La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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domenica 28 novembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "L'io e il tu", di N. Kitaro

Nishida Kitaro, L'io e il tu, Unipress, Padova 1996

Incastonata tre un saggio chiaro e sistematico di Renato Andolfato ("Introduzione al pensiero di Nishida Kitaro") e un'illuminante postfazione di Giangiorgio Pasqualotto ("Nishida, dialettica e Buddhismo"), viene pubblicata per la prima volta in italiano questa importante opera di Nishida Kitaro (1870 - 1945), forse il maggiore filosofo giapponese contemporaneo, assertore del Nulla assoluto.

Di lui abbiamo avuto già occasione di parlare su queste pagine, sottolineando il debito intellettuale di una figura come Masao Abe nei confronti della cosiddetta scuola di Kyoto, di cui Kitaro è stato il principale esponente.

"Penso che si possa distinguere l'Occidente dall'aver considerato l'essere come fondamento della realtà, mentre l'Oriente dall'aver considerato il nulla come fondamento. E' anche bene definire queste posizioni come forma e senza forma". (pag.50 del saggio di Andolfato). Si può vedere come questa considerazione del Vuoto come fulcro del pensiero orientale sia del tutto in linea con la mertafisica buddhista e difatti non si po' separare il Kitaro pensatore puro dal Kitaro assiduo di Zen, sentiero che incontrò precocemente nella sua vita, insieme a compagni di strada del calibro di D.T. Suzuki.I
l pensiero dialettico di Kitaro si esprime in modo paradigmatico nell'opera che qui presentiamo, nella quale viene profuso il massimo sforzo nel tentativo di comporre l'aporia che si dà tra l'individualità assoluta di ciascun essere umano e la relatività necessaria alla comunicazione tra due esseri. Perché "[...]la storia si forma attraverso l'incontro reciproco di un io e di un tu"(pag. 134).

Luigi Turinese


In foto: "Galassia verde"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.64, Ottobre - Dicembre 1997

Le Recensioni di L.T. - "Porte senza porta" di B. Sebaste

Beppe Sebaste, Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei, Feltrinelli Editore, Milano, 1997


Di Beppe Sebaste, scrittore prolifico ed eclettico, ricordavamo un ritratto in memoria di Maezumi Roshi apparso su PARAMITA 57. Questo "Incontri con maestri contemporanei" è un libro godibilissimo, il cui pregio maggiore risiede probabilmente nella particolare enfasi posta dall'autore sull'aspetto maieutico piuttosto che su quello carismatico del ruolo del maestro. "[..] la parola dei maestri coincide almeno in un punto con quella dei poeti: nell'effetto d'illuminazione, di evidenza, che essa suggerisce e produce" (pag. 12). Si capisce meglio, alla luce di questa citazione, il commosso ringraziamento dell'autore alla memoria del suo maestro delle elemenatri, Giuseppe Torelli, scomparso, con metaforica sincronicità, proprio quando il suo riconscente allievo portava a compimento un lavoro dedicato alla figura dei maestri.

Non è il caso di attardarsi sui singoli personaggi che sfilano nel libro, ma ci piace menzionare le pagine dedicate alla visita, ad Osimo, del centro di riabilitazione della lega del Filo d'Oro, che si occupa di disabili, in prevalenza sordo-ciechi.
Ci è sembrata inoltre molto utile la scelta di collocare i riferimenti bibliografici alla fine di ciascun capitolo e non affastellati in fondo al libro.

Un ultimo cenno alla scelta del titolo del libro, come spiega lo stesso Autore a pag. 14: "Il titolo di questo libro è per me una citazione agita, l'omaggio a un classico di nove secoli fa, il Mumon-kan del maestro cinese Ekai, che scrisse gli appunti del suo insegnamento col titolo appunto "La porta senza porta": soglia per quella nascita che, con una parola sanscrita, si chiama satori, 'illuminazione'".

Luigi Turinese


In foto: "Porta senza porta"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.64, Ottobre - Dicembre 1997

Le Recensioni di L.T. - "Divenire l'essere", di E. Doghen

Eihei Doghen, Divenire l'essere, Ediziooni Dehoniane, Bologna 1997

La Comunità Vangelo e Zen di Galfagnano, presso Lodi, continua a produrre materiale interessante, segno tangibile che il dialogo interreligioso che vi si pratica, nelle persone di Jiso Forzani e di padre Luciano Mazzocchi, è vivo e fertile, non meramente ideologico.

Nel XIII secolo, vent'anni prima di scrivere lo Shoboghenzo, il maestro Doghen, connnsiderato l'iniziatore del Soto Zen, compose lo Shoboghenzo Ghenjokoan, che diventerà poi una sorta di introduzione al più famoso Shoboghenzo.
La struttura del libro che recensiamo è tripartita. Ad una traduzione letteraria dal giapponese ad opera di Forzani e Mazzocchi, segue una produzione ampliata, in forma moderna e quindi più accessibile, a cura di Koho Watanabe, che di Forzani è stato il maestro.
Seguono tre commenti: uno dello stessso Watanabe, in cui si riflette sul senso del passaggio del Ghenjokoan dal Giappone all'Occidente moderno; il secondo di Forzani, che spiega come l'Occidente si dispone ad accogliere il messaggio di Doghen; e per finire uno di padre Mazzocchi, che si diffonde sull'incontro tra zen e cristianesimo.

