La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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giovedì 31 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "La morte e l'arte di morire nel buddhismo tibetano", di B. Rinpoce

Bokar Rinpoce, "La morte e l'arte di morire nel buddhismo tibetano", Centro Milarepa, Val della Torre 1991, pp.54

e

Tcheuky Sengué (a cura di), "L'altare e le offerte", Centro Milarepa, Val della Torre 1991, pp.22

Su PARAMITA n. 41 abbiamo dato notizia di un testo di Bokar Rinpoce sulla meditazione, raccomandandolo per la sua chiarezza e la sua impostazione pratica.
La stessa cosa possiamo dire a proposito di questa pubblicazione che riguarda il bardo della morte, cioè gli intervalli di tempo successivi all'estinzione fisica e precedenti una nuova incarnazione. A prima vista si potrebbe pensare ad un testo più filosofico che pratico, eppure chi conosce l'importanza pratica conferita a questo lasso di tempo nel buddhismo tibetano sa che non è così.

Basta pensare alla minuziosa descrizione degli eventi di ordine spirituale che si succedono dopo la morte, contenuti nel celeberrimo "Libro tibetano dei morti".

Bokar Rinpoce ha a che fare anche con l'altro libretto che qui presentiamo, di cui ha scritto la prefazione; si tratta di un opuscolo-guida per allestire in casa propria un altare per le offerte.

Luigi Turinese


In foto: "In marcia"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XI, n. 42, Aprile-Giugno 1992

Le Recensioni di L.T. - "Medicina tibetana del corpo e della mente", di T. Clifford

Terry Clifford, "Medicina tibetana del corpo e della mente", Edizioni Mediterranee, Roma 1991, pp.263

Nulla da eccepire sull'autorevolezza di quest'opera certificata d'altronde dalla breve Premessa del Dalai Lama.

L'autrice è brava, presenta notizie di prima mano, è in grado di fornire una ricca bibliografia, mette in relazione correttamente la filosofia buddhista con la fisiologia ayurvedica indiana.


C'è tuttavia un limite tutt'altro che trascurabile in lavori come questo: e risiede nella scarsa consapevolezza nel fatto che il suo valore è antropologico piuttosto che tecnico; c'è del letteralismo nel voler trasferire l'esperienza terapeutica di un sistema con una topografia dell'anima e dello spirito come quella del buddhismo tibetano ad una cultura, quella occidentale, che possiede una descrizione dell'uomo tanto diversa.

Luigi Turinese


In foto: "Dove sono le rose?"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XI, n. 42, Aprile-Giugno 1992

lunedì 28 marzo 2011

Le Recensioni di L.T.- "La morte e il morire", di E. Kubler-Ross

Elisabeth Kubler-Ross, "La morte e il morire", Cittadella Editrice, Assisi 1990, pp.317

La psichiatra svizzera Elisabeth Kubler-Ross deve la sua meritata notorietà al lavoro che dalla metà del anni '60 l'ha coinvolta negli Stati Uniti con i malati terminali e le loro famiglie.

A partire dalle sue iniziative, che coinvolgevano gruppi di lavoro composti da psicologi, sociologi, religiosi e uomini di buona volontà, si è sviluppato un movimento che ha condotto, tra l'altro, alla creazione dell'associazione Shanti Nilaya ("ultima dimora della pace").

Al libro che presentiamo, scritto nel 1969, ha fatto seguito, nel 1974, il testo che le Edizioni Red hanno tradotto nel 1981 con il titolo "Domande e risposte sulla morte e il morire". Si può pensare che il maggior interesse per argomenti come questi possa venire da parte di chi lavora nelle professioni di aiuto (medici, psicologi, assistenti sociali). Eppure, a ben vedere, è in gioco un interesse esistenziale universale. A riprova di ciò il lettore, procedendo, potrà sorprendersi ad attraversare, sia pure su scala ridotta, le fasi descritte dall'autrice a proposito dell'iter psicologico del malato terminale: rifiuto e isolamento; la collera; venire a patti; la depressione; l'accettazione.

Luigi Turinese


In foto: "Cartografia minerale"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XI, n. 42, Aprile-Giugno 1992

Le Recensioni di L.T. - "Racconti di un pellegrino russo", (a cura di) C. Carretto

Carlo Carretto ( a cura di), "Racconti di un pellegrino russo", Cittadella Editrice, Assisi, 1989, pp.123

A un secolo dalla prima edizione in stampa, questo classico della spiritualità continua ad emozionare il lettore sensibile al viaggio dello Spirito e della umidità dell'Anima. Difatti nei Racconti non è presente soltanto l'aspirazione all'ascesa e all'ascesi; i Racconti sono anche un libro di avventure in quattro tempi, il cui protagonista, autentica anima russa, è sospinto in un incessante pellegrinaggio per il suo paese, senza una meta precisa, da un sentimento che potremmo chiamare di nostalgia. Nostalgia di un Assoluto continuamente invocato con la formula classica della preghiera esicasta: "Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me".

Il manoscritto proviene dal monte Athos e vi si ravvisano evidenti riferimenti alla Philocalia, la raccolta dei testi dei Padri della Chiesa Orientale. Il protagonista dei Racconti rientra a pieno titolo nel novero di quei "folli di Dio" di cui è ricca la spiritualità russa. Basti pensare all'arciprete Avvakum Petrovic (XVIII secolo), la cui autobiografia rappresenta uno dei primi capolavori della letteratura russa; o anche al Padre Sergio di Tolstoj, reso celebre dal recente film dei fratelli Taviani "Il sole anche di notte".

Testimonianza illustre della religiosità popolare, anonimo; ma si farebbe torto a questo prezioso libretto se lo si confinasse nelle stanze della letteratura edificante di basso profilo. Basta lasciarsi penetrare dalla potenza dell'incipit per trovarsi in un clima letterario di vetta. "Per grazia di Dio io sono uomo e cristiano, per azioni gran peccatore, per condizione un pellegrino senza tetto, della specie più misera, sempre in giro da paese a paese. Per ricchezza ho sulle spalle un sacco con un po' di pane secco, nel mio camiciotto la santa Bibbia, e basta" (pag.10).

Luigi Turinese


In foto: "Metafisica"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XI, n. 42, Aprile-Giugno 1992

giovedì 24 marzo 2011

Le Recensioni di L.T.- "Il Nobile Ottuplice Sentiero", di Bhikkhu Bodhi

Bhikkhu Bodhi, "Il Nobile Ottuplice Sentiero", Promolibri, Torino 1991, pp.111


Avidità, avversione, illusione: alimentati dall'ignoranza, questi fattori costituiscono la radice di dukkha, la sofferenza, il disagio esistenziale, il dolore. E senza il dolore, senza la percezione della sofferenza, non c'è spinta verso la liberazione. Si può semplificare dicendo che solo il riconoscimento capillare, implacabile della sofferenza conduce a percorrere la via di liberazione che nel buddhismo prende il nome di Nobile Ottuplice Sentiero.

"La ricerca di un cammino spirituale nasce dalla sofferenza" (pag. 15). Gli otto elementi del sentiero proposto dal Buddha costituiscono un percorso praticabile efficacemente soltanto in una prospettiva sistematica, in modo tale che la loro azione sia simultanea. Questo complesso di richiami offre al praticante un equipaggiamento sicuro per il viaggio alla ricerca della liberazione dalla sofferenza.

Come scrive Corrado Pensa nella bella Prefazione, "... l'ottuplice sentiero non è un processo lineare, da una base a un vertice, piuttosto esso procede circolarmente" (pag.9). Retta comprensione, retta motivazione, retta consapevolezza, retta concentrazione: tutto coopera all'acquisizione della saggezza che libera. "Gli otto fattori del sentiero ... sono fattori mentali che possono essere stabiliti nella mente con la determinazione e l'impegno ... La meta esige due requisiti soltanto: cominciare e continuare" (pag.10).

Luigi Turinese

In foto: "Lichtung"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XI, n. 42, Aprile-Giugno 1992

mercoledì 23 marzo 2011

Le Recensioni di L.T.- " Credere nella mente" , di Sheng-Yen

Sheng-Yen, "Credere nella mente", Ubaldini Editore, Roma 1991

Il libro consta di quattro capitoli, relativi ad altrettanti ritiri di una settimana condotti tra il 1984 e il 1985 dal cinese Sheng-Yen, maestro della tradizione ch'an.
Vi si commentano i versi del terzo patriarca Seng Ts'an, morto nel 606 d.C.

