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sabato 31 dicembre 2011

Turinese e l'attualità di Jung nell'orizzonte della scienza e della cultura contemporanee

L'evento: In vista della manifestazione alla biblioteca comunale di Cassino presentiamo in anteprima l'intervento del notissimo psicoanalista (L'inchiesta, Giovedì 1 dicembre 2011, pag. 12)

L’attualità di Jung nell’orizzonte della scienza e della cultura contemporanee

di Luigi Turinese

Uno degli elementi più singolari – ogniqualvolta si confrontino i destini e le fortune postume di Freud e di Jung – mi è sempre sembrato l’ambiente di partenza e quello di arrivo del loro pensiero. Freud infatti prese le mosse dalle pruderies della borghesia austriaca per dare origine a una stirpe di clinici rigorosi e ad una Weltanschauung dominata da un materialismo talora asfittico; mentre Jung, partito dall’esperienza del Burghölzli, l’ospedale psichiatrico dell’Università di Zurigo, che lo costrinse a misurarsi con la schizofrenia, forse per una malintesa interpretazione della sua apertura nei confronti degli elementi a-razionali dell’esperienza ha finito per dar voce a zuccherosi sincretismi new age.

Un altro fenomeno curioso e meritevole di ricerca consiste nella “dispersione” di temi junghiani in altre cornici teoriche. Più di una scuola postfreudiana ospita infatti – talora senza saperlo – intuizioni che furono presentate da Jung nella loro formulazione originaria. Si pensi all’idea che esistano strutture psichiche innate, all’enfasi sull’uso clinico del controtransfert, alla scoperta che il processo analitico ha una valenza trasformativa su entrambi i termini della coppia, alla maggiore attenzione data al Sé piuttosto che all’Io.

Alcuni innovatori della psicologia hanno un debito implicito nei confronti della Psicologia Analitica: per esempio non molti sanno che lo stesso Paul Watzlawick, esponente di spicco della cosiddetta Scuola di Palo Alto, autore di molte opere e coautore della celeberrima Pragmatica della comunicazione umana, ha effettuato tra le sue formazioni anche il training presso lo Jung Institut di Zurigo.

In altro ambito, le scienze della complessità postulano alla loro base un assunto sistemico – la coesistenza di verità parziali ma non contraddittorie – che trova riscontro nella concezione junghiana di psiche complessa, ovvero nella descrizione della topografia psichica non alla stregua di un monolite dominato dall’Io ma come un arcipelago nel quale si possono riconoscere plurime istanze e articolate connessioni tra “sub-personalità” incarnate, appunto, dai cosiddetti complessi a tonalità affettiva.
Questi ultimi furono scoperti da Jung nel corso dei suoi esperimenti di associazione con il galvanometro e con il pneumografo, che daranno luogo, in ambito criminologico, all’invenzione del cosiddetto lie-detector o macchina della verità.

Nel linguaggio comune usiamo ormai con disinvoltura termini come estroverso e introverso, che provengono direttamente da Tipi psicologici, scritto da Jung nel 1921.

Il Web pullula di test di personalità frutto dell’evoluzione della tipologia junghiana, a partire dal test di Myers-Briggs, la cui ultima rielaborazione va sotto il nome di Jung Type Indicator (JTI).

Non parliamo poi delle innumerevoli filiazioni all’interno delle correnti orientaliste e più in generale neospirituali; ma anche del recupero della dimensione spirituale della cura in molte declinazioni della cosiddetta Psicologia Umanistica.

Perché poi non citare anche ricadute dei concetti e del linguaggio lontano dalla sorgente, come testimonia ad esempio l’ultimo, bellissimo album realizzato dal gruppo rock dei Police prima dello scioglimento e intitolato Synchronicity? Nei testi delle canzoni, con autentico furore creativo, Sting utilizza immagini esplicitamente ispirate all’universo junghiano, in particolar modo a quella dimensione al di là dello spazio e del tempo che Jung chiamò sincronicità:
Sincronicità, un principio di collegamento
legato all'invisibile
quasi impercettibile
qualcosa di inesprimibile
la scienza è insensibile
la logica così inflessibile
casualmente collegabile
tuttavia nulla è invincibile
È così profonda, è così vasta
la tua intima Sincronicità
Effetto senza causa, leggi subatomiche, pausa scientifica
Sincronicità


Passiamo a un altro ambito artistico. Quando cerchiamo di comprendere la complessità psicologica di molte pièces del teatro moderno, dei suoi personaggi minori, non eroici, deuteragonisti o antagonisti, la visione freudiana è una chiave interpretativa un po’ angusta. Da questo punto di vista, Jung ci fornisce maggiori suggestioni. Come scrive Samuels, storico della Piscologia junghina e panalista egli stesso: “Tutta la sua psicologia prende la forma di un’animazione di personaggi interiori”. Si tratta, a ben vedere, di un’applicazione particolare della teoria dei complessi a tonalità affettiva, cui facevo riferimento poco sopra.
Tutto ha inizio, come abbiamo visto, con l’impiego del test di associazione, che fornisce la prova sperimentale dell’esistenza di complessi. Il complesso – scrive Jung“si comporta, nell’ambito della coscienza, come un corpus alienum animato”.
Non c’è bisogno di sottolineare più che tanto l’analogia tra i complessi e i personaggi di una pièce. Lo stesso Jung definisce “il teatro come un’istituzione per l’elaborazione pubblica dei complessi”. In un certo senso, il drammaturgo è posseduto dai complessi. I complessi possiedono una potente inclinazione alla personificazione e l’artista, per così dire, ne approfitta.
Scrive ancora Jung: “Quando crea un personaggio per la scena crede forse che si tratti esclusivamente di un prodotto della sua fantasia; questo personaggio si è invece in un certo senso fatto da sé”. Il drammaturgo, dunque, sa attraversare il ponte che mette in comunicazione l’Io e l’Inconscio.

Non vorrei però dare l’impressione che Jung abbia fornito spunti ad artisti e uomini di cultura, trascurando il mondo scientifico. Basti pensare al mutuo fecondarsi del pensiero junghiano e della fisica quantistica, incarnato nel rapporto tra lo stesso Jung e il premio Nobel per la Fisica Wolfgang Pauli e che ha dato i migliori frutti nell’elaborazione della dimensione della sincronicità, cui abbiamo fatto cenno prima parlando del musicista rock Sting.
Il termine descrive la connessione fra eventi del mondo fisico e del mondo psichico che avvengono nello stesso tempo e tra i quali non vi è una relazione di causa-effetto ma una comunanza di significato. Essa è all’origine delle cosiddette coincidenze significative.
Tale dimensione non causale – spesso adoperata a sproposito per indicare banali coincidenze nella vita di tutti i giorni – può fornire tra l’altro la base per rifondare il paradigma psicosomatico su basi più solide. Difatti il funzionamento psicofisico, nel costrutto junghiano, è un caso speciale della teoria generale della sincronicità: corpo e psiche vivono in una simbiosi intima e, appunto, sincronica. Il parallelismo delle concezioni nel campo della fisica e in quello della psicologia – postulato da Jung in accordo appunto con gli sviluppi della “nuova fisica” – suggerisce la visione di una fondamentale unicità di tutti i fenomeni della vita: un mondo in cui psiche e materia non si attuano separatamente e che Jung definisce Unus Mundus.

Voglio concludere con un’immagine stimolata dal pianeta dominante del Leone, segno di nascita di Jung, che tra l’altro fu sempre molto incuriosito dall’astrologia. Così come il Sole irradia luce e calore donando vita a distanze siderali, allo stesso modo il pensiero di Jung, a distanza di cinquant’anni dalla morte, continua a nutrire la nostra cultura, generosamente, a volte inconsapevolmente, proprio come fa il Sole ogni giorno.

Luigi Turinese

In foto: "Light UFO"

Articolo pubblicato su "L'inchiesta - Quotidiano dell'alta terra di lavoro e della Ciociaria", 1 dicembre 2011, pag 12

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giovedì 22 dicembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Il grande viaggio nei mondi danteschi", di E. Cusani

Emma Cusani, "Il grande viaggio nei mondi danteschi", Edizioni Mediterranee, Roma 1993, pp.336

Da oltre vent'anni alla guida de "I Quaderni Teosofici", Emma Cusani è la persona più adatta a fornire una summa delle interpretazioni esoteriche della Divina Commedia, che nel secolo nostro si sono levate, mai però in una forma così sistematica e compiuta.
L'appartenenza di Dante alla confraternita dei Fedeli d'Amore era stata già suggerita da altre voci, e l'autrice la riprende inoltrandosi in una affascinate disamina di tutti gli elementi platonici, orficopitagorici e addirittura vedantici riconoscibili nell'opera del Sommo Poeta. Certo, si tratta di un angolo visuale polare rispetto all'educazione scolastica che a tutti noi è stata impartita, spesso con il risultato di renderci invisa quella lontana scorribanda nei tre mondi denominati Inferno, Purgatorio e Paradiso.

L'autrice, partendo da una posizione blavatskyiana, depotenzia ovviamente l'abituale interpretazione che ingloba Dante nell'ortodossia cristiana, a favore di un'esegesi simbolico-allegorica, centrata ad esempio sulla scansione in settenari; da questo punto di vista, la Cusani suggerisce addirittura la maggior pregnanza interpretativa che il nostro secolo, cadendo nel settimo centenario della scrittura della Commedia, può dare dell'opera di Dante.
Così il simbolismo dei numeri, caratteristico del pensiero esoterico, viene posto a ordine di una comprensione più profonda; e il concetto di contrappasso, per slittamenti impercettibili, può facilmente essere assimilato a quello di karma. Come si vede, si tratta di una prospettiva che può sembrare stravagante, e certo è particolare. Tuttavia non manca di suggestioni e, va detto a lode dell'autrice, Emma Cusani dimostra di conoscere la Commedia nel dettaglio, anche se in questo ponderoso volume l'analisi si ferma in pratica all'Inferno, risultando appena accennati i temi suscitati dalle altre due cantiche.

Luigi Turinese

In foto: "Autumn leaves"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.51, Luglio-Settembre 1994

Le Recensioni di L.T. - "Un fiore si apre", (a cura di) P. Scapinello

Paolo Scapinello (a cura di ), "Un fiore si apre. Le calligrafie di Yamada Mumon Rodhi", Edizioni Paramita, Roma 1994, pp.64

A distanza di dieci anni esatti dalla pubblicazione de "L'insegnamento del Buddha", di Walpola Rahula, appare questo secondogenito delle Edizioni Paramita. La nostra rivista ne va orgogliosa e lo prende in un certo senso come un regalo di compleanno.

Un po' testo teorico e e un po' catalogo, il libro possiede una sua eleganza. Centrale è la riproduzione di ventidue calligrafie del maestro Mumon (1900-1988), uno dei maggiori esponenti novecenteschi della tradizione Rinzai. La pregnanza delle calligrafie si commenta da sé, e la traduzione dei termini giapponesi è di aiuto ad una maggiore comprensione; tuttavia, proprio per il desiderio di penetrarle quanto più possibile con la nostra mente non illuminata, avremmo desiderato qualcosa di più delle sette note poste in successione alle calligrafie; che so, almeno una nota per ogni riproduzione.