Luigi Turinese


In foto: "Cheerleader"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.64, Ottobre - Dicembre 1997

La tipologia psicologica - su PNEINEWS Settembre-Ottobre 2010

Intervento di preparazione alla Giornata di Studio:
JUNG, LA SCIENZA E LA SAGGEZZA

pubblicato su DOSSIER di PNEINEWS n.4

La tipologia psicologica
La ricerca junghiana sull’uomo: tra universalità, costituzione e individualità

di Luigi Turinese

L’unica classificazione tipologica compiuta espressa in ambito psicoanalitico è quella di Carl Gustav Jung, che dedicò all’argomento una delle sue opere fondamentali, Tipi psicologici, apparsa nel 1921.

Già all’indomani della rottura dottrinale con Freud, avvenuta nel 1912, Jung aveva iniziato ad occuparsi della questione dei differenti tipi psicologici (Jung, 1913; 1917/1943); tale interesse, probabilmente, costituì una delle linee di ricerca che lo allontanò dal maestro di Vienna.
Freud infatti, obbedendo probabilmente ad un interno monoteismo, cercava di stabilire i fondamenti di un funzionamento universale della psiche umana; mentre Jung era più interessato a valorizzare le differenze.
Come afferma in uno dei passi conclusivi di Tipi psicologici:Non dubito che i miei avversari si adopereranno per eliminare il problema dei tipi dalla lista degli argomenti da trattare scientificamente, giacché per ogni teoria dei processi psichici che pretenda d’avere un valore universale, il problema dei tipi costituisce certo un ostacolo scomodo” (Jung, 1921: 496).

Qualche anno più tardi, Jung affrontò anche la questione della relazione tra tipo psicologico e costituzione fisiologica, guardando con interesse alla tipologia di Kretschmer. Scrive Jung: “Non è eccessivo pensare che si potrebbe gettare un ponte [...] tra la costituzione fisiologica e l’atteggiamento psicologico. Se questo non si è ancora verificato può dipendere dal fatto che da un lato i risultati della ricerca non sono ancora maturati a sufficienza, e che dall’altro l’indagine condotta nella sfera della psiche è assai più difficile e perciò meno comprensibile”(Jung 1929:126).

In attesa di conferme, Jung preferisce sottolineare le differenze tra i due metodi di indagine, ribadendo la relativa autonomia della psiche rispetto alla costituzione fisiologica.
La tipologia fisiologica mira anzitutto alla definizione di contrassegni fisici esteriori, grazie ai quali è possibile classificare gli individui e analizzarli nelle loro altre caratteristiche. [...] La tipologia psicologica procede in linea di principio nello stesso modo, ma il suo punto di partenza si trova, per così dire, non fuori ma dentro. Essa non mira a classificare contrassegni esteriori, ma cerca di scoprire i principi interiori degli atteggiamenti psicologici medi. Mentre una tipologia fisiologica deve applicare essenzialmente, se vuole raggiungere i suoi risultati, una metodologia propria alle scienze naturali, l’assenza di visibilità e di misurabilità dei processi psichici impone il ricorso a una metodologia che sia propria alle scienze dello spirito, cioè a una critica di tipo analitico” (Jung, 1929: 125-126).

I tipi fondamentali sotto il profilo dell’atteggiamento
In Tipi psicologici, i capitoli più interessanti per il nostro tema sono il decimo e l’undicesimo. Quest’ultimo è dedicato a preziose definizioni, un vero e proprio dizionario di psicologia analitica [1].

Nel capitolo 10 (Descrizione generale dei tipi), Jung distingue innanzitutto due tipi generali di atteggiamento: estroverso ed introverso, a seconda della direzione del loro interesse e dell’orientamento della libido.[2]

L’estroversione designa l’orientamento della libido verso l’esterno, in un movimento di interesse verso l’oggetto. L’introversione definisce il rivolgersi della libido verso l’interno del soggetto, il movimento dell’interesse dall’oggetto verso il soggetto e verso i suoi processi psicologici.

Dopo avere precisato i due orientamenti psicologici fondamentali, Jung passa a descrivere quattro funzioni della coscienza, che definisce come “forme di attività psichica che in circostanze diverse rimangono fondamentalmente uguali a se stesse” (Jung, 1921: 482). Esse sono pensiero, sentimento, intuizione e sensazione; le prime due sono razionali, le seconde irrazionali.

Il pensiero è la funzione che dà il nome alle cose e stabilisce i nessi tra i contenuti rappresentativi.

Il sentimento permette all’io di formulare giudizi di valore, di accettazione o di rifiuto.

L’intuizione è la funzione che trasmette la percezione per via inconscia, attraverso “lampi” che ci indicano le possibilità contenute in una situazione.

La sensazione ci permette il contatto con la realtà conoscibile attraverso i sensi.

In ogni individuo c’è una funzione per così dire trainante (funzione superiore), che guida l’approccio alla realtà; l’altra funzione della stessa coppia è solitamente in posizione sommersa (funzione inferiore), cosicché, ad esempio, ad una funzione sentimento in posizione di privilegio fa da contraltare una funzione pensiero largamente indifferenziata.
Una funzione ausiliaria affianca quella in posizione dominante, ed è generalmente derivata dalla coppia di funzioni opposta a quella cui appartiene la funzione superiore; per mantenerci nell’esempio fatto sopra, può essere l’intuizione oppure la sensazione.
La terza funzione, parzialmente inconscia, in quanto tale può aiutare ad entrare
nel campo inconscio della funzione inferiore.

