La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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domenica 30 ottobre 2011

La morte di James Hillman - Comunicato stampa di Luigi Turinese

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La mattina del 27 ottobre, nella sua casa del Connecticut, è morto James Hillman.

Nato il 12 aprile 1926 ad Atlantic City, dopo un'iniziale attività giornalistica Hillman si dedica alla Psicologia Analitica arrivando a ricoprire la carica di direttore del Carl Gustav Jung Institut di Zurigo.

Autore prolifico, nei suoi libri, quasi tutti tradotti in italiano (ricordiamo "Saggio su Pan", "Re-visione della Psicologia", "Il mito dell'analisi", "Il sogno e il mondo infero", "Il codice dell'anima", "La forza del carattere", "Un terribile amore per la guerra"), Hillman imprime un'originale torsione alla Psicologia Analitica, di cui amplifica il ruolo riservato da Jung agli archetipi.

Ne deriva la creazione, negli anni 70, di un movimento culturale denominato Psicologia Archetipica,volto a fondare la vita dell'anima su principi primi irriducibili: gli archetipi, appunto.

Il conseguente recupero della mitologia greca lo ha reso spontaneamente popolare nel nostro paese, dove tra l'altro ha ricevuto le chiavi della città di Firenze ed è stato Presidente Onorario dell'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, fondato a Catania nel 2006 in occasione dell'80° compleanno del Maestro.

Tutto il mondo della cultura, non soltanto psicologica, perde con Hillman un irriducibile spirito critico e creativo.

Luigi Turinese

In foto: "J.H." - di Gianna Tarantino

giovedì 27 ottobre 2011

Il 27 Ottobre 2011 è morto James Hillman

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Cari amici, questa mattina, a Thompson (Connecticut), è morto James Hillman.
Non potremo mai ringraziarne abbastanza i lampi illuminanti e l’acuta intelligenza: doni sempre rari.
Luigi Turinese

In foto: "James Hillman a Taormina, 3.10.2008 Foto di Gianna Tarantino"

martedì 25 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Hatha Yoga", di T. Bernard

Theos Bernard, "Hatha Yoga", edizioni Savitri, Torino 1991, pp.221

Questo libro ci trasporta nell'atmosfera di mezzo secolo fa, quando l'Occidente non era stato invaso da migliaia di scuole di yoga.

Ben poche di queste, lo sappiamo, sono di livello accettabile e, soprattutto, pochi insegnanti possono vantare un'esperienza di prima mano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: all'auspicata diffusione capillare della disciplina fa riscontro un progressivo sdoppiamento della pratica. Intendiamo riferirci da un lato al proliferare di centri dove, in definitiva, si fa ginnastica, e neanche della specie più salutare, mancando spesso ogni elementare competenza fisioterapica; dall'altro alla meno frequente, ma non meno perniciosa tendenza a fare della pratica un pretesto per avventurosi viaggi psichici e spirituali, anche questi guidati (si fa per dire)senza la necessaria competenza.

Theos Bernard imparò lo Yoga all'inizio degli anni '40 in India e in Tibet. E in viaggio verso il Tibet, nel 1947, trovò la morte, coinvolto in disordini scoppiati tra induisti e musulmani. Il sottotitolo del libro, "Resoconto di un'esperienza personale", esprime lo spirito che lo anima.

Oltre trenta fotografie dell'Autore in altrettante posture corredano il testo, diviso in cinque capitoli, dedicati rispettivamente ad asana, tecniche di purificazione, pranayama, mudra, samadhi.
Un documento di grande interesse, tra i pochi resoconti importanti dell'epoca, se è vero che Mircea Eliade, nel suo "Yoga. Immortalità e libertà" (Milano 1973) lo cita diffusamente.

Luigi Turinese

In foto: "In hoc signo vinces"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.47, Luglio-Settembre 1993

Le Recensioni di L.T.- "Il tempo della meditazione vipassana è arrivato", di S. U Ba Khin

Sayagyi U Ba Khin, "Il tempo della meditazione vipassana è arrivato", Ubaldini Edizioni, Roma 1993, pp. 182

E' cosa nota che, nella pratica buddhista, la tradizione ha sempre assegnato ai monaci l'esclusiva della meditazione, mentre ai laici venivano richiesti un'adesione ai precetti morali e un atteggiamento compassionevole.
Salvo eccezioni, questa situazione di fatto si è protratta sino alla metà del nostro secolo.

L'attuale diffusione della pratica meditativa in un contesto laico, dunque, è una novità relativamente recente.
La tradizione birmana di meditazione vipassana per laici ha conosciuto un iniziatore di prim'ordine nella persona di Sayagyi U Ba Khin (1899-1971), che ad una brillante carriera di funzionario statale affiancò un crescente impegno come insegnante di meditazione, dimostrando che vita spirituale e vita profana non solo non sono incompatibili, ma si possono anzi fecondare reciprocamente.

