La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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martedì 12 luglio 2011

Le Recensioni di L.T.- "I centomila canti di Milarepa", di T.N. Heruka

Tsang Nyong Heruka, "I centomila canti di Milarepa", Edizioni Rassegna Culturale J.M., Roma 1989, pp. 289

Non c'è dubbio che, nel progressiovo diffondersi del buddhismo nell'ambiente occidentale un certo ruolo lo abbiamo giocato anche elementi folklorici, non filosofici, certamente più adatti a colpire l'immaginazione popolare e, pur nella fruizione innegabilmente superficiale, capaci tuttavia di veicolare un interesse iniziale. Tra questi elementi vanno annoverate le figure di santi e mistici, forse ancora più incisive perché vicine e al tempo stesso polari rispetto agli omologhi cristiani.

Milarepa
, asceta tibetano vissuto nel XI secolo, ha assunto anche nel nostro Paese una popolarità tale da divenire protagonista di una pellicola cinematografica e da vedere la sua "Vita" stampata in decine di migliaia di copie.

Questi "Centomila canti", tradotti e curati con commovente partecipazione da Franco e Kristin Pizzi, completano in qualche modo la "Vita di Milarepa". Scritti nel XV secolo, comprendono numerosi capitoli in cui si avvicendano parti narrative e componimenti in versi; a questi ultimi è affidato il messaggio più "profondo" dell'opera.


Come dice efficacemente Giangiorgio Pasqualotto nell'incipit della sua bella Introduzione (pag. 17): "Se ci si dedica una prima volta alla lettura dei Canti di Milarepa si può restare colpiti ... dal numero degli eventi stupefacenti raccontati. Tuttavia, se non ci si lascia catturare da simili immagini, si può vedere come esse costituiscano la trama di una summa, tanto concentrata quanto efficace, dei principali insegnamenti del buddhismo".

Luigi Turinese


In foto: "Er Sahara de noantri"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.34, Aprile-Giugno 1990

martedì 5 luglio 2011

La psicologia dell'anziano e il suo stile di vita -

LA PSICOLOGIA DELL’ANZIANO E IL SUO STILE DI VITA
di Luigi Turinese



La patologia principale della vecchiaia è l’idea che ne abbiamo. Sono la nostra giovinezza e una cultura che deriva le sue idee dalla giovinezza che possono renderci morbosa la vecchiaia
J. Hillman, La forza del carattere

L’invecchiamento è un processo universale e irreversibile caratterizzato da una globale riduzione dei meccanismi di difesa, da perdita delle riserve funzionali e da una progressiva atrofia di organi e apparati. Nello scrivere “Senectus ipsa morbus est”, il commediografo latino Terenzio pronunciava una sentenza senza appello.

La letteratura gerontologica contemporanea distingue tre fasi, che corrispondono ad altrettanti cicli vitali:
1) Età presenile (45-65 anni)2) Senescenza graduale (65-75 anni)3) Senescenza conclamata (75-90 anni)

Naturalmente la semplice classificazione è bugiarda, se presa alla lettera. Infatti vi sono vecchi molto vitali e “presenili” decisamente scaduti; con un’infinità di varianti intermedie. Una buona dotazione genetica e soprattutto uno stile di vita che determina l’orientamento dei processi epigenetici fanno la differenza.
La qualità della vita si declina pertanto in molteplici possibilità; e l’assetto psicologico ha un’importanza notevole nel determinarla. Si deve riflettere sul fatto che, rispetto a un secolo fa, il numero di anziani tra i 65 e i 74 anni è aumentato di otto volte; mentre gli ultraottantacinquenni sono addirittura ventiquattro volte di più. In epoca romana, d’altra parte, l’età media era di trenta anni; il che giustifica ampiamente l’apparente pessimismo di Terenzio

Le principali discipline che indagano l’età senile sono la geriatria, che studia le malattie delle persone sopra i 65 anni allo scopo di mantenere e/o ripristinare un buon equilibrio funzionale; la gerontologia, ovvero la branca della medicina che studia la biologia e la fisiopatologia; la geragogia, che intende realizzare una psicopedagogia dell’invecchiamento, mettendo l’anziano in condizione di rimanere autonomo il più a lungo possibile attraverso l’organizzazione del suo ambiente e del suo stile di vita.

