La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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venerdì 30 settembre 2011

"Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia" - Recensione di R. Brotzu

di Rosa Brotzu




Il termine “sonata” dal latino sonare, indica un brano musicale eseguito da più strumenti diviso in quattro movimenti (allegro, andante, minuetto e finale). Parlare della vita del fondatore dell’Omeopatia , Christian Friedrich Samuel Hahnemann – utilizzando la metafora musicale – rimanda all’idea della malattia soprattutto come assenza di ritmo, intendendo per “ritmo” quell’equilibrio universale rintracciabile in tutti gli uomini e in tutti gli elementi. Ritmo che Hahnemann, attraverso il suo modo di fare medicina, cercò incessantemente di recuperare. La scelta, tuttavia, d’inserire un quinto movimento a monte dell’ultimo capitolo “Marcia funebre”, rimanda alle sinfonie Beethoveniane, per rendere ancora più maestose le ultime – immaginate – “vedute” del maestro.

Il testo si offre al lettore come uno spartito in due sezioni: da un lato l’aspetto narrato, poetico e immaginale, – seppur fedele – dell’esperienze di vita del grande maestro, dall’infanzia fino alla morte, ove è possibile attingere al travaglio e alle passioni interiori che lo videro protagonista sia di innovazioni che di conflitti con l’allora mondo accademico; dall’altro l’aspetto scientifico delle evoluzioni del suo pensiero. Samuel Hahnemann nasce a Meissen (Sassonia) il 10 Aprile 1755. Figlio di un vasaio, amante della pittura e della natura, attinge dal padre non solo tutte le conoscenze riguardanti le piante, ma anche quelle doti caratteriali che forgeranno il suo pensiero. Sfuggito, tuttavia, all’intenzione del padre di iniziarlo ad un lavoro manuale presso una drogheria di Lipsia, intraprende nella stessa città gli studi di medicina, mantenendosi economicamente grazie alle traduzioni di libri.

Spirito inquieto ma caparbio, intransigente, come si addice al segno zodiacale dell’Ariete, non si accontenta dell’insegnamento teorico del suo tempo, iniziando quel peregrinare – che lo accompagnerà per tutta la vita – da una città all’altra, alla ricerca di sempre maggiori approfondimenti, tratti soprattutto dalle sperimentazioni su se stesso e sugli individui sani, dei vari rimedi. Laureatosi ad Erlangen nel 1779, sposò nel 1782 la diciannovenne Johanna Henriette Kucher, che gli diede undici figli e che lo seguì instancabilmente nelle sue peregrinazioni, sia a causa delle note guerre dell’epoca, sia a causa dei conflitti che il suo nuovo pensiero creava all’interno delle istituzioni mediche.
Studioso e sperimentatore, conoscitore di varie lingue, spesso non praticava la professione medica, costringendo la ben grande famiglia a sostentarsi con poco, pur di sviluppare fino in fondo il suo impianto teorico-clinico: per molti anni della sua vita gli unici proventi derivarono dalle traduzioni di testi. Dissentendo dalle pratiche mediche dell’epoca (salassi usati come purgativi ed emetici), pensava piuttosto che la malattia si curasse rafforzando le energie vitali al fine di ripristinare l’equilibrio dell’organismo.
La prima intuizione omeopatica venne dalla traduzione del libro di Cullen sulla malaria, allora trattata con la corteccia di china. Hahnemann ipotizzò – sperimentando su sé la china e riproducendo i sintomi malarici – che alcuni sintomi si potessero curare con quella sostanza che in una persona sana avrebbe prodotto gli stessi sintomi. La nascita dell’omeopatia è in qualche modo segnata dal “Saggio su un nuovo principio per scoprire le virtù curative delle sostanze medicinali, seguito da qualche considerazione sui principi accettati fino ai nostri giorni” del 1796, dal quale si evincono le sperimentazioni dei vari rimedi sull’uomo sano.

Il termine omeopatia – dal greco omoios/simile, e pathos/malattia – indica il nuovo modo di curare le malattie, in contrasto con l’allopatia dell’epoca, che non osservando il malato nella sua interezza, utilizza le stesse, ingiustificate pratiche per tutti. Il fondamento teorico dell’omeopatia è il vecchio ippocratico concetto di “similia, similibus curantur”, grazie al quale le medicine vengono scelte in base alla somiglianza tra i loro effetti e i sintomi dei pazienti.

La base metodologica dell’omeopatia verrà più tardi esposta nel testo “Organon dell’arte di guarire”, la cui prima edizione è del 1810: qui si rintracciano i metodi di somministrazione dei rimedi (piccole dosi) e il tempo necessario alla ripetizione dei trattamenti, che dovranno essere effettuati solo al ripresentarsi dei sintomi.

Il pensiero e l’azione di Hahnemann vengono evidenziati nella di cura di un malato psichiatrico, nel 1792, di nome Klockenbring. Contrariamente agli usi dell’epoca – ove tali pazienti erano soggetti alle violenze più efferate – egli, sulla scia di Pinel, osservava solo le espressioni della malattia, producendo – attraverso “l’ascolto” e, quindi, l’esserci – la guarigione del soggetto. Nel 1812 inizia un corso universitario di omeopatia che durerà dieci anni e durante i quali pubblica “La materia Medica Pura”, in cui vengono descritti i cinquantaquattro rimedi omeopatici. Da quel momento l’omeopatia diviene una scienza solida, ma egli rimette in discussione il suo edificio approfondendo le cause delle malattie croniche ed elaborando la teoria dei miasmi.
Secondo tale teoria, esiste una triplice radice esogena che causa le malattie croniche; la psora, la scabbia e la sifilide. Quindi l’anamnesi deve estendersi fino ai sintomi concomitanti e agli antecedenti morbosi.

Lo sviluppo fiorente della sua disciplina si esplica in un clima di terrore determinato dalle guerre dovute all’espansionismo napoleonico, che Hahnemann considera espressione di una personalità malata. Ciò nonostante, è proprio in quel clima di morte che egli cura centinaia di soggetti affetti dalle malattie più disparate. A ciò vanno aggiunti i lutti familiari come la figlia Wilhelmine, più tardi la fedele e paziente moglie Johanna ed infine, la figlia Friedericke, assassinata nel corso di una rapina. Nell’alternarsi di gioie e disgrazie, gli ottant’anni di Hahnemann vedono avvicinarsi, comunque, una nuova epoca che diverrà quella definitiva.