Il libro si apre con la trascrizione di un breve discorso tenuto dal maestro a Scaramuccia nel 1976, nel corso di una sesshin presso il monastero zen Rinzai di cui è abate Engaku Taino.
E proprio a Taino (l'italiano Luigi Mario), che fu per sette anni discepolo di Mumon in Giappone e per un anno, tra il 1972 e il 1973, suo servitore personale (noi diremmo segretario), dobbiamo l'Introduzione al volume.
L'incarico di servitore, per la prima volta, nella tradizione Rinzai, affidato a un non giapponese, comprendeva anche l'incombenza di preparare l'inchiostro e la stanza dove le calligrafie venivano realizzate e poi fatte asciugare. I ricordi di Taino si fanno preziosi e commossi, e noi veniamo proiettati quasi in prima persona in un mondo che solitamente viene avvicinato attraverso approcci esportati in Occidente.
Come lo zen, anche la via della scrittura ha una deviazione cinese, poi rielaborata in Giappone. E appunto su "Sho-do: la via della scrittura" ci erudisce il concettoso saggio del professor Pasqualotto, che è un po' il pezzo forte teorico del libro: precisione storica e pregnanza per la pratica vi si fondono in modo mirabile.

Chiude il libro una breve nota del professor Aldo Tollini, docente di lingua giapponese e filologia giapponese, su "Calligrafia e scrittura in Giappone". Grazie

Luigi Turinese

In foto: "Creative water"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.51, Luglio-Settembre 1994

lunedì 19 dicembre 2011

James Hillman, lo junghiano eretico

Un ricordo del filosofo e psicoanalista americano recentemente scomparso: la sua passione per la filosofia antica, il suo amore per la cultura mediterranea

di Luigi Turinese



La scomparsa di James Hillman (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2012), al di là del dispiacere da parte di chi lo ha conosciuto, segna un vallo tra due epoche. Hillman, difatti, a dispetto della chiamata in causa di categorie come quelle di postmoderno o addirittura di new age, rimane un intellettuale finissimo, molto novecentesco. Soprattutto, molto europeo.

Tra i grandi postjunghiani (Erich Neumann, Michael Fordham, Marie-Louise von Franz), Hillman è stato quello che più di tutti è uscito dal recinto degli addetti ai lavori, influenzando almeno due generazioni di persone di cultura che ne hanno fatto sovente un Maestro di vita. Pur non essendo facile sintetizzarne il percorso, non v’è dubbio che Hillman sia stato uno junghiano, sebbene per più versi uno junghiano eretico, temuto non meno che amato da molti suoi colleghi, spesso impegnati in un’opera di relativizzazione, se non di aperta critica, del suo lavoro.

Dopo una precoce attività di cronista, i suoi studi proseguono alla Sorbona (letteratura inglese) e al Trinity College di Dublino, dove si laurea in Scienze Mentali e Morali nel 1950. Nel 1959 ottiene il Ph. D. all’Università di Zurigo e il diploma di analista presso il C. G. Jung Institute, di cui sarà Direttore sino al 1969. L’anno successivo, Hillman intraprende anche l’attività di editore, inaugurando con le Spring Publications una collana di volumi e una Rivista, avente lo stesso nome, incentrati sulla Psicologia Archetipica, in tutto e per tutto considerabile un ramo eterodosso dello junghismo.

Pur riconoscendo un debito nei confronti dell’opera di Jung – fino a dichiarare le proprie opere altrettanti midrashim (1) dell’opera del Maestro zurighese –, Hillman ha approfondito lo studio degli archetipi – forme originarie dell’esperienza umana e transumana –, mostrando viceversa scarso entusiasmo per altri topoi dell’opera junghiana, come la tipologia, il procedimento dialettico per opposti e il concetto di Sé.

La sua produzione letteraria è vastissima, difficilmente riassumibile in poche righe. A scopo informativo e per favorire l’approccio di lettori neofiti, potremmo dividere i suoi libri in due categorie: i testi più tecnici (sebbene nessun lavoro di Hillman sia aridamente tecnico, pieno com’è di amplificazioni culturali) e quelli prevalentemente filosofici (il termine divulgativo non mi piace in generale e sarebbe del tutto fuorviante nella fattispecie). Al primo gruppo appartengono di diritto Il suicidio e l’anima (1964), Il mito dell’analisi (1972), Re-visione della psicologia (1975; per i suoi meriti stilistici, questo lavoro fu nominato per il Premio Pulitzer), Il sogno e il mondo infero (1979), La vana fuga dagli dei (1974, 1985), Le storie che curano (1983), Trame perdute (1970, 1971, 1975, 1983): tutti editi in Italia da Adelphi, tranne gli ultimi due (Raffaello Cortina)(2).

La “categoria filosofica” abbraccia lavori sparsi in tutto l’arco della produzione hillmaniana ma soprattutto presenti in forma “pura”, cioè privi di riferimenti alla pratica psicoterapeutica, dopo il 1989, anno in cui Hillman abbandona l’attività clinica. Si va da Senex et Puer (1964, 1979) a Saggio su Pan (1972), ai Saggi sul Puer (1973, 1975, 1976, 1979), a L’anima del mondo e il pensiero del cuore (1973, 1979, 1982), fino ai popolari saggi dell’età matura: Il codice dell’anima (1996), che gli ha dato fama da popstar, La forza del carattere (2000), Un terribile amore per la guerra (2004)(3).

Un’ottima introduzione al pensiero di Hillman sono i libri in forma di intervista: Intervista su amore, anima e psiche (1983, a cura di Marina Beer), Il linguaggio della vita (1983, conversazioni con Laura Pozzo), 100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio (1992, da un lungo dialogo con Michael Ventura), L’anima del mondo (2001), Il piacere di pensare (2004): questi ultimi due frutto di altrettanti, illuminanti conversazioni con Silvia Ronchey (4).

Un’eccellente occasione per farsi un’idea di prima mano è costituita inoltre dal volume antologico Fuochi blu (1989), curato da Thomas Moore e pubblicato in Italia da Adelphi.

Un posto a parte è rappresentato da Caro Hillman… venticinque scambi epistolari con James Hillman (Bollati Boringhieri, 2004; a cura di Riccardo Mondo e Luigi Turinese). Questo lavoro ha due originalità: la forma dell’epistolario (sono lettere indirizzate a Hillman su altrettanti temi del suo lavoro), di gran lunga più godibile e “leggera” rispetto alla tradizionale forma saggistica; e la presenza nel libro dello stesso Maestro, che risponde a ciascuna lettera rivelando il suo pensiero ma anche il suo carattere. Un altro intento del libro è quello di evidenziare lo speciale rapporto che ha sempre legato lo studioso di Atlantic City all’Italia e più in generale alla cultura mediterranea (Hillman è di gran lunga più conosciuto e amato nell’Europa meridionale che negli USA). In occasione del suo ottantesimo compleanno, trovandosi Hillman in Sicilia, lo abbiamo festeggiato come meritava. Nell’occasione, insieme a Riccardo Mondo, abbiamo dato vita all’Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, di cui Hillman è stato Presidente Onorario.

Dick Russell
, che ha scritto una biografia di Hillman in due volumi (uscirà l’anno prossimo negli Stati Uniti), ha dedicato ampio spazio ai rapporti del Maestro con la cultura italiana: rapporti di reciproca fascinazione e fecondazione, come attesta l’affermazione dello stesso Hillman che “la Psicologia Archetipica ha le sue origini nel Sud”.

Ma in che cosa si caratterizza, in definitiva, la Psicologia Archetipica? Intrisa di elementi neoplatonici – sono frequenti i riferimenti di Hillman a Plotino, Proclo, Marsilio Ficino, Giambattista Vico, oltre che naturalmente allo stesso Platone – essa allude sin dalla sua denominazione agli archetipi, forme primarie e universali del funzionamento psichico. Gli archetipi si manifestano in ogni aspetto della vita dell’uomo: compaiono nei miti, nei riti, nelle arti, oltre che nei sogni e nella stessa psicopatologia. Come è noto, Hillman recupera la mitologia greco-romana come costellazione metaforica elettiva del suo discorso.
In estrema sintesi, si possono individuare quattro topoi fondamentali nel discorso della psicologia archetipica:
I) Un’enfasi sulla nozione di anima.
II) Un recupero dell’immagine, che viene sottratta alla retorica negativa della fantasticheria.
III) Una re-visione della clinica alla luce delle attività primarie dell’anima e delle immagini da essa prodotte.
IV) Una re-visione della teoria della personalità nella cornice di una psicologia politeistica.

I – Anima
La psicologia archetipica restituisce all’anima il posto che le compete, come tertium tra lo spirito e il corpo: solo così, dando un luogo a psiche, si crea un luogo per la psico-logia, cioè per un discorso sull’anima. Osservata da questo vertice, la psicologia ha essenzialmente due compiti:
1) Trovare il logos dell’anima.
2) Ascoltare l’anima del mondo; ogni aspetto ed ogni evento del mondo sono infatti luoghi d’anima.
Da questo punto di vista, la psicologia archetipica possiede anche una valenza politica, avendo spostato l’oggetto di riflessione fuori dello studio dell’analista.
L’anima è una metafora primaria che abolisce il realismo, il naturalismo e il letteralismo: al contempo, re-immagina tutte le cose del mondo.
A proposito dell’anima, Hillman fa sua l’espressione fare anima, mutuata dall’ingiunzione del poeta John Keats (1795-1821): “Chiamate, vi prego, il mondo ‘la valle del fare anima’. Allora scoprirete a che cosa serve il mondo”. Ogni attenzione alle manifestazioni della psiche è un fare anima. Nel modo più semplice, si fa anima ogni notte, sognando.

II – Immagine
La psiche è eidopoietica: essa infatti produce immagini. L’immagine è per Hillman un dato primario, irriducibile. Aderire all’immagine è un dettato peculiare della psicologia archetipica, a partire dal lavoro sul sogno: quest’ultimo viene visto come un palcoscenico su cui si avvicendano le immagini prodotte dalla psiche piuttosto che come una rete di segni da decodificare. Prendere confidenza con le modalità immaginali consente l’apparizione sulla scena di quello che Hillman chiama Io immaginale: “L’Io immaginale – scrive Hillman – si rende conto che le immagini non sono sue […]. Nell’insegnare all’Io come sognare, la prima cosa da fare è quella di insegnargli che anch’egli è un’immagine […]. Il sogno non è ‘mio’, ma della psiche; e l’Io del sogno recita semplicemente uno dei ruoli del dramma, soggetto […] alle necessità messe in scena dal sogno”.