Le tre discipline operano in sinergia, ottemperando l’auspicio dell’O.M.S., che recita: “Il benessere dell’anziano deve essere valutato in termini di autosufficienza, più che di assenza di malattia”. A tale auspicato benessere concorrono la salute fisica, lo stato cognitivo-affettivo e il supporto sociale. Essi vanno presi in esame in un’ottica sistemica e non semplicemente come somma di elementi.
Nell’anziano sano, le operazioni logiche e concettuali rimangono valide e la capacità di adattamento conosce addirittura un incremento; laddove si registra una variabile ma sicura diminuzione delle facoltà di apprendimento e di memorizzazione.
Una buona notizia viene dalla plasticità del sistema nervoso, le cui capacità vicarianti sono ormai accertate. Esse dipendono tuttavia dalla presenza di stimoli e motivazioni ambientali, quali le interazioni transgenerazionali, l’opportunità di svolgere attività interessanti e creative e la possibilità di mantenere il proprio ambiente abituale: non c’è dubbio che anziani che vivono isolati oppure sradicati dal proprio ambiente vedano deteriorarsi rapidamente le proprie performances psicofisiche.

Come detto sopra, la memoria dell’anziano subisce un calo, soprattutto nella componente a breve termine (detta anche memoria di lavoro); mentre la memoria a lungo termine tende a conservarsi. Poiché la memoria è strettamente correlata all’attenzione e alla motivazione, esercizi di attenzione, elaborazione concettuale e mnemotecniche sono necessari al suo mantenimento in buono stato. Fattori di deterioramento sono, viceversa, una cattiva qualità del sonno e l’abuso di sostanze voluttuarie (alcool) e farmacologiche (anticolinergici e benzodiazepine).

Nell’età senile, il declino cognitivo è accelerato dalla presenza di malattie somatiche croniche, da un basso livello di istruzione, da una personalità rigida e, infine, dall’aumento del rapporto tra intelligenza cristallizzata e intelligenza fluida. L’intelligenza fluida, frutto dell’interazione di numerosi fattori (attenzione, concentrazione, capacità di astrazione, rapidità mentale, memoria, visualizzazione spaziale), è un tipo di intelligenza che permette di acquisire e utilizzare nuove informazioni. Essa si mantiene viva grazie alla presenza di interessi e al confronto con le giovani generazioni. In generale, il deterioramento cognitivo viene ritardato in misura anche notevole dall’apertura a nuove idee, da una personalità disponibile al cambiamento, dal mantenimento di attività culturali individuali e di gruppo (condivisione di musica, film, libri), da una buona condizione cognitiva degli altri membri della famiglia, da una soddisfacente realizzazione personale professionale, da elevati livelli di istruzione e di reddito e, last but not least, dall’assenza di malattie croniche importanti.


Il 20% degli anziani presenta sintomi depressivi ma soltanto uno su cinque viene curato correttamente. Si ricordi, a questo proposito, che una psicoterapia di sostegno è incomparabilmente più utile del ricorso a lungo termine alla terapia farmacologica.
A fronte di un certo declino della memoria e delle capacità di apprendimento, si è visto che l’anziano sano tende a sviluppare un pensiero dialettico e relativistico, una sorta di pensiero della complessità. La tradizionale saggezza attribuita agli anziani proviene da questo tipo di pensiero. Tuttavia non basta essere vecchi per essere saggi. “L’uomo che non ha imparato niente, che non ha capito niente, invecchia come un bue inebetito: il suo ventre aumenta sempre di più, ma non la sua saggezza(Dhammapada, 152).