Il nucleo dell'insegnamento, conformemente al wu-wei taoista ("non azione"), risiede nel lasciare andare, praticando l'arte sottile del non attaccarsi senza tuttavia scivolare nel nichilismo. Infatti , ci si potrebbe chiedere, " ... se nulla è reale e durevole, che senso ha partecipare a un ritiro e praticare il Ch'an? Il fatto è che praticando avete l'opportunittà di accorgervi che tutto ciò che vi circonda ... è un'illusione ... Anche se intellettualmente siete persuasi che tutto è illusorio, potreste ancora credere incosciamente alla realtà delle cose e quindi nutrire ancora attaccamento. La capacità di trattarle effettivamente come transitorie è tutt'altra cosa" (pag.97).

Luigi Turinese


In foto: "Corolla rosa"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno X, n. 41, Gennaio-Marzo 1992

Le Recensioni di L.T.- "Lo Zen: via di traformazione", di I. Schloegl

Irmgard Schloegl, "Lo Zen: via di trasformazione" Promolibri, Torino 1991

Di evidente "colore" Mahayana, il libro di Schloegl, scritto nel 1977, ha ricevuto una revisione e una sorta di imprimatur da Christmas Hunphreys, la più rilevante figura del buddhismo britannico del '900.

Ne risulta, ad onta del titolo originale ("The zen way", la via dello Zen), soprattutto una chiara, elementare esposizione dei principi generali del buddhismo.
Ciò che vi si dice dello zen, comunque, è di pura tradizione Rinzai. Qualche cenno particolare meritano alcune parti. "La pratica in un monastero zen giapponese" è un lungo capitolo composto soprattutto da una minuziosa descrizione della vita quotidiana esteriore dei monaci: come tale desta interesse e curiosità ma non va oltre un'appassionante aneddotica.
Nel capitolo successivo ("Basi") si può avvertire una maggiore profondità ed emerge il profilo dell'Illuminato, meta di ogni via buddhista: "né santo né sapiente, ma totalmente umano; con l'umiltà che viene dal conoscere le umane follie e le umane miserie" (pag. 107).
Ormai decollato, il lavoro di Schloegl approda al capitolo più pregnante, l'ultimo prima della Conclusione ("Applicazioni"), in cui si sottolinea il valore inestimabile della pratica proiettata nella vita di tutti i giorni e si scalda il cuore, in altre pagine forse troppo sassone, dell'autore.

Luigi Turinese


In foto: "M’ama (non m’ama)"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n. 41, Gennaio-Marzo 1992

Le Recensioni di L.T. - "La pace come metodo e non come fine auspicabile", AA.VV.

AA.VV., "La pace come metodo e non come fine auspicabile", Jac Book, Milano 1991

In una prospettiva cristiana interconfessionale, con prevalente coloritura ortodossa (Oliver Clément, Georges Khodr), si snoda questo lavoro polifonico sul tema della pace.
Il complesso intervento di Carlo Sini, professore di Filosofia Teoretica all'università di Milano ("L'evento della pace"), apre il volume, il cui limite è costituito tutto sommato dall'eccessiva eterogeneità dei contributi.
Di particolare ineteresse per il lettori di PARAMITA l'intervista che Pietro Verni, certamente il più autorevole biografo italiano del Dalai Lama (v. recensione su PARAMITA n. 37, Gennaio-Marzo 1991, del suo "Dalai Lama. Biografia autorizzata", Milano 1990), ha "montato" a partire dai numerosi colloqui da lui avuti negli ultimi anni col capo spirituale del popolo tibetano ("Responsabilità universale e cultura del dialogo", pagg. 91-107.

Luigi Turinese


In foto: "(A)simmetria"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n. 41, Gennaio-Marzo 1992

Le Recensioni di L.T. - "La meditazione", di B. Rimpoche

Bokar Rimpoche, "La meditazione", Centro Milarepa, Val della Torre (To) 1991

Discepolo di Kalu Rimpoche, oggi Bokar Rimpoche è uno dei massimi maestri della tradizione Kagyupa.

Nato nel 1940, a soli quattro anni fu riconosciuto come tulku (reincarnazione) di un precedente omonimo maestro.
Rivolgendosi a dei meditanti, e per di più principianti, (il sottotitolo recita appunto : "Consigli ai principianti"), il piccolo libro che presentiamo ha un lodevole taglio pratico. Si tratta del resoconto di insegnamenti impartiti nel 1985 e divisi in quattro brevi capitoli.

Di particolare interesse gli ultimi due in cui vengono presentate sciné e lhaktong: tradotte come "pacificazione mentale" e "visione superiore", sono i due tradizionali pilastri della meditazione buddhista, una sorta di versione tibetana di ciò che nell'approccio theravada è noto come samatha e vipassana.

Luigi Turinese


In foto: "Fallo laterale"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n. 41, Gennaio-Marzo 1992

Le Recensioni di L.T. - "Il cuore dell'albero della bodhi", di Buddhadasa

Buddhadasa, "Il cuore dell'albero della bodhi", Ubaldini Editore, Roma 1990

Thailandese ottantaquattrenne, Buddhadasa si pone come un theravadin eterodosso, teso alla comprensione della natura del vuoto al punto da potersi considerare debitore soprattutto della scuola Madhyamika, fondata da Nagarjuna nel secondo secolo d.C. e classificata comunemente all'interno del Mahayana.

Al Vuoto, sunnata, sono in effetti dedicati i due terzi di questo bel libro. "Il vuoto è presente in tutte le cose; è .... la caratteristica di tutte le cose. Rendere la mente vuota di attaccamento per ogni cosa significa trasformarla nel vuoto stesso ... Allora ... non ci sarà mai più l'esperienza di nascere, di essere un io-mio" (pag.102).
In un certo senso, Buddhadasa perviene ad una sorta di "terza via", che si potrebbe denominare Buddhayana, con forti spunti interconfessionali e libera da ogni catechismo letteralistico.

" 'Astenersi dal male, compiere il bene , purificare la mente: questo è il Cuore del buddhismo'. Risposte ... (che) riflettono ciò che si è imparato a memoria, non una genuina comprensione interiore. Io definirei il Cuore del buddhismo con la frase: 'Niente a cui attaccarsi'... Comprendere che non c'è niente a cui attaccarsi significa eliminare i virus dell'avidità, dell'odio e dell'illusione" (pag. 24).


Luigi Turinese


In foto: "Studio sull’Ombra"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo ", Anno X, n. 41, Gennaio-Marzo 1992

martedì 22 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "La vita e la morte di Krishnamurti", di M. Lutyens

Mary Lutyens, "La vita e la morte di Krishnamurti", Ubaldini Editore, Roma 1990

Nel 1979 la casa editrice Armenia ebbe il merito di pubblicare un documentato volume scritto da Mary Lutyens quattro anni prima e intitolato "Krishnamurti, gli anni del risveglio". Il libro, ormai pressocché introvabile, passava in rassegna i presupposti della straordinaria avventura krishnamurtiana, dalla nascita avvenuta nel maggio 1895 ai primi anni trenta.

La stessa autrice, testimone diretta di gran parte degli avvenimenti descritti, pubblica nel 1990, a quattro anni dalla morte del libero pensatore indiano (ma la cui vita, come avrebbe detto lo stesso Krishnamurti, è patrimonio dell'intera umanità), una biografia completa di questa sorta di Buddha del XX secolo.
Aneddoti curiosi e interessanti si svolgono sotto i nostri occhi come in un'epoca remota e modernissima al tempo stesso. Un'intensa religiosità naturale si sposava, in Krishnamurti, al rifiuto di ogni autorità e istituzioni religiose, fin da quando, nel lontano 1929, egli aveva abbandonato il ruolo di Messia a cui la teosofia l'aveva costretto. "Io sostengo che la Verità è una terra ... (a cui) non potete accedere attraverso alcun sentiero, alcuna religione, alcuna setta ... La fede è una cosa strettamente individuale, e non potete e non dovete organizzarla. Se lo fate essa muore, si cristallizza , diventa un credo, una setta, una religione da imporre agli altri ... Io non voglio appartenere a nessuna organizzazione di genere spirituale ..." (pagg. 88-89).

