La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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mercoledì 26 maggio 2010

Articolo sulla Rivista di moda "Gioia" - Maggio 2010

Se sei amico di qualcuno su Facebook gli dai il permesso di curiosare nella tua pagina, ovvero lo scomparto di vita privata postato sulla pubblica piazza. Siccome i nove milioni di utenti italiani hanno dai 12 ai 60 anni, gli incroci tra genitori, figli, nonni, nipoti, zii e cugini sono molteplici, inevitabili e inaspettati.

Marianna, romana, la terza di quattro figli, ha 13 anni e un profilo che pullula di cuoricini, parolacce, messaggi cifrati, dichiarazioni di amore tra amiche, foto in minigonna mentre bacia il fidanzato, dunque dice: “Devo proteggere il mio papà. Crede che io sia ancora la sua bambina, non posso averlo tra i piedi su Facebook”. Il padre, che usa il social network (anche) per promuovere il suo lavoro di imprenditore, afferma: “Marianna è fierissima di aver più volte rifiutato la mia richiesta di amicizia, se ne vanta con le amiche, ma è una sua fantasia, io non gliel'ho mai chiesta”. Con gli altri due figli ventenni, invece, è connesso, ma non li spia: “Tutt'al più mi accorgo che Michele ha mandato l'ultimo post alle 6 ed era ubriaco, nel caso quando si sveglia alle tre del pomeriggio, gli faccio un po' di predica. Per il resto, o è molto bravo a celare le avventure oppure conduce giornate noiose, persino più delle mie”.

Luigi Turinese (http://luigiturinese.blogspot.com/) psicanalista, è attivo su Facebook, ma non ha contatti con la figlia sul network: “Genitori e figli stanno mai nella stessa comitiva? Escono insieme? No, se non di rado. E’ giusto che sia così nella vita reale e in quella virtuale”. Secondo Turinese non esistono regole di convivenza familiare buone per tutti, “dipende dall’età dei figli e dalla relazione che hanno con i genitori”, però se la prole rifiuta di trasformare un genitore (ruolo autorevole) in un amico della rete (ruolo confidenziale) ne va lodata la saggezza.
Turinese dunque parteggia per il gruppo For the love of god, don't let parents join Facebook ( Per amor di dio, no i genitori su Facebook, oltre 8000 fan) dove uno degli ultimi post è: “Sono imbarazzato da quel che mia madre scrive sul suo profilo”. Perché se gli adolescenti mettono sul loro wallamori, litigi, appuntamenti, sono gli adulti a soffrire sempre più la Too much informations syndrom, ovvero la smania di raccontare quanto più possibile su di sé rischiando, almeno negli Stati Uniti, di finire su Lamebook un sito dove si postano le figuracce collezionate su Facebook.

In Italia non c’è (purtroppo) un sito simile a frenare gli esibizionismi, dunque il voyeurismo unito all’inclinazione catastrofica di tanti genitori genera un vortice di ansia e invasività. Molte madri rivendicano il diritto di spiare i figli e per assicurarsi il risultato accendono la fantasia. Una seria commercialista quarantenne di Bologna ha inventato il profilo di un’audace sedicenne milanese e ha ottenuto il lasciapassare dal figlio liceale; una giornalista libertaria e di sinistra ha stretto un patto di sangue con un’amica venticinquenne che le monitora la creatura adolescente. A sua volta, però anche la venticinquenne ha altri problemi: “Da quando i miei parenti sono su Facebook nelle mie note ho eliminato ogni riferimento al sesso, ma soprattutto non posso più postare commenti su quanto siano idioti loro. In più, mio padre che ho annesso tra gli amici, rifiuta di scrivere sulla colonnina delle info personali che sono sua figlia”.
Dunque l’imbarazzo sulle convivenza in rete tra genitori e figli è bidirezionale ed è legato più al ruolo che all’età: “Aiuto c’è mia madre su Facebook”, scrisse il primo giorno di primavera una ragazza fiorentina di quarant’anni. Tra le decine di commenti, più di un adulto condivise la stessa ansia e la conseguente, tremenda sensazione di sentirsi un adolescente cui mamma può spiare i diari.

E se il profilo in rete fosse una sorta di diario che si lascia aperto per essere guardati, rimproverati, controllati, riempiti di attenzione? Luisa, 45 anni, napoletana, sostiene: “Con mia figlia chatto da una stanza all’altra, il dialogo in rete facilita la comunicazione reale con lei e con le sue sue amiche, ma seguo la regola aurea di commentare solo se interrogata”. Maria Teresa, 40 anni, sceneggiatrice televisiva, invece, è stata presa di mira dalla cugina tredicenne: “Rovescia sulla mia bacheca cuoricini, orsetti, acronimi, e leggo aggiornamenti su ogni sua audace esperienza. Ho avuto la tentazione di riferire ai genitori, poi ho deciso di non tradire la sua fiducia, anzi di seguirla, è un osservatorio privilegiato che potrà aiutarmi quando mia figlia sarà adolescente”.
Talvolta, invece, sono le zie ad essere scatenate, non le nipoti. Dice Elisabetta, 50 anni, assistente parlamentare: “Suggerisco a mia nipote l’amicizia con bei ragazzi, ma lei non accetta mai”. D’altronde, gli adolescenti lo sanno, mai fidarsi degli sconosciuti. In una famosa scuola media di Roma alcuni professori e il preside hanno creati falsi account chiedendo l’amicizia a molti alunni dell’ultimo anno. Dopo qualche mese di spionaggio, i docenti hanno convocato i genitori informandoli su fidanzati diciottenni, scappatelle notturne, maldicenze sui professori scritte in bacheca. I genitori hanno persino ringraziato, i ragazzi hanno eliminato dal profilo padri, madri e sconosciuti.
La sociologa americana Danah Boyd ha scritto che i social network sono spazi di crescita per i ragazzi, “che si configurano come persone in autonomia proprio grazie all'indipendenza dai genitori” ammonendo sull’invadenza. Negli Stati Uniti, dove la metà dei genitori è amico dei figli sul social network, il dottor BJ Fogg e la dottoressa Linda Phillips hanno aperto un sito Facebook for parents e offerto dei corsi per imparare il galateo familiare in rete: è giusto diventare amici dei propri figli per sapere chi frequentano ma è proibito diventare amici degli amici dei pargoli; va bene commentare ogni tanti, va male essere presenzialisti, persino l’intenzione deve essere pura: mai spiare, giusto restringere un po' il divario generazionale accorciando la distanza grazie alla tecnologia.

Alessandra Di Pietro

Articolo pubblicato sulla rivista di moda mensile "Gioia", n. 21, Maggio 2010.
Il sito online di Gioia

domenica 23 maggio 2010

Intervista - La mente non mente



“La mente non mente”

intervista di Carlo De Blasio a Luigi Turinese e Riccardo Mondo su RaiNews24
Tempi Dispari – del 19.4.2006.
I temi trattati sono la Psicologia Analitica
e la Psicologia Archetipica

Guarda l'intervista integrale in 6 parti:

Parte 2/6




Parte 3/6


Parte 4/6


Parte 5/6

Parte 6/6

sabato 22 maggio 2010

Le tecniche omeopatiche

Nel corso dei suoi due secoli di storia, l'Omeopatia ha visto affacciarsi diverse interpretazioni del suo corpo dottrinario. Di per sé, reputo questo fatto - e le conseguenti correnti e scuole che ne sono derivate - come un segno di buona salute: infatti Dio ci guardi dalle dottrine monolitiche, autoreferenziali e incapaci di rinnovarsi.

(Otranto)

Il lato negativo del pluralismo dottrinario, almeno in ambito omeopatico, è costituito però dalla tendenza, che storicamente gli omeopati hanno purtroppo avuto, a fare un po' come i capponi di Renzo. Nel romanzo del Manzoni essi, come si ricorderà, scomodi com'erano, accompagnavano il protagonista all'incontro con l'Azzeccagarbugli non trovando di meglio da fare che beccarsi l'un l'altro, "come accade troppo sovente tra compagni di sventura" ("I promessi Sposi", capitolo III). Oggi che l'Omeopatia, almeno nelle sue frange più consapevoli, si è affrancata dagli ancestrali complessi di inferiorità (o di superiorità, non cambia molto), può guardare alle sue diverse correnti come a una ricchezza.