Il più importante discepolo di U Ba Khin, Goenka, è tuttora attivo nel diffondere nel mondo tale approccio.
Da scritti suoi e e da pubblicazioni del Vipassana Research Institute il curatore Pierluigi Confalonieri ha ricavato la prima parte di questo libro, dedicata ad una esposizione della vita e del mondo del maestro birmano.
Nella seconda parte vengono presentati alcuni scritti di U Ba Khin commentati da Goenka.
Poiché "la meditazione vipassana è così sottile e delicata che meno se ne parla, più si ottengono risultati", l'ultima parte del libro è opportunamente dedicata alla descrizione di un ritiro di dieci giorni condotto da Goenka.
Luigi Turinese


In foto: "Meditazione urbana"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.47, Luglio-Settembre 1993

lunedì 24 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Il libro dei morti Maya", di P. Arnold

Paul Arnold, "Il libro dei morti Maya", Edizioni Mediterranee, Roma 1992 (prima ed. 1980), Roma 1992, pp. 220

Le leggende sui Maya sono tante, e la loro ricchezza trae un certo alimento dalle scarse notizie storiche che possediamo: come dire che l'immaginazione umana, per sua natura mitopoietica, si esalta di fronte all'indefinito.
Indefinito che, nel caso dei Maya, non ha origine da un'antichità perduta nei secoli, ma purtroppo nella meticolosità dello sterminio attuato nei loro confronti dai bianchi europei.
Lo sterminio non fu soltanto diretto verso le persone ma, cosa non meno atroce, verso i documenti di questa civiltà: se sono sopravvissute vestigia architettoniche, non è stato difficile eliminare i documenti scritti. Soltanto tre codici conservati in tre biblioteche di altrettante città europee, sopravvissero alla distruzione: uno di questi, il cosiddetto Codice di Parigi (gli altri due sono il Codice di Dresda e quello di Madrid) è stato studiato a fondo da Paul Arnold, già presidente dell'Unione Buddhista Europea e mitologo di fama.

Arnold
sostiene che nel 2500 a.C. i Maya giunsero nel continente americano provenienti dall'Asia. A sostegno delle sue ipotesi invoca non solo le somiglianze etnico-antropologiche, ma anche e soprattutto le affinità linguistiche tra i glifi maya e gli ideogrammi cinesi.

Nel testo appare essenziale la fede nel ritorno dei trapassati, ciò che giustifica il titolo del libro: una sorta di rapporto tra i vivi e i morti senza le implicazioni della cultura indiana.
La rinascita, al contrario, viene qui auspicata in quanto unico modo di assicurare continuità alla specie umana.

Luigi Turinese

In foto: "Apocalisse prossima ventura"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.47, Luglio-Settembre 1993

venerdì 21 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "La madre di un'anoressica contesto teorie e terapie", di G. Falugi

Giovanna Falugi, "La madre di un'anoressica contesto teorie e terapie", Edizioni Universitarie Romane, Roma 1992, pp.99

Qualità del libro: passione, animata da una motivazione personale molto forte. Difetto principale: ovvia mancanza di riscontri clinici statisticamente probanti e, di conseguenza, sapore prevalentemente bibliografico. Il titanico sforzo della signora Falangi di trovare una ragione al dramma che ha colpito una figlia e, più o meno direttamente, se stessa sfocia, come era da attendersi, in un discorso di parte, che ha tuttavia il pregio non indifferente di fornire un apporto di freschezza, non accademico.

Sono molti i luoghi del libro in cui viene ridimensionato il ruolo eziologico tradizionalmente attribuito alla famiglia nel determinismo di questa terribile malattia. " ... Il pregiudizio contro le famiglie è entrato a far parte di una moda che ha investito lo studio di varie malattie, di cattive abitudini o di particolari difficoltà per esempio dell'asma, della schizofrenia, dell'alcolismo, dell'omosessualità, della difficoltà di leggere e scrivere, dell'obesità, dell'aterosclerosi, dell'autismo, dell'enuresi infantile ed adolescenziale, del vizio della droga, della devianza sociale, della bassa statura ed infine dell'anoressia" (pag. 25). " ... La famiglia non entra a far parte della causa della malattia , salvo in casi particolari se ben dimostrati" (pag. 91).
Come auspica il dottor Beccarini Crescenzi nella sua intelligente prefazione, bisogna saper " ... leggere tra le righe della disperazione di una madre" (pag. 14).

Luigi Turinese

In foto: "Caleidoscopio V"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.47, Luglio-Settembre 1993

Le Recensioni di L.T. - "Meditazioni zodiacali", di Johfra

Johfra, "Meditazioni zodiacali", Edizioni Arista, Torino 1992, pp.79

Johfra è un pittore olandese impegnato in una personale ricerca interiore che fonde, in un originale percorso, elementi di esoterismo e di cabala, come egli stesso spiega nell'introduzione a questo libro.

Circa venti anni fa Johfra dipinse dodici tavole, ispirate ai segni zodiacali, che hanno fatto il giro del mondo sotto forma di posters.
Queste meditazioni zodiacali nascono dall'idea di commentare le immagini dipinte, immagini in qualche modo archetipiche.

Ne viene fuori un trattatello di psicologia esoterica che si fa leggere volentieri e non ha nulla del banale e consueto ciarlare attorno al tale o talaltro segno zodiacale.
Molto simbolico e per nulla predittivo, questo è un libro che raccomandiamo a tutti coloro che non escludono l'astrologia dai propri strumenti di comprensione della realtà profonda dell'uomo.