C’è un’opposizione complementare anche per quanto riguarda l’orientamento generale della libido, per cui ad un’estroversione nel campo della coscienza corrisponde un’introversione inconscia. Naturalmente accade che l’adattamento si realizzi sulla scia della funzione superiore, che però corre il rischio, in questo modo, di ipertrofizzarsi, dando luogo ad una personalità unilaterale.
Compito della psicoterapia sarà dunque, tra l’altro, di consentire al paziente di immergersi progressivamente fino a raggiungere il territorio della funzione inferiore.

Otto combinazioni
Se consideriamo insieme i tipi di atteggiamento (estroverso e introverso) e i tipi funzionali (logico e sentimentale, razionali; intuitivo e sensoriale, irrazionali), avremo otto possibili combinazioni:
- Logico estroverso
- Logico introverso
- Sentimentale estroverso
- Sentimentale introverso
- Intuitivo estroverso
- Intuitivo introverso
- Sensoriale estroverso
- Sensoriale introverso

Occorre dire che, entro certi limiti, ogni tipologia è duttile e contestuale.
In altri termini, la classificazione testé illustrata non va presa in maniera rigida ma indicativa di attitudini psichiche preferenziali e di aree psicologiche deficitarie in ciascun individuo. I tipi junghiani sono cioè modelli convenzionali che imbrigliano la pluralità virtualmente infinita degli individui in forme quantitativamente finite.
Vista da questa angolazione, la tipologia non è una scienza naturale bensì un espediente euristico: attraverso la metafora del tipo ci si avvicina alla conoscenza dell’individuo, che in quanto unico è incommensurabile.
Indagare sul tipo psicologico significa scandagliare i versanti del gioco dinamico tra conscio e inconscio e prendere atto dello statuto soggettivo della psicologia, che si configura di conseguenza come una disciplina ermeneutica piuttosto che come una scienza della natura.

Ogni tipo ha una sua natura entelechiale, reca in sé il suo telos. Nel tipo si cela il destino di un individuo: il destino in quanto portatore di una vocazione, di un’immagine che lo definisce. Come direbbe Hillman, di un daimon (Hillman, 1996).

Note al testo:
[1] Ricordiamo che Jung coniò il termine psicologia analitica per distinguere il proprio sistema metodo psicologico dalla psicoanalisi di
Sigmund Freud.
[2] Contrariamente a Freud, Jung considera la libido energia psichica tout
court, in qualche modo desessualizzandola; sull’evoluzione junghiana del
concetto di libido si consumò l’insanabile dissidio col maestro.


Riferimenti bibliografici:
• Hillman, J. (1996): Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997.
• Jung, C. G. (1913): “Sulla questione dei tipi psicologici”, in Opere, volume
6, Bollati Boringhieri, Torino 1969.
• Jung, C. G. (1917/1943): “Psicologia dell’inconscio”, in Opere, volume
7, Bollati Boringhieri, Torino 1983.
• Jung, C. G. (1921): “Tipi psicologici”, in Opere, volume 6, Bollati
Boringhieri, Torino 1969.
• Jung, C. G. (1929): “Il significato della costituzione e dell’eredità in
psicologia”, in Opere, volume 8, Bollati Boringhieri, Torino 1976.
• Kretschmer, E.: Körperbau und Charakter, Springer, Berlin, 1921.
• Turinese, L.: Biotipologia. L’analisi del tipo nella pratica medica, Tecniche
Nuove, Milano 2006 (seconda edizione).
• Turinese, L.: Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica,
Elsevier, Milano 2009.
• Von Franz, M.-L. (1971): Tipologia psicologica, Red, Como 1988.

Luigi Turinese


Pubblicato in PNEINEWS rivista della società italiana di psico - neuro - endocrino - immunologia diretta da Francesco Bottaccioli
DOSSIER
In ricordo di Jung
pag 10 - JUNG, UNA DELLE NOSTRE RADICI
Francesco Bottaccioli
pag.11 - JUNG E L’ORIENTE UN INSEGNAMENTO PER L’OGGI
Francesco Bottaccioli
Né scimmiottare, né disprezzare l’Oriente, ma dialogare, per imparare gli uni dagli altri. La proposta junghiana sull’Oriente non è solo un atteggiamento saggio, è anche una feconda modalità di crescita della scienza.
pag 13 - LA TIPOLOGIA PSICOLOGICA
Luigi Turinese

La ricerca junghiana sull’uomo: tra universalità, costituzione e individualità

PNEI - rivista bimestrale - n. 4 - anno IV - Settembre Ottobre 2010 http://www.sipnei.it/


venerdì 26 novembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Per una vita riuscita, un amore riuscito" di A. Desjardins

Arnaud Desjardins, "Per una vita riuscita, un amore riuscito", Perla Edizioni, Milano

"Per considerare la vita umana una festa permanente di novità, di impressioni, di stupore, ci vuole un cuore di bambino unito alla maturità di un adulto capace di comprendere e di agire" (pag. 9). Come dire una ricomposizione dei due termini dell'archetipo senex et puer.
Desjardins, regista televisivo di successo, eclettico cercatore e poi maestro spirituale influenzato soprattutto dall'insegnamento di Gurdjieff e dal Vedanta, raccoglie in questo libro una serie di conversazioni sui temi che presentano come denominatore comune l'amore.
L'amore nella sua dimensione soprattutto fisica, matrimoniale, intendendo il matrimonio nella sua accezione più completa di unione tra aspetto maschile e aspetto femminile della personalità di ognuno.
L'autore si fa portatore di un pastiche fortemente segnato da elementi di autobiografismo spirituale, in cui spicca l'incontro trasformativo con Swami Prajnanpad, suo maestro di Vedanta.