III – Clinica
Anche le sofferenze individuali vengono situate su di uno sfondo archetipico. La patologia testimonia l’autonomia della psiche nel creare sofferenze attraverso cui sperimentare la vita: fenomeno su cui Hillman insiste, definendolo patologizzazione e considerandolo un’attività propria dell’anima. La terapia consiste nella messa in scena di tali fantasie; e suo compito è di ricondurre i sentimenti personali alle immagini specifiche che li contengono. La psicologia archetipica, postulando figure mitiche universali attraverso cui tutta l’esperienza diviene possibile, necessita di un’ermeneutica dell’immagine, che comprende tecniche precise. Ad esempio, le figure immaginarie possono essere affrontate con il metodo dell’immaginazione attiva, che consente un vero e proprio dialogo con esse.
Per quanto riguarda il transfert, fenomeno sul quale la psicoanalisi focalizza ogni evento del campo terapeutico, la psicologia archetipica certo non lo sottovaluta; ma lo pone sullo sfondo mitico costituito dal mitologema di Eros e Psiche. L’incontro tra amore e anima viene visto in tutte le varianti immaginali e in tutti i suoi possibili stili retorici.

IV – Teoria della personalità
Nel formulare la teoria dei complessi a tonalità affettiva, Jung giunse a descrivere la personalità come una costellazione in cui la coscienza è contornata da personalità parziali. L’approccio archetipico radicalizza questa posizione, immaginando la personalità come un dramma, del quale l’io è uno dei personaggi, non necessariamente il protagonista. Uno dei compiti principali del fare anima consiste nel mettere in relazione la sfera egoica con le immagini non egoiche.

Note:
(1) Nella tradizione ebraica, si intende per midrash (pl. midrashim) il commento a un testo sapienziale.
(2) Laddove appaiono date plurime ci si riferisce a collazioni di testi pubblicati in inglese separatamente e riuniti in un unico testo nell’edizione italiana.
(3) Tutti editi in italiano da Adelphi (alcuni dopo edizioni precedenti presso altre case editrici), tranne Saggi sul Puer (Raffaello Cortina).
(4) I primi due libri-intervista sono editi in italiano da Garzanti, gli altri da Rizzoli.

Luigi Turinese


In foto: "Silver sea-line"

Articolo pubblicato su: PNEI NEWS n. 5-6 Ottobre Dicembre 2011, pp. 36-37

martedì 13 dicembre 2011

In Memoria di James Hillman - il 16 dicembre 2011 a Roma

La Rivista dei Dioscuri


In Memoria di James Hillman

(Foto di Gianna Tarantino)




Venerdì 16 dicembre 2011
ore 17.00

Sala Pietro da Cortona
Musei Capitolini
Piazza del Campidoglio, Roma

Saluto di
Francesco Antonelli

Introduce:
Luigi Zoja






Intervengono:
Marina Beer
Flavia D’Andreamatteo
Magda Di Renzo
Antonietta Donfrancesco
Francesco Franci
Federico Gizzi
Elena Liotta
Grazia Marchianò
Riccardo Mondo
Fabrizio Petri
Silvia Ronchey
Carla Stroppa
Marta Tibaldi
Luigi Turinese

Conclusioni:
Marcello Pignatelli

Ingresso libero fino ad esaurimento posti







Con il Patrocinio di:





Le immagini:








giovedì 8 dicembre 2011

Presentazione del libro: "Gli alberi di Gornalunga", di M.R. Massaro - 9.12.11 a Catania


Venerdì 9 Dicembre 2011
alle ore 18.00





Presso la libreria VOLTAPAGINA
Via Francesco Crispi , 235(CT) Tel 095 532068





RITA MARTA MASSARO
"Gli alberi di Gornalunga"

INTERVENGONO
GIACINTO TAIBI - Facolta di Architettura-Università Catania
LUIGI TURINESE - medico esperto in omeopatia ,psicanalista junghiano GIANFRANCO LABROSCIANO - regista, critico d'arte

da un'idea dell'autrice Musica "Gornalunga" di Alistair Sorley

Orazio Aricò
Leggerà alcuni testi e brani del libro

VIDEO INSTALLAZIONE
ed al termine sarà servito un rinfresco.


Info: ritamartamassaro@virgilio.it - tel o fax -095/438440-095/7048732

Il libro ha ricevuto un premio ad un concorso letterario organizzato dalla CAPIT di FUCECCHIO (FI) ed è "premio speciale "per l'edito - la premiazione avverrà il 10 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

Articolo su "L'Inchiesta", Quotidiano di Cassino

"Il pensiero di Jung, medicina del tratto nevrotico dell'uomo"
di Sergio Procacci

Cassino/ A 50 anni dalla morte, un evento per ricordare e far conoscere la figura dell'esistenzialista

Sono intervenuti ieri, presso la biblioteca comunale, Maria Felice Pacitto e Luigi Turinese

In una società che insegue i miti che ha creato e di cui ormai è schiava, in una Cassino che è città di provincia in espansione, in bilico tra fantasmi del passato, mali quotidiani e prospettive del futuro, ricordare Jung a 50 anni dalla scomparsa poteva apparire quanto di più lontano dalle esigenze della gente, da quella comune a quella "sofisticata".
E invece la manifestazione organizzata da Maria Felice Pacitto ha stupito la città. Ha presentato infatti la figura, forse a tratti controversa come tutte le figure dei grandi del passato, di un uomo che ha veicolato il messaggio del "mettiti a viaggiare", "trova te stesso", "individuati", "lavora", per citare la conclusione del discorso della stessa Pacitto.

Quel monito che assomiglia ad un "gnôthi sautòn" (conosci te stesso) di memoria classica, è preambolo di un viaggio nell'universo junghiano che porta alla scoperta di un pensatore, di un artista, di un medico, di una personalità poliedrica che va ad affrontare "il tratto nevrotico dell'uomo contemporaneo" cercando di "limare l'unilateralità" come sapientemente illustrato da Luigi Turinese, psicologo-analista junghiano.
Se infatti l'uomo deve compiere il cammino della "individuazione", quale processo di differenziazione della personalità individuale, questo a maggior ragione non significa fossilizzarsi su un unico aspetto del proprio essere, ma diventare una persona completa.

"Trovare sé stessi, differenziarsi dagli altri" ha ribadito la psicoterapeuta Pacitto. Una lezione complessa e impegnativa che ha saputo spaziare dagli aspetti più accademici del fenomenologo esistenzialista autore del "Libro rosso", diario segreto e manifestazione delle proprie teorie, al loro riverberarsi nella vita e nel linguaggio di tutti i giorni.

Dalla "macchina della verità" alla musica rock dei Police, al teatro, per evidenziare l'evoluzione del sistema delle associazioni emotive di Jung, il concetto di sincronicità e lo spazio per l'elaborazione pubblica dei complessi, Turinese conclude parlando di Jung come di un "misterioso big bang" come "un sole che riscalda senza preoccuparsi del luogo lontano che va a scaldare" per via di una generosità incondizionata.

Ricordando Jung non si poteva non parlare di Freud, del rapporto tra i due, di come il "discepolo designato" diventò per "il padre della psicoanalisi" un figlio ribelle.
Ma diversamente non poteva essere, dopo che agli occhi di Jung, Freud perse di autorevolezza proprio non volendo dare una risposta che a un suo avviso avrebbe generato proprio questo effetto.

Jung fu capace di "mettere insieme la spiritualità, ma anche lo spirito scientifico", ha detto la Pacitto mettendo insieme le note biografiche di un uomo circondato da un "ambiente medianico". Aneddoti e note di colore in cui prepotente torna il sogno della basilica di Basilea sommersa dallo sterco e quella negazione del dio cristiano che la Pacitto accosta alla "Morte di Dio" a cui era arrivato Nietzsche.

E di lì al confronto allo Zarathustra il passo è breve. "I don't believe, I know", risponde Jung in un'intervista in cui gli viene chiesto se crede in Dio e fa sorridere Turinese, che sembra avere negli occhi l'immagine dello psicologo, mentre spiega: "Non credo, conosco".
Perché la forza del sapere scaccia la credenza.




In Foto: "Orsa lucente"

Articolo di Sergio Procacci, apparso sul quotidiano di Cassino "L'Inchiesta", nella rubrica "Primo Piano", di sabato 3 Dicembre 2011

Vai alla pagina del Convegno di Cassino

giovedì 1 dicembre 2011

"Un ricordo di James Hillman" - Martedì 6 dicembre 2011 - Roma

Atelier PAEMA - Spazio Urbano Protetto


Via Clementina 7 – 00184 Roma
Metro B : Cavour

Martedì 6 dicembre
h.19.00

Un ricordo di
James Hillman


con
Luigi Turinese




curatore con Riccardo Mondo del libro






Bollati Boringhieri, 2004

Presenta: Paolo Palomba

Visione del filmato inedito :
Buon compleanno Hillman
a cura dell’
Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica Catania 2006










In Foto: "James Hillman - di Lorenzo Ostuni, specchio inciso" (Foto di Gianna Tarantino)

Guarda le immagini dell'incontro sul sito web Crocevia

domenica 27 novembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Principi e pratica del Taiji Quan", di G. Bozak

Gudo Bozak, "Principi e pratica del Taiji Quan (Tai Chi Chuan). Disciplina interiore e armonia fisica nell'arte marziale "dolce" cinese", Red Edizioni, Como 1992, pp. 136

Tra tanta manualistica di basso profilo, il libro di Bozak emerge senza difficoltà come una delle cose migliori scritte in Italia sul Tai Chi Chuan. La sua struttura, oltre tutto., non è quella del manuale, e presenta un'organizzazione non lineare ma piuttosto circolare, si sarebbe tentati di dire a spirale; non dal semplice al complesso, ma da un'introduzione teorica ad una sezione pratica: accarezza dei temi generali per poi riprenderli da un'altra angolazione, e anche la descrizione dei movimenti non ha nulla di didascalico, servendo semmai la causa filosofica.

Le immagini di quelli che potremmo definire gli snodi principali della sequenza di movimenti del Tai Chi sono rappresentate da tre maggiori maestri di questo secolo: Grant Muradoff, di cui l'autore è stato allievo.
Cheng Man-ch'ing e Yang Ming-Shi.

I dialoghi, frequentemente riportai, tra Bozak e i suoi allievi, contribuiscono a definire al meglio questa pratica. Il tono di tanto in tanto si fa solenne, con spruzzate di retorica antiintellettualistica; si potrebbe osservare, a questo proposito, che certe letteralizzazioni dimostrative presenti nel libro sono, al contrario, massimamente intelletualistiche. Mi riferisco al vezzo di omettere il punto al termine della frase finale di ogni paragrafo, per sottolineare che il discorso rimane aperto; oppure all'uso della prima persona plurale, che può ingenerare effetti di involontaria comicità, come quando, ad un'allieva che gli chiede il perché di quel modo di esprimersi, Bosak risponde (pag. 58): "... non diciamo più "io" ma "noi" ... Tempo fa ci è successo il prodigio: il nostro "io" è caduto, si è dissolto ..." Beato lui! Anzi, beati "loro".