Oltre che passi celeberrimi come questo, il libro contiene, e si tratta di uno dei motivi di maggiore interesse, brani di discorsi e interviste inediti in Italia. Molto emozionanti sono gli avvenimenti relativi agli ultimi tempi. "Io non ho paura di morire perché ho vissuto con la morte per tutta la vita. Non ho mai portato con me alcun ricordo"( da un colloquio con il medico registrato due giorni prima della morte).
Questa totale disidentificazione, tanto più significativa quando vissuta nella malattia e in prossimità della morte, si sposava peraltro all'amore per le automobili e per la tecnica (suscita interesse, ad esempio, la curiosità di Krishnamurti, ormai grave, per la mirabile complessità delle apparecchiature diagnostiche), o all'ammirazione per l'attore Clint Eastwood: una sorta di sposalizio tra il divino e l'umano.
Come scrive l'autrice nell'ultimo capitolo, Krishnamurti " ... non voleva fare un mistero di se stesso, eppure un mistero esisteva, un mistero che egli non sembrava assolutamente in grado di risolvere da solo" (pag. 217).


Luigi Turinese


In foto: "Il riposo degli artisti"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno X, n. 41, Gennaio-Marzo 1992

domenica 20 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "I Sufi", di I. Shah

Idries Shah, " I Sufi", Edizioni Mediterranee, Roma 1990

Idries Shah è un Sufi afgano contemporaneo impegnato da sempre nella diffusione di questo filone della mistica islamica.
Divulgazione è forse un termine riduttivo. Già ne "La Via dei Sufi" (Ubaldini Editore) Shah sviluppava l'idea che il sufismo rappresenti l'insegnamento interiore di tutte le religioni.
Questo atteggiamento, pur con tutte le sue suggestioni, non è privo di punti discutibili: la sua valenza metastorica o addirittura antistorica, con i suoi richiami a una Tradizione immutabile e avversa all'idea di progresso; la disinvoltura con cui vengono assimilati filoni di pensiero distanti tra loro come l'alchimia, la cavalleria, addirittura la carboneria risorgimentale; la tendenza a far derivare dal sufismo ogni sorta di mistica e di mistici, dalla massoneria a San Francesco d'Assisi.

Ciò non toglie che il libro di Shah, e in generale tutta la sua opera, rappresenta la migliore sintesi del sufismo disponibile nella letteratura religiosa in lingue occidentali; pur con tutti i limiti che ha un libro nel trasmettere un messaggio religioso: come scrive lo stesso Shah (pag. 13), " ... esso (il sufismo) non può venire apprezzato oltre un certo punto se non nella situazione reale dell'insegnamento, che richiede la presenza fisica di un maestro sufi".

Il libro rende accessibile l'evoluzione del sufismo attraverso le sue figure più importanti: Attar, Rumi, Ibn Arabi, Al-Ghazali, Omar Kayyam.

Questa impostazione, per così dire pluribiografica, giova alla gradevolezza complessiva del libro, elemento non trascurabile trattandosi di materia inusuale e generalmente poco accessibile.

Luigi Turinese


In foto: "Mandalismo"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno X, n. 39, Luglio-Settembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "Tibet" e altri scritti di M.G.Raineri et al.

M.G. Raineri - E. Crespi, "Itinerari del Buddha", Calderini, Bologna 1990

M.G. Raineri - E. Crespi (a cura di), "Tibet", Calderini, Bologna 1989

e

J.M. Strobino, M. Diasparra, V. Daniel, H. Laffargue, "Vietnam", Calderini, Bologna 1989

La Casa Editrice Calderini di Bologna pubblica un'ottima serie di Guide di ogni parte del mondo.

Le tre presentate in questa sede sono naturalmente più vicine ai probabili interessi di viaggio dei lettori della nostra rivista.
In particolare, "Itinerari del Buddha" propone qualcosa di più di una semplice vacanza in India e in Nepal; infatti, parallelamente al viaggio, vengono descritte le tappe principali dello sviluppo del buddhismo.
Risonanze buddhiste sono presenti anche nel volume riguardante il Tibet, mentre una menzione particolare merita la Guida del Vietnam, se non altro perché è la prima opera del genere realizzata in lingua italiana.
Bisogna sottolineare che le guide in questione, oltre che ricche di notizie artistiche, ambientali e culturali in senso lato, sono realmente operative, veri strumenti pratici di aiuto e consultazione per il viaggiatore che non voglia "intrupparsi" in uno dei tanti viaggi organizzati.

Luigi Turinese


In foto: "Balletto meccanico"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n. 39, Luglio-Settembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "Dhammapada", di L. Martinelli

Luigi Martinelli, "Dhammapada", Oscar Mondadori, Milano 1990

Il Dhammapada (L'orma della disciplina) è il testo canonico più conosciuto anche in Occidente. Nel corso di ventisei capitoli in versi si snoda una semplice esposizione dei principi basilari del Dhamma. Pur essendo già stato tradotto dal pali in italiano, il Dhammapada curato dall'ingegner Martinelli merita qualche nota particolare.

A Luigi Martinelli, figura per lungo tempo isolata del budddhismo italiano, si devono, tra l'altro, sotto l'egida dell'Associazione Buddhista Italiana, pubblicazioni preziose, soprattutto nel periodo in cui l'editoria specializzata non era ancora attenta alle tematiche buddhiste.
La traduzione di ogni capitolo, che si prefigge l'obiettivo di conservare al testo un incedere poetico, è preceduta da un commento introduttivo in cui il curatore si mostra particolarmente attento agli eventuali elementi comparativi con il cristianesimo, senza forzare, tuttavia, analogie o discrepanze, ma con il solo scopo di "...orientare il lettore, che non conosca in modo profondo la Dottrina del Buddha, verso una più naturale investigazione pratica di confronto tra l'insegnamento etico buddhista e quello dell'etica che potremmo chiamare cristiano-occidentale ..." (pag.6).
Senza dimenticare che "... non vi può essere verità assoluta tra le cose impermanenti e condizionate e quindi anche un testo, sacro o no, fa parte delle cose che sono una volta nate e che periranno. Ma certamente, testi come il Vangelo cristiano e il Dhammapada sono utili zattere per attraversare il fiume ..."(pag. 8).


Luigi Turinese


In foto: "Primavera"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo ", Anno X, n. 39, Luglio-Settembre 1991

sabato 19 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "Verso una cultura ecologica" di G. Dalla Casa

Guido Dalla Casa, "Verso una cultura ecologica", Editrice Satyagraha, Torino 1990

Il pregio maggiore del libretto dell'ingegner Dalla Casa consiste nel mettere in evidenza il riduzionismo dell'ecologia di superficie, che si limita ad azioni, pure preziose, di "buona educazione" ambientale, senza scardinare i presupposti della cultura dominante inquinante.

La proposta dell'Autore di realizzare un progetto di ecologia profonda muove invece dalle considerazioni sul "paradigma" che Fritjof Capra ha così bene esposto nei suoi scritti: non c'è salvezza, in altri termini, se non si comprende la profonda interrelazione tra tutte le cose; se non si percepisce l'Universo, o quanto meno il nostro pianeta come un sistema chiuso, al di fuori del quale non c'è nulla e dal quale nessuna "materia di scarto" può essere eliminata.

Dunque l'ecologia profonda è possibile solo agendo sul sistema di valori di derivazione newtoniana-cartesiana, per approdare ad una comprensione dei fenomeni in chiave interrelazionale.

Luigi Turinese


In foto: "La porta dello spavento supremo…"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno X, n. 39, Luglio-Settembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "1994. La nudità e la spada", di F. Parazzoli

Ferruccio Parazzoli, "1994. La nudità e la spada", Mondadori Editore, Milano 1990

Figura davvero originale quella di Ferruccio Parazzoli.
Dirigente editoriale e responsabile di collane di successo, interessato alla diffusione di testi di argomento religioso, Parazzoli coltiva con regolarità una vocazione di narratore.
"1994" è il suo nono romanzo, ispirato a un genere che potremmo definire di "fantastoria". L'autore immagina di scrivere nel 2015, dopo un ventennio dal fatto cruciale di fine millennio: la fine cruenta del cristianesimo, avvenuta nel 1994.
Protagonista del romanzo è il professor Tommaso Vegas, insegnante di Storia del Cristianesimo all'Univesrità Cattolica di Milano ai tempi in cui si sono svolti i fatti. Vegas è chiaramente la figura-ombra dell'Autore, che approfitta dello slittamento temporale per costruire una vicenda iperealistica: ad uno ad uno sfilano col proprio nome personaggi contemporanei come Scalfari, Ferrara, il Cardinal Martini, l'onnipresente Andreotti, Ida Magli.
Sullo sfondo di tutto, lo spettro dell'AIDS.