Tutto il discorso, per la verità, appare piuttosto datato; ma a proposito di datazione non è dato sapere né la data dell'edizione originale né quella della traduzione italiana, e neppure il titolo dell'edizione originale. E non si può dire che questa mancanza di accuratezza editoriale giovi all'intera operazione.

Luigi Turinese


In foto: "I guardiani della soglia"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.65, Gennaio-Marzo 1998

Le Recensioni di L.T. - "Introduzione al buddhismo", di A. Fernando e L. Swidler

Antony Fernando, Leonard Swidler, Introduzione al buddhismo, Edizioni Dehoniane, Bologna 1992

Il sottotitolo dell'edizione originale di questo libro suona: "Un'introduzione per cristiani ed ebrei". L'intento è lodevole e il risultato sicuramente raggiunto sebbene in una forma un po' - ma aggiungerei: necessariamente - faticosa.

L'incontro tra culture religiose così lontane tra loro - lontane innanzitutto per la concezione del tempo, e poi su svariati modi teologici - ha bisogno della creazione di numerose interfacce. Gli autori descrivono nella prima parte del libro la concezione buddhista della liberazione. La seconda parte ("L'affinità intrinseca tra la prospettiva religiosa di Gautama, di Gesù e dell'ebraismo") è dedicata alla disamina dei nodi e alle proposte per scioglierli. Il nodo più vistoso, come è noto, è costituito dal fatto che "Dio non è parte del progetto di liberazione umana espresso da Gautama" (pag. 203); d'altra parte il problema si pone in modo radicale anche perché il buddhismo di cui parlano gli autori di questo libro è quello della tradizione Theravada.
Ma nel buddhismo "[...] l'omissione del concetto di Dio è attuata proprio in nome della religione, come tentativo di salvare la religione"(pag.205); e, certo, "[...] Gesù e gli ebrei non si spinsero tanto lontano quanto Gautama che rifiutò completamente l'idea di Dio, tuttavia erano unanimi nella convinzione che esistesse una forma di teismo assolutamente privo di significato, che risultava negativa per la personalità"(pag. 210).

Vorremmo aggiungere che l'apertura degli autori e il loro sforzo di trovare un terreno comune all'esperienza religiosa sono tanto più interessanti se si pensa che il libro in questione uscì nel 1985, quando ancora certe affinità non erano date per scontate.


Luigi Turinese


In foto: "Prova immaginale"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.65, Gennaio-Marzo 1998

Le Recensioni di L.T. - "Le religioni orientali", di R. Girault

René Girault, Le religioni orientali, Neri Pozza Editore, Vicenza, 1997

Oggi che le ore scolastiche dedicate alla religione comprendono talora uno sguardo sulle altre tradizioni religiose, questo libro di Girault potrebbe figurare tra i libri di testo più efficaci e obiettivi.

L'autore, con un atteggiamento che appartiene alla migliore eredità del Concilio Vaticano II, prende le mosse da una prospettiva cattolica che non nega le differenze e finanche le incomprensibilità.
Riprendendo la distinzione di Zaehner tra religioni profetiche e religioni mistiche, Girault descrive queste ultime (induismo, buddhismo e taoismo), dedicando l'ultimo paragrafo di ogni capitolo all'incontro e alle possibilità di dialogo con il cristianesimo. Il quinto capitolo è dedicato al ruolo del cristianesimo nel dialogo interreligioso. "Il dialogo interreligioso" - scrive Girault (pag. 1236) -"ci costringe ad osservare il cristianesimo più da vicino".
Opportune citazioni dai testi fondamentali e note antropologico-culturtali su templi, feste e culti rendono più accessibili le diverse tradizioni.



Luigi Turinese


In foto: "Ortogonia"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.65, Gennaio-Marzo 1998

giovedì 25 novembre 2010

Le Recensioni di L.T.- "Volontarismo, saggio sulle filosofie della volontà", di E. Ballabio

Eugenio Ballabio, Volontarismo, saggio sulle filosofie della volontà, Nuova Impronta Edizioni, Roma, 1996

"In questo lavoro si ritiene che la filosofia non sia un privilegio di certi uomini o di certe classi, ma è il patrimonio virtuale di ogni individuo, esattamente come aveva già affermato il Buddha:in ciascuno di noi dorme un Illuminato che va risvegliato" (pag. 59).
Questa dichiarazione di intenti riassume egregiamente lo spirito di questo breve "saggio sulla filosofia della volontà". La corrente filosofica cui si richiama l'autore è esplicitamente la fenomenologia di Husserl.
La superiorità della volontà sull'intelletto porta con sé il corollario dell'aspirazione attiva alla perfezione, il cui strumento elettivo è l'amore.

La proposta di questo percorso si snoda attraverso cinque capitoli, nel corso dei quali viene presentata un'originale sintesi tra idealismo e volontarismo, che si realizza compiutamente nell'arte, nella religione e nella filosofia.