Come è noto, il principio di similitudine costituisce la base del metodo omeopatico. Esso sancisce il parallelismo d'azione tra il potere sperimentale e il potere terapeutico di una sostanza. Quanto maggiore è la similitudine tra un quadro clinico e un quadro sperimentale, tanto maggiore è la "precisione curativa" di un farmaco. Ci sono, in altri termini, diversi livelli di approssimazione alla similitudine, a un maggior livello corrisponde una terapia mirata, a un livello meno puntuale una speranza di cura meno completa.

(Assisi - Santa Chiara)

Quando Hahnemann raccomandava di considerare, ai fini di una corretta scelta terapeutica, la totalità dei sintomi del paziente, mirava innegabilmente ad una terapia globale, che non si limitasse a sopprimere la sintomatologia attuale ma estendesse la sua azione a quella che potremmo definire la parte sommersa dell'iceberg. E' questo che intendiamo quando insegniamo ai nostri allievi a curare il malato piuttosto che la malattia. Per far ciò, occorre una profonda conoscenza della Materia Medica, oltre che una buona capacità diagnostica, basata innanzitutto sull'arte di raccogliere i sintomi(anamnesi).

(Assisi - San Francesco)

L'unicismo è la tecnica omeopatica basata sulla somministrazione di un unico rimedio alla volta, solitamente in alta diluizione e spesso in dose unica. Si tratta di una tecnica ottimale, avente il vantaggio di ottemperare pienamente al criterio della similitudine e quindi "coprire" il più completamente possibile il quadro clinico in esame. E' evidente che, perché la tecnica unicistica possa essere applicata con successo, occorre essere di fronte a un caso che richiami fortemente il quadro sperimentale di una sostanza. Se viceversa il quadro è complesso al punto di essere per così dire più "ampio" di una qualsiasi patogenesi sperimentale nota, siamo come di fronte a un letto la cui coperta è troppo corta. In questo caso - e lo stesso Hahnemann vi faceva ricorso - è più realistico adoperare un protocollo che faccia ricorso a più di un farmaco; nell'esempio citato, il letto può essere tanto ampio da necessitare l'uso di più coperte. Ci deve venire in soccorso la tecnica pluralista.

Il pluralismo è la tecnica basata sull'alternanza di più medicamenti. Perché il pluralismo non si trasformi in una dissennata "insalata farmacologica", tuttavia, occorre conoscere bene la relazione tra i rimedi. Soltanto così si potrà pervenire ad una strategia terapeutica razionale, che non sovrapponga ma giustapponga le "coperte", al fine di non tralasciare alcun sintomo importante. Il pluralismo è elettivo nei casi cronici, in cui al rimedio sintomatico, scelto sulla base dei sintomi attuali del paziente, si affianca il rimedio di fondo, scelto sulla scorta delle caratteristiche generali del paziente, senza il quale la parte sommersa dell'iceberg patologico verrebbe ignorata, con il risultato di disattendere le ragioni profonde che hanno portato alla malattia.

Accanto all'unicismo e al pluralismo, che rispettano entrambi il principio di similitudine, occorre fare un cenno al complessismo, tecnica basata sulla mescolanza di più medicamenti in un'unica preparazione farmaceutica. La formula del composto raggruppa i medicinali più utili in una determinata condizione morbosa. Per esempio, per un caso di raffreddore comune si può prescrivere un complesso che contenga i più importanti rimedi di questa malattia, da quelli indicati in presenza di secrezione liquida a quelli che richiamano la fase muco-purulenta; si comprende come il principio di similitudine, con il suo corollario di individualizzazione del rimedio, venga disatteso in favore di una maggiore attenzione all'organotropismo. Questa pratica, piuttosto in auge nei paesi di lingua tedesca, mi sembra da riservare ai casi in cui la malattia non abbia profonde radici fisiopatologiche; in cui, in altri termini, non ci siano parti sommerse dell'iceberg. Infatti l'effetto del complesso omeoterapico è superficiale e di breve durata.

(Lecce - Santa Croce)


Per riassumere, ogni metodo è legittimo purché applicato nel giusto contesto. La scelta del metodo da usare è subordinata a tre fattori: medico, malattia, malato. Laddove un medico esperto ricorrerà raramente (per esempio per consultazioni telefoniche) al complessismo, preferendo un pluralismo temperato e aspirando all'unicismo, ove possibile; una malattia può consentire un approccio unicista ma, spesso, costringe ad una pratica eclettica, comprendente talora farmaci allopatici, per ragioni etiche non meno che scientifiche; il malato, infine, può collaborare fornendo nell'interrogatorio elementi tali da consentire una selezione dei rimedi tanto precisa da limitarne il numero oppure, come nel caso dei bambini piccoli, costringere a variare le tecniche a seconda della precisione alla quale si può pervenire.



Concludendo, il medico deve, dopo aver effettuato una diagnosi accurata, stilare una ricetta logica, giustificabile e semplice da seguire, tanto da ampliare il più possibile la compliance del paziente, spianando la strada verso la cura e, ove possibile, la guarigione.


Luigi Turinese



Articolo pubblicato su "Il Farmacista 2008" - Aggiornamento Scientifico e Professionale - pagg 112/114 - Nobile Collegio Clinico Farmaceutico Universitas Aromatariorum Urbis

venerdì 21 maggio 2010

L'anamnesi del cliente

Quando un cliente entra in farmacia - soprattutto quando non si tratti di un cliente ancora fidelizzato e con il quale esiste dunque un codice di comunicazione condiviso - il primo contatto riveste un'importanza determinante e condiziona la relazione terapeutica che si stabilirà.

(Taormina)

La prima impressione si forma soprattutto sulla comunicazione non verbale, che è rapida e potente, veicola emozioni e accresce l'espressività del discorso. Sigmund Freud aveva ben compreso il valore del linguaggio non verbale quando scriveva: Ai mortali non è possibile celare alcun segreto: chi tace con le labbra chiacchiera con la punta delle dita, si tradisce con tutti pori.

Il linguaggio non verbale si esprime innanzitutto attraverso la facies e, poiché la comunicazione si basa su una relazione circolare, riveste anche una grande importanza la facies del farmacista, cui il cliente reagisce con una maggiore o minore apertura, condizionando in questo modo l'ulteriore comprensione da parte del professionista.
Come insegna la fisiognomica, che considera il volto come centro rivelatore della personalità, nel primo contatto con il cliente al farmacista balzano agli occhi le connessioni tra volto e anima: dunque tra psiche e soma, tra interno ed esterno.
(Vedi anche il post : La facies del paziente)

Vi sono pazienti che aspettano pazientemente il proprio turno e altri che si muovono nervosamente. Alcuni tradiscono la comprensibile ansia di chi si accosta ad un professionista della salute temendo per la propria. Per tutti, il farmacista deve mostrare interesse: mostrare, non fingere - così che farebbe perdere immediatamente autenticità alla comunicazione - né provare interesse dato che non si può creare dal nulla un atteggiamento empatico.

(Assisi)

Il cliente entra. Dall'avvicinamento all'incontro, in pochi secondi, si succedono i tre momenti di percezione, esame, autopresentazione.
La distanza, come insegna la prossemica - disciplina che studia lo spazio come specifica elaborazione culturale - da sociale si fa rapidamente personale e, quando il contatto si fa particolarmente ravvicinato - come nel caso di un temporaneo abbandono del bancone per atti che possono implicare un contatto fisico, come la misurazione della pressione arteriosa - intima.
Non è una scoperta il fatto che la pressione arteriosa può risultare più bassa se misurata dal farmacista piuttosto che nello studio del medico, figura sicuramente meno rassicurante e più ansiogena.
Non si sottolinea mai abbastanza quanto possa essere fertile una buona triangolazione tra medico farmacista e paziente/cliente.
L'importante è non abdicare mai alle due caratteristiche che denotano un buon sanitario, medico o farmacista che sia: phylantropia - amore per l'essere umano in sé - e phylotechnia - amore per la propria professione.