Luigi Turinese


In foto: "Perfezione"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno X, n. 39, Luglio-Settembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "L'evidenza sensibile", di F. Pullia

Francesco Pullia, "L'evidenza sensibile", Ellemme, Roma 1991

Autore relativamente prolifico e soprattutto eclettico, spaziando dalla narrativa alla poesia, Francesco Pullia affronta in questo lavoro i vari modi di manifestarsi della presenza, svelata dalla poesia come dall'intuizione del qui e ora nei gesti minimi della vita quotidiana: altrettanti possibili tramiti verso l'identità tra soggetto e oggetto .

Le riflessioni di questo piccolo, denso libro prendono spunto dalla musica, dal cinema e dalla letteratura non meno che dalla filosofia propriamente detta; lo scopo, espresso dallo stesso autore, è di favorire il passaggio "dall'estetico al'estatico".
Operazione in buona parte felicemente riuscita, nel senso che si avverte come ogni pagina, pur nelle asperità che talora costellano il linguaggio filosofico, corrisponda all'evidente tensione di Pullia verso quella che Elvio Fachinelli definiva "la mente estatica".
E allora la Via diventa "camminare e guardare, lasciarsi salvare dalle cose che ci concedono qui e adesso una possibiltà di "meditare senza meditare" (pag. 89), cioè di mantenere una presenza così costante da corrispondere all'ingiunzione paolina di "pregare incessantemente".

Luigi Turinese


In foto: "Cuccioli sperduti"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno X, n. 39, Luglio-Settembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "Psicoterapia e meditazione", di AA.VV.

L'ottima iniziativa dello psicoanalista Adalberto Bonecchi ha condotto a raccogliere in quattro sezioni ventisei articoli apparsi su PARAMITA tra il 1987 e il 1989 e riguardanti:
1) La pratica della meditazione
2) Psicoterapia e sviluppo mentale
3) Al di là dell'io
4) L'esperienza interiore.

Un denominatore comune di questi articoli, pur così diversi tra loro per argomento e per tipologia dell'Autore (una particolare riconoscenza va al professore Corrado Pensa, presente con sei illuminanti interventi), può essere riconosciuto nella dimensione interreligiosa e aperta alle scienze.

Si è fatta ormai vasta la letteratura circa le connessioni e le separazioni tra ambito psicorterapico e ambito meditativo. Non dello stesso campo si tratta, bensì di un terreno su cui alligna il "paradigma di complementarietà" caro a Bonecchi (cfr. "La collina ritrovata"): terza via tra modello meccanicistico e modello sistemico.

La presente antologia è non solo preziosa, ma anche un sintomo di quanto si agita nelle profondità dell'Occidente, dove, per dirla con James Hillman: " ... ognuno di noi è più o meno inconsapevole delle differenze tra anima e spirito - confondendo perciò la psicoterapia con le discipline spirituali, rendendo poco chiari i punti di convergenza e quelli di differenza" ("Picchi e valli", in "Saggi sul Puer" - R. Cortina Editore, Milano 1988, pag. 84)

Luigi Turinese


In foto: "Sensuale pudore"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno X, n. 39, Luglio-Settembre 1991

Le Recensioni di L.T.- "La vita del Buddha" e altri scritti di D.Ikeda

Daisaku Ikeda, "La vita del Buddha", Bompiani Editore, Milano 1986

Daisaku Ikeda,"Buddhismo, il primo millennio", Bompiani Editore, Milano 1986

Daisaku Ikeda, "Buddhismo in Cina", Bompiani Editore, Milano 1987

Daisaku Ikeda,"La vita, mistero prezioso", Bompiani Editore, Milano 1991

Nel nostro secolo, e particolarmente nel secondo dopoguerra, la Soka Gakkai si è distinta soprattutto nel campo dell'educazione alla pace; compito senz'altro meritorio da parte di un'organizzazione nata nel paese che più ha subito i segni devastanti della seconda guerra mondiale.
Da un ventennio, il presidente della Soka Gakkai International, che conta mezzo milione di aderenti in tutto il mondo e dieci milioni in patria, è Daisaku Ikeda. Sesssantacinquenne, questo infaticabile "manager del buddhismo" - sia detto senza la minima ironia - percorre il pianeta in lungo e in largo per diffondere una cultura della pace: fonda scuole (esiste anche un'università Soka) e organizzazioni culturali, incontra statisti e uomini di cultura.Per questa attività nel 1983 Ikeda ha ricevuto il premio delle Nazioni Unite per la Pace.
La Soka Gakkai si ispira al pensiero di Nichiren, riformatore religioso del XIII secolo. per il quale la recitazione del Sutra del Loto ha potere mantrico, evocando in ciascun praticante la naturale condizione del Buddha.
Questa setta nazionalista e non priva di sfumature magiche si è stranamente sposata, nel XX secolo, con un attivismo sociale ed ecumenico e con un'insistenza proselitistica che certamente non aveva all'origine, provocando una "scomunica" da parte dell'ala monastica della tradizione Nichiren.

I quattro testi che presentiamo costituiscono una piccola parte della produzione di Ikeda e sono un corpus introduttivo al buddhismo, a patto che ci si ricordi l'estrazione laica ed attivista del suo autore e del movimento che rappresenta. Ricostruzione storica, accenti in qualche modo "cognitivisti", puntuali rimandi al mondo contemporaneo: questi i motivi centrali dei libri. E soprattutto scarsissima importanza accordata alla pratica meditativa, che non sia, com'è ovvio, la ripetizione del Sutra del Loto.


Luigi Turinese


In foto: "Full moon"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIII, n. 50, Aprile-Giugno 1994

mercoledì 9 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "Estetica e modernismo in Cina", (a cura di) G. Marchianò

AA.VV. "Estetica e Modernismo in Cina" (a cura di Grazia marchianò), Rubbettino Editore Soveria Mannelli (CZ) 1933
e
AA.VV., "Scritti italiani su NikolajRerich. Con inediti di Elena Ivanovna Rerich" (a cura di Grazia Marchianò), Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ)1993

Da una feconda collaborazione con la casa editrice Rubbettino e la professoressa Marchianò, insegnante universitaria di Estetica, nasce la prima collana italiana dedicata alle estetiche di Oriente e Occidente ("Saggi brevi di estetica comparata").
I soggetti delle prime due uscite, entrambi di grande interesse, non potrebbero essere più lontani tra loro, mentre si annuncia, scritto dalla stessa Marchianò, "Sugli orienti del pensiero", che attendiamo con curiosità.

Col termine di modernismo si intende il movimento cinese "new wave", represso nel 1989 insieme con i movimenti filodemocratrici.
Agli inizi degli anni ottanta, con la revoca da parte del governo dell'interdizione degli studi estetici, erano iniziati massicci scambi culturali con l'Occidente; non più solo Hegel, ma anche Schopenhauer, Nietzsche, Freud, fino a poco prima considerati "borghesi controrivoluzionari", avevano trovato posto nella formazione dei giovani intellettuali cinesi. Come afferma un critico naturalizzato australiano, Nicolas Jose, nel 1988 a Pechino "pareva che ogni due persone, una fosse un artista, e tutti gli altri, chi mercante, chi procacciatore d'affari per il mercante, chi poeta. Dichiararsi artisti ed essere uno del gruppo era un'affermazione di libertà" (dall'Introduzione di G. Marchianò, pag. 6).

Gli "Scritti italiani su Rerich", di Bazzarelli, Lopez, Spendel, Zolla, fanno conoscere un originale pensatore e artista russo, che si è morso tra pittura, filosofia ed esoterismo ricordando per certi versi Gurdjieff, come nota molto opportunamente Grazia Marchianò nella sua post-fazione(pag. 129). Come Gurdjieff ebbe un "luogotente" in Ouspenskji, così Rerich (1874-1947) trovò il suo "doppio" nella moglie Elena Ivanovna, che lo coadiuvò soprattutto nelle ricerche su Agni Yoga (si veda la raccolta di riflessioni "Mondo di fuoco"), in cui il richiamo al ritualismo vedico fa da supporto ad una vera e propria via russa all'Oriente. La temperie culturale era la stessa che aveva prodotto Madame Blavatsky e la teosofia.
L'itinerario spirituale di Rerich può essere compendiato anche dalla storia dei suoi rapporti; citiamo in ordine sparso quelli con Vivekananda, con Tagore, con Krishnamurti e, di particolare interesse per la nostra rivista, con il buddhologo Sherbatskij.

