondo dell’anima. Omaggio a C. G. Jung, DVD RTSI 1991.
Il grande documentarista svizzero presenta un video avvincente nel quale immagini, brani letti da RSR e interviste a due figlie e a due nipoti restituiscono l’umanità e il mistero di Jung. Per chi volesse ordinarlo: Filo d’oro (la collana dei documentari realizzati da Weick).

Luigi Turinese

In foto: "Allegria di stelle"

Articolo apparso sull'inserto "Speciale Jung" della rivista PNEINEWS n 5-6, Anno IV, Novembre-Dicembre 2010

martedì 21 dicembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Il bimbo e lo scorpione. 101 storie Sufi" e "Vivere il Taoismo", di L.V.Arena

Leonardo Vittorio Arena, Il bimbo e lo scorpione. 101 storie Sufi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996e
Leonardo Vittorio Arena, Vivere il Taoismo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996

Del professor Arena, che insegna Teoria e storia della storiografia all'Università di Urbino, abbiamo seguito sempre con interesse le incursioni in campo orientalistico, con recensioni e feconde collaborazioni. Sebbene egli sia in grado di spaziare in tutto il vasto ambito delle filosofie orientali, tuttavia la maggior frequenza di pubblicazioni riguarda da una parte il buddhismo, con una particolare attenzione alla tradizione Ch'an, e dall'altra il sufismo.
E' pur vero che quest'ultimo è nato dall'alveo dell'islam, la più rigorosa religione monoteista, e sembra quindi collocarsi all'opposto rispetto all'asciutta e agnostica posizione buddhista. A un più approfondito esame, però, le contraddizioni tra i due approcci si fanno più sfumate.
Il bimbo e lo scorpione costituisce un buon esempio di quanto andiamo dicendo. Già il sottotitolo, "101 storie Sufi", appare una citazione di quel "101 storie Zen" (Adelphi 1973, edizione originale 1957) che si pone come modello dell'aneddotica spirituale centrata sull'apologo arguto e spesso paradossale.
In ultima anlisi ci troviamo dinanzi a un'antologia prevalentemente persiana, nell'ambito della quale fanno spicco brani di Sa'di e di 'Attar, passato alla storia soprattutto per il poema allegorico "I colloqui degli uccelli".

La mano di Arena si fa sentire in modo più consistente nell'altro testo, dedicato agli aspetti filosofici del taoismo. Più che di una semplice antologia, si tratta di un lungo e intermittente saggio in cui le citazioni hanno la funzione di corroborare le tesi esposte nella corposa introduzione e nel commento ai vari capitoli.
Diversamente che nell'altro testo, è presente una ricca bibliografia riportata tuttavia con un discutibile criterio cronologico: con il risultato che diventa malagevole rintracciare un determinato autore o una determinata opera, cui il tradizionale ordine alfabetico avrebbe dato un più facile accesso.

Luigi Turinese


In foto: "Armatura"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 61, Gennaio-Marzo 1997

Le Recensioni di L.T. - "La pratica della libertà. Appunti sulla meditazione di consapevolezza", di J. Goldstein

Joseph Goldstein, La pratica della libertà. Appunti sulla meditazione di consapevolezza, Ubaldini Editore, Roma 1995

Ricorre quest'anno il ventennale della creazione dell'Insight Meditation Center di Barre, Massachussets, di cui Goldstein è stato cofondatore. Si tratta del più importante centro occidentale in cui si pratica e si insegna la meditazione vipassana, con un approccio psicologico particolarmente adatto ai laici.
Altro esponente di spicco di questa corrente è Jack Kornfield, che ha scritto insieme a Goldstein "Il cuore della saggezza, esercizi di meditazione", pubblicato nella stessa collana del libro che presentiamo.
Quest'ultimo è composto di sette parti, dedicate a problemi particolari che si possono presentare nel percorrere il sentiero del Dharma.