A questo punto, guidato da un ascolto attivo, il farmacista saprà far sue le istanze del cliente, dispensando il consiglio più appropriato, il solo in grado di aumentare la sua compliance. In pochi istanti, l'antico rituale si è compiuto.

Luigi Turinese

Articolo pubblicato su "Il Farmacista 2008" - Aggiornamento Scientifico e Professionale - pagg 191/192 - Nobile Collegio Clinico Farmaceutico Universitas Aromatariorum Urbis

giovedì 20 maggio 2010

Attualità della medicina omeopatica

Poiché ogni sistema medico è la cartina al tornasole del modello culturale che lo esprime, il progressivo affermarsi della medicina omeopatica si iscrive nella crescente considerazione che riscuote il modello culturale sistemico che privilegia lo studio dell'interrelazione tra i fenomeni piuttosto che l'analisi separata di ciascuno di essi. Testimonianza di tale considerazione sono per esempio, in medicina, lo studio dei rapporti tra i grandi sistemi di integrazione dell'organismo, che costituisce l'oggetto della psiconeuroendocrinoimmunologia(PNEI); la serietà di alcuni studi sulle componenti psicosomatiche delle malattie; l'attenzione, in dermatologia come in fisiatria, ai rapporti tra il dentro e il fuori dell'organismo. In questo senso, l'omeopatia si pone come una disciplina di punta, dal momento che, come vedremo, l'interpretazione della totalità dei sintomi del paziente, cui si accede mediante una raffinata semeiotica, ne costituisce il cardine. Condizione della sua integrazione è che i medici che la praticano siano prima di tutto dei buoni diagnosti e non la interpretino come una medicina alternativa bensì come un metodo clinico-terapeutico che ne arricchisca il bagaglio medico-scientifico.

(Assisi)


Un po' di storia
La medicina omeopatica nasce alla fine del XVIII secolo ad opera di Samuel Friedrich Christian Hahnemann (1755 - 1843), medico sassone colto e innovativo il quale, sulla spinta della ricerca di un metodo razionale di terapia, riscoprì, mettendolo al vaglio del metodo sperimentale, il principio di similitudine di ippocratica memoria. Questo consiste nell'affermazione del parallelismo di azione tra il potere terapeutico e il potere sperimentale di una sostanza (similia similibus curentur: se ad esempio, nella farmacopea omeopatica PHOSPHORUS è il miglior rimedio di alcune epatopatie, lo si deve alla constatazione del suo potere epatotossico; l'uso di APIS MELLIFICA in dermopatie aventi il pomfo come lesione elementare, allo stesso modo, risponde al parallelo potere del veleno d'ape di creare lesioni simili.

Il principio di similitudine, si badi bene, fu enunciato da Hahnemann dopo sei anni di sperimentazioni. Egli , laureatosi nel 1779 ed esercitata la medicina pratica per un decennio, se ne distaccò per dedicarsi alla ricerca. La definizione del contesto in cui Hahnemann si trovò ad operare non è priva di importanza: il XVIII secolo, infatti, se da una parte è l'epoca di Morgagni e dunque dello sviluppo dell'anatomia patologica, dal punto di vista della terapia è teatro del più spericolato empirismo; non diomentichiamo che la farmacologia propriamente detta nascerà soltanto nel 1806, con l'isolamento della morfina dall'oppio da parte del farmacista tedesco Sertüner. L'assenza di un principio che regoli la razionalità del curare è dunque il rovello principale di Hahnemann.

La scintilla che ispira al medico tedesco la formulazione dell'ipotesi della similitudine è la traduzione, nel 1790, della Materia Medica dello scozzese Cullen, in cui venivano descritti i sintomi di intossicazione accidentale con la corteccia di china: Hahnemann viene folgorato dall'analogia tra tali sintomi e l'impiego terapeutico della china. Sperimenta allora su di sé gli effetti della china e, negli anni successivi, di un'altra ventina di sostanze, seguendo l'idea, già propugnata prima di lui da altri medici tedeschi come Haller, di sperimentare i farmaci sull'uomo. Scrive Hahnemann: "Per approfondire gli effetti dei medicamenti [...] ci si dovrebbe affidare il meno possibile al caso, ma, al contrario, procedere sempre razionalmente[..] Non ci resta dunque che sperimentare sull'organismo umano i medicamenti di cui si vuole conoscere la potenza medicinale [..]
Per scoprire le vere proprietà medicinali di una sostanza nelle affezioni croniche, si deve portare l'attenzione sulla malattia artificiale particolare che essa provoca nell'organismo, allo scopo di adatarla ad uno stato patologico analogo [...]. Per guarire radicalmente da certe affezioni croniche, si devono cercare dei rimedi che provochino sull'organismo umano una malattia analoga e la più analoga che sia possibile".


(Assisi)


Nel 1796 Hanhnemann espose questi principi, argomentandoli adeguatamente, nel "Saggio su un nuovo principio per scoprire le virtù curative delle sostanze medicinali". Per quelle coincidenze significative che attraversano la storia dll'uomo, il 1796 rappresenta una data cruciale per la medicina moderna: Jenner effettua infatti la prima vaccinazione, immunizzando un ragazzo dal vaiolo umano mediante l'inoculazione del contenuto di pustole del vaiolo vaccino. Si tratta, a ben vedere, di una particolare applicazione del principio di similitudine; non a caso, in fatti, Hahnemann scrive, tra i primi, un articolo elogiativo della scoperta di Jenner. Il 1796 pertando può essere considerato l'anno di nascita dell'omeopatia, sebbene il termine sia stato introdotto da Hahnemann molto più tardi, nel 1808. Il ritorno sulla scena clinica segna per Hahnemann l'urgenza di altre problematiche, prima di ogni altra quella relativa, per esprimerci col linguaggio nostro, all'indice terapeutico. Egli perviene così all'idea, e alla pratica, della diluizione dinamizzata: ovvero alla progressiva attenuazione della quantità di sostanza per cui, all'atto pratico, ogni farmaco omeopatico si presenta in piccole dosi, sufficienti a innescare la reazione riparativa ma non più tossiche.

Tutt'oggi il farmaco omeopatico viene indicato conuna nomenclatura internazionale per cui al nome latino vengono fatti seguire un numero, che indica il numero di diluizioni subite; la lettera C (più raramente la D), che indica il fatto che le diluizioni sono state effettuate 1 a 100 (più raramente 1 a 10), ovvero con il metodo centesimale (più rararmente decimale); la lettera H, che sta per hahnemanniano.

Per fare un esempio, NUX VOMICA 9CH indica la nona diluizione centesimale hahnemanniana di noce vomica, una pianta della famiglia delle loganiaceee che, essendo sperimentalmente in grado di produrre un quadro dispeptico su base neurodistonica, è omeopaticamente indicata qualora il paziente manifesti un disturbo simile. Esistono altri medoti di preparazione, meno diffusi e meno importanti, la cui descrizione esula i limiti del presente articolo. (Per un approfondimento, vedi anche: Il farmaco omeopatico: le diluizioni )

(Assisi)


Per riassumere i principali assunti che regolano il metodo omeopatico, possiamo enunciare quanto segue:
1) Ogni sostanza farmacologicamente attiva è in grado di produrre un quadro clinico caratteristico della sostanza impiegata (sperimetazione patogenetica).
2) Ogni malato presenta un quadro clinico caratteristco della sua reattività nei confronti di una noxa morbosa.
3) La guarigione si ottiene con la somministrazione, a dosi deboli o infinitesimali, della sostanza che si sia mostrata sperimentalmente in grado di produrre un quadro clinico simile a quello che si vuole curare.