Luigi Turinese


In foto: "Autunno"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.65, Gennaio-Marzo 1998

Le Recensioni di L.T.- "Medicina orientale" , AA.VV.

AA.VV., Medicina orientale, Zanfi Editore, Modena 1995

Questa magnifica guida illustrata alle arti asiatiche della guarigione rappresenta il tentativo - perfettamente riuscito - di gettare un ponte tra culture mediche distanti tra loro e che per comunicare hanno bisogno di una preliminare contestualizzazione. Il taglio antropologico dell'operazione è dichiarato sin dall'introduzione di Fernand Mayer, biomedico ed orientalista "[..]al di là di un interesse preminentemente pratico per il loro potenziale di guarigione [..] i sistemi di medicina tradizionale asiatici meritano di essere conosciuti e studiati[..] all'interno dei loro rispettivi contesti" (pag.15).

Il libro, che ha il formato di un libro d'arte, si dispiega attraverso tre corposi capitoli dedicati rispettivamente alla medicina tibetana (alla quale la stessa casa editrice ha dedicato una monografia in due volumi "Antica medicina tibetana") e alla medicina cinese; ogni capitolo è provvisto di utili note e di una bibliografia scientifica di tutto rispetto. Nell'introduzione si dichiarano, come argomento di trattazione, le cosidette medicine erudite dell'Asia: dove con il termine erudito si vuole significare il riferimento di tali sistemi medici a fonti scritte. Non si tratta perciò dell'ennesima rivisitazione della medicina popolare di tradizione orale.

Diciassette collaboratori sono stati chiamati alla stesura dell'opera, che si arricchisce di quasi duecento fotografie, dovute al sapiente obiettivo di Mark De Fraeye.

Luigi Turinese


In foto: "Di sottecchi"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.65, Gennaio-Marzo 1998

Le Recensioni di L.T. - "Illuminismo e illuminazione", di G. Pasqualotto

Giagiorgio Pasqualotto , Illuminismo e illuminazione, Donzelli Editore, Roma, 1997

"[...] L'oceano della tradizione buddhista ha rapidamente incrementato la sua espansione a Ovest, ma in questo suo allargamento è finito anche a formare ampi specchi d'acqua che di "speculativo" non hanno nulla: vi galleggiano infatti frammenti di parole esotiche, frantumi di idee ridotte a formule evocative, residui di ragionamenti in piccole certezze [...]. Per riguadagnare profondità e chiarezza [...] bisogna ritornare ai luoghi originari, dove minimi siano i fremiti delle mode e i brusii della chiacchiera. A questo fine diventa indispensabile riscoprire e rivalutare al massimo i centri propulsivi della potenza razionale buddhista" (pag. 10).
Dobbiamo ringraziare Pasqualotto per la sua provocazione. Infatti l'espansione rischia di far perdere il carattere trasgressivo, perturbante che il buddhismo ha avuto e può continuare ada avere in Occidente: sfida ad ogni monolitismo, apertura a quella trasformante esperienza religiosa e psicologica costituita dall'allentarsi della morsa dell'io, confronto culturale.
Diciamolo: la certificazione futile legata alla spettacolarizzazione ("l'ho visto in TV"; "L'ha detto un famoso calciatore, un attore famoso": e così via) ha sedotto anche il buddhismo, e i testimonials di celluloide hanno la meglio sulle profondità dei pensatori, annacquando la carica dirompente del messaggio buddhista in un'indistinta melassa new age.

Pasqulaotto
accosta illuminismo e illuminazione: che scandalo! Ma la capacità di fare luce contando sulle proprie forze (cfr. Kant a pag 11: "Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E' questo il motto dell'illuminismo") non è poi così distante dal risveglio buddhista: " Contrariamente a quanto crede il senso comune [..] gli insegnamenti del Buddha sono stati e rimangono tra le forme più potenti e coerenti di "esercizio della ragione" (pag. 14).


Luigi Turinese



In foto: "Rubedo"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.65, Gennaio-Marzo 1998

domenica 21 novembre 2010

Le Recensioni L. T. - "La danza dei maestri Wu Li", di G. Zukav

Gary Zukav, "La danza dei maestri Wu Li", Corbaccio Editore, Milano 1995

Nel 1975 arriva The Tao of Physics. Dall'anno successivo Gary Zukav, che a differenza di Fritjof Capra non è un fisico, inizia a progettare La danza dei maestri Wu Li, pubblicato in edizione originale nel 1979.
Non si può dire che la tematica dei rapporti tra fisica e filosofia orientale sia nel frattempo divenuta obsoleta; tuttavia non ha la stessa forza dirompente che ha avuto sino a tutti gli anni '80. Intendiamo dire che, grazie agli sviluppi del pensiero sistemico che soprattutto Capra ebbe il merito di avviare con il Tao della Fisica e con Il Punto di Svolta(edizione originale 1982), certi paradossi della fisica quantistica e gli aspetti a-logici del pensiero orientale si sono fecondati a vicenda, rendendo possibili reciproche comprensioni. Ad onor del vero, l'autore del libro che presentiamo vuole differenziarsi dagli epigoni di Fritjof Capra. Infatti nell'introduzione egli scrive: "Questo non è un libro sulla fisica e le filosofie orientali. Sebbene la cornice poetica del Wu Li conduca verso un simile confronto, questo libro tratta di fisica quantistica e di relatività" (pag. 16). Wu Li significa letteralmente "schemi di energia organica", uno dei modi cinesi di dire "fisica".