Nel corpo centrale del libro, alcune tavole a colori danno un saggio della pittura di Rerich, che Elémire Zolla definisce acutamente: "... ascetica, adamantina, ma nello stesso tempo di un'intensità allucinata"(pag.21).

Luigi Turinese


In foto: "Rosa antico"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIII, n. 50, Aprile-Giugno 1994

lunedì 7 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "Non creare altra sofferenza", di A. Thanavaro

Achaan Thanavaro, "Non creare altra sofferenza", Ubaldini Editore, Roma 1995

Abate del primo monastero theravada italiano, il Vihara Santacittarama di Sezze (LT), Achaan Thanavaro rappresenta un'originale espressione della tradizione dei mestri della foresta, il cui esponente più noto in Occidente, Achaan Sumedho, è stato appunto maestro di Thanavaro .
La storia di questo quarantenne italiano è semplice e straordinaria al tempo stesso. Sospinto, come spesso accade quando si sta oscuramente cercando una strada di ricerca spirituale, dall'impatto della inquietudine giovanile su di un temperamento introverso, egli fa precocemente incontri che che si sarebbe tentati di definire segni di un karma favorevole; determinante quello con Achaan Sumedho, che diventa suo maestro, e che nel 1979, insieme ad altri monaci tra cui Saddhatissa Mahathera è testimone della sua ordinazione a monaco, a Londra.
Quando, dopo varie esperienze in diverse parti del mondo, Thanavaro rientra in Italia, è per occuparsi del vihara di Sezze, fondato nel 1990 con l'appoggio della Fondaziuone Maitreya, e in cui la tradizione dei maestri della foresta trova un adattamento nella realtà italiana.

Il libro che presentiamo è strutturato in tre parti. La prima è una breve intervista a cura di Gian Paolo Fiorentini, che conosciamo come collaboratore della nostra rivista e ottimo traduttore; la seconda parte, una sessantina di pagine, riporta discorsi tenuti su diversi temi della pratica buddhista; nella terza parte infine si passano in rassegna le dieci paramita, le virtù del bodhisattva: generosità, moralità, rinuncia, saggezza, energia-applicazione, pazienza, onestà, determinazione, amore universale, equanimità-equilibrio.

Luigi Turinese



In foto: "Pipinara"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIII, n. 50, Aprile-Giugno 1994

domenica 6 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - " Il Buddha", di G. S. Fazion

Gianpietro Sono Fazion, "Il Buddha", Cittadella Editrice, Assisi (PG) 1993

L'attuale diffusione di discorsi - anche cinematografici - sul buddhismo e sul suo fondatore, restituisce vitalità ad un genere, quello della biografia, che sembrava annacquato da una pletora di libri onesti ma ripetitivi.
Si ristampa ad esempio il classico "Buddha" di Oldenberg, e tra i lavori contemporanei merita un posto di rilievo questo lavoro di Fazion, praticante zen e autore, sempre per i tipi della Cittadella , di un "Viaggio nel buddhismo zen" (1990).

L'originalità del libro si palesa sin dall'inizio , in cui si rinuncia al modo "evenemenziale" di fare storia a favore di una trattazione "per temi" che esordisce in "media res" con l'ingresso del buddhismo in Cina (VIII secolo); qui Fazion si appoggia alle "Memorie dei paesi d'Occidente al tempo dei grandi Tang", di Xuangzang, in cui si narra di una sorta di pellegrinaggio nei luoghi cruciali del Buddha storico.

Più volte, Fazion indulge al parallelismo tra la spoliazione di Francesco d'Assisi e quella di Siddharta. Ma Francesco approda all'Assoluto personale, così come gli suggerisce il suo contesto cristiano; mentre il Buddha si sprofonda in un silenzio metafisico cui si avvicina piuttosto, in ambito occidentale, la cosiddetta mistica apofatica di un Meister Eckhart; o anche, in qualche modo, la posizione della beata Angela da Foligno, opportunamente citata alle pagg. 38-39.

Notevole interesse riveste poi la "questione femminile" che il libro affronta alle pagine 135-145 ("Storie di donne"); vi si dimostra che l'atteggiamento tenuto dal Buddha nei confronti dell'ordine femminile, e che a noi pare venato di misoginia, va contestualizzato: nel V secolo a.C., in India, contemplare la possibilità che le donne dedicassero la vita alla ricerca spirituale era già una rivoluzione.
Ultimo pregio di questo libro, e non secondario: è ben scritto, in un italiano colto e scorrevole.

Luigi Turinese


In foto: "Lapide Persona"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIII, n. 50, Aprile-Giugno 1994

Le Recensioni di L.T.- "Oro, incenso e mirra", di D. Zangari

Daniele Zangari, "Oro, incenso e mirra",Litografia "A-Z", Reggio Calabria 1994

Un libriccino ben fatto, ispirato alla Tradizione e scritto con un linguaggio accessibile a tutti. Questa la sintesi per il lavoro di Zangari, calabrese di Reggio e anche per questo propenso a valutare tre figure importanti della filosofia del meridione d'Italia: Pitagora, Federico II e Tommaso Campanella.

Essendosi celebrato l'anno scorso, con svariate manifestazioni culturali, l'ottavo centenario della nascita di Federico II, appare quanto mai tempestivo il riconoscimento che a questo illuminato sovrano tributa Zangari, il quale ne sottolinea ì'iniziazione al sufismo oltre all'".. amore per la Sicilia, per la poesia e le arti, per la cultura e le scienze" (pag. 30).

Luigi Turinese


In foto: "Natural webcam"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIV, n. 55, Luglio-Settembre 1995

Le Recensioni di L.T. - "Le strofe del Samkhya", di Ishvarakrishna

Ishvarakrishna, "Le strofe del Samkhya", Edizioni Ashram Vidya, Roma 1994

Sebbene Ishvarakrishna sia piuttosto il codificatore di una tradizione già presente, le Samkyakarika sono il testo della scuola Samkya più antico che si conosca.
Scritto intorno al IV-V secolo , riassume le proposizioni di uno tra i darshana più fecondi.

Nelle storie della filosofia indiana il Samkya viene abitualmente associato allo Yoga. In effetti, lo Yoga rappresenta il "braccio pragmatico" del Samkya; quest'ultimo ne costituisce a sua volta il versante gnoseologico. Il Samkya è ateo, lo Yoga è un sistema teista. Entrambi sono sistemi dualistici, imperniati sulla dialettica tra anima (purusha) e e mondo fenomenico (prakriti); e sulla discriminazione (viveka) tra le due realtà che, sola, costituisce la spada che taglia l'illusione e, pertanto, spiana la via alla liberazione.

In un certo senso, un'evoluzione del Samkya si realizza nel buddhismo di Nagarjuna, come ribadisce Raniero Gnoli nell'Introduzione. " Sostituiamo ... alla prakriti la realtà relativa, la coscienza deposito ...ed alla solitudine ineffabile del purusha la realtà assoluta, è l'equivalenza è perfetta"(pag. 23).

Il commento a quest'opera, che è costituita da settantadue aforismi, è di Guadapada che le diverse tradizioni situano tra il VI e l'VIII secolo. L'edizione che Ashram Vidya manda in libreria è praticamente la stessa che conoscevamo nella Biblioteca Boringhieri (1978)e che si basava sulla traduzione del 1960, operata da un giovanissimo e già acutissimo Corrado Pensa sull'originale sanscrito. A Pensa si deve anche la precisa Prefazione, mentre Ranieno Gnoli firmava come si accennava sopra, la dotta Introduzione. Nell'edizione Boringhieri figurava, in fondo al volume, un'utile "Nota storica sulle dottrine indiane" a firma di Vincenzo Talamo, che qui non si trova. Probabilmente è stata riconosciuta pleonastica in un programma editoriale , quello di Ashram Vidya, che costituisce da sola un'unica, lunga "nota alle dottrine indiane".