Gli individui sedentari provano, col passare degli anni, un vero e proprio disagio ipocinetico: ne consegue un progressivo disinvestimento dall’attività motoria che partecipa al circolo vizioso di cui fa parte la sensazione di sentirsi vecchi. Viceversa, l’attività fisica costante – circa 30’ al giorno di attività aerobica non agonistica praticata a ritmo sostenuto – contribuisce al mantenimento di una buona salute psicofisica, con miglioramento dell’immagine corporea e indubbie benefiche ricadute socio-relazionali nel caso in cui le attività motorie siano gruppali. Oltre ai prevedibili effetti salutari sulla muscolatura, l’attività motoria svolge azione di protezione cardiovascolare, tramite la prevenzione della cosiddetta sindrome metabolica (1) ; inoltre il movimento promuove l’attività degli osteoblasti, contrastando l’osteoporosi, e migliora le capacità difensive attraverso un’azione diretta sul sistema immunitario. La riduzione globale del distress, la stimolazione intellettuale e il miglioramento del tono dell’umore testimoniano che i vantaggi dell’attività fisica, in verità, si riassumono in un miglioramento del cosiddetto network psiconeuroendocrinoimmunologico.

Nel complesso degli elementi legati allo scorrere dell’età, la sessualità riveste un ruolo non trascurabile, soprattutto oggi che la richiesta di performances giovanili in tutti gli ambiti si configura come una nuova nevrosi. Ricerche attendibili ci dicono che perfino uomini giovani e sani fanno ricorso a sildenafil o a tadalafil per ottenerne un effetto “dopante”, più che terapeutico; per non parlare dell’”obbligo” di rimanere giovani che affligge molte donne. L’efficienza sessuale di una persona sana si mantiene tale sino a 70 anni e oltre, purché la funzionalità fisiologica e il vissuto psicologico siamo armonici. Inoltre, la qualità della vita sessuale in età senile è in rapporto con quella che si è vissuta. Questo vale per tutti gli aspetti della vita, dal momento che la vecchiaia raccoglie il percorso esistenziale. Come scrive James Hillman in quel bellissimo libro che è La forza del carattere, dedicato alla vecchiaia: “Gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere”.

Procedendo verso le conclusioni, si potrebbe dire che la qualità della vita di un anziano sia in relazione con i seguenti cinque fattori:
1) Stato di salute complessivo. Bisogna sottolineare che la vita, procedendo, porta con sé una situazione di polipatologia e conseguentemente un bisogno di politerapia. A questo proposito, una particolar attenzione va posta alla posologia dei medicinali impiegati; oltre che alla revisione critica di politerapie spesso debordanti.
2) Possibilità di mantenere il proprio ambiente di vita.
3) Resilienza, vista come la capacità di affrontare le difficoltà della vita: in particolare, è importante la capacità di elaborare perdite e lutti.
4) Mantenimento di un atteggiamento positivo e propositivo.
5) Possesso di una visione “religiosa”, intendendo il termine in senso non confessionale.
Quest’ultimo punto mi sembra assai importante, perché collegato con la possibilità di lasciare aperto sino all’ultimo istante di vita un orizzonte di senso. Carl Gustav Jung lo dice molto bene; le sue parole mi appaiono una conclusione davvero appropriata al nostro tema: “Non è possibile vivere la sera della vita seguendo lo stesso programma del mattino, dato che ciò che sino ad allora aveva grande importanza ne avrà ora ben poca, e la verità del mattino costituisce l’errore della sera”.


Note:

(1) La sindrome metabolicaindice di rischio cardiovascolare – è definita dalla presenza di almeno tre dei seguenti elementi: circonferenza della vita (oltre i 102 cm. nel maschio, oltre gli 88 cm. nella femmina), ipertensione arteriosa, iperglicemia a digiuno, ipertrigliceridemia, bassi livelli di HDL

Luigi Turinese


In foto: "Supernatural light"

Bibliografia:
- Cesa-Bianchi, M. - Vecchi, T. (a cura di): "Elementi di psicogerontologia", FrancoAngeli, Milano 2005
- De Laudocette, O.: "Restar giovani è questione di testa" (2005), Feltrinelli, Milano 2007
- Hillman, J.; "La forza del carattere" (1999), Adelphi, Milano 2000
- Jung, C.G.; "Gli stadi della vita" (1930/1931), in "Opere", Vol. 8, Boringhieri, Torino 1976
- Sgalambro, M.: "Trattato dell'età", Adelphi, Milano 1999


La psicologia dell’anziano e il suo stile di vita” , in La cura del paziente anziano, Il Farmacista 2011, Tecniche Nuove, Milano 2011, pp. 17-21

lunedì 4 luglio 2011

Le Recensioni di L.T. - "Angeli", di P.Giovetti

Paola Giovetti, "Angeli", Edizioni Mediterranee, Roma 1989, pp. 158

"A me personalmente, nella nostra epoca di revival di diavoli, questi incontri angelici hanno dato letizia e serenità". Così l'autrice - infaticabile ricercatrice di quanto appartiene al cosidetto paranormale ed ora curatrice della collana "New Age" per le Mediterranee - presenta il proprio lavoro in una edizione ricca di rare iconografie.