Zukav ha chiesto la supervisione del libro a un gruppo di fisici di professione: ne è venuta fuori una delle migliori introduzioni alla fisica quanto-probabilistica che un profano interessato all'evoluzione del sapere può augurarsi di leggere.


Luigi Turinese


In foto: "Corona"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.60, Ottobre-Dicembre 1996

martedì 9 novembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Il miele dell'officiante", "Indice di meraviglia" e "Prova di luce", di F. Pullia

Francesco Pullia, "Il miele dell'officiante", Ripostes Salerno-Roma 1997
Francesco Pullia, "Indice di meraviglia", Ripostes, Salerno-Roma 1997

Francesco Pullia, " Prova di luce", Edizioni Ripostes, Salerno, 19993

Recensendo Prova di luce, i racconti pubblicati nel 1995, sottolineammo la capacità di Pullia di "mantenere in misterioso equilibrio la profondità della riflessione filosofica e la folgorante subitaneità della poesia" (PARAMITA n. 62, v. di seguito). Non possiamo che confermare la nostra intuizione di allora.
Indice di meraviglia è una raccolta di poesie dedicate alla madre. "Cresce, negli anni, dal grembo / la tua luce e avvento sono / i luoghi del cammino / dove, più in alto, conduce / la parola ed acquietare albe /colgono il nome, quel nome, / che il padre ha consegnato / agli occhi miei".

Il miele dell'officiante è il primo romanzo pubblicato da Pullia, e in esso si possono ravvisare alcuni stilemi e alcuni temi della sua opera in prosa, ormai di tutto rispetto. L'incipit ricorda vagamente - ma insistentemente - quello di Affetti, terza parte di Prova di luce. Lì campeggiava il micetto Shuba, qui un canarino. Lì c'era "[..] batuffolo bianco, con il musetto e le estremità d'antracite" (pag. 93); qui "[..]un batuffolo giallo che poggia su una zampetta" (pag. 5), annusato - nuovo venuto - dal gatto shuba, trasmigrato, per così dire , da un libro all'altro.
Non sfugge al lettore attento una criptica autocitazione "Scommetto che stai pensando all'evidenza sensibile" - dice un personaggio rivolgendosi all'io narrante (pag. 50); e L'evidenza sensibile è un saggio di filosofia che l'autore diede alle stampe nel 1991. Potremmo continuare. Se un unico appunto possiamo fare a Francesco Pullia, esso è l'altra faccia della stima: lo vorremmo vedere meno isolato, più generosamente esposto nell'agone letterario.

Prova di luce. Francesco Pullia e la letteratura: un incontro felice. Potremmo sintetizzare in questa formula la polivalenza di questo quarantenne umbro che con tutta disinvoltura passa dalla saggistica ("L'evidenza sensibile" del 1991) alla poesia (quattro raccolte finora pubblicate, tra le quali amiamo ricordare "Visitazione della pietra" del 1994); e quando - come nel caso del libro che presentiamo - fa un'incursione nella narrativa pura, riesce a mantenere in misterioso equilibrio la profondità della riflessione filosofica e la folgorante subitaneità della poesia. Senza perdere, beninteso, la liquida scorrevolezza della prosa. Nei quattro racconti che compongono "Prova di luce" è possibile ravvisare l'intenso profumo dell'India. Esplicitamente, nella storia d'amore che apre il volume ("Nei colori della veglia") e in quella sorta di diario di pellegrinaggio a Bodhigaya che lo chiude ("India, l'insistenza della voce"): implicitamente negli altri due: "Verità della pietra", apologo sulla ricerca di verità da parte di uno scultore, e "Affetti", sequenza di schizzi lirici sulle presenze che scaldano l'esistenza dell'autore. Non si tratta, tuttavia, di un libro intriso di esotismo. Vi si respira, al contrario, l'aria della buona letteratura europea, venata di malinconia, mille miglia lontana (per fortuna) dalle consolazioni di tanta contemporanea new age letteraria. (PARAMITA n. 62, Aprile-Giugno 1997)


Luigi Turinese



In foto: "Dove osano le essenze"


Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.67 , Luglio-Settembre 1998

Le recensioni di L.T.- "Percorsi di liberazione" di I. Cortelazzi

Ivana Cortelazzi, "Percorsi di liberazione", Libreria Editrice Psiche, Torino 1997

"Psicologia e Buddhismo sono un addestramento mentale, e, per entrambi, la consapevolezza svolge un ruolo fondamentale [...]. Motivazioni e finalità sono invece molto differenti" (dalla presentazione di Thubten Rinchen, pag.7).
Il libro della psicoterapeuta Ivana Cortelazzi, discepola del Centro Ghe Pel Ling di Milano, prende spunto da un corso annuale tenuto dall'autrice presso il Centro Studi Maitri Buddha di Torino. Sin dal primo capitolo viene dichiarato il focus che ha ispirato il lavoro: "Ciò che ha consentito di approssimare psicoterapia e buddhismo è stato il definirli come due percorsi per affrontare la sooffferenza , due 'vie di liberazione' da essa "(pag. 12).
Ne deriva un'opera in cui si confrontano, con linguaggio preciso e accessibile e con efficace intento didattico, due pratiche di liberazione aventi potenzialità di sinergia. Occhio particolarmente attento ottiene la Psicologia Transpersonale. Buono è l'apporto di note, mentre manca la bibliografia.