A volerlo approfondire, il metodo clinico-terapeutico omeopatico presenta numerose altre implicazioni, non ultima il recupero di una dimensione tipologica che, soprattutto nell'approccio al malato cronico, rappresenta un ampliamento semeiologico di grandde rilevanza. Soprattutto la semeiotica, d'altra parte, riceve un impulso dalla necessità di esplorare il paziente nei minuti dettagli, al fine di prescrivere il farmaco che gli è più simile. Si potrebbe dire che, se per divenire un buon omeopata occorre essere un buon medico, conoscendo l'omeopatia un buon medico può trasformarsi in un medico migliore, anche nei casi in cui la terapia omeopatica non sia elettiva e dunque la scelta terapeutica rientri nell'ambito della farmacopea convenzionale.

Difatti il primo obbligo di un buon medico deve rimanere la capacità di effettuare una diagnosi, ed è il caso di spazzare via una volta per tutte il pregiudizio che prescrive un'incompatibilità tra intervento omeopatico e intervento convenzionale: il medico deve decidere, di volta in volta, quale sia il metodo terapeutico migliore per quel determinato paziente, e talvolta il metodo migliore consiste in una ragionevole alternanza o convivenza di omeopatia e allopatia. Gli atteggiamenti integralisti non sono mai equilibrati e la buona medicina è una sola. Non è un caso che proprio dalla medicina interna, cioè da quella specializzazione che nella sua essenza non è specializzazione ma semmai perfezionamento, viene oggi un forte richiamo all'interpretazione d'insieme del paziente, mancando la quale si rischia di mancare la diagnosi.

Pur rimanendo nello spirito di un articolo introduttivo, ci preme non eludere il punto su cui convergono le maggiori polemiche tra sostenitori e detrattori dell'omeopatia, ossia il problema delle diluizioni, che sono così spinte da farci chiedere che cosa agisca in un farmaco omeopatico. In attesa di una risposta certa che, diciamolo subito, ancora non c'è, non ci si può accontentare di un atto di fede, né portare al rango di prova le testimonianze delle guarigioni avvenute: l'effetto placebo esiste, e la complessa articolazione del rapporto medico-paziente che avviene nel corso di un'approfondita visita omeopatica non può che amplificarlo. In questo caso non c'è nulla di male ma siamo al di fuori di una dimostrazione di efficacia oggettiva, per raggiungere la quale non c'è altra possibilità che percorrere la via della ricerca: ricerca di base e sperimentazione clinica, effettuate in doppio cieco contro placebo su popolazione randomizzata. Ricerche di questo tipo sono state e sono effettuate in tutto il mondo, con mezzi e qualità maggiori, ovviamente, in Paesi dove la regolamentazione legislativa è un fatto acquisito, come la Francia. Le ricerche più significative sono quelle pubblicate su riviste esterne al mondo omeopatico e ad esse rimandiamo per la conoscenza dello stato dell'arte.

(Lecce)

Non si dica più, però, che l'omeopatia non ha basi scientifiche. Essa si configura sin dalle origini come una disciplina che ossequia il metodo sperimentale, se è vero che Hahnemann percorse con estremo rigore le quattro tappe del metodo galileiano: 1) osservazione di un fenomeno; 2) formulazione di un'ipotesi; 3) verifica sperimentale;
4) enunciazione di una legge.
La valenza umanistica, certamente peculiare alla prassi omeopatica, costituisce un arricchimento clinico, che però non può mai rappresentare una deroga all'appartenenza a uno statuto scientifico. La forza dell'omeopatia è pertanto di essere al tempo stesso una disciplina scientifica e una raffinata terapia della persona.

Luigi Turinese

Articolo pubblicato su "Farmacia Anno Duemila" - Formazione ed Aggiornamento professionale del Farmacista - pagg.108/111 - Nobile Collegio Clinico Farmaceutico Universitas Aromatariorum Urbis - Accademia Romana di Storia della Farmacia e di Scienze Farmaceutiche

mercoledì 19 maggio 2010

Hahnemann - Recensione su Il Nuovo Medico d'Italia

Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia. Sonata in cinque movimenti


Lieve come un romanzo, ma la vita è quella vera, reale, ingombrante di un uomo che ha segnato profondamente l'esistenza dei "suoi" posteri, l'avventura della vita vissuta da un genio della medicina, da quell'Hahnemann che ha lasciato in eredità ai suoi colleghi e all'umanità un modo nuovo di intendere l'universo uomo e la categoria della scienza.
Un uomo prolifico, ovvero dai molti figli, e non solo in senso fisico, perché la sua fecondità di studioso e di scienziato ha impresso un impeto del tutto originale al cammino altrimenti segnato dalla scienza medica.

Padre dell'omeopatia, dunque, di cui ci raccontano come in una sonata a due mani Riccardo de Torrebruna e Luigi Turinese, il primo è autore teatrale e attore cinematografico, teatrale e televisivo famoso non solo in Italia, il secondo medico e psicoterapeuta.
Insieme hanno ideato una storia che è invece uno spartito musicale, perché lo dice anche il titolo, è una sonata in cinque movimenti alla maniera del grande contemporaneo Wolfgang Amadeus Mozart, anche lui aduso a fecondare campi inesplorati e altezze siderali con la sua opera.
Una vita impetuosa, ardente, drammatica. Come lo sono molte vite ma, quando è un genio come Hahnemann ad attraversarla, è segnata dal senso della propria missione, dalla luce abbagliante che scaturisce dalla consapevolezza di quello che si è venuti a fare qua sulla Terra. C'è chi nasce già con la risposta pronta, che non deve chiedersi il famoso "Perché sono qui?" perché ne è consapevole, il cammino è già tracciato, basta seguire, caparbiamente, la pista.

Christian Friedrich Samuel Hahnemann nacque a Meissen, in Sassonia, poco prima della mezzanotte del 10 aprile 1755. Un uomo d'altra epoca di cui si potrebbe fare l'oroscopo, per la precisione dei dati.
Figlio di un pittore di porcellane per il quale manterrà per tutta la vita una sconfinata ammirazione, spirito inquieto (lo sarà per tutta l'esistenza), senza il sostegno di adeguate finanze (tempi oscuri di guerre e privazioni, quello in cui vide la luce, scappa di casa per poter studiare secondo la sua vocazione e evitare un destino ingrato per guadagnarsi da vivere. Inizia così, con una mossa ardita, la sua avventura nel mondo, ottimo viatico per quella che in realtà sarà l'impronta della sua lunghissima vita: morirà a 88 anni compiuti, infatti, a Parigi il 2 luglio 1843, alle cinque del mattino.

Hahnemann ha sentito la medicina non come una sapienza tramandata da applicare nel campo della malattia, ma come un impegno personalissimo, quasi una tenzone, per guarire nel corpo e nello spirito. Con quella capacità di intuizione e di pragmatismo appannaggio solo di pochi uomini, forse prescelti, si rese conto che i mezzi di cui poteva disporre non lo appagavano e sostenne, sulla scia di altri medici illustri, che la sperimentazione dei farmaci sugli animali è inutile, ma va fatta sugli uomini sani. Il senso di tutta la sua scienza potrebbe essere riassunto in queste parole tratte da "Saggio di un nuovo pricipio per scoprire le virtù curative delle sostanze medicinali..." pubblicato nel 1796
nel quale trasse le prime conclusioni dopo che per sei anni aveva sperimentato medicamenti su individui sani: "per guarire radicalmente certe affezioni croniche si devono cercare dei rimedi che provochino ordinariamente nell'organismo umano una malattia analoga, il più analoga che sia possibile (...). Nella cura della malattia dovremmo usare quel rimedio che è in grado di provocare un'altra malattia, artificialmente prodotta, ma molto simile e la prima sarà guarita: similia similibus".
Il Saggio, scrivono gli Autori, "costituisce in un certo senso l'atto di nascita dell'omeopatia (il termine omeopatia tuttavia apparirà solo nel 1808 nella Lettera a un medico di alto rango sull'urganza dii una riforma della medicina, e insieme il colpo d'ala con cui Hahnemann si solleva da una posizione di mera contestazione della medicina del suo tempo a un livello propositivo e originale".