Il libro tratta di angeli - questi intermediari tra l'umano e il divino che ai giorni nostri si sono dimenticati o forse rimossi - in relazione alle tradizioni religiose di tutti tempi(stimolante il riferimento al buddhismo e all'induismop), alle esperienze di chi è uscito da morte apparente, ai diversi stili pittorici. Positiva può considerarsi la conclusione che, sulle orme di Steiner, in un contesto di visioni ecologiche e con richiami a Jung, suggerisce di guardare gli angeli come a realtà da scoprire nel nostro mondo interiore , "Il che significa fare appello alla parte migliore di noi stessi e ascoltare quella voce lieve ma costante che ci spinge sempre al meglio e ci invita ad alzare gli occhi verso l'alto".

Luigi Turinese


In foto: "Iperrealtà"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.34, Aprile-Giugno 1990

Le Recensioni di L.T.- "Verso una nuova saggezza", di F. Capra

Fritjof Capra, "Verso una nuova salvezza", Feltrinelli Editore, Milano 1988


L'importanza di Frijtof Capra nel creare un raccordo tra i concetti della controcultura e i paradigmi della scienzza "forte" è difficilmente sottovalutabile. Per questo Autore la spiritualità, la medicina olistica, l'ecologia, il femminismo, la psicologia umanistica e transpersonale, sono fenomeni con un denominatore comune: l'apparteneza ad un modello culturale sistemico, che studia il mondo sotto la specie dell'interdipensenza, della continuità, anziché della separatezza. Il fatto stesso che queste riflessioni filosofiche scaturiscano dalle meditazioni di un fisico ha contribuirto non poco a dare credibilità all'intero movimento sistemico.

Gli esisti tipografici di questo percorso sono noti: nel 1975 Capra dava alle stampe "The Tao of physics" (Il Tao della fisica, Milano 1982), divenuto presto un bestseller; dell'82 è "The turning point" (Il Punto di svolta, Milano 1984), opera più complessa e completa, in cui sono delineate le implicazioni del modello sistemico nei vari campi della cultura. Del 1984 è "Green politics" (La politica dei Verdi, Milano 1986), una ricerca sul campo a quattro mani (condotta con Charline Spretnak) sui movimenti ecologici europei.

"Verso una nuova saggezza", ultima fatica del pensatore viennese, si configura come una raccolta dei presupposti teorici ed esperenziali dei lavori precedentemente citati, una sorta di rassegna delle tappe di formazione del retroterra culturale di Capra. Il materiale, ricco ed eterogeneo, va dal resoconto di osservazioni con personaggi straordinari come Gregory Bateson, Ronald Laing, Krishnamurti, Werner Heisemberg e altri, alla costruzione dei principali punti di riferimento teorici del modello culturale sistemico: una massa enorme di dati anche personali, che schiude prospettive interdisciplinari di una vastità per molti versi ancora da esplorare.


Luigi Turinese


In foto: "La mia America e la sua"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.34, Aprile-Giugno 1990

Le Recensioni di L.T. - "I maestri della foresta", di A. Chah

Achaan Chah, "I maestri della foresta", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp.191

E' curioso constatare come, accanto a una diffusa tendenza a "laicizzare" la mediatazione, ovvero a proporla come fatore unificante e relativizante nella vita di tutti i giorni, (con tanto di maestri laici), l'Occidente testimoni il richiamo per un ascetismo assoluto, regola a se stesso, espresso per il tramite di maestri che hanno fatto della pratica la nervatura della propria esistenza.