Conosce Marie Melanie d’Hervilly, più giovane di quarantacinque anni, dal carattere forte e invasivo, che diviene più tardi la sua seconda moglie. Il carattere intransigente di Melanie, che ben si accorda con quello di Hahnemann, crea , tuttavia, dei dissapori tra Hahnemann e le sue due figlie, rimaste ad accudirlo. Ma la passione che lega i due sposi poco si cura delle proteste familiari e, nel 1835, alla richiesta di Melanie di fare un viaggio a Parigi, Hahnemann accetta. Ma sarà il suo ultimo viaggio, poiché vi rimarrà fino alla morte. A Parigi conoscerà l’alta società da cui continuerà a ricevere pieni riconoscimenti.
Dopo la morte della figlia Eleonore, porta a termine la sesta edizione dell’Organon che, tuttavia, uscirà postuma durante la prima guerra mondiale. Samuel Hahnemann muore il 2 Luglio del 1843 e viene sepolto nel cimitero di Montmatre (all’inizio del XX secolo le sue spoglie verranno traslate nel cimitero monumentale del Père-Lachaise).

L’originalità del testo consiste non solo nell’essere in Italia la prima esauriente biografia del padre dell’omeopatia, ma nell’essersi – gli autori – accostati al suo mondo interno; immaginando , quindi, – e rendendone possibilità di visione a loro volta ai lettori – quale potesse essere il travaglio di un genio di tale portata. La sofferenza, nelle personalità dei geni, diviene il motore portante dello sviluppo delle idee, e il distacco dal mondo circostante, sia in termini fisici che di pensiero o professionale, inevitabile. Laddove il nuovo, destruttura necessariamente il vecchio, solitudine come viatico s’impone. E gli autori, con grande poesia e magia, fanno omaggio attraverso la sintonia del cuore, ad un grande uomo della medicina, che seppe aprire le porte alla medicina dell’Uno, confinando non più l’uomo nell’organo, ma restituendolo all’Universo.
In questo incredibile ed originalissimo libro-spartito, Riccardo de Torrebruna , autore teatrale, ha curato la parte narrativa, mentre Luigi Turinese, omeopata e psicoanalista junghiano, ha curato la parte scientifica. Come hanno giustamente sottolineato nel 2007, nella presentazione del libro presso il Refettorio piccolo del Monastero dei Benedettini di Catania, Franco Battiato, musicista e Giovanna Giordano, scrittrice, se la malattia è assenza di ritmo – non solo all’interno dell’individuo, ma anche fuori di sé – la cura consiste, allora, nel recupero di tale ritmo: equilibrio che non può ripristinarsi combattendo la malattia con armi diverse da se stessa, bensì utilizzandone le stesse al fine di sviluppare risorse interne all’organismo ( similia similibus curantur ).

La presentazione del testo, in sintonia con la metafora musicale, si è svolta in “facies” quasi poetica, dove aspetti umani e scientifici si sono “accordati”, per comunicare ancora una volta, quanto l’opera di ogni grande uomo – come Samuel Hahnemann – comporti pathos, solitudine, lotta, mai resa, al fine di dar voce al daimon interiore che incessantemente distrugge e crea, al servizio della collettività.

Rosa Brotzu










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Hahnemann. Vita del padre dell’omeopatia" - Presentazione del libro a Ostia Lido

Nell'ambito della manifestazione
“Settembre del benessere”








Biblioteca Elsa Morante - Ostia Lido
Via Adolfo Cozza, 7

Venerdì 30 Settembre
2011
alle ore 17.30







Presentazione del libro:


“Hahnemann. Vita del padre dell’omeopatia.
Sonata in cinque movimenti”
(Edizioni E/O, Roma, 2007)

di
Luigi Turinese e Riccardo de Torrebruna

Interviene
Rosa Brotzu
Saranno presenti gli autori


Luigi Turinese
Medico, Psicologo analista, Esperto in Omeopatia, Scrittore
Riccardo de Torrebruna
Attore, Autore teatrale, Scrittore
Rosa Brotzu
Medico, Psichiatra, Esperta di Medicina Tradizionale Cinese





Ingresso libero
Info Biblioteca Elsa Morante: Tel 06 45460481,
elsamorante@bibliotechediroma.it




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giovedì 29 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Io sono Dio", di V. Sartini

Vincenzo Sartini, "Io sono Dio", Edizioni Beta, Roma 1995, pp. 125

L'autore, medico oculista, in quest'opera ha voluto porre il Signore Gotama al centro della sua narrazione, affiancandogli la dea Iside in un tempo che somiglia ad un medioevo fantastico. Ne viene fuori quasi un saggio di ispirazione teosofica, gradevolmente leggibile per la sua forma romanzesca, che ad esso conferisce una maggiore efficacia didascalica.

Degno di nota il bisogno dell'autore di scrivere non un serioso saggio, ma un racconto cosmogonico, dove perciò prendono vita le immagini più che i concetti. Ecco, se c'è un punto debole che ci sentiamo di segnalare al volenteroso autore è proprio il persistere di una certa strisciante concettosità: risultato, come accade spesso nelle prime prove narrative, di preoccupazioni concettualistiche piuttosto che formali. Coraggio, dunque, collega Sartini: al prossimo romanzo!

Luigi Turinese


In foto: "Aquiloni"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.45, Gennaio-Marzo 1993

Le Recensioni di L.T. - "Il Dhamma della foresta", di P. Breiter

Paul Breiter, "Il Dhamma della foresta", Ubaldini Editore, Roma 1991, pp.177

L'autore, monaco theravada dal 1970 al 1977, è già noto ai lettori italiani per aver curato, a quattro mani con Jack Kornfield, "I maestri della foresta", un libro su Ajahn Chah edito dalla casa editrice Ubaldini e recensito su Paramita n.34.

Della tradizione dei maestri della foresta, Ajahn Chah è certamente il più autorevole rappresentante contemporaneo. Per oltre un decennio è rimasto, fino alla morte recente, paralizzato e privo della possibilità di parlare. Tuttavia il seme del suo insegnamento ha valicato i continenti dando all'Occidente un impulso verso la pratica e promuovendo una sincera ricerca del Dharma (si pensi, per tutti, alla figura del suo discepolo più noto, Ajahn Sumedho).

Il libro di Breiter, scritto in uno stile chiaro, diretto e spiritoso, è a un tempo autobiografia e biografia del maestro. In effetti, può esser letto come un avvincente libro di avventure, in cui ogni rampollo della borghesia occidentale alla ricerca di un senso potrà riconoscersi. Così, al giovane novizio divorato dalle febbri e memore delle comodità della propria vita precedente, il maestro finirà per apparire come il "sadico più compassionevole del mondo".