Luigi Turinese

In foto:"Verso l'ignoto"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.49, Gennaio-Marzo 1994

"Incontrare Jung" - Cassino, 2 Dicembre 2011


A 50 anni dalla morte
"Incontrare Jung"
Proiezione del film biografico:
"Dal profondo dell'anima" di
Werner Weick

Venerdì 2 Dicembre ore 16
Biblioteca "Piero Malatesta" - Cassino


Introduce:
Maria Pia Pacitto
"Introduzione a Jung: tra mito, psiche, filosofia"

Interviene:
Luigi Turinese
"L'attualità di Jung nell'orizzonte della scienza e della cultura contemporanee"


Associazione di Psicologia Umanistica ed Analisi Fenomenologica-Esistenziale.
Con il Patrocinio dell'Ordine degli Psicologi della Regione Lazio


Leggi il resoconto sul Convegno, di Sergio Procacci pubblicato sul quotidiano di Cassino "L'Inchiesta" di sabato 3 dicembre 2011

Leggi il contributo di Luigi Turinese pubblicato su "L'Inchiesta" del 1 dicembre 2011, pag 12

Le Recensioni di L.T. - "L'apertura del Loto" di Lama S. G. Amipa

Lama Sherab Gyaltsen Amipa, "L'apertura del Loto. Lo sviluppo della chiarezza e della compassione nel buddhismo tibetano", Edizioni Mediterranee, Roma 1992, pp. 168

Poco dopo l'anno Mille, il buddhismo conobbe in Tibet una notevole fioritura. E' di questo periodo l'ìinsegnamento di Atisha, il grande maestro indiano all'origine della tradizione Gelugpa. Le altre scuole, Nyngmapa, Kagyupa e Sakyapa, hanno le loro radici in questo stesso periodo.

Tutte le scuole riconoscono i tre veicoli (Hinayana, Mahayana, Tantrayana), sebbene il buddhismo tibetano sia compreso generalmente nel corpo del Mahayana.

Il libro che presentiamo è stato scritto nella tradizione Sakyapa; il suo insegnamento principale è noto come Lam Dré, letteralmente "il cammino e i suoi frutti", che indica una via graduale al risveglio. Il percorso è indicato, come è tipico di tale tradizione, in modo molto analitico, vorremmo dire didattico; non è certo un manuale per conseguire il risveglio, ma costituisce un prezioso supporto di studio per il praticante e una chiara esposizione per chi è alla ricerca di una vita spirituale: l'elenco dei centri Sakya nel mondo, riportato alla fine del volume, completa quest'ultima finalità.

Luigi Turinese

In Foto: "Lucore"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.49, Gennaio-Marzo 1994

mercoledì 23 novembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Introduzione al Bodhicaryāvatāra di Śāntideva", di S. Batchelor

Stephen Batchelor, "Introduzione al Bodhicaryāvatāra di Śāntideva", A.Me.Co., Roma 1993, pp.44

Con questa piccola, preziosa pubblicazione l'Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) mette a disposizione dei lettori e dei praticanti il resoconto di un seminario di cinque sere che Batchelor tenne a Roma nel giugno del 1992. L'argomento, "Psicologia e spiritualità nel buddhismo", prendeva le mosse dal Bodhicaryāvatāra di Śāntideva, scritto tra il VII e l'VIII secolo a beneficio dei praticanti il sentiero del Bodhisattva, dunque in ambito Mahayana.
Una buona traduzione dal sanscrito, con un'introduzione alla figura di Śāntideva, è disponibile dal 1982, autrice Annalia Pezzali per i tipi della Editrice Missionaria Italiana.

Il Bodhicaryāvatāra è scritto in versi, e dall'ispirazione poetica mutua la forza delle sue immagini. Stephen Batchelor risolve le apparenti incongruenze del testo scorgendovi in filigrana un ritmo alternante di contrazione/espansione, introversione/estroversione: in questo ritmo stilistico egli vede una metafora della vita spirituale. "La vita spirituale non è un percorso lineare che, partendo da un punto 'a', gradualmente giunga a un punto 'z'. A noi, e a molto del pensiero buddhista, piace vederlo così ..., per cui siamo tentati di usare parole come "progresso" per descrivere il nostro cammino spirituale" (pag. 10).

Batchelor, assai modernamente, non fa di Śāntideva un santo, quanto piuttosto un uomo che dal buio della sua umana conflittualità non manca tuttavia di nutrire un intenso anelito per lo spirito dell'illuminazione (bodhicitta).

Sono le motivazioni del Bodhisattva e in definitiva di ciascun cercatore spirituale, che si sostanziano in una acuta coscienza del dolore della condizione umana, continuamente minacciata dalla morte e, soprattutto, dall'azione perturbante dei klesa, o contaminazioni: odio, brama, illusione.

Luigi Turinese


In Foto: "Giannizzeri II"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.49, Gennaio-Marzo 1994

Le Recensioni di L.T. - "Psiche corpo malattia. Lezioni per medici e psicologi", di F. Franchi

Fabrizio Franchi, "Psiche corpo malattia. Lezioni per medici e psicologi", Teda Edizioni, Castrovillari (CS) 1993, pp.270

L'autore, membro associato della Società Psicoanalitica Italiana, da alcuni anni è responsabile delle lezioni di Psichiatria e Medicina Psicosomatica agli specializzandi di Medicina Interna dell'Università di Roma. Il volume che presentiamo costituisce il libro di testo del corso e contiene contributi di svariati autori, altre che del curatore stesso. Esso è diviso in sei parti: anatomomorfologia, foondamenti di psichiatria di interesse medico-infermieristico, psicosomatica, terapia, speciali problemi nella relazione medica, frontiere più avanzate.

Molto bello, sebbene abbastanza tecnico, è il capitolo sulla schizofrenia, scritto da Andrea Dotti; mentre "l'ipnosi nella pratica medica", affidato all'inesauribile Emilio Servadio, è in realtà un'affascinante carrellata storica sui fenomeni suggestivi. Ci si chiederà il perché dell'interesse per un libro del genere, di buona levatura ma piuttosto per addetti ai lavori, da parte di una rivista che si occupa di buddhismo. La risposta sta soprattutto nella lettura della sesta parte ("Frontiere più avanzate"); qui, interrogando il pensiero orientale nel bagaglio culturale del medico occidentale, Franchi ha un vero e proprio colpo d'ala, che gli consente di riformulare il concetto di mente andando oltre la tradizionale formulazione psicosomatica.

Luigi Turinese

In Foto: "Musetto tenero 2"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.49, Gennaio-Marzo 1994

Le Recensioni di L.T. - "La filosofia indiana. Dai Veda al Buddhismo", di Radhakrishnan

Radhakrishnann, "La filosofia indiana. Dai Veda al Buddhismo", Vol. I - Edizioni Ashram Vidya, Roma 1993, pp.758

"Pubblicando i due volumi de "La filosofia indiana", le Edizioni Ashram Vidya hanno colmato finalmente una lacuna ..." (dalla prefazione all'edizione italiana, p. XVI).
Questo è certamente vero; per amor di precisione, tuttavia, dobbiamo sottolineare che si tratta di una lacuna riguardante soltanto il secondo volume, dedicato all'esposizione dei sei darshana. Del primo volume, che qui presentiamo, era infatti già presente un'ottima traduzione del pedagogista e filosofo Emilio Agazzi, pubblicata da Einaudi nel 1974.

La nuova traduzione a cura del Gruppo Kevala non si discosta granché dalla precedente, e mantiene intatta tutta la brillantezza di un testo che ha settanta anni ma, come si suol dire, non li dimostra.
Gli undici capitoli esaminano il passaggio dal Rig-Veda alle Upanishad, il materialismo, il giainismo, l'epica del Ramanuja e del Mahabharata e l'evoluzione del buddismo dall'idealismo etico delle origini agli sviluppi delle scuole mahayaniche. Frequenti e opportuni sono i richiami comparativi ai principali filosofi europei. Con le sue milleseicento pagine complessive, l'opera di Radhakrishnan costituisce forse la panoramica più completa apparsa in lingua italiana sulla filosofia indiana.

Quella di Sarvepalli Radhakrishnan (1888-1976) è stata una figura di grande rilievo nella vita sociale e culturale dell'India contemporanea: politico - fu ambasciatore in Unione Sovietica e quindi Presidente della Repubblica Indiana - e professore di filosofia, a lui si devono numerosi testi, alcuni dei quali tradotti in italiano; ricordiamo i due volumi della "Storia della filosofia indiana", di cui fu curatore ed estensore per quanto riguarda la sua specialità, il Vedanta, editi da Feltrinelli nel 1962 (edizione originale: 1952); e il volumetto "La religione nel mondo che cambia", sorta di testamento spirituale intriso di ecumenismo, che la casa editrice Ubaldini pubblicò nello stesso anno dell'edizione originale, il 1967.

Luigi Turinese
In foto: "Musetto tenero"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.49, Gennaio-Marzo 1994

Le Recensioni di L.T. - "La psicologia aiuta a credere", (a cura di) P. Raab

Peter Raab (a cura di): "La psicologia aiuta a credere", Cittadella Editrice, Assisi 1993, pp.188

Il curatore del presente volume, teologo, germanista, psicopedagogista e consulente matrimoniale, raccoglie i contributi di teologi con competenza psicologica sulla questione del ruolo della psicologia nel percorso religioso. L'obiettivo è il recupero di una dimensione psicologica della fede; ma non è facile sanare la crepa che la storica incomprensione tra via religiosa e via psicologica ha creato. " ... una depressione sta a indicare che è meglio rivolgere l'inquietante aggressività verso se stessi piuttosto che uccidere o tormentare altre persone" (J. Müller, p. 71). Non c'è niente da fare la psicoterapia non laica ha sempre uno scopo, pur se non dichiarato: correggere, indirizzare verso una verità che lo psicoterapeuta confessionale ritiene di conoscere e di dover promuovere.
Sicché alla ricerca finisce fatalmente per sostituirsi un'affermazione: l'affermazione della verità di quella religione, in questo caso la religione cristiana, con l'inevitabile correlato della deviazione speculare dalla verità, ossia la colpa.

C'è poco spazio per quella che Jung chiama individuazione, cioè la strada originale che il singolo individuo ha la necessità di percorrere.

Di un certo interresse gli interventi di Gert Sauer ("Quale fede aiuta la psicologia?"), che dà un certo spazio all'analisi dei sogni; e di Beate Brandt ("Come realizzare l'armonia tra corpo e anima"), che introduce il lavoro sul corpo in un percorso organico di ricerca spirituale.

Luigi Turinese

In foto: "La ritirata"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.49, Gennaio-Marzo 1994

giovedì 17 novembre 2011

Presentazione del libro "Sogno Arcano" a Catania

.