Tra questi maestri, Achaan Chan è tra i più rappresentativi. Egli incarna la tradizione dei monaci della foresta, dediti ad una vita semplice ed austera. Il suo monastero, il Wat Ba Pong, è sito in uno dei luoghi più impervi della Thailandia. Sul suo esempio, sono sorti analoghi monasteri in Occidente il più noto quello di Chithurst, in Gran Bretagna, è retto da Achaana Sumedho, prezioso discepolo occidentale di Achaan Chan.
Soltanto tenendo presente il contesto, allora, ci è possibile comprendere il suggerimento a pag. 163: "La lussuria deve essere controbilanciata con la contemplazione della ripugnanza ... Esaminate il corpo come fosse un cadavere, e vedete il processo di decadimento ... Ricordarsi di queste cose, e visulaizzare gli aspetti ripugnanti del corpo, vi libererà dalla lussuria".

Più facile senz'altro per il praticante occidentale aprendere che " ... ovunque guardiate, è il Dharma; costruire un edificio, camminare per strada, sedere in meditazione nel bagno, o qui nella sala di meditazione, tutto questo è Dharma. Quando comprendete correttamente, non c'è nulla al mondo che non sia Dharma " (pag. 159); dove si è chiaramente vicini allo spirito Zen. Così, con lo sguardo del cuore rivolto verso l'isegnamento, si può cogliere al preziosità per tutti di questi "estremisti del Dharma".


Luigi Turinese


In foto: "Giovani virgulti"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.34, Aprile-Giugno 1990

venerdì 1 luglio 2011

Le Recensioni di L.T. - "Il Dalai Lama", di J.F. Avedon

John F. Avedon, "Il Dalai Lama", Dall'Oglio Editore, Milano 1989, pp. 486

L'attribuzione del Premio Nobel per la Pace al Dalai Lama ha contribuito non poco a fare uscire questa figura da suggestive nebbie esotiche e a restituirlo alla sua storia, certo non comune, di uomo.
Soprattutto, ha contribuito a richiamare l'attenzione labile dell'Occidente sul dramma del popolo tibetano, costretto da decenni all'esilio e a portare per il mondo le vestigia di una cultura unica per la sua commistione di profondità e primordialità.
Avedon, affermato giornalista statunitense, ha condotto una vera e propria ricerca sul campo, vivendo a stretto contatto con il Dalai Lama e la sua gente per quattro anni, e appassionandosi per le sorti, tragiche ma al tempo stesso piene di speranza, del popolo tibetano.

La puntigliosa ricostruzione storica passa in rassegna la situazione del "paese delle nevi" prima dell'invasione cinese e quindi le varie fasi seguite all'occupazione. Nonostante l'angoscia che il particolareggiato resoconto sulle sofferenze patite dal popolo tibetano provoca nel lettore, il libro si chiude con una speranza : che il Dalai Lama, in un giorno non lontano, possa rientrare in un Tibet autonomo, pur se con un altro status politico.

Luigi Turinese


In foto: "In controluce"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.34, Aprile-Giugno 1990

Le Recensioni di L.T. - "La via del dubbio", di S. Batchelor

Stephen Batchelor, "La via del dubbio", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp. 109

Stephen Batchelor rappresenta molto bene l'esito di un incontro critico di un occidentale col buddhismo. Ordinato monaco nella tradizione tibetana quando era poco più che ventenne, si è distaccato da quella tradizione per non averne trovato risposta alle domande tipiche di una coscienza occidentale. "Per me, il fine del sentimento buddhista è la penetrazione nel mistero dell'essere, chiamato a nascere solo per essere gettato di nuovo nella morte. Di conseguenza, i termini che adotto per indicare il mio "fine" non appartengono alla terminologia tradizionale buddhista. Ritengo che i fini per i quali gli occidentali useranno il buddhismo costituiranno la maggiore differenziazione della sua forma occidentale dalle preesistenti tradizioni asiatiche" (pa. 15).
Era fatale che Batchelor fosse attratto, nell'ambito dell'universo buddhista, da quelle vie che accettano o addirittura incoraggiano il dubbio: il Ch'an e lo Zen.