Luigi Turinese
In foto: "Siderosi cosmica"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.47, Luglio-Settembre 1993

mercoledì 19 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "La pace è ogni passo", di Tich Nath Hanh

Tich Nath Hanh, "La pace è ogni passo", Ubaldini Editore, Roma 1993, pp. 119

La breve prefazione del Dalai Lama sembra dare un imprimatur a questo prezioso libretto. Per la verità, Tich Nath Hanh non ha bisogno di imprimatur: ne colleziona tuttavia da tutta la vita.

Candidato al Premio Nobel per la Pace nel 1967 su perorazione di Martin Luther King: indicato da Thomas Merton come esempio di monaco, questo attivisssimo, ma non attivistico vietnamita ha il dono della poesia, che gli consente di creare immagini attraverso le quali la meditazione si fa meno austera e quindi più attraente.

"Ogni mattina, quando ci svegliamo, abbiamo ventiquattr'ore tutte nuove da vivere. Che dono prezioso! Possiamo viverle in modo che portino pace, gioia e felicità a noi stessi e agli altri... Ogni respiro, ogni passo può essere riempito di pace, gioia e felicità e serenità. Basta semplicemente essere svegli, essere vivi nel momento presente" (pag. 17).

E' noto l'impegno pacifista e dunque, in ultima analisi, politico di Thich Nath Hanh; ma è un modo di essere politico da cui dovremmo imparare molte cose. Meditando per esempio sul dramma dei boat people, e in particolare sulla tragedia di una bambina thailandese annegatasi dopo essere stata violentata da un pirata.
Thich Nath Hanh scrive una delle sua più note e più belle poesie, "Chiamatemi con i miei veri nomi", riportata per intero alle pp.108-109. Questa poesia vale da sola un libro, comunque denso di riflessioni e di immagini che spingono oltre la meditazione letterale, per vivificare di senso meditativo ogni atto della vita quotidiana.

Luigi Turinese

In foto: "Finzione o realtà?"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.47, Luglio-Settembre 1993

Le Recensioni di L.T. - "Vita di Siddharta il Buddha", di Thich Nhat Hanh

Thich Nhat Hanh, "Vita di Siddharta il Buddha", Ubaldini Edizioni, Roma 1992, pp.419

Probabile segno dei tempi, la coincidenza di fine secolo e di fine millennio vede diffondersi l'interesse per nuove forme di ricerca interiore e, parallelamente, per figure archetipiche di cercatori religiosi lontani dalla nostra tradizione.
Il proliferare di biografie, anche cinematografiche, di Gautama il Buddha ci sembra obbedire a questa nuova tendenza.

La produzione corrente predilige biografie per problemi, scanditi dagli eventi più significativi: la giovinezza, gli incontri, le Quattro Nobili Verità, la predicazione, la morte, gli scismi, ecc ... A questa scelta accademica e dottrinale, Tich Nath Hanh contrappone un taglio narrativo, con implicazioni filosofiche profonde ma non gravate da orpelli teorico-dottrinali.

La sua natura di poeta gli consente di elaborare una una biografia in un certo modo letteraria: ne scaturisce una lettura romanzesca, anche se fedele, dell'avventura umana del Sublime.

Il libro è organizzato in tre parti, ciascuna corrispondente ad una fase della vita del Buddha.
Thich Nhat Hanh ha utilizzato quasi esclusivamente testi Himayana. "... Per dimostrare così che le idee e le dottrine del Mahayana sono già presenti nei più antichi Nikaya pali e Agama cinesi" (pag. 7).

Luigi Turinese

In foto: "Realtà o finzione?"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.47, Luglio-Settembre 1993

domenica 16 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Ayurveda e medicina tradizionale" , di B. Romano

Bruno Romano, "Ayurveda e medicina tradizionale", Edizioni Mediterranee, Roma 1991, pp. 162

La scissione tra le "due culture" si fa sentire in modo preminente ogniqualvolta si affronti lo studio di argomenti a cavallo tra scienze umane e scienze "forti".
La medicina di livello etnologico, per esempio, deve studiarla il medico o l'antropologo? La specifica questione è complicata dal fatto che tale ambito di studio non sembra interessare i medici, peraltro sempre più sguarniti di cultura umanistica; e che di conseguenza l'argomento attira studiosi di estrazione umanistica i quali, pur meritando tutto il nostro plauso, non riescono a trattenersi da incursioni nel merito scientifico, con esiti a dir poco discutibili.


Il libro di Bruno Romano non sfugge a questa tentazione fin dal preoccupante sottotitolo: "Manuale pratico per l'autogestione della salute". Non è la precisione scientifica che pretendiamo da un autore laureato in lettere e filosofia, ma la disposizione ad affrontare la materia di studio con i propri strumenti: in questo caso, l'indagine storico-filosofica, possibilmente condita di rigore filologico. Invece ci imbattiamo in errori che rischiano di invalidare l'intero lavoro e inoltre di respingere eventuali moti di interessamento da parte del mondo scientifico.