Sogno Arcano. Per un ascolto immaginativo della vita onirica
di Riccardo Mondo e Rossella Jannello
ed. La Parola, 2001

Sabato 10 Dicembre 2011 ore 18:30 Teatro Erwin Piscator via Sassari, 116 Catania



Introduce
Salvo Pollicina
Partecipano
Raffaella Bonforte
Luigi Turinese
Performance video
Marisa Capace
Musiche
Alessandro Caltabiano

Sogno Arcano va oltre la traccia,affascinante ed effimera, che il regista onirico inscena per ognuno di noi. Una discesa nel cuore dell’inconscio che s’inoltra nel sogno per andare oltre, e giungere al bi-sogno che quella “avventura della notte” esprime…
Per info:
tel 095317158 – 3349106117

Blog Sogno Arcano
Sito IMPA


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martedì 15 novembre 2011

Prefazione a "SOGNO ARCANO", di Riccardo Mondo e Rossella Jannello

Riccardo Mondo e Rossella Jannello, "Sogno arcano", Edizioni La Parola, Roma 2011



Prefazione di Luigi Turinese

L’amicizia che da tre lustri mi lega a Riccardo Mondo si è sviluppata e continua a svilupparsi a partire da molteplici fili, tutti nutriti da una forte coloritura affettiva: come ci si deve attendere in ogni autentica amicizia. Tuttavia, anche a causa della comune appartenenza professionale, è innegabile che l’amore di entrambi per le variegate espressioni della psiche – una vera e propria psychophilìa – costituisca il nostro legame più forte.

Il frutto maturo e compiuto di tale legame è costituito senza dubbio dal concepimento, dall’elaborazione e dalla pubblicazione, nel 2004, di Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman (Bollati Boringhieri), volume appassionatamente curato a quattro mani.
In questi quindici anni, oltre alla pubblicazione di quel libro, ha preso vita un piccolo sistema solare fatto di Convegni, Seminari, creazione di Associazioni Culturali (Crocevia, Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, noto come IMPA) con i rispettivi siti Web; e naturalmente anche di espressioni di creatività individuale, ciascuno di noi avendo sviluppato strumenti e interessi personali.

Dei miei oggetti di studio taccio, perché parlarne esulerebbe dallo scopo di questa prefazione. Devo invece raccontare di quante volte, assistendo al lento e inesorabile accumulo, da parte di Riccardo, di materiale riguardante il sogno, lo abbia esortato a farne un libro. A essere sincero, io lo avrei fatto da tempo… Mi stupiva, invece, una sua certa reticenza, che attribuivo – con una qualche ragione – al suo leggendario perfezionismo. Forse, però, vi era anche un grande rispetto per un soggetto universale e universalmente frequentato, che il Nostro giudicava meritevole soltanto di un contributo originale: in alternativa, meglio il silenzio. Una sorta di parafrasi della celebre affermazione di Wittgenstein: “Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 7).
Tetragono ai miei incoraggiamenti, Mondo doveva però capitolare, come in ogni arroccamento del Logos che si rispetti, di fronte a un travestimento dell’Eros; nel caso specifico, nelle sembianze di un’intervista sul sogno che Rossella Jannello, valente giornalista del quotidiano “La Sicilia”, gli fece nel giugno 2006. Parafrasando questa volta Manzoni, potremmo dire di Mondo: “Lo sventurato rispose”…
L’intervista, opportunamente riportata all’inizio del presente volume, fece da innesco a una rubrica sul sogno che per un anno e mezzo tenne banco su “Vivere”, inserto settimanale del quotidiano, nella quale il dottor Mondo rispondeva a quesiti posti dai lettori sulle loro esperienze oniriche. L’originalità della rubrica consisteva nel fatto che Jannello, ottima giornalista ma anche appassionata tarologa, commentava il sogno e la risposta con l’esposizione delle valenze simboliche di un Arcano Maggiore in qualche modo connesso al tema della lettera.
Un gioco, in apparenza; in realtà, nel senso di Jung, una amplificazione, ovvero l’uso di immagini universali al fine di approfondire il contenuto del simbolismo onirico.
Jannello ha rivelato grande abilità nel riuscire a corredare decine e decine di sogni ogni volta con l’Arcano più appropriato, avendo a disposizione un numero limitato di immagini (ventidue, per la precisione), senza mai essere ripetitiva.

Bisogna dire che il libro che state per leggere, tuttavia, non è la mera stampa della rubrica che ha animato per diciotto mesi il periodico “Vivere”. Per far questo sarebbe bastato un tipografo, senza scomodare un editore avvertito come Appunti di Viaggio. Perché Sogno Arcano venisse alla luce, i due Autori hanno dovuto operare un lavoro certosino che desse al materiale, ricco ma informe, una cornice adeguata: una forma, appunto. Dal momento che le questioni poste dai lettori, per quanto di varia natura, percorrevano un numero di binari limitato, si è voluto dare un nome a tali binari.
Ne sono risultate otto aree tematiche, all’interno delle quali sono state ordinate le lettere con le relative risposte e la descrizione dell’Arcano che meglio le amplifica di volta in volta. Il lettore si trova così di fronte a temi onirici squadernati in categorie universali (archetipiche, per usare il linguaggio junghiano), che dunque con ogni probabilità lo hanno riguardato, lo riguardano o lo riguarderanno.

Non mancano note tecniche (perché si sogna, perché non si sogna, struttura “drammatica” del sogno, valore dell’Ombra, ecc…), spiegate tuttavia con linguaggio facilmente accessibile: giornalistico, appunto.
Conclude il libro un interessante Questionario sui sogni , tuttora in corso, cui hanno finora risposto seicentocinquanta persone; chi volesse parteciparvi può entrare nel sito dell’Associazione Crocevia .


Luigi Turinese

In foto: "Inseguendo le luci"

Prefazione a: "Sogno arcano", Riccardo Mondo e Rossella Jannello, Edizioni La Parola, Roma 2011, pp 7-9

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Jung 50 anni dopo.Un confronto tra psicologia analitica e il mondo contemporaneo - Convegno internazionale






Jung 50 anni dopo


Un confronto tra psicologia analitica
e il mondo contemporaneo.
Congresso Internazionale




Per celebrare il cinquantesimo nniversario della morte di Carl Gustav Jung e della fondazione in Italia della prima istituzione dedicata allo studio ed alla promozione della Psicologia Analitica, l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) ed il Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA) hanno deciso di organizzare insieme un Congresso che si svolgerà a



Roma
nei giorni
18, 19 e 20 novembre 2011

alla
LUISS Guido Carli
Via Pola, 12




Leggi il programma completo

James Hillman a Catania il 5 Aprile 2006: Nasce l'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica - Video

§
Video: James Hillman a Catania 5 Aprile 2006
Progetto e montaggio di Gianna Tarantino
Riprese di Nicoletta Agostini




Catania, Monastero dei Benedettini, 5 aprile 2006
In occasione degli 80 anni di James Hillman, nasce l'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica , di cui J.H. è stato il Presidente Onorario.


Vai al sito dell'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica

Vai al sito dell'Associazione Culturale Crocevia

lunedì 14 novembre 2011

"Biotipologia. L'analisi del tipo nella pratica medica" - Recensione di A. Dorella

Luigi Turinese, "Biotipologia. L'analisi del tipo nella pratica medica", Tecniche Nuove, 1997


di Antonio Dorella

"La tipologia accoglie con pienezza l'accorato appello della scienza medica a riprendere il suo tratto umanistico", è scritto nella prefazione del bellissimo libro di Turinese, in controtendenza rispetto ai recenti fatti di cronaca. La biochimica sembra, proprio in questi mesi, aver toccato l'apogeo del successo e del consenso: con una pillola la farmacologia promette alle persone che soffrono di disfunzioni erettili il ripristino immediato del loro vigore, rassicura ai timidi di poter superare gli imbarazzi delle loro titubanze e agli obesi il recupero di una forma fisica straordinaria. Anche le migliori prestazioni sportive sembrano in alcuni casi essere possibili solo in virtù degli aiuti che provengono dalle farmacie.

Eppure qualcuno ancora si ostina a mettere in discussione lo strapotere senza rivali di questa concezione biochimica dell'uomo. Un vitalismo indisponente continua ad argomentare che le patologie sono anche le modalità con cui il corpo dà voce ai propri disagi e che, al di là delle classificazioni semeiotiche , rappresentano la via maestra per valutare gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo della nostra individualità. Ognuno ha la malattia che si merita, o meglio: ogni sintomo, se guarito perché compreso, potrebbe essere la chiave di accesso ad un nuovo livello di coscienza.

Luigi Turinese, medico-omeopata e analista, appartiene alla schiera dei pionieri che affiancano al rigore dell'indagine anatomo-patologa della malattia anche lo sforzo di comprensione del particolare significato che quella malattia riveste nella vita del paziente, utilizzando l'analisi delle caratteristiche tipologiche dell'individuo. Perché, dice Oscar Wilde, con una elegante provocazione - "soltanto i superficiali non giudicano dalle apparenze".

L'interesse per lo studio della tipologia ha una storia antica. Dalle dottrine umorali - in Oriente - della medicina ayurvedica e - in Occidente - di Ippocrate di Coo, alla fisiognomica di Aristotele, di Giovan Battista della Porta e per ultimo Lavater, noto per le silhouettes delle sue teste. Alcuni tentativi maldestri di correlare direttamente le circonvoluzioni della parete esterna, quella palpabile, del cranio con le predisposizioni caratteriali, ad opera del frenologo Joseph Gall, o con la tendenza al crimine, come fece Cesare Lombroso nella sua antropologia criminale, incrinarono nei secoli successivi lo studio del volto umano. Per ironia della sorte, proprio al Lombroso, qualche giorno dopo la sua morte, durante l'autopsia del cranio, vennero riscontrate le caratteristiche che - secondo la sua dottrina - prevedevano la natura dell'alienato e del criminale!

Nel XX secolo riaffiorerà l'interesse per la scienza delle costituzioni umane, attraverso un'indagine anatomicamente più definita delle differenze individuali. A secondo dei criteri di analisi adottati, si differenziano essenzialmente quattro diversi sistemi classificatori: morfofisiologico, antropometrico, endocrinologico e embriologico.

Il primo criterio, quello morfologico, annovera numerosi rappresentanti, fra i quali si evidenziano Allendy e Sigaud.
Allendy distingue i costituzionali in cefalico, toracico e addominale, ciaascuno contrassegnato da un maggior sviluppo del rispettivo segmento anatomico. Sigaud descrive invece quattro tipi base: digestivo, respiratorio, muscolare e cerebrale. Ognuno con precise caratteristiche somatiche e psicologiche.
Il sistema classificatorio antropometrico è basato invece su parametri di misurazione e di rapporti metrici fra alcuni segmenti del corpo.
Concetti e terminologie più dettagliatamente mediche sono introdotte dagli altri criteri di classificazione delle costituzioni umane: il criterio endocrinologico, che applica i nuovi punti di vista biochimici-ormonali e il criterio embriologico che parte dall'ipotesi che esista in ciascun individuo una preponderanza di sviluppo degli organi derivati dai tre foglietti germinativi embrionali (endo. meso ed ecto - derma).