Il libro in questione è stato abbozzato durante la permanenza dell'autore nel monastero di Songwang, in Corea, negli anni dal 1981 al 1984. Pertanto non si tratta di un saggio propriamente detto ma piuttosto del resoconto sincero di un'esperienza di ricerca tutttora in fieri, il cui unico punto fermo sembra essere la comprensione dell'inanità del rifugiarsi in qualsiasi sistema di credenza. "Costruirci un credo in una dottrina o in un maestro, o anche fondarlo sulla nostra personale esperienza, significa evitare la domanda e riparare in un guscio protettivo fatto di opinioni e di concetti. Continuare a porre la domanda significa rimanere aperti ed esposti, disponibili all'imprevedibiltà del momento. Questo interrogare non è ristretto all'investigazione intellettuale: è un impegno totale di mente e corpo".(pagg. 9-10).


Luigi Turinese


In foto: "Pergamena cinese"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.33, Gennaio-Marzo 1990

Le Recensioni di L.T. - "La vita e le lettere di Tofu Rushi", di S.I. Su Moon

Susan Ichi Su Moon, "La vita e le lettere di Tofu Rushi", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp.123


L'autrice, una giovane insegnante americana praticante presso il Centro Zen di Berkeley, ha inventato il personaggio di Tofu Roshi per divulgare al tempo stesso lo spirito dello zen e una benevola, ironica critica nei confronti di ogni fanatismo pseudomistico.

"Caro Tofu Roshi, il mio cane non vuol star fermo sul suo cuscino di meditazione. Posso legarlo al suo cuscino una quarantina di minuti al giorno?" Padrone accanito. "Caro Padrone, se il tuo cane non vuol stare seduto, tu cosa legheresti: il cane o il cuscino? ..." (pag. 35).

"Caro Tofu Roshi ... alla sera, dopo cena mio marito si rilassa da una dura giornata di lavoro suonando il banjo. Ho provato a fare meditazione mentre lui suona, ma non riesco a concentrarmi sul respiro sulle note di "Foggy Mountain in Breakdown". Così, per poter meditare, devo aspettare che vada a letto. Quando lo raggiungo a letto, calma e concentrata, lui dorme. Sono mesi che non riusciamo a dirci due parole, e il mio matrimonio sta andando a pezzi. Devo abbandonare la meditazione o mio marito?" "Cara A.B., non perdere altro tempo; recati con tuo marito da un buon consulente matrimoniale buddhista nel più vicino consultorio di quartiere: vi potrà aiutare ad abbandonare il pensiero dualistico e a trovare il modo di integrare la pratica meditativa con la vita familiare. Non è certo mio compito, né mio desiderio, separare moglie e marito con la lama affilata dello zazen" (pag. 91-92).

Come si può vedere siamo di fronte a una simpatica satira, non priva di affetto, sul mondo dei praticanti zen. Esilarante il glossario, che affianca a definizioni rigorosamente corrette altre improntate sulla massima ironia. Sesshin: Ritiro intensivo di meditazione zen, spesso paragonato all'esperienza di una cura canalare multipla dal dentista. Zendo: stanza in cui non si conclude mai niente.
La saggezza contenuta in questa apparente sequenza di nonsense appare in tutta la sua forza nell'appendice, dal significativo titolo: "Come smettere di migliorarsi".

Luigi Turinese


In foto: "Shiva danzante"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.33, Gennaio-Marzo 1990

Le Recensioni di L.T. - "Una guida per la vita" del Dalai Lama

Dalai Lama, "Una guida per la vita", Newton-Compton, Roma 1989, pp. 94

E' un elegante volumetto, arricchito di bellissime fotografie di Marcia Keegan e vi sono raccolte, in forma di aforismi, tracce di insegnamenti del Dalai Lama dagli Stati Uniti nel corso degli anni.

E' un libro cui ricorrere quando più grama può sembrare la vita, sicuri di trovarvi una fonte inesauribile di energia che fortifica e rasserena.

Luigi Turinese


In foto: "Aquiloni"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.34, Aprile-Giugno 1990

Le Recensioni di L.T. - "Dzog-chen e Zen", di N. Norbu

Namkhai Norbu, "Dzog-chen e Zen", Shang Shung Edizioni, Arcidosso 1989, pp.63

Trattandosi di una conferenza breve, si può comprendere in un certo senso lo stile frammentario e il carattere non esaustivo di questo libretto, specialmente se lo confrontiamo con lavori di più ampio respiro dello stesso Autore (particolarmente rappresentativo "Il cristallo e la via di luce" nelle edizioni Ubaldini).