I temi basilari del buddhismo sono ovviamente sempre gli stessi, può cambiare il colore della "confezione"; e il colore della confezione di Goldstein è indubbiamente psicologico. La profondità dei concetti espressi lascia trasparire un loro esperimento nella pratica; il linguaggio e le metafore rivelano un uomo ben radicato nella contemporaneità, che è capace di parlare del "Dharma del Nintendo" alludendo alla concentrazione che si sviluppa in un gioco coinvolgente come il Nintendo, nel quale ci si può assorbire senza però sviluppare la capacità dell'attenzione distaccata, ingrediente essenziale della libertà spirituale.

Questo libro porta continuamente e sanamente "a terra". "A volte la gente è ossessionata dai pensieri sul Dharma e dalle riflessioni sull'autenticità delle visioni che ha sperimentato" (pag. 74). Anche profonde riflessioni sul Dharma, dunque, possono costituire un ostacolo nella pratica.

Luigi Turinese


In foto: "Radici di pietra"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 61, Gennaio-Marzo 1997

Le Recensioni di L.T. - "Vivere Zen", di D.T. Suzuki

Daisetz Teitaro Suzuki, Vivere Zen. Una sintesi degli aspetti storici e pratici del buddhismo Zen, Edizioni Mediterranee, Roma 1996

Sicuramente il più importante precursore della divulgazione del buddhismo Zen in Occidente, D.T.Suzuki (1870 -1966)è noto soprattutto per i tre volumi di "Saggi sul buddhismo zen" (Mediterranee, 1975-1978), scritti in inglese tra il 1937 e il 1934.
Autore di numerosissime opere in inglese e in giapponese, fondatore della rivista "The Eastern Buddhism", Suzuki scrisse "Vivere Zen" nel 1950, a ottanta anni, coltivando l'ottimistico progetto di revisionarlo, operazione che rimandò continuamente fino a che lo colse la morte.
Si tratta pertanto di un lavoro per certi versi incompiuto, o di cui per lo meno l'autore non fu mai completamente soddisfatto. Ciononostante vi si trovano dei passaggi molto interessanti, come nel bel capitolo 3, dedicato al satori, descritto come un vero e proprio lampo nell'inconscio; in questa ottica, si spiegano gli elementi non lineari che accompagnano il satori o vengono impiegati per evocarlo, come il koan, "indovinello" non lineare che anima la struttura alogica dell'inconscio e perciò si configura in qualche modo come omeopatico a questo.

Nel volume si segnalano inoltre l'appendice al capitolo 2, in cui sono riportati alcuni mondo (dialoghi) tratti dalla "Trasmissione della Lampada", sorta di 'sussidiario' per studenti Zen elaborato intorno all' anno Mille; e la prefazione affettuosa di Christmas Humphreys, fondatore della Buddhist Society di Londra.

Luigi Turinese


In foto: "Ussari"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 61, Gennaio-Marzo 1997

Le Recensioni di L.T. - "La scuola di Kyoto", di G. Vianello, M.Cestari, K. Yoshoka

Giancarlo Vianello, Matteo Cestari, Kenjiro Yoshoka, La scuola di Kyoto, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ) 1996

La collana diretta da Grazia Marchianò non sbaglia un colpo.
In questo volumetto sulla scuola di pensiero che prende il nome dall' Università di Kyoto, la prima ad impartire un insegnamento di filosofia come noi la intendiamo, si chiariscono molti punti finora poco investigati.

A cominciare dal fatto che la filosofia, ovvero la riflessione sui concetti universali, non fa parte del bagaglio tradizionale del Giappone: il pragmatismo nipponico ne è molto distante. Si può dire che fino all'avvento di Nishi Amane (1820-1897)non esistesse neppure un termine giapponese per "filosofia"(tetsugaku, adottato a partire dal 1874). Nel 1897 apre appunto l'Università di Kyoto, presso la quale, nel 1910, Nashida Kitaro (1870-1945) assume la cattedra di filosofia , incoraggiando lo studio del pensiero occidentale: ha inizio l'avventura della filosofia giapponese moderna, tesa a inglobare il pensiero moderno, con una naturale inclinazione per quello di Heidegger.