Questo libro si legge come un romanzo, è un romanzo. La figura del grande medico tedesco appare vicinissima al lettore, un uomo di cui seguire le gesta quasi fosse un principe che va a salvare la sua amata, un guerriero sotto le mura di una città assediata, un grande condottiero. Risaltano le caratteristiche umane del protagonista che visse abbastanza per trascorrere attraverso grandi sventure e grandi successi. Una vita da romanzo contrassegnata da continui traslochi, dalla morte di qualcuno dei suoi molti figli, dalla perdita della sua amata e paziente sposa, Johanna Henriette, donna mitica nella sua incredibile capacità di sopportare un marito così folgorante nella sua burrascosa determinazione.
Fu anche un originale, quasi ottuagenario sposò Mèlanie, una donna molto giovane con cui si trasferì, per l'ultima volta, in una città luminosa e assoluta come era la Parigi dei primi dell'Ottocento.

La sua Sonata inizia con un Largo-allegro brillante: l'infanzia sognante, dominata dalle figure importanti e belle dei suoi genitori; prosegue con un Andantino: gli anni ardenti della giovinezza e della prima maturità; incede verso un Andante molto mosso: anni tribolati, di guerra, di lotte per affermare le sue teorie, di successi; arriva all'Allegro con fuoco e Andante maestoso: come in un grande mare quasi un utero materno le asprezze della vita trovano soluzione e pace; infine, a conclusione dell'immane fatica, la quiete sovrana dell'ultimo atto, la Marcia funebre che tutto conclude.


Si chiude il capitolo della vita umana di questo grande, inizia quello, non meno procelloso, dell'omeopatia, ancora oggi in un mare in tempesta tra entusiasti fruitori e feroci detrattori.


Recensione pubblicata su Il Nuovo Medico d'Italia n.10 Dicembre 2007, nella rubrica Biblioteca a cura di Paola Randone

martedì 18 maggio 2010

Non chiamatela medicina alternativa

Il Libro "Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia. Sonata in cinque movimenti" del dottor Luigi Turinese e dello scrittore Riccardo De Torrebruna è la storia di uno sperimentatore che ha voluto rinnovare l'intero approccio clinico

Catania - Presenterà il suo libro che celebra la nascita dell'omeopatia nella città dove i giudici l'hanno "bocciata". Ma il dott. Luigi Turinese, medico omeopata e psicoanalista, autore insieme con Riccardo De Torrebruna di Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia. Sonata in cinque movimenti (Edizioni e/o) sembra divertito più che preoccupato. E a chi gli ricorda la querelle che nei primi anni Duemila oppose in tribunale gli omeopati catanesi della SIMO a Piero Angela, che in Tv aveva definito i rimedi omeopatici "acqua fresca" e che si concluse con l'assoluzione del guru del giornalismo scientifico, Turinese oppone le sue argomentazioni.
"Piero Angela ha detto una cosa superficiale - spiega l'omeopata - anche se a mio avviso non andava ingaggiato alcun braccio di ferro su una disciplina che ha riprove scientifiche sulla efficacia dei rimedi, ma non ancora una spiegazione sul meccanismo d'azione dei farmaci. Angela mostra di essere poco documentato sul versante della ricerca biologica e sperimentale: esistono pochi ma provati lavori sperimentali clinici che mostrano l'efficacia dei rimedi sull'uomo".
Tolta di mezzo la polemica, Turinese, così come fa nel libro che ripercorre "a due voci" l'avventura umana, le intuizioni, i dubbi, i successi e le sconfitte di Hahnemann, lo spigoloso medico tedesco (nato in Sassonia nel 1755, morto a Parigi 88 anni dopo) punta piuttosto a mostrare la carica "rivoluzionaria" di una medicina "per carità - dice Turinese - non chiamatela alternativa" che fa della valenza semeiotica la sua maggiore virtù. "Un medico che ha studiato l'omeopatia - spiega ancora l'autore - ha un occhio addestrato per vedere in diverse direzioni, anche le più apparentemente insignificanti e da questo punto di vista è più facilitato nella diagnosi. Il medico omeopata guarda il paziente come un testo da interpretare, analizza tutte le declinazioni del sintomo. Non è il farmaco a fare la differenza, ma il punto di vista, anche se il rimedio serve al faticoso ritorno dell'organismo dell'omeostasi, condizione che non è mai assicurata una volta per tutte".

Per questo il dott. Turinese sogna "la normalizzazione dell'omeopatia in omaggio alla scienza della complessità che vede la coesistenza di verità parziali ma non contraddittorie".
In sostanza, a fronte di un presente dove l'omeopatia richiama l'interesse di milioni di persone, un futuro dove si possa dire "vado dal medico omeopata" e non "vado dall'omeopata", come fosse uno stregone.

Intanto da chi guardarsi?
"Dallo Stato, che non controlla la formazione la formazione degli omeopati, contrariamente a quanto avviene in altri Paesi europei. Dagli omeopati integralisti, che non associano la medicina tradizionale all'omeopatia, dai sedicenti omeopati che non visitano neanche i pazienti, e da chi non prescrive esami di laboratorio e/o strumentali".

Perché la presentazione del libro proprio a Catania?
"Perché sono in qualche modo catanese d'adozione: qui vengo spesso e qui ho anche co-fondato l' Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica di cui sono presidente. E poi perché la città ha la giusta sensibiltà: non tutti sanno che alcuni illustri medici catanesi, come il prof. Gastone Veroux o il prof. Umberto Scapagnini, furono i primi negli anni Ottanta a volere all'Università corsi di omeopatia".

Rossella Jannello




Presentazione del libro a Catania
La presentazione del libro "Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia. Sonata in cinque movimenti" di Riccardo De Torrebruna e Luigi Turinese si svolgerà venerdì 27 aprile 2007 alle 16.30 nella Biblioteca Civica e Ursino Recupero, al Monastero dei Benedettini, in via Biblioteca 13, a Catania. Alla presentazione, voluta dall' Associazione Culturale Crocevia e da e/o Edizioni parteciperanno, oltre agli autori, Franco Battiato, la scrittrice Giovanna Giordano e lo psicologo Riccardo Mondo (autore di una rubrica sul nostro settimanale)
Riccardo de Torrebruna è scrittore, regista e attore.
Il suo testo, "Zooo Paradiso" è stato messo in scena all'Actors Studio di New York nel '96. Nel 2000 ha pubblicatoil romanzo "Tocco magico Tango" (Minimum Fax) e nel 2003 i racconti "Storia di Ordinario Amore"(Fandango Libri).
Luigi Turinese è medico, esperto in omeopatia e psicoanalista junghiano. E' autore di "Biotipologia. L'analisi del tipo nella pratica medica" (Tecniche Nuove, Milano 1997/2000), di "Il farmacista omeopata" (Tecniche Nuove, Milano 2002); e del contributo "Il concetto di modello reattivo come strumento ermeneutico: oltre l'omeopatia" nell'ambito del volume Filosofia della Medicina (manifestolibri, Roma 2001). Ha curato, con Riccardo Mondo, "Caro Hillman..." (Bollati Boringhieri, Torino 2004).

Articolo pubblicato su VivereSette Salute - La Sicilia - 27 aprile 2007

Hahnemann - Recensione di Augusto Romano


Il medico conta più del farmaco

Biografia - Hahnemann, il bizzarro e carismatico padre dell'omeopatia

di Augusto Romano



L'omeopatia, con i suoi modi insinuanti (una medicina pulita, una medicina che non fa male) continua a fare proseliti, o a mietere vittime. Pochi di noi, tuttavia, hanno notizia di Samuel Hahnemann, fondatore di questo indirizzo terapeutico, nato in Gernmania e vissuto tra il Settecento e l'Ottocento.
A lui è dedicato Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia (edizioni e/o, pp. 151, 15€) il libro che Riccardo De Torrebruna e Luigi Turinese hanno scritto a quattro mani componendo una "sonata in cinque movimenti" ideale spartito mozartiano suddiviso in due parti: da un lato diario intimo, in cui vengono annotati "ricordi, sogni e riflessioni" del bizzarro maestro; dall'altro cronologia delle scoperte che pongono le basi della nuova disciplina.
A fine Settecento medicamenti che segneranno la storia della medicina - come la corteccia di china e la digitale - si accompagnano a terapie d'urto, quali purghe violente, bagni gelati o bollenti, sanguisughe, salassi. Hahnemann, intelligente, colto, testardo, appassionato, non si dà pace del fatto che non ci sia nessun fondamento empirico alla base di queste terapie, tanto da arrivare un giorno, di fronte alla coda dei malati in attesa, ad affiggere sulla parete dello studio un cartello con scritto: "Andatevene, giacché io non vi so curare". Non si tratta che di un momento di scoraggiamento nell'esercizio di un "mestiere privilegiato e allo stesso tempo infame".