Nel racconto che Breiter fa della propria esperienza non c'è nulla di quello spiritualismo caramelloso presente in altri resoconti; e concordiamo con il traduttore Giampaolo Fiorentini che avvicina il maestro thailandese, come appare nel ritratto del suo discepolo, ad una figura di "briccone divino".


Luigi Turinese

In foto: "UFO in the Apocalyptic sky"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.45, Gennaio-Marzo 1993

mercoledì 28 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Estetica del vuoto", di G. Pasqualotto

Giangiorgio Pasqualotto, "Estetica del vuoto", Marsilio Editori, Venezia 1992, pp.143

E' risaputo che per lo studioso occidentale una delle tematiche buddhiste più difficili e più soggette ad equivoci è quella del vuoto. Shunya (vuoto) o Shunyata (vuotezza): il nucleo della filosofia del Mahayana è tutto qui.
Negli anni '50, un brillante allievo di Radhakrishnan dedicoò un voluminoso saggio alla questione, esplorando il sistema Madhyamika di Nagarjuna (II secolo d.C.), che situò alle sorgenti del buddhismo tibetano e sino-giapponese (T.R.V.: "La filosofia centrale del buddhismo", trad. it. Roma 1983).
Alla dotta "pesantezza" del volume di Murti mancava la coloritura accattivante che impronta di sé quest'ultima fatica del professor Pasqualotto. Non che il lavoro di Pasqualotto soffra di superficialità, o cedimenti al gusto facile. Tutt'altro. L'autore, che insegna filosofia all'Università di Padova, durante un ventennio di pubblicazioni si è spostato progressivamente dall'analisi di problemi riguardanti gli sviluppi della civiltà occidentale verso un interesse crescente per il pensiero orientale.
Forse in questo percorso la tappa intermedia può essere rappresentata dai "Saggi su Nietzsche" (Milano , 1988).

"Estetica del vuoto" è un libro accattivante perché, su di un problema ostico come quello del vuoto, sceglie la via più fisiologica per il tema: la via meno concettuale.
E così, dopo una breve disamina delle due tradizioni che descrivono l'esperienza del vuoto, cioè il taoismo e il buddhismo, si passano in rassegna le attività estetiche in cui si riflette tale esperienza.

Attività tradizionali in Estremo Oriente, quali la cerimonia del tè, l'ikebana o arte di disporre i fiori, il poetare breve noto come haiku, il giardinaggio "alla giapponese", la pittura ad inchiostro, il teatro .

Esperienze, dunque, non idee o concetti. In Estremo Oriente non è nato nessun Platone. Manca persino l'idea di bellezza, ma non manca certo la facoltà di provocare e di vivere l'esperienza estetica. Così il vuoto non è un concetto ma un'esperienza cui si accede soprattutto per il tramite della meditazione. Laddove, naturalmente, anche disporre i fiori con la giusta presenza mentale è meditazione.

Luigi Turinese

In foto: "Round turtle"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.45,Gennaio-Marzo 1993

venerdì 23 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Vivere il buddhismo", di A. Bareau

André Bareau, "Vivere il buddhismo", Oscar Mondadori, Milano 1990, pp. 367

Il presente lavoro (titolo originale: "Seguendo Buddha") è diviso in tre parti: "La giovinezza del Buddha e l'inizio della sua predicazione"; "L'insegnamento attribuito al Buddha"; "La fine della vita del Buddha". Dopo una breve ed esauriente introduzione di Bareau, forse il maggiuore esperto accademico vivente di buddhismo, viene presentata una scelta di testi dal Sutra-pitaka e dal Vinaya-pitaka.

Una semplicità non priva di erudizione è la qualità maggiore di Bareau (si ricordi il suo "Buddha", pubblicato diversi anni or sono da Accademia). Ne deriva una panoramica completa della dottrina buddhista, che può avere la funzione che ha il Nuovo Testamento per il cristianesimo.

Luigi Turinese


In foto: "Anfiteatro"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "Saggezza: come far buon uso delle religioni", di A. Silananda

Anagarika Silananda, "Saggezza: come far buon uso delle religioni", Edizioni Arista, Torino 1991, pp.226

In questo libro interessante e compassionevole George Rex, svizzero francese convertitosi al buddhismo con il nome di Anagarika Silananda, esprime l'idea che il buddhismo rappresenti una sorta di "fondo religioso comune", a cui attingere per riconoscere e praticare la religione alla quale ci sentiamo più vicini.

A partire da questo ecumenismo pratico, l'autore presenta la dottrina del Buddha e i passi più significativo delle scritture in un modo che non è mai arrogante.
Se critica si può muovere, riguarda il fatto che il tono generale del libro, sempre semplice e divulgativo, raggiunge talora registri un tantino catechistici.

Luigi Turinese


In foto: "Beata solitudo"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "A se stesso. L'ultimo diario", di J. Krishnamurti

J. Krishnamurti, "A se stesso. L'ultimo diario", Ubaldini Editore, Roma 1990, pp. 127

Struttura diaristica avevano due precedenti libri di Krishnamurti, "Taccuino" e "Diario", questi però erano stati scritti dall'autore, mentre "A se stesso", a causa dell'età (ottantasette anni) e delle malferme condizioni di salute, è stato dettato al magnetofono nella stessa stanza di Pine Cottage (Ojai, California) dove, due anni più tardi, Krishnamurti avrebbe concluso la sua preziosa esistenza.

Ne risulta un insieme di riflessioni tanto più emozionanti in quanto prive della struttura di un libro scritto e, se possibile, ancora più vicine alla poesia. Il pensiero si fa palpitante, culminando nelle riflessioni sulla morte, bellissime, che chiudono il libro, serenamente profetiche.

Luigi Turinese


In foto: "Gli angeli dell’Apocalisse"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

giovedì 22 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Simbolismi. Forme del rapporto tra l'umano e l'ignoto", di A. Sichel e G. Slonina

Adelmo Sichel e Gabriel Slonina, "Simbolismi. Forme del rapporto fra l'umano e l'ignoto", Biblioteca "C.Livi" di Reggio Emilia & Gazzetta di Reggio, 1990, pp.100


Si tratta degli atti di un ciclo di conferenze sul tema "il simbolismo", organizzato nella primavera del 1989 a Reggio Emilia dalla USL 9 e dalla "Gazzetta di Reggio". I relatori, tutti di ecellente livello (ricordiamo Grazia Marchianò, Taiten Guareschi, Alberto Gaston, psichiatra, che riferisce circa l'attività simbolica nel corso delle psicosi) svolgono temi complementari tra ,oro.
E' curioso che proprio da Mario Trevi, psicoanalista di orientamento junghiano, venga una critica al concetto di archetipo, che Jung pose al centro della propria opera e che studiosi a lui successivi, come ad esempio James Hillman, hanno amplificato fino a suggerire una psicologia archetipica.