Ne deriva una scuola originale (Kyoto-ha), con una propria estetica, i cui principali esponenti costituiscono l'oggetto del presente lavoro: si tratta del già menzionato Nishita Kitaro, di Tanabe, di Nishitani, di Hisamatsu e di Ueda.
Certo, non si può dire che la filosofia europea abbia ricambiato l'interesse con lo stesso fervore. Anche per questo il libro che presentiamo, aperto dalla consueta illuminante prefazione della professoressa Marchianò, riveste un particolare valore, in qualche modo "riparativo".


Luigi Turinese


In foto: "Venere è fuggita!"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 61, Gennaio-Marzo 1997

lunedì 20 dicembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Ka", di R. Calasso

Roberto Calasso, Ka, Adelphi Edizioni, Milano 1996

"D'improvviso il cielo fu oscurato da un'aquila. Le sue piume nere, quasi viola, lucenti formavano un mobile sipario fra le nubi e la terra. Appesi ai suoi artigli, un elefante e una tartaruga anch'essi immensi e irrigiditi nel terrore, sfioravano le cime. Sembrava che l'uccello si apprestasse a usarle come punte di coltelli per sventrare le sue prede" (pag. 5).
Il folgorante incipit di questo magnifico saggio in forma di narrazione descrive il volo di Garuda, il mitico personaggio con becco e artigli di rapace e corpo di uomo. E tra due voli di Garuda si svolge tutta l'imponente narrazione fino alla suggestiva immagine che chiude il libro. "Sollevò il rostro, aspirò l'aria che filtrava dal fogliame. Ancora una volta, era tempo di spiccare il volo" (pag.462).

Erudito e filologo, filosofo ma soprattutto scrittore, Roberto Calasso non racconta semplicemente il mito ma ne scandaglia i nessi, come già aveva fatto con i due libri precedenti che con Ka compongono un'ideale trilogia: La rovina di Kash (Adelphi 1983) e Le nozze di Cadmo e Armonia (Adelphi 1988).
Al sacrificio di Prajapati si faceva cenno già in "Kasch", in un capitolo ("Elementi del sacrificio") in cui si tratteggiava il passaggio dal mondo vedico all'universo buddhhista. E Prajapati, letteralmente "Signore della creazione", è il protagonista di Ka. Ka, in lingua sanscrita è il pronome interrogativo "chi". "Chi (Ka) è il dio a cui dobbiamo offrire il sacrificio?" si legge ripetutamente nell'inno 121 del Rig-Veda.

"Prajapati era l'unico autoesistente" (pag.37). Da lui promana tutta la creazione. E' emozionante il susseguirsi di emanazioni da Prajapati, che fa scaturire il molteplice dall'unione del suo "doppio" femminile: Vac, la Parola. Man mano che crea Prajapati si sposta: diversamente dal Dio delle religioni del Libro che crea e rimane potente al cospetto della creazione, la forza di Prajapati si trasferisce nelle sue creature, in una sorta di passaggio dalla trascendenza all'immanenza: viene da paragonare questo tipo di creazione al Big Bang, in seguito al quale l'energia creatrice, da compatta e puntiforme, diviene polverizzata e diffusa, in continua espansione.

E' l'arciere Rudra, dio vedico della tempesta, a incaricarsi di uccidere il Padre, impegnato in un coito con la figlia Usas, l'Aurora; Rudra, sintesi di elementi prevedici, non ariani, che verrà tardivamente assimilato a Shiva.
Sono molti i capitoli del libro che meriterebbero una disamina approfondita. Qui possiamo solo citarli. Il bellissimo capitolo VII, per esempio, dedicato al sacrificio del cavallo (ashvamedha) e ancora il XII e il XIII, dei quali Krishna è il protagonista indiscusso. Infine il XIV, particolarmente interessante per i lettori di PARAMITA, dedicato al Buddha, che muove dal concepimento del Sublime sino alle sue ultime parole: "Operare senza disattenzione" (pag. 456).