Luigi Turinese


In foto: "Inno alla gioia"


Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.67 , Luglio-Settembre 1998

lunedì 8 novembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Miti e dèi dell'India" di A. Daniélou

Alain Daniélou "Miti e dèi dell'India", RED Edizioni, Como 1996

Alain Daniélou (1907-1994), fratello di un cardinale e di un noto uomo politico, fu inizialmnte artista, in particolare pittore e pianista. Attraverso lo studio delle forme musicali, segnatamente della musica tradizionale algerina, Daniélou sperimentò la prima apertura alle culture extraeuropee. Nel 1937 si trasferì in India, dove dopo una ventina di anni fu iniziato all'induismo shivaita. Negli anni '50 produsse importanti lavori di musicologia indiana. Negli anni '60 tornò in Italia, dove continuò la sua attività di ricerca e si dedicò a lavori importanti, sia sotto il profilo filosofico che musicologico. Del 1976 è Shiva e Dioniso, successivamente tradotto in italiano per i tipi di Ubaldini.

Miti e dèi dell'India
è del 1992, ovvero due anni prima della morte dell'autore. Si tratta di un voluminoso tomo diviso in sei parti: filosofia; le divinità dei Veda; la Trinità; Shakti; gli dèi secondari; la rappresentazione e il culto degli dèi. Degno di nota il saggio introduttivo di Grazia Marchianò (India Grande Madre), nel quale si sostiene la suggestiva tesi secondo cui la la scoperta dell'India da parte della cultura europea, avvenuta a partire dal XVIII secolo, obbedirebbe a un ricorrente culto di una Grande Madre: la Grande Madre in questione sarebbe proprio la penisola indiana, con il suo portato di fascino archetipo.


Luigi Turinese



In foto: "Borderline"


Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.67 , Luglio-Settembre 1998

Jung, la scienza e la saggezza - Giornata di studio


Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica IMPA




Società Italiana di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia SIPNEI

Con il patrocinio di
CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica) e
ARPA (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica)

In ricordo di un grande maestro contemporaneo
a 50 anni dalla morte

Jung, la scienza e la saggezza

Giornata di studio

Casa Internazionale delle Donne, Via della Lungara 19, Roma
20 novembre 2010 ore 9.30-19.00

Programma

ore 9.30-10.10
Apertura dei lavori, Saluti del Presidente dell'AIPA Gianni Nagliero e del CIPA Marino De Marinis
ore 10.10-10.40

Jung, una radice forte e feconda per il paradigma della psiconeuroendocrinoimmunologia
Francesco Bottaccioli
ore 10.40-11.00
After the Big Bang, tracce di Jung Luigi Turinese
ore 11.00-11.20
Incontrare Jung: l'esperienza di un medico Marina Risi
ore 11.20-11.40
Coffee Break
ore 11.40-12.00
Jung e lo spirito della Fiaba: come perdersi nel bosco e ritrovarsi nella stanza dell'analista Cinzia Caputo
ore 12.00-12.20
Cura e processo di individuazione in Carl Gustav Jung Riccardo Mondo
ore 12.20-12.50
L'universo junghiano nelle immagini: videoclip a cura dell'IMPA
ore 12.50-13.15
Discussione
ore 13.15-15.30
Pausa pranzo

ore 15.30-15.50
Dal sintomo alla ricerca di senso: Jung e le immagini Magda Di Renzo
ore 15.50-16.10
L'integrazione degli affetti in psicoanalisi. Dall'alexitimia all'Anima Ferruccio Vigna
ore 16.10-17.40
Dal profondo dell'Anima Werner Weick
Documentario sulla vita, i luoghi, la famiglia di Jung (1993)
ore 17.40-18.00
Conclusioni, riflessioni, proposte David Lazzari


Relatori
Francesco Bottaccioli Filosofo della scienza, docente di Psiconeuroendocrinoimmunologia
Cinzia Caputo Psicologo Analista AIPA, SIPNEI, Napoli
Magda Di Renzo Psicolo Analista CIPA, Roma
David Lazzari Psicologo, Responsabile Servizio psicologia Azienda ospedaliera Terni, Presidente SIPNEI, Terni
Riccardo Mondo Psicologo Analista AIPA, IMPA, Catania
Marina Risi Medico, Vicepresidente SIPNEI, Roma
Luigi Turinese Medico, Psicologo Analista, AIPA, IMPA, SIPNEI, Roma
Ferruccio Vigna Medico, Psicologo Analista, Presidente ARPA, Torino
Werner Weick Regista, documentarista, Svizzera
L'iscrizione è gratuita fino ad esaurimento posti

sabato 6 novembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Tutto è uno" di M. Talbot

Michael Talbot, "Tutto è uno", URRA, Milano 1997

Il titolo originale del libro di Talbot, apparso in lingua inglese nel 1991, suona L'Universo olografico.
L'olografia è una tecnica che permette la realizzazione di immagini tridimensionali grazie all'azione di una luce laser: per sua stessa natura, ogni porzione di immagine olografica contiene l'immagine intera, e ciò giustifica l'uso del termine ologramma.