Non è vero, per esempio, che "la medicina moderna allopatica attribuisce ai virus e ai germi la responsabilità dei processi di degenerazione della salute" e che è suo obiettivo " ... appurare l'origine batteriologica della malattia e procedere di conseguenza al trattamento di eliminazione di tali batteri" (pag. 7). Ciò vale, infatti, solo per le malattie infettive; le malattie dismetaboliche, quelle degenerative, quelle autoimmuni, non vengono certo messe in relazione a microorganismi.
A pag. 19 leggiamo che " ... la medicina omeopatica, sorta alla fine del diciottesimo secolo, quando ormai le teorie della nuova medicina allopatica erano divenute imperanti, ha messo come suo fondamento la teoria dei tre umori (miasmi) responsabili di ogni manifestazione patologica". Ora, alla fine del '700 la medicina era un guazzabuglio di discutibili teorie e di empiriche terapie: la farmacologia moderna nasce soltanto nel 1806, con l'isolamento della morfina dall'oppio: siamo ancora ben lontani da Pasteur (1822-1895) e dalla microbiologia, e ancor più dalla sintesi dei primi sulfamidici (1935) e della penicillina (1941), capostipite di tutti i moderni antibiotici, mediante i quali si è potuto realizzare lo scopo che Romano attribuisce all'intera medicina moderna - e che è in realtà la meta dell'infettologia: " ... l'eliminazione di tali batteri" (pag. 7)

Per venire alla medicina omeopatica, poi, essa non propugna affatto una teoria umorale, come indubbiamente facevano la medicna ippocratica e quella ayurvedica, che attribuivano la malattia a uno squilibrio (discarsia) tra gli umori corporei circolanti: Hahnemann (1755-1843), fondatore dell'Omeopatia, attribuisce sin dalla sua prima opera sistematica, l'"Organon dell'arte di guarire" (1810), l'origine delle malattie croniche all'azione di tre miasmi contagiosi, facendosi in tal modo precursore di Pasteur; e nel "Trattato delle malattie croniche" (1828), approfondirà tale feconda intuizione.
La stessa opera hahnemanniana è stata poi sottoposta a revisione critica, come è ovvio per un edificio teorico vecchio di due secoli; ma mai nella direzione, invero arcaica e inaccettabile di una teoria umorale.

Per tornare alla nostra perplessità iniziale: sino a che non si comporrà, se mai si comporrà, il dissidio tra le "due culture", argomenti come quelli trattati in questo libro potrebbero essere affrontati efficacemente soltanto tramite un gruppo di lavoro interdisciplinare che comprenda rappresentanti della comunità scientifica e studiosi di scienze umane.

Luigi Turinese

In foto: "Caleidoscopio IV"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.46, Aprile-Giugno 1993


Per un approfondimento sull'argomento vedi anche:
La scienze delle costituzioni umane
e
La medicina nei contesti culturali

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Le Recensioni di L.T. "Wesak: il tempo della Riconciliazione", di A. e D. Meurois-Givaudan

Anne e Daniel Meurois-Givaudan (trascritto da), "Wesak: il tempo della Riconciliazione", Edizione Arista, Torino 1992, pp. 151

"Per cominciare ... vogliamo dire che non ci sentiamo gli autori diretti dei capitoli che seguono, ma delle semplici cinghie di trasmissione di una Forza che è molto al di là di noi ... Una Forza che probabilmente non potrà comunicarvi nulla se non leggerete col cuore ..." (pag. 3).

Ecco, forse non abbiamo letto col cuore, ma ci chiediamo se c'è ancora bisogno di questa letteratura, che non ha neppure il coraggio di chiamarsi tale e ha bisogno di riferirsi a rivelazioni da parte di un Essere Superiore.
Ma anche per tale letteratura non mancano gli appassionati, per i quali questo libro sarà interessante.

Luigi Turinese

In foto: "Caleidoscopio III"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.46, Aprile-Giugno 1993

Le Recensioni di L.T. - "Le immortali dell'antica Cina", di C.Despeux

Catherine Despeux, "Le immortali dell'antica Cina", Ubaldini Editore, Roma 1991, pp.244

Quando si affronta la questione dell'apporto femminile alla cultura, ci si imbatte sovente in due posizioni egualmente retoriche: quella di chi deduce dagli scarsi contributi alla vita culturale da parte delle donne una ontologica inferiorità femminile; e quella, non più obiettiva e dunque non meno pericolosa, di chi esalta oltremisura le sparute prove di alcune donne dei secoli passati.
Una variante di quest'ultimo atteggiamento è messa in atto da coloro i quali ammettono che in Occidente non si è mai favorita la partecipazione delle donne alle "cose che contano", ma nel loro inguaribile illuminismo immaginano che in culture remote, magari nel lontano Oriente, non sia andata così.
Fin dall'introduzione al suo ottimo libro, Catherine Despeux mette in guardia da questa perniciosa proiezione. "Si avrebbe talvolta la tendenza a considerare il Taoismo, tra le dottrine fondamentali della Cina (le altre sono il Buddhismo e il Confucianesimo), come più favorevole alla donna ... Tuttavia, quuesta impressione deve essere attenuata ... Non soltanto l'ideale androgino vince sull'ideale femminile ma, inoltre, il fatto che un ideale femminile venga esaltato non significa, necessariamente, che lo status attribuito alla donna sia elevato; anzi, si nota al contrario che un'esaltazione dell'immagine femminile corrisponde spesso a un periodo di oppressione sociale della donna" (pagg. 8-9).