L'etereogeneità degli interventi (oltre a quelli ricordati, ce n'è uno sul simbolismo dei tarocchi e un altro, molto originale, sulla lettura dei simboli nel palazzo ducale di Venezia) testimonia la difficile definizione del territorio del simbolo e, al contempo, l'interesse che suscita a partire dai campi più disparati.


Luigi Turinese


In foto: "Marezzature"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "La medicina indiana", di A. Comba

Antonella Comba, "La medicina indiana", Promolibri, Torino 1991, pp.238

" ... l'Ayurveda non si limita ad essere un modo diverso di curare, che può riuscire là dove altre medicine falliscono: esso veicola con sé una particolarissima concezione dell'uomo e del mondo, e quindi occupa in posto importante nella storia del pensiero dell'India e di tutta l'umanità" (pag. 17).

Potenziale lettore del lavoro di Antonella Comba è l'orientalista, soprattutto il cultore di filosofia indiana che sia interessato a conoscerne un ulteriore, non secondario aspetto. Rimarrebbe deluso chi, invece, si aspettasse da questo libro un tributo al vitello d'oro della cosiddetta "medicina alternativa", superficiale miscellanea di esoterismo, ricette per l'automedicazione e "maquillage spirituale".

La precisione filologica non sottrae fascino al tema, che anzi acquista spessore storico ed è trattato in modo sempre accattivante: perché Antonella Comba si dimostra una "sanscritista col cuore".

Luigi Turinese


In foto: "Il mito della Caverna"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "Il Dio in cui non credo", di J. Arias

Juan Arias, "Il Dio in cui non credo", Cittadella Editrice, Assisi 1991, pp.200

E' giunto alla XIII edizione il libro di Arias, brillante giornalista del quotidiano "El Pais" e scrittore di libri particolari (tra i numerosi titoli, va menzionato un originale studio su Giovanni Paolo II: "L'enigma Wojtyla", Borla 1986).

"Il Dio in cui non credo" fu scritto negli anni '70 e di quel decennio porta con sé la linfa rivoluzionaria e l'anelito a liberare il Cristo dei poveri dalle lusinghwe del potere.
Certo, l'utopia di Arias è anche irrimediabilmente datata. Alludo all'utopia della fanciullesca affermazione "sono libero" (pag. 64) pur essendo strutturato nella gerarchia ecclesiastica: logico attendersi, come è poi puntualmente avvenuto, una fuoriuscita da quella gerarchia, verso uno stato laicale in cui sperimentare quella libertà senza protezioni e con tutti i rischi che questo comporta.

Rimane l'attualità di un messaggio che trascende le barriere confessionali per approdare a un umanesimo cristiano di grande respiro.

Luigi Turinese

In foto: "Emanazioni"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

Le Recensioni di L.T. - "Mircea Eliade", di I.P. Culianu

Ioan P. Culianu, "Mircea Eliade", Cittadella Editrice, Assisi 1978, pp.183

"Questo libro è il primo che si proponga lo studio sistematico dell'intera creazione eliadiana, dal 1921 al 1976" (pag. 21). L'autore, che lo ha pubblicato ancora vivo Eliade, ha tratto ispirazione fondamentale per la sua stesura da un soggiorno a Chicago, nel 1975, con il grande storico delle religioni.

"Homo religiosus", Eliade ha tentato la difficile operazione di studiare le tecniche soteriologiche (yoga, sciamanesimo, alchimia) in qualche modo partecipandovi. Il contesto nel quale si svolse il lavoro sul campo in terra indiana, ad esempio, trova riscontro puntuale in testo appena tradotto per i tipi di Bollati Boringhieri ("India", Milano 1991).

I rapporti sempre vivi con la cultura italiana sono riassunti nell'appendice "Mircea Eliade e l'Italia", dove si ricorda la relazione intellettuale con Giovanni Papini, Raffaele Pettazzoni, Ernesto De Martino; dell'opera di quest'ultimo sul folklore Eliade fu certamente anche geniale precursore.

Interessante e significativo, soprattutto perché non nutrito da contatti diretti, il parallelismo tra lo studioso rumeno e C.G.Jung a proposito dell'alchimia: gli studi di entrambi conducono ad una valutazione metapragmatica dell'alchimia, che viene intuita come via spirituale.

Luigi Turinese


In foto: "La Malinconia"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

martedì 20 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "L'incontro delle vie", di di J. Welwood

John Welwood,"The L'incontro delle vie", Casa Editrice Astrolabio, Rpma 1991, pp. 246
E' molto interessante il fatto che i più aggiornati manuali di teoria della personalità comincino ad includere un capitolo sulla "psicologia orientale" (si veda ad esempio l'ottimo, recentissimo e ponderoso volume di Aldo Carotenuto che l'editore Raffaello Cortina di Milano ha pubblicato sull'argomento).

Welwood, curatore del libro di cui ci stiamo occupando, è uno psicologo rogersiano ed esistenzialista, collaboratore del Journal of Transpersonal Psychology.
Assai felice risulta la sua scelta dei collaboratori, tra cui si annoverano alcuni tra i maggiori praticanti del comparativismo psicologico orientale/occidentale, compresi insegnanti tibetani del calibro di Chogyam Trungpa e Tarthang Tulku.

Vogliamo inoltre segnalare il prezioso intervento di una "vecchia volpe" come Claudio Naranjo ("Un profilo della meditazione"), che esorta ad uscire dalla "definizione comportamentistica della meditazione": " ... la meditazione si interessa allo sviluppo di una presenza, di un modo di essere, che può essere espresso o coltivato in qualunque situazione in cui l'individuo si trovi coinvolto. Questa presenza, questo modo di essere, trasforma tutto ciò che tocca. Se il suo mezzo è il movimento, si tradurrà in una danza; se è l'immobilità, in una scultura vivente; se è la sensazione, alla piena partecipazione al miracolo dell'esistenza; se è l'emozione, in amore; se è il canto, in sacre melodie; se è la parola, in preghiera o poesia; se sono le attività della vita ordinaria, in un rituale nel nome di Dio o in una celebrazione dell'esistenza" (pag. 148).