Chiudono il volume una citazione delle fonti e un approfondito glossario, che ricopre anche la funzione di indice analitico.


Luigi Turinese


In foto: "La perfezione è nei contrasti"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 61, Gennaio-Marzo 1997

mercoledì 15 dicembre 2010

Le Recensioni di L.T.- "L'arma del vero amore", di C. Khong

Chan Khong, L'arma del vero amore. La mia battaglia per l'impegno sociale dagli orrori del Vietnam a Plum Village,Ubaldini Editore, Roma 1995


"Questo libro non racconta soltanto la storia di una persona, racconta piuttosto la storia di una meraviglioso Shanga, una comunità di persone che lavorano insieme per alleviare la sofferenza e produrre gioia" (pag. 9). Non potrebbero esserci parole migliori di queste, tratte dalla prefazione di Thich Nhat Hanh, per illustrare l'anima del libro di Chan Khong.

La monaca vietnamita Chan Khong (Vera Vacuità), nata nel 1938, è stata per oltre trent'anni allieva di Thich Nhat Hanh, con il quale ha codiviso l'impegno socialee politico a favore dei più bisognosi. Il libro è un'appassionante autobiografia divisa in cinque parti, e al tempo stesso un testo di storia contemporanea, che a distanza di trent'anni consente di gettare uno sguardo per così dire dall'interno sul dramma della guerra civile in Vietnam, con il drammatico contorno costituito dall'intervento americano e dalla tragedia dei boat people.
La natura dolcemnete ma decisamente rivoluzionaria dell'autrice si palesa sin dall'infanzia, in cui viene preso di mira il confucianesimo, che anche in Vietnam regolava, in modo conservatore, le tradizioni familiari.
La giovinezza culmina nell'incontro, decisivo, con Thich Nhat Hanh, chge nel 1966 costituì l'Ordine dell'Interessere, gruppo monastico dedito all'obiettivo del cambiamento sociale, a partire naturalmente da un solido radicamenteo del Dharma.
L'Ordine si dà quattordici precetti, il cui spirito si evince già dalla lettura del primo: "Non adorerò ciecamente e non mi vincolerò a nessuna dottrina, teoria o ideologia, compreso il buddhismo. Considero ogni sistema di pensiero una guida lungo la via, e non ritengo nessuno di essi la verità assoluta" (pag. 80).

Drammatiche le sequenze della prigione per l'autrice, ma soprattutto quelle in cui si racconta della monaca Mai che immola dandosi fuoco per la pace. Siamo ormai alla guerra civile e all'intervento americano in Vietnam (1966-1968). Nel decennio successivo si fa più intenso il lavoro di ricostruzione di una pace interna, che a partire dal 1976 si dovrà svolgere però dall'esilio, che prenderà la forma, nel 1982, del Plum Village, villaggio sorto nel sud della Francia, dove attualmente Chan Khong vive.

Nel libro, avvincente e ben tradotto da Gianpaolo Fiorentini, si fa sentire, costante come un basso continuo, la presenza di Thich Nhat Hanh, di cui vengono citate numerose poesie ispirate e ispitratrici.


Luigi Turinese


In foto: "Opliti"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 63, Luglio-Settembre 1997

Le Recensioni di L.T. - "Abhisiktananda. Sulle frontiere dell'incontro cristiano-indù", di C. Conio

Caterina Conio, Abhisiktananda. Sulle frontiere dell'incontro cristiano-indù, Cittadella Editrice, Assisi (Perugia) 1994

A pochi mesi dalla scomparsa a sessantotto anni, di Caterina Conio, che insegnava Religioni dell'India e dell'Estremo Oriente all'Università di Pisa, parlare di questo suo appassionato saggio su Henry Le Saux vuol essere anche un segno di gratitudine per il suo magistero.