Fatte salve le cautele sopra esposte, d'altra parte , l'attenzione alla categoria del femminile ha fatto del taoismo un eccellente campo per l'espressione della spiritualità delle donne.

Lo studio di Despeux, dedicato in particolare all'alchimia interiore taoista, è molto documentato ed interessante. E' attraverso lavori di questo livello che possiamo assolvere al compito indicato da C.G.Jung nel commento europeo ad un celebre testo alchemico taoista, "Il segreto del fiore d'oro" (trad. it. Torino, 1981): " ... l'obbligo di comprendere lo spirito dell'Oriente. Cosa questa che ci è forse più necessaria di quanto al presente non possiamo immaginare". Intuizione formidabile, se si considera che Jung scriveva queste parole nel 1929.


Luigi Turinese

In foto: "Maternità danneggiata"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.46, Aprile-Giugno 1993

Le Recensioni di L.T. - "Gli elementi della meditazione" , di D. Fontana

David Fontana, "Gli elementi della meditazione", Astrolabio Editore, Roma 1992, pp. 123

Questo manuale semplice ed efficace può avvicinare alla meditazione senza proporre mete ambiziose o perseguite con sforzi arcigni.

La meditazione è presentata, in forma lineare e attraente, come un'esperienza di viaggio, in cui si avvicendano paesaggi a volte lussureggianti e a volte aridi.

L'impostazione fondamentale è in definitiva buddhista - sono numerosi ed espliciti i riferimenti alla vipassana; tuttavia non mancano cenni all'uso di colori, suoni ed immagini.
Sono descritti alcuni esercizi, e sette schede, riassuntive di altrettanti argomenti trattati (per esempio, "I benefici della meditazione", "I pericoli della meditazione", "Vuoto e illuminazione", e così via), completano il libro.
Non siamo di fronte a un capolavoro denso di illuminanti riflessioni ma ad un manuale, destinato principalmente al neofita, onesto e corretto. E non è poco.


Luigi Turinese

In foto: "Diaframma di Luce"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.46, Aprile-Giugno 1993

Le Recensioni di L.T. - "Nature and artifice in the world of life" (a cura di) G. Marchianò

Grazia Marchianò (a cura di), "Nature and artifice in the world of life", Casa Editrice "I Mori", Sovicille (SI) 1992, pp. 147

Si tratta degli atti di un Simposio organizzato nel giugno del 1991 presso l'Università di Siena con l'intento di fornire contributi comparativi italo-giapponesi.
Tali contributi vanno dall'ambito antropologico e dalla tradizioni popolari a quello estetico, a quello storico-filosofico. Una versione dell'illuminazione nel proprio corpo, peculiare del buddhismo tantrico, si ritrova nella ricerca, da parte del buddhismo esoterico giapponese, del raggiungimento di un corpo incorrotto. L'asceta che persegue tale scopo riduce a zero le sue necessità fisiologiche, giungendo sino a farsi seppellire ancora vivo: estremo anelito di raggiungimento della libertà dalle necessità del corpo.
Si può immaginare una fusione più totale tra dimensione naturale e innaturale, appunto tra natura e artificio?

Desta interesse la relazione di Tomotada Iwakura, che coglie affascinanti corrispondenze tra il pensiero del filosofo giapponese settecentesco Norinaga e quello del nostro obliato Giambattista Vico, a lui pressocché contemporaneo, assertore di un sensus communis generis humani.

Yasuhiro Sairo richiama la nostra attenzione sulla sorprendente analogia tra i paesaggi di Leonardo da Vinci e quelli estremo-orientali.

Una piccola perla, nell'ambito di un programma di alto livello, è poi la breve relazione della professoressa Marchianò su quell'emblema dell'incontro tra natura e artificio, foriero di connessioni metaforiche, che è il bonsai.

Luigi Turinese

In foto: "Il costo del piacere"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.46, Aprile-Giugno 1993

sabato 15 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "La via della liberazione" , di A. Watts

Alan Watts, "La via della liberazione", Ubaldini editore, Roma 1992, pp.109

Con troppa disinvoltura ci si è dimanticati dell'opera e della vita, anch'essa parte dell'opera, di Alan Watts.
Del geniale esegeta del buddhismo zen, diu colui che fra i primi ha realizzato una sintesi del pensiero orientale e di quello occidentale così alta, così esistenzialemente proficua da rappresentare una vera e propria coniunctio oppositorum di inestimabile valore.
Watts è stato oggetto di rimozione proprio da parte del mondo della ricerca interiore, che costituiva il suo interlocutore favorito.
Possiamo leggere in questa rimozione l'orrore della coscienza senex per gli alti voli del Puer, per la sua non programmaticità, per la sua essenza di briccone divino. In breve, per qualcuno Alan Watts non era abbastanza serio. La sua giocosità ha reso gli occhi di molti incapaci di scorgere la sua profondità spirituale.
Le tematiche care al Senex - la disciplina, la regolarità, l'ordine, l'incanalamento della sessualità verso mete socialmente bene accette - spingevano d'altra parte il briccone Watts ad esasperare il suo lato puer, fino alla morte prematura, avvenuta per malattia ma anche come esito di una spinta autodistruttiva giusto vent'anni fa, a cinquantaquattro anni.
Ben venga, allora, la pubblicazione di questa raccolta, che comprende un arco di quasi un ventennio, dal saggio "La via della liberazione nel buddhismo zen", del 1955, a "Sopravvivenza e gioco", testo del seminario tenuto poche settimane prima della morte.