Luigi Turinese


In foto: "Indaco's nuances"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno X, n.40, Ottobre-Dicembre 1991

lunedì 19 settembre 2011

L’ansia. Il contributo dell’omeopatia

di Luigi Turinese

L’ansia è definibile come un penoso sentimento di minaccia imminente, che deriva dall’attesa di un pericolo di cui non si conoscono natura e provenienza. Ne consegue una momentanea disorganizzazione del comportamento e delle funzioni cognitivo-volitive. Si tratta del disturbo psichiatrico più comune: colpisce infatti il 20% della popolazione. Raramente si presenta come un disturbo “puro”: la depressione, ad esempio, comprende sempre elementi di ansia.

Dal punto di vita fisiopatologico, l’ansia si presenta sotto la forma di sindromi funzionali diverse legate a disordini autonomici, il cui correlato psicopatologico è uno stato permanente di allarme e di paura. L’ansia è uno stato affettivo puro; quando vi si accompagnano sintomi somatici, si parla propriamente di angoscia.
Sotto il profilo clinico, la sintomatologia ansiosa si sostanzia in tre elementi: immagine peggiorativa dell’esistenza; attesa di un pericolo; disperazione. Il quadro clinico dell’angoscia è più variegato. Esso può comprendere sintomi respiratori (dispnea), sintomi cardiovascolari (tachicardia, extrasistolia), sintomi digestivi (dalla pirosi ai dolori crampiformi), sintomi urinari (disuria, “false cistiti”), sintomi neuromuscolari (contratture dolorose, fino alla fibromialgia), sintomi cutanei (non dimentichiamo che la comune origine embriologica di cute e sistema nervoso rende conto di numerose somatizzazioni cutanee).

La nevrosi d’ansia è un quadro psicopatologico di base che può evolvere verso quadri particolari come la nevrosi fobica, l’ipocondria, la depressione o le psicosomatosi.

La nevrosi fobica si distingue dalla paura perché non scompare di fronte all’esame di realtà e si distingue dal delirio perché il fobico è consapevole dell’irrazionalità dei suoi timori. Le fobie si associano spesso alle ossessioni dando luogo a un quadro di nevrosi ossessivo-fobica. La nevrosi ossessiva riguarda la condizione di un paziente spinto incoercibilmente a compiere atti o ad astenersene; a formulare pensieri coatti, estranei e invasivi. La reiterazione delle ossessioni conduce all’attuazione di rituali ripetitivi. Si distinguono quattro tipologie di ossessioni: semplici, interrogative, inibitrici, impulsive.

Si distinguono cinque forme cliniche dell’ansia: il disturbo da attacco di panico (DAP), gli stati di stress posttraumatico (PTDS), gli stati ansiosi generalizzati, le fobie sociali, gli stati ossessivo-compulsivi (OCD).

Il DAP consiste in attacchi di panico ricorrenti e imprevedibili, seguiti da almeno un mese dal persistente timore di un nuovo attacco. Esso esordisce in genere dopo i 20 anni e può essere scatenato da situazioni stressanti, abuso di farmaci o di sostanze. Il suo quadro clinico si sostanzia in una crisi simpatica comprendente difficoltà respiratorie, instabilità, paura di morire e/o di impazzire, sensazione di irrealtà, alterazione della termoregolazione, disturbi digestivi, parestesie, tachicardia, sudorazioni, tremori. In un’alta percentuale di pazienti col DAP viene riconosciuta una predisposizione genetica. Il 50% dei soggetti in questione è anche affetto da depressione, il che è in accordo con la buona risposta terapeutica – oltre che alla psicoterapia – ai farmaci antidepressivi.

I PTDS si manifestano come un disturbo ansioso che colpisce soggetti che sono stati testimoni di eventi particolarmente stressanti. La sintomatologia consiste in episodi ricorrenti di terrore collegati ad attivazione del sistema adrenergico, disorientamento emotivo e senso di prostrazione. Il 50% di questi pazienti presenta anche DAP. La terapia prevede l’uso di propanololo o clonidina.

Gli stati ansiosi generalizzati si manifestano come preoccupazioni sproporzionate della durata di almeno sei mesi che si accompagnano a tensione motoria, iperattività neurovegetativa, aumento dello stato di vigilanza, difficoltà di concentrazione. La terapia prevede l’uso di benzodiazepine, SSRI, antidepressivi triciclici (come la amitriptilina, l’imipramina e la clomipramina).

Si denominano fobie sociali le conseguenze di una timidezza esagerata, che si caratterizzano per un’ansia persistente ad affrontare determinate situazioni sociali (parlare o firmare in pubblico, incontrare altre persone, effettuare telefonate e così via). In tali condizioni coesistono sintomi fisici (per es. ereutofobia, il cosiddetto “arrossire”) e sintomi cognitivi. Il trattamento prevede la psicoterapia e l’uso di SSRI.

Il disturbo ossessivo-compulsivo (OCD) è una condizione cronica caratterizzata da ossessioni (dubbi o paure) e pulsioni incontrollabili. Per alleviare lo stato d’ansia che ne deriva, il paziente esegue atti ripetitivi (compulsioni). In questa condizione si osserva un’alterazione dei nuclei della base (in particolare, un’esaltazione dell’attività del nucleo caudato). Anche in questi casi, la psicoterapia può essere affiancata dall’uso di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), il cui “capostipite” è la fluoxetina (Prozac). Entrambi i trattamenti provocano una diminuzione di attività del nucleo caudato (ci sono evidenze di brain imaging), in accordo con il dato fisiopatologico sopra ricordato.

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Affrontare l’ansia con un approccio omeopatico è sicuramente possibile, fatte alcune premesse. Se il fenomeno è acuto o subacuto, come si verifica nel caso di prove o esami o in attesa che normali situazioni della vita trovino una definizione, l’aspettativa di un rapido miglioramento è realistica. Nei casi cronici, nei quali la struttura della personalità si è formata su imprinting remoti o qualora il soggetto sia sottoposto a stress ripetuti o di lunga durata, il trattamento sarà più complesso: oltre a prevedere l’uso di medicinali di fondo (o di terreno) e/o costituzionali, non di rado sarà opportuno indirizzare il paziente verso una qualche forma di psicoterapia.
Descriverò di seguito le patogenesi sperimentali di alcuni medicinali per quanto attiene alla presenza in esse di una sintomatologia ansiosa. La posologia risponde alle regole consuete: la scelta della diluizione più appropriata tiene conto del livello di similitudine, sebbene – trattandosi di disturbi nervosi – le diluzioni medio-alte siano comunque preferibili; la frequenza di somministrazione segue l’andamento clinico, nel senso che nei casi acuti può essere pluriquotidiana, mentre nei casi cronici va da una volta al dì sino a una volta alla settimana; la durata del trattamento, infine, è estremamente variabile, per cui il paziente va periodicamente monitorato, evitando tuttavia di sollecitarlo a troppo frequenti autovalutazioni, pena il rischio di sollecitare il tratto ansioso della personalità.