L'omeopatia odierna, malgrado il disinteresse del suol fondatore Hahnemann, raccoglie, personalizzandole, le informazioni sulle biotipologia umana e le congloba a pieno diritto all'interno del suo armamentario terapeutico.
Costituzione sulfurica, carbonica e fosforica divengono i nomi delle principali categorie ermeneutiche per la valutazione dei pazienti omeopatici e delle loro malattie.

Il quinto e ultimo capitolo del libro di Turinese è dedicato alle indagini tipologiche fornite dalla psicologia e dai suoi più illustri rappresentanti, come William Reich, Sigmund Freid e soprattutto Carl Gustav Jung.

La prima opera di Turinese è un libro dotto, armonioso, avvincente ma non sempre facile. Pregiato anche della post-fazione del musicista Franco Battiato che alla fisiognomica ha dedicato alcuni anni di Studio e un album di canzoni sul tema.
Un libro ricco di immagini che ci sarebbero piaciute più grandi per poterne meglio godere i fondamentali dettagli. Manca - ed è l'unica notazione che ci sentiamo di fare all'autore - il coraggio di una sintesi personale e complessiva, per non congedare il lettore con la sensazione finale di una insuperata e insuperabile frammentazione negli studi sulla biotipologia.

Antonio Dorella

In foto: "Il volo"

Recensione apparsa su "Giornale Storico Di Psicologia Dinamica. Rivista del Centro Studi di Psicologia e Letteratura" "Scrittori (Seconda parte)", Vol. XXIII n. 46, Giugno 1999, pp.149-152

Vai alla scheda del libro "Biotipologia. L'analisi del tipo nella pratica medica", di Luigi Turinese

Ascolta la postfazione di Franco Battiato nell'archivio radiofonico latta da Roberta Maresci durante il programma "Due di Notte", Rai Radio2

Le Recensioni di L.T. - "Sistemica. Voci e percorsi nella complessità", (a cura di) U.Telfener e L.Casadio

Umberta Telfener e Luca Casadio (a cura di), "Sistemica. Voci e percorsi nella complessità", Bollati Boringhieri, Torino2003, pp. 598

L’ispiratore di questa opera possente – citato più volte nella ricca e didattica introduzione – è stato una figura di spicco nel panorama dell’epistemologia contemporanea. Si tratta del viennese Heinz von Foerst (1911-2002), che Umberta Telfener nella premessa definisce esplicitamente “il mio mentore” (p. 12).

Laureatosi in fisica a Vienna, von Foerster si trasferì nel 1949 negli U.S.A., dove promosse tra l’altro le Macy Conferences, seminari interdisciplinari in cui si gettarono le basi della moderna epistemologia. Nel 1957 fondò il BLC (Biological Computer Laboratory), che vide la partecipazione di personaggi del calibro di Gregory Bateson e di Margaret Mead.

Si deve a von Foerster la coniazione del termine sistemica – come sostantivo, si badi bene – ad indicare una disciplina capace di cogliere la molteplicità, direi quasi la natura polifonica dell’esistenza.
La sistemica si occupa pertanto di interazioni piuttosto che di definizioni, del contesto piuttosto che delle singole parti. È evidente la filiazione dalle scienze della complessità e dal costruttivismo, secondo il quale – nel processo di conoscenza – la realtà viene letteralmente costruita a partire dall’esperienza del soggetto percipiente.
L’introduzione del punto di vista del soggetto – allo stesso modo in cui nella fisica quantistica l’esito di una determinata operazione di calcolo deve tener conto della posizione dell’osservatore – finisce per rendere desuete le pretese di neutralità e di oggettività del processo conoscitivo.

Il punto di vista sistemico è particolarmente fertile se posto in dialettica e non in contrapposizione col punto di vista scientifico tradizionale, più analitico. Tra l’altro – come correlato etico – ne deriva un atteggiamento di grande tolleranza intellettuale, che riconosce la possibile coesistenza di verità parziali ma non contraddittorie.

Il volume che presentiamo fornisce nell’introduzione dei curatori (pp.19-83) la cornice storica e metodologica per comprendere il senso di quello che altrimenti potrebbe apparire come un semplice dizionario consistente nella definizione di 172 lemmi, che vanno da abduzione a vincolo/possibilità, affidati a una cinquantina di specialisti di varie discipline; le stesse che sono considerate centrali nella rivoluzione scientifico-filosofica del ‘900: cibernetica; teoria dei sistemi; paradigma della complessità; costruttivismo e costruzionismo; ermeneutica; scienze cognitive. Processo fondamentale del pensiero – e non mera figura retorica – è considerata la metafora, attraverso cui si raggiunge la complementarità dei punti di vista e una embricazione tra le diverse teorie.

All’introduzione fanno quindi seguito otto schede (pp. 84-107) che applicano questa accezione di metafora ad altrettanti campi cruciali, ovvero: psicologia, psichiatria, clinica; psicoterapia sistemica; psicoanalisi; economia; management; formazione; medicina; antropologia. A questo punto si snoda – con le caratteristiche di un ipertesto – il corpus magnum (pp. 115-553) delle definizioni, che non soffrono dell’ordine alfabetico ma – come esplicitato – costituiscono voci e percorsi nella complessità. La trama epistemologica vi si interseca con la trama clinica.

Concludono il volume due ampie bibliografie: una di approfondimento per le singole voci e una generale ma suddivisa seguendo sette grandi categorie (i classici dell’epistemologia moderna; epistemologie; filosofia, ermeneutica, filosofia della scienza; ecc…); e un breve capitolo intitolato dodici possibili percorsi: vi si indicano appunto altrettanti percorsi tematici (per conoscere Bateson; percorso di psicologia clinica; introduzione alla biologia e all’approccio evolutivo; teorie della conoscenza; ecc…) percorribili attraverso una scelta ragionata delle parole del dizionario.

Sistemica è davvero il prodotto di quello che Gilles Deleuze definirebbe un pensiero nomade, complesso e dialogante.

Luigi Turinese

In foto: "Aquiloni"

Recensione apparsa su "L'analista plurimo. Trasversalità e appartenenza", "Rivista di Psicologia Analitica", Nuova serie n.16, La biblioteca di Vivarium, 68/2003, pp. 210-211

domenica 6 novembre 2011

LE FORME ESTREME DI MANIPOLAZIONE CORPOREA TRA PERVERSIONE E OCCASIONE INDIVIDUATIVA

LE FORME ESTREME DI MANIPOLAZIONE CORPOREA TRA PERVERSIONE E OCCASIONE INDIVIDUATIVA

di Luigi Turinese

I
Questo lavoro necessita di una premessa, senza la quale alcuni passaggi sarebbero poco comprensibili.
Innanzitutto, nelle pagine che seguono terrò sempre presente che la psiche tende verso l’individuazione come per un suo istinto costitutivo, e che questo fatto si rivela anche nei comportamenti che si sarebbe tentati di classificare come patologici.
Inoltre, penso con Rudolf Otto (Otto 1936) che il sacro costituisca una categoria “a priori” dell’esperienza umana; e che esso stia sempre sullo sfondo delle esperienze di uscita dal tempo inteso come Cronos.
Di tali esperienze l’uomo ha bisogno proprio in funzione del suo istinto individuativo e vi può accedere fondamentalmente attraverso tre vie: la via estatica, propria dell’esperienza mistica, la quale può darsi anche al di fuori di percorsi religiosi confessionali; la via estetica, come si configura nell’arte, praticata o fruita, ma anche nelle esperienze di assorbimento nell’ambiente naturale; la via erotica, che comprende la ricerca psicologica che accompagna l’esperienza amorosa svincolata dai suoi aspetti biologici e riproduttivi. In tutti e tre i casi il corpo è centrale, non solo per l’ovvia constatazione del suo accompagnare e consentire l’esperienza; ma soprattutto perché tutte e tre le vie sopra menzionate conducono il corpo a percepire, cercando di trascenderla o addirittura di forzarla, la condizione del limite.

II

Per forme estreme di manipolazione corporea intendo quella gamma eterogenea di esperienze che, perseguendo il superamento del limite, attingono stati alterati di coscienza. E’ il caso delle esperienze sciamaniche o di meditazione profonda, sulla cui liceità nessuno oserebbe pronunciarsi in quanto per così dire autogene; ma anche di tutte quelle modificazioni inflitte al corpo artificialmente, che vanno dalle perfomances di body-modification (piercing, tatuaggi, scarificazioni, marchiature a fuoco) alle pratiche di sesso estremo, che trattano il corpo come “la più ricca macchina da apprendimento sensoriale del mondo” (Cooper 1995, 6).
In tutti questi casi, la disciplina corporea arriva a ridefinire le categorie di spazio-tempo, esplorando opportunità sensitive e cognitive che mirano a percepire possibilità inesplorate del nostro campo energetico. Il punto di vista che intendo sostenere è che i processi trasformativi indotti dalle tecniche autogene, così come quelli derivati da pratiche che una psicologia normativa definirebbe perverse, appartengono alla medesima area; la comprensione di questo fatto è possibile soltanto a patto che una “psicologia delle buone opere” faccia posto a una psicologia consapevole dell’Ombra: abbiamo bisogno anzi di quella che, con un provocatorio slittamento semantico, potremmo chiamare una psicologia perversa, se ci teniamo al significato del latino pervertere = sconvolgere, rivoltare completamente, mettere sottosopra.

Allora le forme di manipolazione corporea appaiono come delle immagini pervertite che hanno la funzione di alterare il punto di vista diurno, mettendoci in contatto con parti d’Ombra la cui consapevolezza allarga il nostro campo di coscienza. Come scrive Thomas Moore, “un’immagine pervertita può essere considerata uno dei ‘simboli della trasformazione’” (Moore 1990, 107). Sotto questa luce, le immagini erotiche perverse costituiscono un’evocazione dell’Ombra, indispensabile per superare l’innocenza, con la sua negazione degli aspetti ambivalenti della passione amorosa. Appare a questo punto meno difficile seguire Roland Barthes quando paragona le claustrofobiche cerimonie di Sade con gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola. La stanza dell’analisi, d’altra parte, è la segreta in cui si chiama in causa l’Ombra e in cui viene evocato l’aspetto ctonio della psiche: tutto questo, incluse le regole rituali del setting, si svolge sotto il segno di Saturno.


III
Sacro: “ciò che è pieno della presenza divina”; ma anche “ciò che è proibito al contatto con gli uomini”. Il sacro dunque, puro e contaminato al tempo stesso, è il luogo dell’ambivalenza. Al contatto col sacro, per la sua pericolosità, sono preposti uomini, luoghi e tempi separati, mentre la vita di ogni giorno si svolge fuori dal tempio, ovvero pro-fanum: nasce così la categoria del profano. Chi ha contatti col sacro è portatore di poteri misteriosi (mana) e viene perciò connotato dal taboo, termine polinesiano che rivela il carattere misterioso e perturbante di chi ne è toccato. L’essenza del sacro risiede nel numinoso (Otto 1936), nel cui ambito Jung fa rientrare l’esperienza degli archetipi (Jung 1938-1940; 1951).