Ci auguriamo che questo libro rappresenti l'occasione per rivisitare "a mente fredda" - ma con calore - l'opera di questo uomo generoso e vitale, sperando di poter rivedere in libreria la bellissima autobiografia, che apparì in due volumi per i tipi "La Salamandra" nel 1980, per poi divenire quasi subito introvabile.

Luigi Turinese

In foto: "Caleidoscopio II"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.46, Aprile-Giugno 1993

Le Recensioni di L.T. - "Corso di origami", di O. Mizutama

Ongaku Mizutama, "Corso di origami", De Vecchi Editore, Milano 1990, pp. 126


L'origami, in giapponese "piegare la carta", può rientrare a buon titolo tra le pratiche della presenza mentale.
Infatti la concentrazione che occorre per realizzare, senza colla né forbici, le figure dell' origami comporta, un'accuratezza e una mancanza di scopo paragonabili a quelle che si riscontrano nella meditazione. Non per niente si tratta di una tecnica orientale.

Il manuale che presentiamo vuole essere talmente pratico che alla fine del testo contiene otto fogli di carta colorata per i primi esercizi. Le illustrazioni sono chiare, il testo essenziale e didattico quanto basta. Un appunto all'editore: non ci dice il nome del traduttore, né la lingua da cui il testo è stato tradotto: giapponese? inglese? Che dietro Ongaku Mizutama si celi Mario Rossi o Antonio Esposito? ...

Luigi Turinese

In foto: "Sapienza delle mani"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.45, Gennaio-Marzo 1993

venerdì 14 ottobre 2011

Le Recensioni di l.T. - "Respirazione , distacco, concentrazione, meditazione", di G. Cella

Gabriella Cella, "Respirazione, distacco, concentrazione, meditazione", Gruppo Edotoroiale Fabbri Bompiani Sonzogno, Milano 1992, pp. 96

Dalla metà degli anni '70 alla fine degli '80 abbiamo visto proliferare scuole di yoga di ogni tipo e corrente. All'incremento della quantità delle scuole si è accompagnata, come è naturale, una diminuizione della qualità dell'insegnamento. A tale fenomeno si è voluto porre rimedio creando associazioni nazionali, la più antica delle quali è la Federazione Italiana Yoga, allo scopo di rendere omogeneo l'insegnamento della pratica e di controllare la formazione degli insegnanti. A qualcosa è servito: almeno si è aggirato il malcostume, non certo scomparso, dell'improvvisazione. Accanto a quest'opera, omogeneizzante ma necessaria, di "normalizzazione", è coesistito il lavoro di interessanti figure capaci di attingere direttamente alle fonti indiane per poi proporre una sintesi personale e una "traduzione" fedele alla pratica yoga.
Tra questi "battitori liberi" merita un posto di primo piano Gabriella Cella (Al Chanali dal cognome del marito) da molti anni insegnante di talento e divulgatrice di vaglia. Tra i suoi libri ci piace ricordare soprattutto "Yoga e salute" (Sonzogno 1982) e "Yoga e maternità", scritto qualche anno più tardi con la ginecologa Fiorenza Zanchi ed edito da Feltrinelli.
Vorremmo vedere più spesso opere dei tale efficace semplicità. Sebbene, come si sa, un libro non sostituisce mai un insegnante, pure facilita una pratica continuativa; nel caso di Gabriella Cella poi, la chiarezza e la precisione descrittiva tradiscono una notevole attitudine didattica.
Tutto ciò, si badi bene, senza l'insopportabile manierismo spirituale che trasforma in melassa tanta manualistica yoga. E in persone insopportabilmente inautentiche (leggi "nevrotiche") tanti "maestri".

Il lavoro che presentiamo non ha bisogno di note particolari, giacché rispecchia in tutto le caratteristiche suddette. Aggiungiamo soltanto che tratta in particolare quattro elementi dell' Astanga Yoga, cammino tradizionale ad otto elementi.
Non occupandosi dell'aspetto morale (Yama e Niyama), che non è certo suscettibile di insegnamento manualistico; delle posizioni (Asana), già esaurientemente trattate in "Yoga e salute"; e naturalmente dell'Illuminazione (Samadhi): perché Gabriella Cella Al Chanali non è così presuntuosa...