Luigi Turinese


In foto: "Mandibole"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIV, n. 55, Luglio-Settembre 1995

Le Recensioni di L.T. - "1° Corso di Studi Buddhisti", di Centro Studi Maitreya

Centro Studi Maitreya, "1° Corso di Studi Buddhisti", Edizioni Paramita, Roma 1995

Nel dicembre del 1993 si è costituito a Venezia il Centro Studi Maitreya che, vero e proprio "fiancheggiatore" della Fondazione Maitreya, si è posto lo scopo di approfondire il buddhismo soprattutto per quel che concerne i suoi rapporti con la cultura occidentale; intendendo per cultura occidentale sia la tradizione spirituale cristiana, sia il pensiero scientifico moderno.
Tra il febbraio e l'aprile del 1994 si è svolto a Venezia il primo corso di studi buddhisti, di cui il presente volume costituisce il tempestivo resoconto.
In tre incontri di una giornata ciascuno si sono passate in rassegna le principali tradizioni buddhiste: theravada, mahayana e vajrayana. Gli interventi sono dovuti a studiosi e a maestri spirituali; ne risulta un'eterogeneità fertile, in grado di fornire notizie complementari.
Ai maestri spirituali, inoltre, è stato chiesto di aprire ogni giornata con un intervento sulla formazione del monaco nella rispettiva tradizione. Si sono così avvicendati Thanavaro, Taino, e Ciampa Gyatso, cui è stata affidata anche una sessione di pratica nella propria tradizione.
Ottima la bibliografia italiana, di oltre trecento titoli, a cura di Paolo Vicentini.


Luigi Turinese


In foto: "Sistema solare"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIV, n. 55, Luglio-Settembre 1995

venerdì 4 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "Sugli orienti del pensiero", di Grazia Marchianò

Grazia Marchianò, "Sugli orienti del pensiero", Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ) 1994

Su PARAMITA n.50 avevevamo recensito i primi due volumi della collana "Saggi brevi di estetica comparata" che la casa editrice Rubbettino inaugurava con la direzione della professoressa Marchianò. Aggiungevamo di attendere con curiosità l'annunciato "Sugli orienti del pensiero", lavoro della stessa Marchianò.
L'attesa è stata ora ripagata all'altezza delle aspettative. Il doppio volume è dedicato a quello che , con linguaggio junghiano, potremmo definire l'archetipo del vuoto, strettamente connesso a un'idea monista della natura.
Il compianto pensatore rumeno Culianu, tragicamente scomparso pochi anni fa, aveva messo in evidenza come, tra i più tenaci "programmi psichici", sia da annoverare il dualismo, forte soprattutto nella storia del pensiero occidentale.
I suoi esiti più riconoscibili sono coppie di concetti in cui il secondo termine è sempre svalutato: bene/male, anima/corpo, realtà ultraterrena/mondo...
L'apparire del nichilismo sulla scena filosofica, negli ultimi due secoli, ha cominciato a sgretolare l'unilateralità del dualismo.
Ma prima, pensatori come Eraclito ed Empedocle, e per certi versi Platone, sottolineando il divenire e l'interdipendenza di ogni cosa, costituiscono un filone minoritario ma pur sempre presente di ciò che qui viene efficacemente definito "oriente del pensiero", e che come è ovvio non si riferisce a coordinate geografiche, sebbene nel pensiero orientale abbia ricevuto più cospicue conferme.
"Il buddhismo mahayana, in particolare la scuola che si ispira a Nagarjuna, afferma che la realtà empirica è priva di sostanza, impermanente e concausata"(pag.72).

Il nucleo del secondo volume dell'opera, non a caso, gira intorno al "Sutra del Loto", composto all'inizio dell'era cristiana in India, da qui tradotto in Estremo Oriente, e che costituisce un importante contributo agli "orienti del pensiero".
Antropologi e scienziati occidentali contemporanei come Bateson e Prigogine testimoniano il punto di svolta verso un pensiero sistematico che è esso stesso un "oriente del pensiero". Lo spazio-tempo della fisica contemporanea è di fatto un avvicinamento ad un tempo estatico.

Nel libro è condotta un'analisi linguistico-filosofica del pensiero orientale, in particolare giapponese comparativamente al pensiero occidentale. All'interno di quest'ultimo, la conoscenza è possibile distanziando l'oggetto; nel pensiero orientale la conoscenza è sempre un atto di identificazione. "Quando guardiamo un fiore, quel fiore diventa viva parte di noi stessi" (pag. 38, citato da Nishida).

Nella triplice appendice al libro,una parte è dedicata all'estetica dell'iki, una sorta di fenomeno di coscienza in cui si realizza per l'appunto un'osmosi tra interno ed esterno, tra osservatore ed oggetto dell'osservazione (all'argomento la casa editrice Adelphi ha recentemente dedicato la traduzione di un testo fondamentale di Kuki Shuzo: Il libro dell'iki).
"La meditazione taoista e buddhista ha dato apporti incomparabili a un'estetica degli orienti del pensiero. Tutte le arti tradizionali in Cina, Corea, Giappone hanno accolto il principio dell'insostanzialità dell'esistenza, trasfondendolo in un sistema di percezioni e cognizioni sottili che solcano le forme e i processi della natura, facendone intravedere il volto e i suoni originari" (pag. 92).

Interessante è la bibliografia ragionata, che si snoda attorno a sei temi che attraversano il lavoro: buddhismo, comparatistica, estetica tra Oriente e Occidente, Giappone, Loto, Natura.

Luigi Turinese


In foto: "Il Giappone è lontano"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIV, n. 55, Luglio-Settembre 1995

Le Recensioni di L.T. - "Lo Yoga della Potenza" , di J. Evola

Julius Evola, "Lo Yoga della Potenza", Edizioni Mediterranee, Roma 1994

Il tantrismo, nell'accezione buddhista di Vajrayana e più ancora come vivificante innesto al tronco dell'induismo, si configura, all'inizio dell'era cristiana, come una via spirituale perseguita attraverso il corpo. In quanto tale, esso è di totale modernità, e in un certo senso la via di realizzazione più coerente all'era in cui ci troviamo a vivere, il kaly-yuga.
Trasformare il veleno in farmaco, questo il principale precetto del tantrismo, conseguito cavalcando le passioni apparentemente più "amorali" strappate al segno dell'attaccamento per vederne l'intrinseca spiritualità.
Ponendo al centro della ricerca la dialettica tra principio maschile (Shiva) e principio femminile (Shakti), il tantrismo fa della polarità sessuale una figura dell'unione tra Shiva e Shakti, adombrando così ciò che nella psicologia junghiana prende il nome di "coniunctio oppositorum".

Secondo Evola, le principali caratteristiche del tantrismo sono tre: la metafisica della shakti, la valorizzazione del sadhana (la pratica, che si avvale dello hatha yoga, soprattutto del pranayama e, in alcune scuole, dell'unione sessuale rituale); la dottrina del mantra cui è dedicato per intero l'ottavo capitolo del libro. Lo shaktismo è visto da Evola come l'espressione di un residuo comune ad antiche civiltà, identificabile nel culto della Magna Mater.
Molto interessante è anche il X capitolo, dedicato ai chakra, centri energetici di una fisiologia occulta.
Nelle prime battute di questo lavoro Evola dichiara di "voler mantenere una ugual distanza sia dalla scialbe esposizioni bidimensionali specialistiche dell'orientalismo universitario e accademico, sia dalle divagazioni degli "occultisti"e dei cosiddetti "spiritualisti" dei nostri giorni" (pag. 27).
Intento lodevole e per molti versi rispettato, in un libro ben scritto e in cui si avvvertono meno del solito le sgradevolezze evoliane, o quelle che ci paiono tali: un certo supponente nietzschianesimo, un'ostentata aristocrazia dello spirito contrapposta alla "democrazia" del mondo moderno, i segni di un razzismo che gli evoliani sono soliti negare con cavillose argomentazioni, ma che affiora non appena l'autore "si distrae". Come quando leggiamo che lo yogi persegue "l'assenza di ogni segno del volto rivelante un pensiero o un sentimento, ottenuta con un completo controllo dei muscoli facciali fino ad una impassibilità tipicamente ariana (sic!) da statua" (pag. 113).
Non a caso il titolo della prima stesura dell'opera, poi largamente rimaneggiata, doveva essere "L'Uomo come Potenza".
Molto opportuna risulta dunque la lettura della recensione che Marguerite Yourcenar scrisse nel 1972 per "Le Monde" e che viene riportata in fondo al volume. Recensione tutto sommato positiva, ma in cui si pone un'acuta distinzione tra mistico e mago, riconoscendo in Evola la propensione verso la seconda realtà, piuttosto che verso la prima.

Luigi Turinese


In foto: "Orecchie d’asino"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIV, n. 55, Luglio-Settembre 1995

giovedì 3 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "Il Mahatma Gandhi: ideali e prassi di un educatore", di D. Dolcini et A.