ACONITUM NAPELLUS
Crisi di angoscia ad aggravamento notturno, con parestesie, sintomi pseudocardiaci, paura della morte. Sebbene Aconitum sia noto soprattutto nel trattamento di certi tipi di febbre a insorgenza rapida, si rivela una buona soluzione anche in caso di DAP, di cui riproduce la subitaneità e la sintomatologia di eretismo cardiaco.

ARGENTUM NITRICUM
È il medicinale elettivo quando vi sia ansia di anticipazione in pazienti fobici, concitati e angosciati, con diarrea, gastralgie, pollachiuria, vertigini, disfonia, paura del vuoto. Merita anche un posto di primo piano nella terapia del DAP cronico.

GELSEMIUM SEMPERVIRENS
Noto semplicisticamente come “il rimedio degli esami”, descrive in effetti un’ansia di anticipazione con inibizione psicomotoria, fino quasi allo stato stuporoso. Possono coesistere diarrea, tremore e cefalea. Anche Gelsemium può vantaggiosamente impiegarsi nel DAP, in particolare nella variante “paralizzante”.

IGNATIA AMARA
Appartenente alla famiglia delle Loganiacee, come il medicinale precedente e il successivo, Ignatia corrisponde a stati ansiosi generalizzati scatenati da cause affettive, con estrema variabilità dell’umore e sintomi contraddittori e paradossali migliorati dalla distrazione.

NUX VOMICA
La sintomatologia evocata da questo medicinale è figlia dei nostri tempi, per cui potremmo dire che se sapessimo gestire meglio lo stress le prescrizioni di Nux vomica crollerebbero. Siamo di fronte a uno stato ansioso generalizzato in pazienti iperattivi, impazienti, irritabili, con stile di vita poco salutare e spesso affetti da dispepsia non ulcerosa.
Come canta Franco Battiato:
“Sulle strade al mattino
il troppo traffico mi sfianca;
mi innervosiscono i semafori e gli stop,
e la sera ritorno con malesseri speciali.
Non servono tranquillanti o terapie
ci vuole un'altra vita […]
Non servono più eccitanti o ideologie
ci vuole un'altra vita”
(1)

ARNICA MONTANA
PTDS.

ARSENICUM ALBUM
Terreno ansioso con OCD in pazienti con carattere anale (meticolosità, precisione,
avarizia).

CALCAREA CARBONICA
A dispetto del carattere lento e flemmatico, il tipo sensibile presenta note ansiose sin dall’infanzia, con frequenti sintomi di spasmofilia normocalcemica.

LYCOPODIUM CLAVATUM
L’ansia è prodotta dal senso di inadeguatezza del tipo sensibile, legato a un “ideale dell’io” molto alto e pertanto irraggiungibile (perfezionismo, temperamento autocritico e ipercritico).

LACHESIS MUTUS
Stati di ansia generalizzata in pazienti suscettibili, gelosi, ciclotimici. Si tratta di un correlato frequente della sindrome climaterica.

PHOSPHORUS
Rappresenta una tipologia sensibile
caratterizzata da morfologia longilinea,
amabilità, socievolezza, desiderio di relazioni.
Al crepuscolo appare sovente uno stato
ansioso.

IODUM
Nella sua patogenesi è riprodotto il correlato neuropsichico dell’ipertiroidismo.

MEDORRHINUM
Bioterapico del modello reattivo sicotico, sul piano psichico presenta stati di ansia generalizzata: frettolosità febbrile e inefficace, incapacità di eseguire attività fini e di precisione, agitazione delle estremità.



Bibliografia
AA.VV.: La cura dell’infelicità, Theoria, Roma-Napoli 1994.
Barbancey, J.: Pratique homéopathique en psychopathologie, tome 2, Editions Similia, Le Poiré-sur-Vie 1987.
Ey, H. – Bernard, P. – Brisset, C. (1978): Manuale di psichiatria, Masson, Milano 1979.
Galimberti, U.: Dizionario di psicologia, Utet, Torino 1992. Gabbard, G.O. (1994): Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.
Jouanny, J. – Crapanne, J.B. – Dancer, H. – Masson, J.L. (1988): Terapia omeopatica. Possibilità in patologia cronica, Ariete Edizioni, Albano S. Alessandro (BG), 1993.
Kandel, E.R. – Schwartz, J.H. – Jessell, T.M. (2000): Principi di neuroscienze, Casa Editrice Ambrosiana, Milano 2003.
Turinese, L. : Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica, Elsevier, Milano 2009.

(1) Franco Battiato: Un’altra vita, da Giubbe rosse (EMI Records, 1989).


Luigi Turinese



In foto: "Individuo e Collettivo"


Articolo apparso su "HIMed (Homeopathy and Integrated Medicine)" del Maggio 2011, volume 2, n.1, pp. 43-44

Vai all'archivio di HIMed (Homeopathy and Integrated Medicine) -Sito web della SIOMI

sabato 17 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Kokoro: Lo sguardo del cuore", di K. Takada

Koin Takada, "Kokoro: Lo sguardo del cuore", E.M.I., Bologna 1990, pp.248

"Kokoro non è un luogo fisso ... è la forza vitale dell'origine che lega l'esistenza umana con l'Assoluto" (dalla Prefazione di Luciano Mazzocchi, pag. 12).

L'abate buddhista giapponese Koin Takada trova, in questo fortunatissimo libro (ottantacinque ristampe!), parole semplici per affrontare e sciogliere i nodi posti sul sentiero dell'uomo contemporaneo.

La forza vitale che conduce alla liberazione procede dal cuore, dall'anima, dal centro dell'essere: tutte traduzioni, approssimative, del termine giapponese kokoro.

Luigi Turinese


In foto: "Pastelli aerei"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

Le Recensioni di L.T. - "Le religioni davanti al progresso", AA.VV.

AA.VV., "Le religioni davanti al progresso", E.M.I., Bologna 1990, pp.144

L'Istituto degli Studi Asiatici organizzò, nel maggio 1989, un Convegno Interculturale sul tema "Etica, Cultura, Progresso". Questo libro ne è il resoconto.

Le religioni, in particolare le religioni rivelate, presentano una tendenza intrinseca a propugnare una visione metastorica, che le fa trovare impreparate di fronte alle modificazioni socio-culturali. L'impaccio che ne deriva non è di poco conto, per esempio quando si tratta di giustificare la superiorità di un approccio religioso rispetto ad uno meramente etico per quanto attiene all'idea di giustizia.