Luigi Turinese

In foto: "Baroque"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.45, Gennaio-Marzo 1993

martedì 11 ottobre 2011

SEMINARIO DI APPROFONDIMENTO IN OMEOPATIA CLINICA PRATICA 13-15 ottobre 2011

SIOMI
SOCIETÀ ITALIANA DI OMEOPATIA
E MEDICINA INTEGRATA

SEMINARIO DI APPROFONDIMENTO
IN OMEOPATIA CLINICA PRATICA

13-15 ottobre 2011
Biblioteca dei Benedettini
Piazza Dante, 32 - Catania
Shalai Resort
Via Guglielmo Marconi, 25 - Linguaglossa (CT)

2011
Etna Omeo Meeting





Programma:



Giovedì 13 ottobre
Biblioteca dei Benedettini, Catania
Ore 17.00
INAUGURAZIONE E SALUTI AUTORITÀ
Prof. T Recca Magnifico Rettore Università di Catania
Dott. G. Scicchitano Pres. Ordine Medici di Catania
Dott. Gioacchino Nicolosi Pres. Ordine Farmacisti Catania
Prof. Paolo Bozzaro Pres. Ordine Psicologi Reg. Sicilia
Ore 17.30
Ripensare la cura nell’alleanza tra medicine:
la Medicina Integrata
Simonetta Bernardini
Pres. SIOMI, Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata
Ore 17.50
Ripensare la clinica
Luigi Turinese
Presidente IMPA, Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica
Ore 18.10
Il progetto Medicina Integrata in Sicilia
Salvatore Cristaldi
Presidente Associazione Medici e Operatori Sanitari Etnei
Ore 18.20
CONCLUSIONI
Invitato: Franco Battiato
Ingresso libero

Venerdì 14 ottobre
Shalai Resort, Linguaglossa (Catania)

Ore 9.00
Tra caso (clinico) e necessità (metodologica)
Luigi Turinese
Ore 11
COFFEE BREAK
Ore 11.30
L’approccio omeopatico
ad alcune malattie recidivanti
Luigi Turinese
Ore 13
LIGHT LUNCH
Ore 14.30
Predisposizione costituzionale
alla patologia cronica
Gino Santini
Ore 16.30
COFFEE BREAK
Ore 17.00
Biotipologia umana
e modello omeopatico costituzionale
Gino Santini
Ore 18.30
CONCLUSIONE DELLA GIORNATA

Sabato 15 ottobre
Shalai Resort, Linguaglossa (Catania)
Ore 9.00
Tre stili di vita, tre destini, un solo virus
PRIMA PARTE
Ennio Masciello
Ore 11
COFFEE BREAK
Ore 11.30
Tre stili di vita, tre destini, un solo virus
SECONDA PARTE
Ennio Masciello
Ore 13
LIGHT LUNCH
Ore 14.30
Francesco e Leonardo, fratelli gemelli
eterozigotici allergici

PRIMA PARTE
Ennio Masciello
Ore 16.30
COFFEE BREAK
Ore 17.00
Francesco e Leonardo, fratelli gemelli
eterozigotici allergici -

SECONDA PARTE
Ennio Masciello
Ore 18.30
CONCLUSIONE DELLA GIORNATA

RELATORI
Simonetta Bernardini
Presidente SIOMI, Pediatra e Endocrinologo,
membro del Comitato Regionale di Bioetica della Toscana.
Medico esperto in omeopatia.
Tutor del Master in Medicina Integrata, Università di Siena.

Salvatore Cristaldi
Presidente Associazione Medici Etnei.
Medico di Medicina Generale, esperto in omeopatia.

Ennio Masciello
Medico, specialista in Medicina del Lavoro, esperto
in omeopatia. Docente di omeopatia, Università di Siena.

Gino Santini
Segretario Nazionale SIOMI. Direttore Scientifico ISMO, Roma.
Docente di omeopatia, Università di Siena.
Medico esperto in omeopatia.
Webmaster sito SIOMI, responsabile nazionale FAD SIOMI.

Luigi Turinese
Medico, psicoterapeuta, esperto in omeopatia.
Docente di omeopatia, Università di Siena.

QUOTA DI ISCRIZIONE & PRENOTAZIONI
Euro 180 (IVA inclusa)
L’evento prevede un minimo di 30 iscrizioni.
Le richieste di iscrizione, da inviare entro e non oltre
il 10 settembre 2011, verranno accettate
in base all’ordine di arrivo.

PRENOTAZIONE ALBERGHIERA
Shalai Resort: €100 - Nido dell’Etna: €85
Tasferimento da/a aeroporto di Catania: €30
Colazione di lavoro: €30
Prenotazione gita sull’Etna: €50

SEGRETERIA SIOMI
Sig.ra Maddalena Ceredi - Via Kyoto, 51 - 50126 Firenze
E-mail: segreteria@siomi.it – Internet: www.siomi.it
Tel.: 055.6800.389 - Fax: 055.683.355


Crediti ECM richiesti per medici e farmacisti

LA DOMENICA MATTINA VERRÀ ORGANIZZATA
UNA ESCURSIONE SULL'ETNA,
IL VULCANO PIÙ ALTO D'EUROPA!

venerdì 7 ottobre 2011

Una nota a "Tre sogni" - su "La rivista dei Dioscuri"

di Luigi Turinese

Tra le peculiarità del pensiero di Jung, che ne fanno un caposcuola e niente affatto un allievo di Freud, c'è il suo approccio al sogno. Contrariamente al Maestro viennese, Jung non suggerisce di "smontare" il sogno per interpretarlo traducendolo nel linguaggio "diurno", bensì di aderire all'immagine così come essa si presenta: operazione possibile soltanto se ci rendiamo noi stessi simili al sogno e al suo linguaggio.