"Le pagine del presente volume vogliono essere un omaggio a chi mi è stato maestro e a tutti coloro che dal suo esempio e dalla sua opera di studioso hanno tratto e possono trarre luce e ispirazione" (pag.8). Le Saux, monaco benedettino francese , a trentotto anni, nel 1948, si trasferì, fino alla morte avvenuta nel 1973, in India. Qui aderì con tale trasporto ai modi dell'induismo vedantico da assumerne il nome, e l'identità, di swami Abhisiktananda, vivendo a tutti gli effetti come un sannyasin. Si può ben dire che egli sia stato, da una prospettiva esperenziale e mai intellettualistica, un pioniere del dialogo interreligiioso.

La sua appartenenza all'Advaita Vedanta vissuta senza mai abdicare alla sua vocazione di monaco cristiano, gli fece significativamente predicare uno yoga della presenza. Basti pensare che il suo libro forse più famoso, scritto nel 1971 e tradotto in italiano nell'anno della sua morte con il titolo "Preghiera e presenza" (Cittadella Editrice, 1973), reca un'epigrafe di Ramana Maharshi e ha un titolo francese che suona letteralmente Risveglio a sé, risveglio a Dio, nella più pura tradizione che vuole nell'identificazione tra atman e Brahman il conseguimento più alto.

Il libro della Conio, provvisto di una eccellente bibliografia, è diviso in quattro parti. La prima è una vera e propria biografia di un centinaio di pagine. Seguono quaranta pagine di testimonianze di chi lo conobbe , una scelta esemplare dei suoi scritti e, infine, la disamina di alcuni aspetti fondamentali del suo pensiero.

Luigi Turinese


In foto: "Mandala"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 63, Luglio-Settembre 1997

Le Recensioni di L.T. - "Dialogo sul cammino iniziatico", di A. Goettmann e K. Graf Dürckheim

Alphonse Goettmann e Karlfried Graf Dürckheim, Dialogo sul cammino iniziatico, Edizioni Appunti di viaggio, Roma 1996

Quando, nel 1969, Julius Evola tradusse per i tipi di Mediterranee "Hara, il centro vitale dell'uomo secondo lo zen", era passato giusto un trentennio dal primo soggiorno dell'autore, K. Von Dürckheim, in Giappone, dove maestri spirituali di scuola zen gli avevano insegnato l'importanza della meditazione seduta (zazen). Eppure, in Italia quegli insegnamenti fecero un certo effetto di novità, con la loro enfasi sul baricentro corporeo (hara)come metafora ma anche strumento della realizzazione spirituale.

Questo "Dialogo sul cammino iniziatico" fa la sua comparsa in un contesto certamente più avvisato, e perde conseguentemente ogni connotazione esoterica per guadagnare intellegibilità e ricchezza di spunti interdisciplinari ed interrreligiosi.
L'immissione del corpo nel percorso di ricerca spirituale non costituisce più una stranezza, e pertanto non destano meraviglia espressioni come "Se la respirazione non è corretta, tutto l'uomo è nel disordine" (pag. 105). O ancora "[...]c'è un modo di essere che esprime a fondo fiducia, confidenza [...] Nel mio insegnamento questo s'impara con una postura, un modo d'essere per il quale si sta saldi nel proprio centro vitale chiamato 'Hara'" (pag.100).

I richiami culturali depotenziano d'altra parte ogni tentazione di esotismo orientalistico: "Quando chiedevamo a Maestro Eckhart da che cosa dipendesse la sua grande santità, rispondeva "Anzitutto dal mio modo di star seduto" (pag.102).
L'obiettivo, sempre e comunque, rimane l'esperienza del "numinoso", a fronte di un retroterra che per Dürckheim appare piuttosto eclettico, affondato nella conoscenza di Heidegger, Eckhart, Jung (e particolarmente del suo allievo Neumann) e naturalmente del buddhismo zen.