Ne consegue, inevitabile, la necessità di confrontare la dimensione religiosa e quella politica. Si profila così la nascita di un umanesimo nuovo, in cui le possibili aberrazioni cui può condurre l'idolatria dell'idea di progresso subiscono il correttivo di un'etica religiosa.

Luigi Turinese


In foto: "L’alba dentro l’imbrunire"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

venerdì 16 settembre 2011

In vacanza con figli e fidanzati al seguito , di A. Piperno - Articolo su Panorama del 7.9.2011

Madre, padre, adolescenti e rispettivi partner: tutti insieme appassionatamente. In camere separate ma poi si chiude un occhio.
Perché così è più sicuro, più comodo, più economico. I genitori apprezzano oppure si rassegnano. Sociologi e psicologi invece inorridiscono.

di Antonella Piperno

Luigi Turinese intervistato, tra gli altri, sul tema.
Leggi tutto l'articolo su Panorama.it



In foto: "Sipario etnico"

Articolo apparso su Panorama del 7.9.2011, Anno XLIX, n 37, pagg 94-98

giovedì 15 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "L'albero dello yoga", di B.K.S. Iyengar

B.K.S. Iyengar, "L'albero dello yoga", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp. 164

Si tratta della trascrizione di incontri e conferenze che il celebre maestro di yoga tenne in Europa tra il 1985 e il 1987, oltre ad una conferenza tenuta a Madras nel 1982.

Lo yoganga (sentiero dello yoga, costituito da otto parti) viene efficacemente paragonato a un albero, le cui parti dovranno essere sviluppate organicamente. La sezione più discutibile è forse la prima ("Yoga e vita"), in cui Iyengar, uomo eminentemente pratico, si fa filosofo: questo passaggio riesce meglio, di solito, agli occidentali che studiano l'Oriente o agli orientali con formazione (anche) occidentale, come Dhiravamsa o Krishnamurti.
Molto profonda è la terza parte, "Yoga e salute", in cui l'autore tratta argomenti centrali, contribuendo a sfatare un buon numero di pregiudizi. "L'idea originale dello yoga è raggiungere libertà e beatitudine, mentre i prodotti secondari che incontriamo lungo la strada, compresa la salute fisica, per il praticante sono secondari" (pag. 98.

Nell'insieme, "L'albero dello yoga" si configura come un libro di chiose sommamente utile per persone già da tempo praticanti, fitto com'è di riferimenti tecnici appena accennati. Coloro che si vogliono accostare allo yoga si possono più utilmente avvalere della ricca manualistica oggi a disposizione, tra cui lavori dello stesso Iyengar (si veda ad esempio "Teoria e pratica dello Yoga").

Luigi Turinese


In foto: "L'ombra è la luce"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

Le Recensioni di L.T. - "La collina ritrovata. Scienza etica psicanalisi", di A. Bonecchi

Adalberto Bonecchi, "La collina ritrovata. Scienza etica psicanalisi", Tranchida Editori, Milano 1990, pp.146

"Purtroppo, la maggior parte delle analisi termina semplicemente con la capacità di barcamenarsi in quanto individualità contrapposte ad altre" (pag. 21).
Il percorso di Adalberto Bonecchi, oltre il freudismo verso una prospettiva transpersonale, è felicemente sintetizzato in questa citazione.

Nel presente lavoro l'autore parte dalla considerazione dei due paradigmi descritti da Fritjof Capra: il modello meccanicistico, proprio della scienza newtoniana, e il modello sistemico, incarnato dalle moderne scienze olistiche.
Prendendo tuttavia le distanze dalle posizioni più radicali di Capra, Bonecchi arriva a propugnare una "terza via", di ispirazione dichiaratamente taoista, che chiama "paradigma di complementarietà".

Non si può che ribadire l'apprezzamento per questo prolifico autore, anche se non riusciamo a condividere una certa disinvoltura con cui vengono dichiarati superati o parziali gli approcci di studiosi del calibro di Freud e di Capra.

Luigi Turinese


In foto: "Tra i mondi"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

Le Recensioni di L.T. - "Viaggio nel buddhismo zen", di G. Sono Fazion

Gianpietro Sono Fazion, "Viaggio nel buddhismo zen", Cittadella Editrice, Assisi 1990, pp. 319

Artista, praticante zen, l'autore è allievo di Fausto Taiten Guareschi, designato dal grande maestro scomparso Deshimaru a rappresentare il soto zen in Italia.

Il libro riflette considerazioni sullo zen scandite dalle tappe di un viaggio dell'autore in Estremo Oriente.
Tuttavia non di un diario di viaggio si tratta, bensì di riflessioni, note storiche e spunti dottrinali sul buddhismo, in mezzo ai quali sono per così dire incastoonati ricordi di viaggio. Ne risulta un suggestivo montaggio di immagini e concetti, poco sistematico ma assai creativo, come ci si può aspettare dal lavoro di un artista, privo dell'arido nozionismo dello studioso accademico.

Si veda a questo proposito il capitolo X., "L'altra metà del cielo", dove si può leggere (pag. 177):
"E' impossibile comprendere il Dharma finché si rimane aggrappati a pensieri stereotipi su uomo e donna: questi costituiscono dei pesanti veli che impediscono di vedere l'altro (l'altra), di coglierne la profonda umanità, di esercitare la compassione amorevole, di beneficiare dell'incontro".

Luigi Turinese


In foto: "Il dolore della Bellezza"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

mercoledì 14 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Zen e arti marziali", di T.D. Roshi

Taisen Deshimaru Roshi, "Zen e arti marziali", Il Cerchio, iniziative editoriali, Rimini 1990, pp.133

Questo anomalo libro del grande maestro zen di tradizione soto, curato da Taiten Fausto Guareschi, rappresenta una singolare applicazione dei principi dello Zen alla pratica delle arti marziali.

Costruito sulla base di molti dialoghi con i discepoli e di scarne considerazioni dottrinali, esso permette di illuminare le arti marziali nel loro spirito più profondo: non pratica meramente sportiva o, peggio, offensiva, bensì Via di realizzazione.

Luigi Turinese


In foto: "Sulla difensiva"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

Le Recensioni di L.T. - "Ritorno al silenzio", di D. Katagiri

Dainin Katagiri, "Ritorno al silenzio", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp. 188

Katagiri (recentemente scomparso), era primo abate del centro di meditazione zen di Minneapolis, Minnesota, di tradizione soto.