Osservando che l'assunzione di corteccia di china determina i sintomi della febbre malarica, Hahnemann si convince che un farmaco possa eliminare nel malato gli stessi disturbi che è in grado di indurre in un organismo sano. La via della guarigione sta dunque nel soddisfare il principio similia similibus curentur.
Nulla di totalmente originale, se si pensa che un tempo presso le tribù primitive si mangiuava il cuore del leone per acquisire coraggioo il cervello del nemico per diventare più intelligenti.

Il libro, agile, scorrevole, di piacevole lettura, presenta le vittorie e le sconfitte di uno spirito inquieto, ma non prende posizione a riguardo delle polemiche che periodicamente si abbattono sull'efficacia dei farmaci omeopatici. O meglio, forse la prende, quando annota che, nel corse dell'epidemia di colera che flagellò l'Europa nel 1881, in cui si ammalarono due milioni di persone con una mortalità del 50%, il 90% dei pazienti trattati omeopaticamente guarì.
Ciò che non viene detto è il trattamento previsto per il colera dalla medicina allopatica dell'epoca: immergere il malato in una vasca di acqua bollente e somministrargli un prodotto in grado di indurre il vomito, a dosi ripetute se il medico lo riteneva necessario. E' chiaro che qualsiasi altra terapia non poteva che ottenere risultati migliori!


Prospero Andreani: Studio della copertina del libro

Il fascino del libro non sta dunque nel convincerci dell'efficacia di rimedi largamente criticati anche se a tutt'oggi molto diffusi, quanto nel presentarci un uomo carismatico, che pensava di curare con i suoi preparati ma che, a sua insaputa, ha fatto della capacità di ascolto, del rispetto per l'individualità del paziente e della penetrante intuizione i suoi più potenti strumenti terapeutici.
Insieme al contemporaneo Mesmer, egli è stato tra i pionierti di un nuovo approccio alla patologia mentale, fondato sulle virtù guaritrici legate alla personalità del medico. Quelle stesse virtù che, pochi decenni dopo, la psicoanalisi avrebbe compreso nel concetto di transfert e controtransfert.

Augusto Romano

Articolo pubblicato sulla rivista TUTTOLibri del 17.11.2007







Leggi le altre recensioni del libro

mercoledì 5 maggio 2010

Psicanalisi allo specchio

Intervista a cura di Barbara Colocci su Silmarillon Rivista bimestrale di cultura, filosofia e costume


Luigi Turinese è uno psicanalista molto stimato nel suo campo. Si occupa anche di omeopatia e, instancabile, gestisce anche un bel blog. Qui ci racconta il mondo degli specchi, interiori ed esterni, in un viaggio affascinante che stimola ulteriori approfondimenti...
di Barbara Colocci

Lo specchio è un simbolo molto indagato dalla psicoanalisi. Il mito di Narciso ne rappresenta forse l'esempio più pregnante. Chi è Narciso, sotto il profilo psicologico?
Come ha spiegato esaurientemente Jacques Lacan, tra i sei e i diciotto mesi il bambino conquista l’identità attraverso quella che egli ha definito lo stadio dello specchio. Dapprima il bambino tenta di afferrare l’immagine che gli appare come se si trattasse di un oggetto reale, quindi comprende che si tratta di un’immagine; infine si rende conto che quella immagine è la sua: essa è appunto la pietra angolare dell’identità. Quando, nell’età adulta, l’individuo fa esperienza del rispecchiamento nell’altro da sé, sembra di avvertire un’eco della primitiva acquisizione dell’identità: è come se, di fronte all’altro che ci folgora – come nelle esperienze di innamoramento – si rivivesse lo stadio dello specchio...

martedì 4 maggio 2010

Jung, modernità di un antico

Uno degli elementi più singolari – ogniqualvolta si confrontino i destini e le fortune postume di Freud e di Jung – mi è sempre sembrato il coté di partenza e quello di arrivo del loro pensiero. Freud infatti prese le mosse dalle pruderies della borghesia austriaca – così ben descritte da Arthur Schnitzler e causticamente stigmatizzate dagli aforismi di Karl Kraus – per dare origine a una stirpe di clinici rigorosi e ad una Weltanschauung dominata da un materialismo talora asfittico; mentre Jung, partito dall’esperienza del Burghölzli che lo costrinse a misurarsi – giovane psichiatra – con la schizofrenia (ancora denominata dementia praecox), forse per una malintesa interpretazione della sua apertura nei confronti degli elementi a-razionali dell’esperienza ha finito per dar voce – malgrè lui – a zuccherosi sincretismi capaci di dare i brividi lungo la schiena di annoiate signore della buona borghesia. Scherzi maliziosi della storia!…

Un altro fenomeno curioso e meritevole di ricerca consiste nella “polverizzazione” di temi junghiani in altre cornici teoriche. Più di una scuola postfreudiana ospita infatti – talora senza saperlo – intuizioni che furono presentate da Jung nella loro formulazione originaria. Le scienze della complessità, poi, postulano alla loro base un assunto sistemico che trova riscontro nell’idea tutt’affatto junghiana di psiche complessa. Nel linguaggio comune usiamo ormai con disinvoltura termini come estroverso e introverso, che provengono direttamente da Tipi psicologici (1921).
Non parliamo poi delle innumerevoli filiazioni del pensiero junghiano all’interno delle correnti neospirituali. (Per un approfondimento vai al post After the Big Bang)

Un articolo discorsivo e divulgativo come il presente non intende andare oltre una rassegna di cenni. Voglio soffermarmi tuttavia su due implicazioni particolari del pensiero junghiano; implicazioni che – insieme ad altre – hanno la caratteristica di portare nel dibattito intellettuale contemporaneo “vino vecchio in otri nuovi”. Si tratta delle possibili implicazioni ermeneutiche della teoria dei complessi in una revisione critica del teatro contemporaneo ; e dello stretto rapporto che intercorre tra tipologia e individuazione nel processo di sviluppo del potenziale individuale, al di fuori di ogni contesto clinico.

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Quando cerchiamo di comprendere la complessità psicologica di molte pièces del teatro moderno, dei suoi personaggi minori, non eroici, deuteragonisti o antagonisti, la topica freudiana – e le vicissitudini pulsionali che le sono coerenti – è una chiave ermeneutica un po’ angusta. Da questo punto di vista, Jung ci fornisce maggiori suggestioni. Infatti, come scrive Samuels: “tutta la sua psicologia prende la forma di un’animazione di personaggi interiori”. Si tratta, a ben vedere, di un’applicazione particolare della teoria dei complessi a tonalità affettiva, che ha valso alla formulazione di Jung la denominazione di Psicologia Complessa.
Per spiegare come egli sia pervenuto alla formulazione della sua Psicologia Complessa , occorre recuperare alcuni elementi storici.
Tutto ha inizio con l’impiego da parte di Jung del test di associazione[...]
Il complesso “si comporta , nell’ambito della coscienza, come un corpus alienum animato”. Non c’è bisogno di sottolineare più che tanto l’analogia tra i complessi e i personaggi di una pièce. Lo stesso Jung definisce “ il teatro come un’istituzione per l’elaborazione pubblica dei complessi“. In un certo senso, il drammaturgo è posseduto dai complessi; egli si deve – sia pure limitatamente al momento della creazione – offrire all’olocausto dell’inflazione da parte di nuclei complessuali inconsci. I complessi possiedono una potente inclinazione alla personificazione e l’artista, per così dire, ne approfitta. “Quando crea un personaggio per la scena crede forse che si tratti esclusivamente di un prodotto della sua fantasia; questo personaggio si è invece in un certo senso fatto da sé”. Il drammaturgo sa dunque attraversare il ponte che mette in comunicazione l’Io e l’Inconscio. (Per un approfondimento vai al post La psiche "plurale " nel teatro del Novecento)