Il libro si presenta nella forma di una lunga intervista suddivisa in undici capitoli e condotta con appassionata devozione da Alphonse Goettmann, sacerdote ortodosso con una forte pratica di esicasmo o 'preghiera del cuore', che sull'insegnamento di Dürckheim ha basato le attività del centro di meditazione "Betania", fondato nei Vosgi del Nord, Francia.

Luigi Turinese


In foto: "Aridità"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 63, Luglio-Settembre 1997

Le Recensioni di L.T. - "Buddhismo. Una via per la pace", di J. Galtung

Johan Galtung, Buddhismo. Una via per la pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994

Per quanto possa suonare strano, potremmo definire il norvegese Johan Galtung uno specialista della pace.
Fondatore di due riviste su questo argomento, insegna attualmnete Peace Studies presso la University of Hawaii; il suo impegno per la pace gli ha valso il Premio Nobel alternativo.
Il suo retroterra culturale è dunque, comprensibilmente, in prevalenza gandhiano. Attraverso gli studi su Gandhi (ricordiamo in particolare il suo "Gandhi oggi", edito in italiano dalle Edizioni Gruppo Abele) Galtung è approdato, per via comparativa, all'universo buddhista, rimanendo vivamente impressionato dal potenziale pacifico e pacifista di questa religione.

Galtung in particolare individua nel buddhismo venti punti forti e sei punti deboli rispetto alla pace (pagg. 23-41).
Ecco, se c'è un difetto nell'impostazione generale del libro, questo risiede in un eccessivo schematismo. Tutto il libro, d'altra parte, non è che lo sviluppo dello schema riportato a pag. 11: "Spesso trovo fruttuoso suddividere la nostra esistenza di esseri umani e i nostri problemi globali in cinque spazi o sfere, e assegnare a ciascuno di essi un obiettivo basilare, come si può vedere nello schema seguente".
Così l'obiettivo dello spazio naturale è l'equilibrio ecologico, l'obiettivo dello spazio umano l'illuminazione, l'obiettivo dello spazio sociale lo sviluppo, l'obiettivo dello spazio mondiale la pace, l'obiettivo dello spazio culturale l'adeguatezza.
L'analisi svolta nel libro porta l'Autore a concludere che "il mondo ha bisogno dell'etica buddhista nella lotta per la pace, e non soltanto tra gli esseri umani, ma anche con la natura [...]Al di sopra di tutto, il buddhismo invia un messaggio di unità, di tutto e con tutto. Una base molto forte per la pace" (Pag.135).

Luigi Turinese


In foto: "Paso doble"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 63, Luglio-Settembre 1997

Le Recensioni di L.T. - "L'unione di beatitudine e vacuità" del Dalai Lama

Sua Santità il Dalai Lama Tenzin Ghiatso, L'unione di beatitudine e vacuità, Chiara Luce Edizioni, Pomaia (Pisa), 1996

Il cosiddetto guru yoga è una pratica della scuola Ghelupa che combina la meditazione su tre divinità: Guhyasamaja Akshobya (uno dei dhyani-Buddha, l'Imperturbabile); Yamantaka, ovverosia l'aspetto irato di Manjushri (uno dei dhyani Bodhisattva, la Saggezza del Buddha); Heruka, manifestazione "feroce" della natura del Buddha.

Il testo fondamentale che ne tratta è il Guru Puja, in tibetano Lama Chöpa. L'autore, il primo Panchen Lama, vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, appartiene allo stesso lignaggio spirituale di Lama Tzong Khapa.
Il testo consiste di 117 brevi paragrafi. Il commento che viene qui presentato è di grande interesse: si tratta infatti della trascrizione di un commentario orale che il Dalai Lama espose nel 1986 nell'ambito della Seconda Celebrazione dell'Illuminazione, organizzata a Dharamasala della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana.

Come è nel suo stile, Tenzin Ghiatso risolve la complessità del testo nella massima semplicità possibile, mantenendo costantemente le caratteristiche di un insegnamento pratico.

Luigi Turinese


In foto: "Tenere spade"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 63, Luglio-Settembre 1997