D. Dolcini, E. Fasana, C. Conio, "Il Mahatma Gandhi: ideali e prassi di un educatore", Istituto Propaganda Libraria, Milano 1994

Alla fine degli anni ottanta, alcune Università italiane effettuarono una ricerca sul Mahatma Gandhi, figura quanto mai attuale anche volendola esaminare solo sotto il profilo pedagogico. Ne è scaturito un convegno di cui presentiamo gli atti.
I curatori sono a loro volta autori di importanti interventi. A Donatella Dolcini, insegnante di lingua hindi, dobbiamo "Gandhi nell'universo femminile: iter di un'educazione "; Enrico Fasana, docente di Storia e Istituzioni dell'Asia, si è prodotto su " Mohandas Karamchand Gandhi educatore dell'unità nazionale"; Caterina Conio, infine, dalla sua competenza in quanto cattedratica di Religioni e Filosofie dell'India, ha sviluppato il tema "Continuità dell'insegnamento gandhiano: il Mahatma e Vinoba Bhave".

Da qualunque parte lo si voglia guardare, il Mahatma (epiteto dovuto al poeta Tagore) rimane soprattutto una grande figura di karma yogin, cioè dedito allo yoga dell'azione. Per questo ci pare centrale, nella ventina di interventi di cui è composto il volume, l'intervento di Donatella Zazzi, "Valori educativi della Bhagavad Gita nella lettura di Gandhi"(pagg. 117-126). Nella Gita, che rimase con i Vangeli una delle letture costanti nella vita di Gandhi,è presente infatti il tema della giusta azione svincolata dalle aspettative circa i suoi frutti.

In un cero senso, rimane su questa linea il pregevole intervento di Caterina Conio, ricordato sopra: Vinayak Bhave (1895-1953), ribattezzato da Gandhi Vinoba, uno dei suoi più preziosi collaboratori e poi continuatori, fece del karma yoga un formidabile strumento di azione sociale. "Karma è l'azione concreta, compiuta come svadharma (dovere). Vikarma indica l'azione compiuta con purezza di mente e di cuore. L'unione interna e quella esterna divengono una cosa sola" (Vinoba, citato da C.Conio a pag. 247).


Luigi Turinese


In foto: "Freschezza di rugiada"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIV, n. 55, Luglio-Settembre 1995

Le Recensioni di L.T. - "La ruota della vita", di J. Blofeld

John Blofeld, "La ruota della vita", Edizioni "Il Punto d'Incontro", Vicenza 1994

Commentando un libro, non possiamo esimerci dal considerarlo nel suo contesto anche temporale. Negli anni '50 non si conosceva ancora la diffusione di massa del pensiero orientale di cui disponiamo oggi. Era l'epoca in cui i resoconti di viaggi, circonfusi da un alone di esotismo, tenevano il posto oggi occupato dalle riflessioni sulla liberazione e dai suggerimenti sulla pratica. Si pensi all' Autobiografia di uno yoghi, che Yogananda aveva scritto già prima che avesse una diffusione internazionale a partire dagli anni '50.
Il libro di Blofeld che presentiamo è sottotitolato significativamente "Autobiografia di un buddhista occidentale", e la sua prima edizione risale appunto al 1959.
L'autore, un buddhista tantrico inglese, trascorse molto tempo in Asia, soprattutto in Cina. Fondamentale fu il suo incontro con Lama Govinda. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in italiano; si pensi a La dottrina Zen di Huang Po, a L'insegnamento Zen di Hui Hai, a Taoismo, tutti pubblicati da Ubaldini; o anche a L'arte cinese del tè, edito da Mediterranee; o infine a Il Segreto e il Sublime, per i tipi di Mondadori.

La ruota della vita
si legge con grande piacere; è un libro facile, nella sua accezione migliore, pur non presentando quell'inflazione di soprannaturale che presentava invece l'auttobiografia, prima citata, di Paramahansa Yogananda. Appaiono lama, maestri taoisti, monaci zen, persino l'incontro, inserito nella seconda edizione del libro, con il Dalai Lama, avvenuto nel 1969.
Il tutto però in un clima misurato, non favolistico, diremmo fortemente buddhista. Nell'Introduzione, l'autore chiarisce bene questo punto di vista: " ... ho omesso qualche stupefacente esperienza, temendo di essere considerato un ingenuo o uno sciocco. Così può darsi che qualche lettore trovi il libro privo di un'adeguata serie di avvenimenti stupefacenti ... Le vere meraviglie sono le meraviglie dello spirito umano e di queste il libro ne contiene parecchie"(pag. 11).
Esemplificativo di queste intenzioni è il bellissimo passo dedicato alla visita del giardino di Lumbini, luogo natale del Buddha. Blofeld è dapprima intristito a causa dello stato in cui versa il luogo, un'arida desolazione interrotta dalla storica colonna commemorativa di Ashoka. Poi chiude gli occhi e si immerge in una meditazione discorsiva in grado di evocare la magia che sicuramente dovette sprigionare quel luogo nella sua stagione più bella.
E appare alla mente del pellegrino la scena della nascita del Beato, in una sorta di immaginazione attiva. "Quello che avevo visto non era stato né un sogno, né una visione. Avevo semplicemente chiuso gli occhi e avevo deliberatamete provocato un'immagine degli eventi che avevano reso Lumbini un luogo da ricordare per sempre"(pag. 286.


Luigi Turinese


In foto: "Stelle sperdute"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XIV, n. 55, Luglio-Settembre 1995

mercoledì 2 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "Scenari metafisici di azzurro straniamento", di V. Massimi

Valeriano Massimi, "Scenari metafisici di azzurro straniamento", Associazione Culturale Athanor, Pesaro 1994

"Non è uomo chi scambia / il torpore per serenità".
Nella raccolta che volentieri presentiamo, spesso il contenuto sopravanza la forma: il ritmo, l'allitterazione, l'immagine, tutto quanto fa poesia è fragile in questa raccolta. Eppure un valore emana dalle pagine di Valeriano Massimi, ed è il valore di un contenuto che si esprime in una sorta di prosa poetica.
Non è un caso, d'altra parte, che tra le composizioni poetiche si nascondono un paio di brani di prosa densi di riflessioni. "... chiusi questi "scenari" metafisici, e lasciati alle spalle i nostri archetipi , saremo comunque pronti per naufragare di nuovo nella vita" (dalla postfazione, pag.79).


Luigi Turinese


In foto: "Contrasti"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XV, n. 58, Aprile-Giugno 1996

Le Recensioni di L.T. - ""La sagezza folle", di M. Valli e "Meditazione seduta: provate!", di D.St. Ruth

Marco Valli, "La saggezza folle. Meditazione e vita quotidiana", Promolibri, Torino 1995
e
Diana St. Ruth, "Meditazione seduta: provate!" Promolibri, Torino 1995

In un mercato editoriale in cui, anche per ovvie ragioni economiche, il tascabile si è ormai conquistato un posto al sole, è del tutto naturale veder comparire "tascabili per la meditazione". La collana diretta per Promolibri da Gianpaolo Fiorentini si chiama "Spiritualità sperimentale" e, come si dice, il suo nome è tutto un programma.
I primi due libricini pubblicati, che qui presentiamo, introducono rispettivamente alla tradizione tibetana dello Dzog-chen e alla pratica, ecumenica in campo buddhista, della vipassana.
Più filosofico il testo di Valli, che chiama in causa, per dare forza al suo discorso, tre figure chiave della ricerca interiore occidentale: Odisseo, Socrate e soprattutto Edipo, sul cui percorso spirirtuale si attarda, paragonandolo alle dieci immagini della "caccia al bue" della tradizione zen.

Quello di Diana Ruth è invece un delizioso manualetto pratico di addestramento alla meditazine, corredato di semplici e spiritosi disegnini che fanno venire voglia di sedersi e sperimentare. Spiritualità sperimentale, appunto.