Dunque lo sfioramento del sacro non è esperienza consolatoria, come invece lascerebbero presupporre certe zuccherose semplificazioni confessionali. Il sentimento religioso nasce anzi dalla consapevolezza dell’insufficienza creaturale e reca con sé un angoscioso sentimento di dipendenza: si comprende come l’esperienza erotica piena ne costituisca la figura più prossima, fatto che è ben attestato dalla frequenza di metafore erotiche ricorrenti nella letteratura mistica. Di fronte al mysterium tremendum et fascinans del manifestarsi del numinoso, l’io si fa piccolo. Il numen desta il tremor: si pensi all’ira di Jahwè, incalcolabile e arbitraria. Il numinoso è terrificante, misterioso, sublime: per questo respinge e attrae.

Ogni manifestazione del sacro (ierofania) ne rivela una modalità. Qualsiasi cosa può divenire ierofania nel momento stesso in cui cessa di essere un semplice oggetto profano e acquisisce la nuova dimensione della sacralità. “Il sacro si manifesta in un oggetto profano. […] Questa paradossale coincidenza del sacro e del profano, dell’essere e del non-essere, dell’assoluto e del relativo, dell’eterno e del divenire, è quanto rivela ogni ierofania” (Eliade 1948, 35). E ancora: “Ogni ierofania mostra, manifesta la coesistenza delle due essenze opposte: sacro e profano, spirito e materia, eterno e non-eterno. […] Ogni ierofania è soltanto un tentativo fallito di rivelare il mistero della coincidenza uomo-Dio” (Eliade 1948, 36). Dunque ogni ierofania è la manifestazione di una coincidentia oppositorum.

L’uomo sembra avere l’esigenza di prolungare quanto più è possibile la ierofanizzazione del mondo e perciò lo ammanta di significati simbolici. “Mentre una ierofania presuppone discontinuità nell’esperienza religiosa (dialettica sacro-profano), un simbolismo attua la solidarietà permanente dell’uomo con la sacralità” (Eliade 1948, 464). Il simbolo, pertanto, trasforma gli oggetti in una cosa diversa da ciò che appare ad occhi profani. Si pensi alla forte valenza simbolica che si manifesta nell’innamoramento: quella persona non è ciò che appare al mondo ma, ai miei occhi, è portatrice di mana. Si tratta di un fenomeno che più prosaicamente è descritto da Freud quando scrive che nell’innamoramento “ci ha colpito fin dall’inizio il fenomeno della sopravvalutazione sessuale, il fatto cioè che l’oggetto amato sfugga entro certi limiti alla critica […]. La tendenza che qui falsa il giudizio è quella dell’idealizzazione” (Freud 1921, 300).

Su questa linea, si può notare come l’occidentale secolarizzato abbia difficoltà a riconoscere il sacro fuori dalle forme storiche e confessionali delle religioni organizzate, chiamando in causa le categorie della superstizione, del feticismo o, nel migliore dei casi, del panteismo. Tuttavia, la storia dei fenomeni religiosi ci apre alla varietà delle ierofanie; si pensi ai riti vegetali e alla concezione sacrale della vegetazione, che va dai miti che la riguardano alla concezione dell’ Albero della Vita (Jung 1945/1954), fino all’amorevole cura di chi accudisce le piante in un modo che – a torto – si pensa laico. Se qualsiasi cosa può divenire ierofania, possiamo arrivare a considerare la vita e il mondo in cui essa si svolge come una manifestazione del sacro: il divenire, una volta assunto questo punto di vista, non è più una storia ma una ierofania.
Ci si guardi, allora, dal laicismo, poiché “[…] la tendenza a cancellare il sacro […] prepara il ritorno surrettizio del sacro, in una forma non trascendente, bensì immanente, nella forma della violenza e del sapere della violenza” (Girard 1972, 417-418). Affermazione cui fa eco Thomas Moore: “Quando la cultura diviene piatta e l’animismo lascia spazio al razionalismo, la violenza e il sesso rimangono a fare da tramiti per il divino” (Moore 1990, 155).

IV
Abbiamo visto come, nei confronti del sacro, gli uomini subiscano un doppio movimento: l’uno, regolato dai divieti, di terrore; l’altro di attrazione, e siamo nel territorio della trasgressione. Qui si situa a buon diritto un discorso sull’erotismo. Infatti l’essenza dell’erotismo risiede proprio nella combinazione tra piacere e divieto, e in questo contrasto, denso di desideri e di inquietudini, c’è un elemento sacrale. Seguendo Bataille, consideriamo l’essere umano costitutivamente connotato da un elemento di discontinuità e perennemente tormentato dalla nostalgia dell’unità perduta (Bataille 1957). Come si vede, non siamo così lontani dal tema del Simposio platonico, con la sua immagine dell’Uomo Rotondo originariamente scisso dall’invidia del dio.

Ora, è come se l’erotismo tentasse di ricomporre la discontinuità attraverso la dissoluzione dell’essere chiuso: il guscio della monade deve frantumarsi. Non casualmente, di chi indulga al piacere dei sensi si dice che meni vita dissoluta. Nell’erotismo la vita discontinua è sconvolta al massimo grado.
Nel perseguire la fusione di due esseri per loro natura irrimediabilmente discontinui, l’amore ci consegna all’angoscia. Il significato ultimo dell’erotismo è la soppressione del limite e perciò stesso chiama la morte, che del limite è la negazione definitiva. L’unione di due amanti apre alla totalità, laddove la minaccia sempre incombente della separazione, con il suo plumbeo richiamo alla natura discontinua dei due esseri, mantiene la piena coscienza dell’unione e della sua essenza insieme profonda e fragile. L’esperienza erotica è perturbante perché tocca il mondo infero. C’è, nell’erotismo, un vertiginoso desiderio di perdersi, e questo fatto lo approssima alla morte.

Nel cosiddetto sesso estremo, accezione larga che comprende esperienze sessuali che esplorano i limiti sensoriali attraverso quelli che potremmo chiamare rituali dell’eccesso, alcuni dei temi citati vengono per così dire visti alla moviola. Si tratta certamente di comportamenti che sarebbe legittimo includere nel capitolo della psicopatologia sessuale. Ma sarebbe riduttivo e forse anche difensivo, se è vero – come sostiene Guggenbühl-Craig – che “l’ombra, […] il lato oscuro e distruttivo, può essere sperimentato attraverso la sessualità” (Guggenbühl-Craig 1973, 549). Nel processo di individuazione, infatti, occorre prendere contatto con l’Ombra e con le polarità Anima/Animus; e nella vita psichica tutto, anche la cosiddetta psicopatologia, concorre all’individuazione.

Così le immagini perverse mettono in contatto con l’Ombra; mentre le fantasie sessuali e le pratiche sessuali non procreative, che giocano nella vita degli esseri umani una parte senza dubbio superiore a quella occupata dalle pratiche cosiddette normali, sono altrettanti modi di entrare in relazione con la fenomenologia Anima/Animus. Vista così, “la psicopatologia non significa più lo studio delle forme inferiori della vita psichica ma lo studio delle variazioni nel processo di individuazione” (Guggenbühl-Craig 1973, 555).

Allora c’è un telos in ogni sintomo, e non è azzardato riferire certi aspetti del sadomasochismo (S/M) al tentativo di esperire il lato oscuro di Dio. D’altra parte, la resa è la vera essenza dell’atteggiamento religioso; non per caso muslìm è “colui che si abbandona a Dio”, mentre Islàm significa “abbandono” e anche “sottomissione”. Sottomissione a Dio, certo; ma per estensione sottomissione alla vita. E azzardiamo che la sottomissione all’altro, che ha tanta parte nei vincoli dell’eros, muova dalla stessa area esperienziale che permette la sottomissione all’Altro caratteristica del sentimento creaturale.
La schiavitù fa parte del desiderio, qualunque ne sia l’oggetto. Non fa meraviglia sapere che, nell’antica Grecia, le statue delle dee venivano legate e liberate ritualmente dalla sacerdotessa del tempio. D’altra parte, in certe esperienze di sesso estremo che implicano un certo grado di deprivazione sensoriale si giunge a percepire l’abbandono e il superamento del guscio egoico. Anche il porsi come cosa nelle mani dell’altro, aspetto centrale dell’universo S/M, comporta uno svuotamento dell’ego. Così come la sospensione dell’atto sessuale in un perenne “presente eccitatorio”, tipico di certe esperienze S/M, ricorda l’enfasi tantrica sulla ritenzione del seme e certe descrizioni del Vuoto del buddhismo Mahayana.

Nel feticismo, poi, si realizzano una sospensione di tutti gli scopi e un annullamento della soggettività, il feticcio ponendosi come memento religionis o addirittura come memento dei (Perniola 1994).

Non stiamo evidentemente facendo l’apologia di una sessualità senza vincoli; al contrario, il fatto che le vette dell’esperienza erotica rientrino nella fenomenologia del sacro e che comportino di conseguenza un pericoloso contatto con il mana implica che non si tratta di promuovere una nuova forma di liberazione sessuale. Non a caso il movimento che fa riferimento al sesso estremo parla di erotismo antagonista, usa una cornice teorica molto sofisticata che fa riferimento alla cultura cyber, insiste sul senso di appartenenza a una comunità: crea insomma un témenos, mancando il quale si rischierebbe di venire invasi dalla dimensione sacrale: per usare un linguaggio psicologico, si entrerebbe in una dimensione inflazionata.

V
Cyber è un termine usato per lo più come prefisso in parole composte che rimandano alla cibernetica, “scienza interdisciplinare che studia il funzionamento e le relazioni di qualsiasi sistema dinamico semplice o complesso, prodotto dalla natura o dall’uomo. […] Alla base di tale orientamento c’è la convinzione che molti dei fenomeni di cui si occupano le varie scienze […] si fondano sui medesimi principi di funzionamento che governano tutti i tipi di sistema, al di là della dicotomia tra naturale e artificiale” (Galimberti 1992, 167).
Il settore della cibernetica che più ci interessa è lo studio dell’interfacciamento tra le modalità comunicazionali del cervello umano e le capacità funzionali e comportamentali delle macchine. Nell’universo cyber, l’elemento umano rimane il momento centrale. La multimedialità, che ne è lo strumento, sta introducendo un nuovo paradigma cognitivo, paragonabile a quello che deve essersi creato con il passaggio dall’oralità alla stampa e con l’invenzione del telefono; quest’ultima fu responsabile della prima importante modificazione dei rapporti umani, inaugurando la possibilità di rapporti a distanza, in cui il corpo viene assorbito dalla voce. Il paradigma cognitivo creato dalla multimedialità porta a una riconfigurazione sensoriale, con l’immissione in quella che con potente ossimoro è stata definita realtà virtuale. Si assiste così a un’ulteriore abbattimento del confine tra natura e cultura.