Il suo libro è costituito da un insieme di riflessioni, cementate dalla pratica, sui temi "naturali" del buddhismo: la sofferenza, l'impermanenza, il primato del momento presente. Il tutto viene esposto concettualmente in modo moderno, attento alle implicazioni politiche e ambientali, oltre che psicologiche, del Dharma.

"Lavorare per la pace del mondo non significa solo occuparsi delle armi nucleari. Chi ha creato le armi nucleari? Le abbiamo create noi. In ogni mente individuale c'è già l'embrione delle armi nucleari ... Gli esseri umani sono molto ignoranti. L'ignoranza consiste nella mancanza di una profonda comunicazione con la natura, con l'universo. Significa separare, isolare, creare discriminazioni e differenze ... Le differenze che creiamo si manifestano come antagonismo, rabbia, odio e guerra" (pag. 23)

Luigi Turinese



In foto: "Dis-gelo"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

martedì 13 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Essere pace", di Thich Nhat Hanh

Thich Nhat Hanh , "Essere pace", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp.160

Il monaco vietnamita Tich Nath Hanh, poeta e maestro zen, segnato dalla sofferenza del suo popolo, è impegnato da oltre vent'anni come attivista pacifista, nel tentativo di trasfondere la compassione del Dharma nell'azione politica.
Il presente libro è composto di tre parti, la seconda delle quali dà il titolo al lavoro.
La prima parte, "Il cuore della comprensione", è ricavata da conferenze che Thich Nhat Hanh tenne nel 1987 negli Stati Uniti sul Sutra del Cuore della Prajinaparamita. L'idea portante è quella di scoprire il volto del buddhismo americano (leggi occidentale), attraverso la consapevolizzazione dei più comuni gesti quotidiani. "Il buddhismo è un modo intelligente per godersi la vita" (pag. 10).

Una menzione particolare merita la terza parte, "La meditazione camminata", raccolta di illuminanti considerazioni su di una pratica divenuta peculiare del buddhismo vietnamita, che si pone in un certo senso al crocevia tra le correnti Theravada e Mahayana.
"Abbiamo costruito cinquantamila testate nucleari, abbastanza per distruggere una ventina di pianeti come la Terra. Eppure continuiamo a costruirne e sembra che non ci fermeremo mai. Siamo come sonnambuli che non sanno quello che fanno, né cosa stanno causando. Il risveglio della umanità dipende dalla nostra capacità di procedere con passi attenti e consapevoli. Perciò il futuro dell'umanità e il futuro della vita sulla terra dipendono dai vostri passi" (pagg. 149-150).

Luigi Turinese


In foto: "Interferenze di luce"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.36, Ottobre-Dicembre 1990

lunedì 12 settembre 2011

Settembre del Benessere - Biblioteca E. Morante - Ostia Lido





Nell'ambito di

Settembre del benessere
(3-30 Settembre 2011)


Biblioteca Elsa Morante - Ostia Lido



Una serie di incontri con Luigi Turinese su temi di Omeopatia e Psicosomatica
nei Venerdì:
9, 16, 23 e 30 Settembre 2011
alle ore 17.30



Il Programma completo nel dettaglio:




Info:
Biblioteca Elsa Morante,Lido di Ostia, via Adolfo Cozza 7
Tel 06 45460481
Email elsamorante@bibliotechediroma.it

domenica 11 settembre 2011

Le Recensioni di L.T. -"Il Grande Libro del Mandala", di J. e M. Arguelles

José e Miriam Arguelles: "Il Grande Libro del Mandala", Edizioni Mediterranee, Roma 1989, pp. 140

Gli Autori hanno realizzato con questo libro - ora in una lussuosa ristampa ricca di illustrazioni a colori e disegni originali - quello che il rimpianto C. Trungpa definisce nella premessa un "mandala in azione".

Come è noto, il mandala è uno dei più diffusi supporti di meditazione tantrica: in una serie di forme concentriche riflette i diversi livelli di conscienza del contemplante, canalizzandoli verso il "centro", da intendere come esperienza esistenziale di unità (e il libro documenta l'universalità della struttura mandalica nel macrocosmo e nel microcosmo).

Ricco di dati sul simbolismo esoterico del mandala e sulla sua diffusione nelle diverse culture anche fuori del buddhismo, questa opera offre anche un insegnamento pratico sulle tecniche per costruirsi da sé i propri mandala, come originale esperienza meditativa.

Luigi Turinese


In foto: "Cielo berbero"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - "Birmania, un paese da amare", di B. Del Boca

Bernardino Del Boca, "Birmania, un paese da amare", Bresci Editore, Torino 1989, pp.198

Ampio resoconto di un recente viaggio, il libro offre all'Autore (già diplomatico in paesi orientali ed ora, antropologo ed esoterista, impegnato per lo sviluppo del nuono Piano di Coscienza, soprattutto con la rivista "L'Età dell'Acquario" e con "Il Villaggio Verde") l'occasione per un'esauriente esposizione delle tradizioni religiose birmane e thailandesi, che hanno innestato il buddhismo nel troncone animistico dei Nat e dei Phi, che Del Boca interpreta come "potenti energie invisibili nate dalle emozioni e dal pensiero umano".

Ricco di stupende illustrazioni delle fiabesche pagode birmane, il libro ha anche il merito di ricordare la misera condizione in cui il gentile popolo birmano è cndannato da una dittatura corrotta.

Luigi Turinese


In foto: "Reductio ad Unum"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - "Immagini buddhiste", di H.W. Schumann

Hans Wolgang Schumann, "Immagini buddhiste", Edizioni mediterranee, Roma 1989, pp. 384

Si tratta i un lavoro enciclopedico, svolto da un indologo esperto di buddhismo (ha insegnato buddhismo all'Università di Bonn). Il titolo non inganni: non siamo di fronte a una rassegna iconografica, ma piuttosto ad una guida ragionata alla lettura delle opere buddiste. Nel primo caso si sarebbe trattato di un libro superficialmente più godibile, ma di scarso peso didattico.
Invece nel presente lavoro l'illustrazione delle entità buddhiste è supportato da richiami filosofici, storici e tecnici (si vedano ad esempio le cosnsiderazioni sulla xilografia a pag. 29): solo così si può evitare una fruizione dettata da una fascinazione esotistica e comprendere davvero il significato di buddha, bodhisattva, arhat, divinità.

Un'opera ponderosa, dunque, con un eccellente indice analitico e un'ottima bibliografia.

E' naturalmente più studiato il buddhismo tantrico, per sua stessa natura più incline alfe rappresenazioni simboliche e iconografiche.


Luigi Turinese


In foto: "Ditale tropicale"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990