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In uno dei passi conclusivi di Tipi psicologici, Jung è molto esplicito: “Non dubito che i miei avversari si adopereranno per eliminare il problema dei tipi dalla lista degli argomenti da trattare scientificamente, giacché per ogni teoria dei processi psichici che pretenda d’avere un valore universale, il problema dei tipi costituisce certo un ostacolo scomodo”Jung considera all’origine normale - così come naturalmente suscettibile di patologia - ogni tipo. I tipi junghiani sono cioè modelli convenzionali che imbrigliano la pluralità virtualmente infinita degli individui in forme quantitativamente finite. Vista da questa angolazione, la tipologia non è una scienza naturale bensì un espediente euristico: attraverso la metafora del tipo ci si avvicina alla conoscenza dell’individuo, che in quanto unico è incommensurabile.
Indagare sul tipo psicologico significa scandagliare i versanti del gioco dinamico tra conscio e inconscio e prendere atto dello statuto soggettivo della psicologia, che si configura di conseguenza come una disciplina ermeneutica piuttosto che come una scienza della natura. In questa accezione, lo studio del tipo diventa un altro modo di esercitare la psiche – ovvero di fare anima.


Ogni tipo ha una sua natura entelechiale, reca in sé il suo telos. Nel tipo si cela il destino di un individuo: il destino in quanto portatore di una vocazione, di un’immagine che lo definisce. Come direbbe Hillman, di un daimon.( Hillman, J. (1996): Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997). Nel tipo si cela in un certo senso il destino di un individuo, con le sue nevrosi e le sue prospettive individuative. Che cos’è, in fondo, il complesso se non il frutto dell’urto tra la propria natura e il bisogno di adattamento? Il tipo condiziona anche il percorso individuativo, che si dipana in un perenne confronto tra la dotazione naturale e le richieste del collettivo. In questo opus contra naturam riconosciamo un aspetto della dialettica platonica tra Nous e Ananke, Ragione e Necessità. [...]

Natura e cultura; individuo e collettivo; conscio e inconscio; adattamento e individuazione; estroversione e introversione; funzioni razionali e funzioni irrazionali; funzione dominante e funzione inferiore: sono tutte opposizioni fondamentali che si pongono all’interno di ogni tipo umano. Da tali tensioni oppositive scaturisce l’esperienza simbolica, frutto della compresenza creativa di tutte e quattro le funzioni e dell’intervento di quella che Jung chiama funzione trascendente. Non siamo nel territorio del pensiero né in quello del pragmatismo ma di nuovo in quell’area intermedia che è la psiche: tra esse in intellectu ed esse in re, dunque, “tertium datur”: ancora una volta, esse in anima.
Indagare sulle proprie parti interne, individuando le coppie in tensione oppositiva, diventa allora a sua volta un’attività psichica. Così inteso, lo studio del tipo entra a far parte del percorso individuativo; e si può penetrare la pertinente affermazione di Jung: “In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la nostra vita è sprecata”. (Per un approfondimento vai al post Tipologia e individuazione )

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Ho inteso mostrare come due aspetti extraclinici – l’uno afferente all’ambito delle arti, l’altro a quello esistenziale – possano guadagnare comprensibilità se osservati con la visione del mondo propria della psicologia analitica. Una visione del mondo e delle cose che affonda le sue radici nel politeismo (innegabile sfondo archetipico della teoria dei complessi) e nell’antica disciplina tipologica, entrambe rivisitate da un’anima contemporanea bruciata dalla sete della conoscenza. “Vino vecchio in otri nuovi”, appunto.

Luigi Turinese


Foto: "Keats'House, Rome"

Articolo apparso sulla rivsta Babele n 26 Gennaio/aprile 2004 pagg.12-15

domenica 2 maggio 2010

Semeiotica omeopatica - Casi clinici indimenticabili


“Si sedette davanti a un foglio di carta e provò a scrivere in colonna i nomi di tutte le donne che aveva avuto. Nel momento stesso di cominciare constatò il suo primo fallimento. Poche erano quelle di cui ricordava nome e cognome, di alcune poi non ricordava né l’uno né l’altro. […] Scrisse mezza pagina (l’esperimento non richiedeva l’elenco completo), sostituendo spesso il nome dimenticato con qualche caratteristica (“lentigginosa”; oppure “maestra” e così via) […] Pensò con invidia a Casanova. Non alle sue imprese erotiche, delle quali in fin dei conti sono capaci molti uomini, ma alla sua impareggiabile memoria. Circa centotrenta donne strappate all’oblio, con i loro nomi, i loro gesti, le loro frasi! Casanova: l’utopia della memoria. […] Per tutto il tempo aveva cullato in cuor suo la certezza di avere alle spalle una vita ricca; ma […] quando aveva cercato di scoprire il contenuto concreto di quella ricchezza, non aveva trovato che un deserto, battuto dal vento. […] Ciò che aveva conservato di ogni donna erano nel migliore dei casi un paio di fotografie mentali. […] gli erano rimaste in tutto sette, otto fotografie: erano belle fotografie, lo affascinavano, ma il loro numero era tristemente limitato: sette, otto frazioni di secondo, a questo si riduceva nei ricordi tutta la sua vita erotica, alla quale un tempo aveva deciso di dedicare tutte le sue forze e il suo talento."
(Kundera, M.: L’immortalità (1990), Adelphi, Milano 1990, pp. 331-334)



Il paragone non sembri irriverente. Quando mi è stato chiesto un caso clinico indimenticabile, ho provato lo stesso sconcerto di Rubens, uno dei protagonisti di un romanzo indimenticabile (quello sì!) di Milan Kundera: L’immortalità.

Quasi un quarto di secolo di attività clinica continua: migliaia di visite, centinaia di relative cartelle cliniche – senza contare quelle eliminate dal tempo e dai traslochi. Avrei potuto compulsare l’archivio e il materiale non si sarebbe fatto attendere. Ma mi si chiedeva un caso clinico indimenticabile, che avesse impresso un segno nella memoria del medico che sono; e che sono stato in tutti questi anni.
Tutto – come nel caso di Rubens – si riduceva a pochi fotogrammi non collegati in un film; e da uno di questi fotogrammi ho deciso di prendere le mosse, per raccontare di come l’Omeopatia – al di là della sua indubbia efficacia terapeutica – possa costituire uno strumento diagnostico formidabile, grazie ad una semeiotica raffinata e non unicamente indirizzata alla definizione di una casella nosografica.

Il caso che mi si è spontaneamente presentato alla memoria è quello di una signora circa la quale sono in possesso di una documentazione clinica che va dall’ aprile 1987 al luglio 2001. La gran parte della sua storia è ordinaria amministrazione; se non che – in due specifici episodi – si sono presentati eventi clinici la cui soluzione diagnostica è stata resa possibile a mio avviso dalla conoscenza della semeiotica omeopatica. Soluzione diagnostica, sottolineo; non terapeutica.