Il virtuale è il reale meno lo spazio e il tempo”. Ho trovato questa illuminante definizione in un sito Web intitolato “Atlante del cyberspazio”, un affascinante tentativo di creare un atlante della rete. All’interno delle chat, i cybernauti esprimono aspetti di sé che rimandano alla psiche “plurale”, termine (Samuels 1989) che preferisco a quello di personalità multipla, troppo connotato da una stigmata psichiatrica: ogni partecipante mette in campo degli alias, veri e propri alter ego virtuali. Il cybersex, di cui tanto e tanto a sproposito si è favoleggiato, è un momento di esplorazione delle proprie pulsioni meno esperite e di ridefinizione dei criteri di genere.

Una ricerca di alterazione sensoriale era contenuta, a ben vedere, nella ricerca etno-teatrale di Antonin Artaud (1896-1948), che esplorò la trance nel teatro balinese. Il moderno primitivismo dei raduni rave, attraverso l’uso massiccio di musica techno e di droghe, persegue analoghi stati di trance, con tutti i rischi connessi a un témenos dai confini incerti.


L’accenno ai raves impone un’incursione nel neo-tribalismo, che spinge molti giovani verso una svariata gamma di modificazioni corporee: forme reversibili come i mehndi – decorazioni realizzate con l’henné – e il body-painting; e forme estreme come tattoos, piercing, scaring, branding.

Sono espressioni della Body Art, che “[…] sarebbe oggi […] l’ultima frontiera per ritrovare l’autenticità dell’esperienza e, attraverso le sofferenze fisiche, riappropriarsi della spiritualità non mediata” (Calamandrei 2000). La Body Art comprende anche l’attività della francese Orlan, le cui performances consistono nell’esporre il proprio corpo chirurgicamente modificato; o del cipriota Stelarc, che si sospende nel vuoto appeso ad uncini conficcati nella pelle, ingoia sonde endoscopiche per mostrare l’interno del proprio corpo e – vero cyborg – danza con una protesi robotica consistente in un braccio aggiunto. “Di fronte a questi scenari fantascientifici le teorie analitiche con le loro zone erogene, la libido, i sintomi somatici ecc… impallidiscono e appaiono tentativi ingenui di rincorrere una realtà più veloce delle fantasie stesse” (Liotta 1995, 160).

Parlando di modificazioni corporee estreme, vere e proprie mutilazioni, si può fare un richiamo pertinente ai riti di iniziazione, che hanno lo scopo di rompere i legami primari mediante quelle che sono state definite cerimonie della seconda nascita (Bettelheim 1962).

VI
Golem è una rivista telematica che annovera tra i suoi fondatori Umberto Eco. Nel numero 21, gli psichiatri Franca Pezzoni e Giacinto Buscaglia hanno messo in rete un articolo dall’eloquente titolo “Riti antichi, moderne usanze”. Vi si pone in relazione cybernavigazione e riti dionisiaci, confrontando criticamente le analogie tra quanto avviene nelle comunità virtuali e quanto avveniva nei riti dionisiaci. Gli Autori elencano alcuni punti di contatto, che riporto di seguito:
• Limitazioni dell’esperienza sensoriale.
• Anonimato e assunzione di altre identità.
• Parificazione dello status sociale.
• Ampliamento dei limiti spazio-temporali.
• Alterazione dello stato di coscienza.
• Accesso a relazioni multiple.
• Dipendenza.
• Proselitismo ed epidemia.
• Trasgressione.
• Resistenza.
(Pezzoni e Buscaglia 1999).

Come al solito, dunque, il (dio) rimosso ritorna.
La gran parte dei fenomeni descritti nel presente lavoro rientra in effetti nella fenomenologia di Dioniso, con delle sfumature saturnine date dall’ossessiva ritualità e da un certo sapore “dark”. Abbiamo visto come l’erotismo promuova l’uscita dal tempo e dall’Io; allo stesso modo, Dioniso spersonalizza, assottigliando la cesura tra l’Io e l’ambiente. Dioniso, in verità, sfuma i confini che regolano la dialettica delle coppie polari: bene/male; maschile/femminile; piacere/sofferenza; conscio/inconscio; in ultima analisi vita/morte. Le droghe, soprattutto quelle allucinogene, gli appartengono, a cominciare da quella droga collettivamente accettata e pertanto addomesticata che è il vino. Ne deriva che ogni fenomenologia di Dioniso è toccata dalla mania. Come dice Socrate nel Fedro (244 D):“La mania che proviene dal dio è migliore dell’assennatezza che proviene dagli uomini” (Platone 1991, 554).

Tra le caratteristiche che apparentano i cybernauti e i dionisiaci, come abbiamo visto, c’è l’epidemia. Ora, epidemìa era detto il rumoroso ingresso con cui una combriccola di ragazzi ubriachi e travestiti da donna entrava nei villaggi durante le feste dedicate a Dioniso (Zolla 1998): l’ebbrezza vi trovava posto insieme a una confusione di genere che richiama alla mente il moderno transgender (Helena Velena 1995).
Feste segrete triennali celebravano Dioniso nell’Ade. Era l’occasione per flagellare le menadi, baccanti divine al seguito di Dioniso. Persistenze di queste cerimonie si ritrovano nel Medioevo e in particolare nel movimento dei flagellanti che dal ‘200 all’ inizio del ‘400 attraversò l’Europa in un fragile equilibrio tra ortodossia ed eresia. “Nel maggio del 1260 […] non si sentono più risuonare se non canti lugubri, scanditi dai colpi di frusta, che proseguono tutta la notte, alla luce delle torce” (Magli 1977, 81-82).

Sembra veramente di assistere a una saturnizzazione di Dioniso. L’accento sul sangue, equivalente del vino caro a Dioniso e simbolo di vita, è molto forte. D’altra parte, la trasformazione dell’acqua in vino (Giovanni 2, 1-11) è un miracolo dionisiaco, come attesta Pausania. La Festa dei Folli, il risus paschalis, molti aspetti del carnevale sono altrettante sopravvivenze dei culti dionisiaci. In Francia, all’inizio del carnevale, veniva incoronato un Papa dei Folli e si svolgeva la Festa degli Innocenti, nel corso della quale, per di più in chiesa, venivano rappresentate parodie della liturgia ecclesiastica. All’aperto, i giovani tagliavano rami freschi con i quali frustavano le ragazze: l’iniziazione della puella, che attraverso una sofferenza non priva di valenze erotiche conosce un’attenuazione dell’innocenza, richiama fortemente l’immagine della solenne iniziazione dionisiaca del celebre affresco pompeiano della “Villa dei misteri”.

In generale, gli elementi erotici sono molto forti nel culto di Dioniso. “Le erme dionisiache recano un membro proteso e questo è esibito durante le processioni. Satiro (sathêritos) voleva dire membro gonfio […]. Si rammenti infine che tralcio di grappoli, oschos, vuol dire anche scroto” (Zolla 1998, XXXI). “La cristiana malizia di Clemente Alessandrino ricorda Dioniso come choiropsàles, ‘colui che tocca la vulva’: anzi, che sa farla vibrare con le dita come le corde di una lira” (Calasso 1988, 60). Tuttavia, come d’altra parte avviene nella vita, questa capacità non procede da un accentuato maschilismo bensì da una felice integrazione del femminile. “[…] Dioniso è il dio che ha suprema familiarità con le donne. […] Dioniso è l’unico dio a cui non occorre mostrarsi virile, neppure in guerra. Quando il suo esercito muove verso l’India, somiglia a un clamoroso corteo di ragazze” (Calasso 1988, 59-60). Non a caso “Dioniso fa della donna la guida del tìaso” (Zolla 1998, XXIII).

VII
Tutti gli eterogenei fenomeni di cui ci siamo finora occupati hanno a che fare con la categoria del sublime. Come ci insegna Kant nella “Critica del giudizio” il sublime, al contrario del bello, non dipende dalla forma e apre perciò all’illimitato. Esso è infatti un mezzo di espressione del numinoso, come il misterioso e il terrificante.
Il mostruoso mette in connessione erotismo e religiosità. La letteratura gotica è pervasa da una sottile connessione tra erotismo e paura sotto il segno del sacro. La paura è un’emozione primaria e, come tale, è un evento archetipico. L’angoscia, che è paura senza oggetto, è connessa al desiderio: entrambi sono nuclei gemelli dell’archetipo di Pan, il dio che, una volta assunto nell’Olimpo, soprattutto da Dioniso, non a caso, viene accolto con più gioia. “Essere senza paura […] significherebbe perdita dell’istinto, perdita di connessione con Pan” (Hillman 1972, 73). Hillman parla perciò, non senza ragione, di una “via terapeutica della paura” (Hillman 1972, 74). Rimanendo in contatto con la paura, infatti, si incontra il numinoso. “Essa (la paura, n.d.A.) è presente anche ogniqualvolta l’uomo si trovi dinanzi all’epifania del mistero, dinanzi all’evento della vita che nasce e a quello della morte” (Carotenuto 1997, 118).

VIII
La cultura, come insegna l’antropologia culturale, è una fitta rete di significati, di valori, di costumi, di norme; è un modello d’insieme in cui tutti gli elementi sono interconnessi secondo una struttura coerente. Questa visione gestaltica consente di non studiare separatamente gli elementi costitutivi di una società, e permette di comprendere come, nel contesto culturale, nessun elemento sia privo di senso, ma riconducibile alla trama globale.

E’ con questo spirito che ho voluto affrontare un tema impervio come quello del rapporto, non facile da apprezzare, tra pratiche corporee ai limiti del patologico, e a volte francamente pornografiche, e ricerca del sacro. Ho cercato da una parte di sottrarre al sacro la consueta patina dolciastra che secoli di convenzionalismo religioso hanno contribuito a depositare, con l’avallo di tutta la contemporanea paccottiglia New Age: restituendogli così la tremenda forza di cui è costitutivamente provvisto; dall’altra di trovare un senso a una zona d’ombra del comportamento umano, all’interno della quale mi è sembrato di scorgere un tentativo del sacro di liberarsi dai vincoli di un razionalismo privo di luce: un po’ come succede alle radici di quegli alberi che, soffocate dalle necessità di una strada asfaltata, erompono poco più in là testimoniando una drammatica volontà di vita.

Perché se “ogni disturbo nevrotico è un tentativo di adattamento” (Langs 1973-74, 145), ogni disturbo dell’archetipo è un tentativo di individuazione.
La verità profonda è che, come afferma Eliade, “l’assoluto non si può estirpare, può soltanto degradarsi” (Eliade 1948, 451).

Luigi Turinese


In foto: "Angolo retto"

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Saggio pubblicato su: "Il male. Categoria morale, patologia psichica, realtà umana", a cura di C. Widmann, Ed. MA.GI., Roma 2009, pp. 137-151

e in:
"Passione e vita psichica", "Rivista di Psicologia Analitica", Nuova serie n.21, 73/2006, pp. 119-131 dove appare con l'esergo: "Almeno nella vita dello spirito, le avventure andrebbero portate fino in fondo"(N.O. Brown)