Luigi Turinese


In foto: "Hobbit tra le foglie"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XV, n. 58, Aprile-Giugno 1996

Le Recensioni di L.T. - "Testimone d'Europa", AA.VV. e "Il fiume dalla foce alla fonte", di P. Scanziani

AA.VV., "Testimone d'Europa". Introduzione all'opera di Piero Scanziani", Elvetica Edizioni, Chiasso (Svizzera) 1991
e
Piero Scanziani, "Il fiume dalla foce alla fonte", Elvetica Edizioni, Morbio (Svizzera) 1996

La figura di Piero Scanziani è atipica nel panorama letterario italiano. Nato nel 1908 nel Canton Ticino, Scanziani ha sempre scritto in lingua italiana, distinguendosi per una produzione assai eterogenea: romanzi, un dramma (Alessandro,del 1968), svariati saggi, alcuni d'argomento sapienziale - si pensi ad Aurobindo (1973) e soprattutto a Entronauti (1969) - un'autobiografia, appunto Il fiume dalla foce alla fonte in cui, alla terza persona, viene narrata la sua avventura umana e spirituale.

Testimone d'Europa è una silloge di contributi di svariati autori messa insieme per festeggiare gli ottanta anni di Scanziani. La prima parte del volume raccoglie commenti al percorso letterario dell'autore; la seconda parte è dedicata alla sua visione del mondo (spiccano un contributo postumo di Massimo Scaligero, l'affettuoso profilo spirituale tratteggiato dalla seconda moglie Gaia Grimani e un breve scritto di Emilio Servadio); la terza parte comprende testimonianze di giornalisti e di personaggi della cultura.
Ne viene fuori un ritratto a tutto tondo di questa voce isolata, due volte proposta per il Nobel per la letteratura, che ha spaziato, come un pansòfo rinascimentale, dalla medicina (v. la trilogia L'arte della longevità, L'arte della giovinezza e L'arte della guarigione) alla zoologia (Scanziani è stato il "creatore del mastino napoletano") alla letteratura propriamente detta.
Il tutto, per riprendere un suo neologismo, da "entronauta" ovvero da esploratore interiore.

Luigi Turinese


In foto: "Hidden trolls"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XV, n. 58, Aprile-Giugno 1996

Le Recensioni di L.T. - "La leggenda del Buddha", di E. Schuré

Edouard Schuré, "La leggenda del Buddha", Ades Edizioni, Milano 1994

L'alsaziano Schuré (1841-1929) è passato alla storia come autore de I Grandi Iniziati (1887), pubblicato in italiano per la prima volta dalla casa editrice Laterza nel 1920 e ripubblicato dalla stessa casa editrice in anni recenti. La casa editrice barese ha anche edito Donne inspiratrici (pubblicato in originale nel 1908) e per la prima volta in italiano nel 1922; Evoluzione divina, un testo del 1912 ripubblicato da Tilopa nel 1983.

Il pensiero di Schuré è inquadrabile nel contesto della teosofia, da cui si distaccò negli ultimi anni della vita per l'"affaire" Krishnamurti. La sua visione del buddhismo appare per forza di cose datata, ispirandosi dichiaratamente a "La luce dell'Asia" di Edwin Arnold.
Nell'introduzione, Om Oskraham e Halladhah Hanahit si muovono sullo stesso anacronistico terreno, sottolineando come il motore delle diverse religioni storiche sarebbe costituito dal loro nucleo esoterico, che per il buddhismo è rappresentato dal Lamaismo. " ...riteniamo che solo il Lamaismo tibetano custodisca oggi la Via della Conoscenza che fu del Buddha, come dei Grandi Iniziati che lo precedettero e lo seguirono" (pag. 17 dell'introduzione). "Il principe Siddharta... faceva parte di una Congregazione antichissima...(la) Santa e Riverita Gerarchia dei Maestri" (pag. 4 dell'introduzione).

Nonostante queste riserve, tuttavia, il racconto che Schuré fa dell'avventura del Buddha è tenero e poetico, pur se incompleto (i celebri quattro incontri che spingeranno Siddharta sulla via della ricerca spirituale sono, ad esempio, ridotti a due, il malato e il funerale).

Luigi Turinese


In foto: "Saggezza"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XV, n. 58, Aprile-Giugno 1996

martedì 1 marzo 2011

Le Recensioni di L.T. - "Le grandi figure del Buddhismo", di M. Fuss, J. Lopez-Gay, G.S. Fazion

Michael Fuss, Jesus Lopez-Gay, Gianpietro Sono Fazion, "Le grandi figure del Buddhismo", Cittadella Editrice, Assisi 1995

Si può ricostruire la storia del buddhismo allineando gli avvenimenti che seguirono la morte del Sublime, con particolare attenzione alla formazione delle diverse scuole; oppure, ed è la scelta del volume che presentiamo, delineando la biografia di alcuni personaggi particolarmente rappresentativi.

Attraverso la biografia, genere letterario indubbiamente più accattivante del saggio, entriamo inoltre in contatto con esseri umani che, avendo realizzato la "natura di Buddha", rappresentano un esempio ma soprattutto la speranza che "ce la si può fare".
I quindici maestri di cui il libro si occupa vengono presentati in ordine cronologico, nella sequenza è possibile rintracciare cinque sottogruppi.
Nel primo possiamo collocare i discepoli diretti: Ananda, Sariputta, Maggallana e Pajapati, la zia di Siddharta, da alcuni considerata la prima donna ad entrare nel movimento, e indicata comunque come il modello delle monache buddhiste.
Segue un capitolo dedicato al re Ashoka, vissuto nel III secolo a. C., esempio di politico, dunque di laico, le cui azioni nel mondo sono illuminate dalla luce del Dharma.
Il terzo gruppo comprende gli scolastici, Nagarjuna e Buddhaghosa.
Seguono i rappresentanti delle scuole Huineng, sesto patriarca dello zen; Milarepa, il più grande esponente della scuola Kagyupa del Vajrayana; Homen e Shinran, che hanno legato il loro nome alla scuola giapponese della Terra Pura; Dogen, fondatore del Soto Zen; Nichiren, al cui pensiero, centrato sul Sutra del Loto e sul ritorno all'ortodossia, si richiamano due sette molto attive nel Giappone contemporaneo: il movimento religioso Rissho Koseikai e il movimento politico della Soka Gakkai.

L'ottimo Fazion, di cui ribadiamo la rimarchevole disposizione alla scrittura, oltre ai profili di Huineng, di Milarepoa e di Dogen, cura i contemporanei: il cinese Xuyun, il cui diario autobiografico, "Nuvola Vuota" (Roma 1990) è stato recensito su Paramita n.38
e il giapponese Kodo Sawaki, maestro di Deshimru e di Kosho Uchiyama.
Fazion ha compilato anche il glossario che chiude il volume. Molto utile, e segno di una cura che vorremmo riscontrare più spesso nelle pubblicazioni sul buddhismo, è la biografia posta al termine di ogni capitolo.


Luigi Turinese


In foto: "Incantesimo"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XV, n. 58, Aprile-Giugno 1996

Le Recensioni di L.T. _ "Il Dalai Lama. Una politica di gentilezza", ( a cura) di S.Piburn

Sidney Piburn (a cura di), "Il Dalai Lama. Una politica di gentilezza", Edizioni Il Punto d'Incontro, Vicenza 1995

Questa antologia di scritti del Dalai Lama, che comprende anche contributi di giornalisti che lo hanno intervistato, prende le mosse dall'assegnazione, nel 1989, del Premio Nobel per la Pace a Tenzin Gyatso.

Il discorso tenuto da Sua Santità in quell'occasione è commovente e incisivo. Vi trova cittadinanza la sofferenza di tutto il popolo tibetano. Non si può rimanere indifferenti di fronte al fatto che, confermando l'implacabile verità di anicca, un capo spirituale sia dovuto diventare, per necessità, anche un abile stratega politico. Nonostante le sofferenze personali e del suo popolo, il XIV Dalai Lama ha saputo trasformare anche l'esperienza della diaspora in un seme di apertura. "Ci sono così tante diverse disposizioni mentali! Per certe persone il buddhismo semplicemente non può funzionare. Le differenti religioni incontrano i bisogni di differenti persone" (pag.59)

Non possiamo analizzare partitamente i sedici capitoli del libro. Tuttavia ci piace menzionare la bella intervista di John Avedon (capitolo III, "La sua vita"), in cui vengono passate in rassegna le tappe della vita di Tenzin Gyatso, con particolare riguardo ai suoi sentimenti circa la condizione di essere il Dalai Lama.
O ancora il capitolo V ("Gentilezza e compassione"), capolavoro di buddhismo pratico. "Che si creda o meno nella religione o che si creda o meno nella rinascita, non c'è nessuno che non apprezzi la gentilezza e la compassione" (pag. 51).

Luigi Turinese


In foto: "Confusione"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo ", Anno XV, n. 58, Aprile-Giugno 1996