"Padrini" della concezione olografica sono stati David Bohm, fisico, Karl Pribram, neurofisiologo, e in una certa misura lo psichiatra Stanislaw Grof.
Sviluppando l'ipotesi olografica Bohm ritiene che la realtà tangibile sia una sorta di realtà virtuale, cui sottende un livello di realtà più profondo: egli parla a questo proposito di ordine implicito, riportando la realtà abituale a un ordine esplicito. Secondo Bohm, i fenomeni di interconnessione messi in luce dalla fisica subatomica si possono spiegare considerando l'Universo un ologramma. Ancora, la plasticità del sistema nervoso si può spiegare se si ricorre all'ipotesi olografica, se si considera cioè il cervello come un ologramma. L'idea dell'ologramma costituirebbe una copertura teoretica anche di concetti psicologici come quelli di inconscio collettivo e di sincronicità.
La terza parte del volume è dedicata allo spazio-tempo: l'ologramma cosmico registrerebbe tutto - e quindi il presente includerebbe in qualche modo il passato (di qui le immagini residue che vengono abitualmente definite "fantasmi"); secondo lo stesso principio, anche il futuro è contenuto nell'ologramma cosmico, e quindi può essere in qualche modo "letto". Talbot si spinge fino a spiegare i "miracoli" e altri fatti, come la psicocinesi, inspiegabili alla luce della scienza convenzionale.
Bisogna concludere che si tratta di un libro indubbiamente interessante e "di confine", come si addice a lavori che situano a cavallo tra scienza convenzionale e discipline ancora da validare. L'impressione, però, è che l'autore sia sopra ogni cosa interessato a dare una copertura teoretica a fenomeni paranormali. O a dare a questi ultimi - ma è lo stesso - la funzione di avvalorare empiricamente la teoria olografica.

Luigi Turinese

In foto: "Obliquità"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.67 , Luglio-Settembre 1998

giovedì 4 novembre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Orienti e Occidenti" (a cura di) G. Sanna e A. Capasso e "Religioni nel tempo" (a cura di) G. Sanna

Gabriella Sanna e Antonella Capasso (a cura di), "Orienti e Occidenti"; Fahrenheit 451, Roma 1997

Che senso può avere - oggi - parlare ancora di Oriente e Occidente come di due assoluti? Se lo chiedono studiosi di diverse estrazioni (antropologica, economica, storico-filosofica, religiosa, sociologica, letteraria). Luciano Canfora abbozza una storia dell'idea di Occidente, concludendo: "Oggi Orienti e Occidenti si intrecciano inestricabilmente. E comunque la discriminante non è più tra Oriente e Occidente ma tra Nord e Sud del mondo e il Sud non sta solo al Sud ma è presente, a chiazze o a "pelle di leopardo" praticamente ovunque. E sarà sempre più così grazie al fenomeno inarrestabile quale l'immigrazione" (pagg. 27-28). La dialettica Sud/Nord cui accennava Canfora è ripresa dall'antropologo Vittorio Lanternari.
Grazia Marchianò ci rammenta come l'estetica orientale sia fortemente condizionata dall'idea di natura espressa in Estremo Oriente. Pio Filippani-Ronconi ci parla dei valori della spiritualità orientale; mentre Giangiorgio Pasqualotto sembra più interessato a far luce sui problemi, non privi di ritorni luminosi, scaturiti dalla tensione oppositiva dei due poli, Oriente e Occidente. Armando Grisci, docente di letteratura comparata, scrive sulle letterature di migrazione, mentre Franco Mazzei discetta sul rapporto tra lo sviluppo del Giappone e l'Occidente. Giampiero Comolli, infine, sembra essersi specializzato nell'indagine sociologica sulla diffusione nel nostro paese di culti di ispirazione orientale.


Gabriella Sanna (a cura di), "Religioni nel tempo", Edizioni
Lavoro. Roma
1996

"L'impatto dell'Occidente con le 'altre' religioni assume di volta in volta valenze di segno diverso: vedi la simpatia che si riserva alle religioni orientali, considerate talvolta solo nella loro aura esotica, vedi l'indifferenza, quando non l'apatia, con cui è accolto l'Islam, tacciato in tutte le sue manifestazioni, spesso senza distinzioni, di fondamentalismo e intolleranza verso la modernità e divenuto negli ultimi tempi il contenitore simbolico di tutte le paure della "fortezza" occidentale. Sono ambedue atteggiamenti che non favoriscono una reale comprensione dei fenomeni e quindi un dialogo e una accettazione reciproca. Lo spirito di fondo che attraversa quest'opera è quello di rintracciare le radici storiche delle antiche tradizioni religiose, con un intento divulgativo e conoscitivo, per meglio comprendere il presente con le sue trasformazioni e mutamenti" (pagg.10-11.
L'ampia citazione dell'introduzione di Gabriella Sanna contribuisce a spiegare gli obiettivi di questo lavoro, svolto a più mani - e che mani!: Venturini, Polichetti, Vesci, Lanciotti... - e in grado di farci capire in che misura i movimenti di popoli e l'accelerazione della comunicazione abbiano modificato lo statuto originario delle grandi religioni. Di particolare interesse ci sono sembrati i saggi di Bernardi e Triulzi sulle culture e le religioni dell'Africa, anche perché di queste aree, eccezion fatta per la loro componente islamica, si parla di rado.
Bellissima, poi, la relazione di Alberto Ventura (l'Islam classico: sviluppo storico e immagini dell'Occidente), provvista di una bibliografia ricca e anche sinteticamente ragionata, quindi utile e non semplicemente accademica.



Luigi Turinese


In foto: "Vicinanze d'azzurro"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n.67 , Luglio-Settembre 1998