9 aprile 1987
Giunge alla mia osservazione una distinta signora di 62 anni che riferisce quelle che a tutta prima sembrano essere crisi vagali, caratterizzate da nausea e non meglio precisate vertigini; le crisi durano da sei anni, con variabile periodicità. La paziente è per il resto paucisintomatica, fatta eccezione per una tendenza stitica e saltuari crampi delle estremità inferiori. Evidenzio un certo grado di insufficienza venosa (varici degli arti inferiori) e una pressione arteriosa piuttosto alta, soprattutto per quanto attiene alla diastolica: 140/100. La signora è molto freddolosa e intollerante all’umidità. Sul piano psicologico si registrano una nota ansiosa e soprattutto elementi ossessivi. Tra i desideri alimentari non riesco ad evidenziare altro che una predilezione per i gelati.
L’aspetto è quello di una longilinea piuttosto astenica, con una cute molto seborroica, soprattutto sul dorso e nei solchi naso-genieni; numerose verruche seborroiche punteggiano il tronco e l’addome.
L’ anamnesi fisiologica è piuttosto regolare: menarca a 12 anni e menopausa a 52 anni, senza particolari disturbi e non trattata farmacologicamente. Ha avuto quattro figli maschi che godono buona salute.
L’ananmnesi familiare è caratterizzata dalla morte di entrambi i genitori per neoplasia, il padre a 62 anni e la madre a 56 anni. Dei tre fratelli, uno è deceduto da bambino e gli altri due sono in apparente buona salute; delle tre sorelle una sta bene, un’altra, coronaropatica, è stata isterectomizzata mentre la terza è depressa.
Nell’ ananmnesi patologica remota, a parte i comuni esantemi, si rilevano geloni da bambina; acne volgare protrattasi fino a 40 anni; a 40 anni una lunga crisi depressiva con insonnia importante; stripping della safena sinistra a 54anni; a 56 anni l’asportazione di un nevo verrucoso.

Sulla base degli elementi a disposizione prescrivo THUYA 30CH – evidentemente sulla scorta del modello reattivo e della tipologia sensibile – e IGNATIA 30CH per i sintomi attuali, che ritengo di natura neurodistonica.

11 giugno 1987
La paziente riferisce un ottimo riequilibrio; i sintomi vagali sono silenti. Da un paio di settimane, all’apparire dei primi caldi, si sono rifatti vivi sintomi di insufficienza venosa, comprendenti anche emorroidi. All’esame obiettivo è presente una spiccata dolorabilità dell’ipocondrio destro e del fianco destro.
Prescrivo un’alternanza di HAMAMELIS 5CH e di PULSATILLA 15CH, con l’aggiunta dei M.G. di SORBUS DOMESTICA e di CASTANEA VESCA; come medicinale di fondo mi attesto su di una dose settimanale di THUYA 30CH.
Nel corso del 1987, del 1988, del 1989 e del 1990 la signora sta sempre meglio; la vedo in media due-tre volte l’anno e le confermo sempre THUYA come trattamento di fondo, con poche varianti, per lo più tra i medicinali di area sicotica.
Soltanto all’inizio del 1991 riappare un breve episodio vertiginoso, facilmente dominato.
Alla visita del 16 settembre 1991 mi riferisce di aver notato feci schiumose; quel giorno la prescrizione – che avrà risultati rapidamente positivi – vede NATRUM CARBONICUM 9CH come sintomatico, accanto a dosi periodiche di THUYA 200CH e di MEDORRHINUM 200CH come trattamento di fondo.

Nel corso dei tre anni successivi – effettuando controlli sempre all’incirca ogni tre-quattro mesi – si comincia a palesare qualche sintomo intestinale minore, a tutta prima ascrivibile ad emorroidi e ad una generica irritabilità del colon, come testimonia la presenza sporadica di feci cilindriche e malformate. L’ultima visita del 1994 e il primo controllo del 1995 conducono – non a caso – alla prescrizione di THUYA e NATRUM SULPHURICUM. Nel corso della visita del 24 aprile 1995 mi riferisce di una recente tracheite catarrale accompagnata da ostruzione nasale e catarro tubarico: oltre alla surriferita terapia di fondo prescrivo HYDRASTIS CANADENSIS 9CH e KALIUM BICHROMICUM 5CH; l’obiettività toracica è negativa. La sintomatologia sembra attenuarsi; ma nel corso delle festività del primo maggio viene colta da quella che sembra una sinusite febbrile accompagnata da tosse, per la quale un sanitario consultato prescrive, senza esiti apprezzabili, antibiotici per via orale e cortisone per via inalatoria. La paziente mi rintraccia telefonicamente e – sulla base di una intuizione apparentemente irrazionale – le chiedo di sottoporsi ad una radiografia standard del torace. Ricordo ancora la sua composta reazione quando – arrivando a studio e consegnandomi le radiografie – mi annuncia di avere un tumore polmonare: in effetti, alla base di sinistra appare un’immagine inequivocabile. Immediato ricovero, TAC e lobectomia inferiore sinistra: si tratta di un carcinoma moderatamente differenziato.

Vado a trovarla in clinica e la trovo in condizioni discrete; i figli mi ringraziano per aver contribuito ad una diagnosi precoce. Devo aggiungere di aver sospettato il tumore – oltre che su base squisitamente costituzionale – anche in relazione al fatto che circa un anno prima uno dei suoi fratelli era stato operato per lo tesso tipo di tumore nella stessa sede.

La paziente riprende una vita pressoché normale, punteggiata dai controlli di prammatica coordinati da uno staff di prima qualità (si ricordi l’estrazione alto-borghese della signora e i relativi ottimi mezzi finanziari).
Nel corso dei nostri periodici incontri mi preoccupo soprattutto di tamponare sintomatologie intercorrenti – tra cui una generica dolenzia addominale talora focalizzata in fossa iliaca destra – pur senza mai dimenticare qualche dose di THUYA.
Il 15 maggio 1997 mi porta un’ecografia dell’addome superiore da cui risulta la presenza di sabbia biliare; decido di trattarla con ACIDO URSUDESOSSICOLICO, 1 capsula da 150 mg. due volte al dì. In effetti, il 30 ottobre 1997 l’ecografia mostra la scomparsa della sabbia biliare. I markers tumorali continuano ad essere in ordine, anche se la VES, che non è mai stata normale, è risalita a 55 mm. Gli oncologi si dichiarano tranquilli. Tuttavia si è ripresentata la stipsi e la paziente lamenta da un mese dolori addominali. Nel corso della visita riscontro un’intensa dolorabilità di tutto l’addome, soprattutto in fossa iliaca destra; e una sensazione difficile da riferire ma per me tangibile e preoccupante: qualcosa tra un’aumentata resistenza della parete addominale e una distensione viscerale abnorme per il suo standard. Le dico che bisognerà effettuare una qualche indagine strumentale; ma lei, di solito docile e fiduciosa, questa volta recalcitra: dopo tutto, gli oncologi sono tranquilli. Non la lascio uscire dallo studio, tuttavia, senza averle strappato l’assicurazione di sottoporsi ad un clisma opaco: il massimo che posso ottenere, dato che di colonscopia non vuole neppure sentir parlare. Grazie alla mia insistenza, nel dicembre 1997 le vengono asportati – per via endoscopica – focolai di adenocarcinoma apparsi nella compagine di una poliposi del colon traverso.
L’ultimo controllo di cui ho documentazione risale al 12 luglio 2001; mi riferisce – ultima sorpresa – di essere stata sottoposta a pneumectomia sinistra il 12 aprile 1999, per una ripresa del tumore polmonare.

Considerazioni conclusive
Pur con i limiti di una necessaria sintesi nell’esposizione del caso, e soprattutto in mancanza della visione della paziente, appare chiaro come alcuni passaggi diagnostici – segnatamente l’ultimo, quello relativo al sospetto di tumore intestinale – siano stati enormemente facilitati dall’applicazione di nozioni di semeiotica omeopatica, soprattutto di quelle relative al terreno, che nella paziente si sostanziano in una prevalenza del modello reattivo sicotico e nell’evidenza dei segni di una tipologia sensibile THUYA.
È altrettanto chiaro che – senza sottovalutare l’oggettività delle indagini diagnostiche strumentali – la profonda conoscenza della paziente mi ha consentito sospetti diagnostici che sono sfuggiti a colleghi bravi e titolati; per esempio, soltanto a chi aveva palpato quell’addome decine di volte i polpastrelli potevano restituire la strana sensazione di qualcosa che non andava.

Anche questa è la forza e – lo dico senza retorica – la grandezza dell’Omeopatia.

Luigi Turinese


In foto "Acropoli barocca"

Saggio pubblicato in SIOMI - ATTI del 3° Convegno Nazionale: "La Complessità in Medicina", pagg. 275-279, Firenze, Convitto della Calza, 5/6/7-3-2006