Il lavoro presenta comunque una interessante esposizione comparativa soprattutto negli accenni al rapporto dello Dzog-chen con il buddhismo da una parte e la tradizione Bon dall'altra; meno sviluppati appaiono i riferimenti allo Zen, che non si distingue a sufficienza nel contesto mahayana.
Sul piano storico e dottrinale, il testo di Norbu reca un contributo di rilievo alla affermazione dello Dzog-chen come pratica e insegnamento autonomi, ben distinti dal Bon e dal buddhismo anche tantrico; è quindi messa in luce la specificità dell'antico insegnamento pre-buddhista, la cui essenza è "auto-perfezione".

Da segnalare anche l'ottima prefazione di Kennard Lipman, dell'Università di Berkeley, California.

Luigi Turinese


In foto: "Acutezze"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.33, Gennaio-Marzo 1990

Le Recensioni di L.T. - "Le trasformazioni della coscienza", di K.Wilber, J.Engler, D. P.Brown

Ken Wilber, Jack Engler, Daniel P.Brown, "Le trasformazioni della coscienza", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp.224

"Questo libro è costituito dai vari tentativi, strettamente collegati, di articolare un modello completo della crescita e dello sviluppo umano, un modello che comprenda gli stadi evolutivi indagati della psicologia e dalla psichiatria convenzionali, e anche quelli che traspaiono chiaramente nelle grandi tradizioni meditative e contemplative mondiali" (pag.7). A dare corpo ai tentativi di cui si parla contribuiscono, con risultati eccellenti, vari operatori dell'area della psicologia transpersonale: Ken Wilber e Daniel P.Brown , psicologi, e Jack Engler, psichiatra.

Il libro, della cui tempestiva traduzione si deve ringraziare la benemerita Casa Editrice Ubaldini, consiste nella sua quasi totalità in una raccolta,molto ben raccordata, di articoli comparsi sul Journal of Transpersonal Psychology. L'assunto che li lega è costituito dalla possinbilità di descrivere la crescita e lo sviluppo umani secondo un "modello a spettro intero" (si ricorda che Ken Wilner è considerato il padre della "spectrum psychology"), che contempli la coesistenza di elementi tratti dalle tradizioni contemplative con le ormai inalienabili acquisizioni della psicologia e della psichiatria convenzionali.

La sezione più originale del libro comprende l'analisi della patologie possibili nel percorso meditativo: complicazioni psichiatriche in soggetti che si avventurano nella contemplazione senza aver raggiunto una maturazione psicologica preliminare, o addirittura con strutture psichiche borderline; effetti collaterali nel corso della pratica, anche in stadi avanzati, che si traducono in ostacoli per lo sviluppo personale. "L'insegnamento buddhista secondo il quale non si ha né si è un Sé viene spesso frainteso nel senso che non si deve lottare con i compiti di formazione dell'identità o con la scoperta di chi si è, delle proprie capacità, dei propri bisogni, e delle proprie responsabilità, del modo di entrare nel rapporto con gli altri, di ciò che si debba o possa fare della propria vita. La dottrina dell'anatta (assenza del Sé) è presa a pretesto per il prematuro abbandono dei compiti psicosociali essenziali... La dottrina dell'anatta aiuta a spiegare e a razionalizzare, se non effettivamente a legittimare (negli individui con una organizzazione borderline) la mancata integrazione del Sé, il senso di vuoto interiore o di non avere un Sé coesivo... L'isegnamento del non attaccamento è ascoltato da questi individui comne una razionalizzazione della loro incapacità a formare dei rapporti stabili, durevoli e soddisfacenti" (pagg. 30-31-32).

Assai interessante, da questo punto di vista, il capitolo 5 ("Modalità di trattamento") in cui Ken Wilber suggerisce la possibiltà di intervento in questi particolari tipi di psicopatologia.
La bibliografia, che segnala circa quattrocento titoli, completa questo autorevole volume.

Luigi Turinese


In foto: "Toys"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.32, Gennaio-Marzo 1990