Inoltre, fedele alla sua distinzione tra inconscio personale e inconscio collettivo, "serbatoio" degli archetipi, egli pone una netta distinzione tra sogni legati alla biografia del paziente e sogni appunto archetipici che rivelano il fondo comune dell'umanità.

Lasciamolo parlare:

"Non tutti i sogni hanno la stessa importanza. Già i primitivi distinguono tra piccoli e grandi sogni. Noi diremmo piuttosto sogni "insignificanti" e sogni "significanti" [..] Ho analizzato molti sogni di questo tipo e vi ho rintracciato spesso una particolarità che li distingue da altri sogni. Infatti in questi sogni affiorano immagini simboliche che incontriamo anche nella storia dello spirito umano. E' degno di nota il fatto che colui che sogna può perfettamente ignorare l'esistenza di simili paralleli.
Essi contengono cosiddetti "motivi mitologici" o "mitologemi", che io ho definito col termine di "archetipi".
Si intendono con tale termine forme specifiche e nessi figurativi rintracciabili non soltanto in tutti i tempi e in tutti i paesi, ma anche nelle fantasie, nelle visioni nelle idee illusorie e nei sogni individuali.
La loro frequente presenza in casi individuali, come la loro ubiquità etnica, dimostra che la psiche unama è soltanto in parte unica e soggettiva o personale, per l'altra parte invece è "collettiva" e "oggettiva". Noi parliamo quindi da un lato di inconscio personale e dall'altro di un inconscio "collettivo", il quale rappresenta in un certo modo uno strato più profondo rispetto all'inconscio personale, più prossimo alla coscienza [...]
Tali sogni si presentano perlopiù in periodi decisivi della vita, vale a dire nella propria giovinezza , durante la pubertà, al mezzo del cammino fra i trentasei e i quarant'anni e in cospectu mortis
"
(C.G.Jung, "L'essenza dei sogni" in Opere vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1976, pp.312-313)


Luigi Turinese

In foto: "Caleidoscopio"

Nota pubblicata su "La Rivisata dei Dioscuri - Trimestrale policulturale e politeista", n.2 Aprile-Giugno 2011, pag. 25 a corredo dell'articolo "Tre sogni" di Luciano Pirrotta

giovedì 6 ottobre 2011

Epistrophè: Semi di trascendenza nella Psicologia Archetipica

Nel suo insieme, la vasta opera di James Hillman appare “sistematicamente a-sistematica”, impegnata a decostruire, decisamente postmoderna. Cionondimeno, vi si possono rintracciare alcune costanti:
1. Un’enfasi sulla nozione di anima, tertium tra spirito e corpo.
2. Un recupero dell’immagine come dato primario, irriducibile.
3. Una re-visione della clinica, in cui la psicopatologia è situata su uno sfondo archetipico.
4. Una re-visione della teoria della personalità nella direzione di una molteplicità ontologica in luogo della centralità di un io monolitico .(Vai al post: Che cos'è la Psicologia Archetipica?)

Su tali quattro pilastri, Hillman ha edificato la sua psicologia archetipica, che si configura come un ramo eterodosso della psicologia analitica di Jung, della quale enfatizza la nozione di archetipo.
Gli archetipi sono le forme primarie e universali del funzionamento psichico: ogni esperienza personale appare come un fenomeno secondario appartenente a uno sfondo primario che ne è appunto l’archetipo.

Il compito della psicologia archetipica consiste nel rivelare il modello archetipico delle varie forme di comportamento.

Alla luce di questo concetto, si comprende come sia illegittimo, oltre che ingenuo, prendere alla lettera i comportamenti umani. Si rende pertanto necessario un lavoro di deletteralizzazione che Hillman definisce poeticamente come visione in trasparenza e che – sola – consente una lettura psicologica della realtà. In tal modo, gli eventi accidentali assumono una pienezza di senso e divengono esperienze.

Già da queste prime note si può comprendere come venga di fatto proposta l’esistenza di una doppia realtà: una letterale, accidentale, insensata; l’altra nascosta, originaria, dotata di senso. A questo punto, non stupisce che Hillman ponga alla base della psicologia archetipica il principio dell’epistrophè, mutuato dalla filosofia neoplatonica.

Fondatore del neoplatonismo fu Ammonio Sacca, che tuttavia non scrisse nulla, simile in questo a Socrate. Ammonio fu simile a Socrate anche per aver avuto un allievo fecondo, Plotino (205-270), autore di sei libri composti ciascuno di nove trattati e per questo chiamati Enneadi. Secondo Plotino, ciascuna realtà affonda in un principio che la tiene unita. Ciò è vero tanto sul piano fenomenico quanto su quello metafisico. All’origine di ogni cosa, difatti, vi è l’Uno, principio primo in-finito e dunque in-definibile. Si può dire solo che cosa Esso non sia ma è impossibile darne predicati: si può accostarvisi con una teologia negativa o apofatica. Dall’Uno si dipartono involontariamente Emanazioni che danno origine alla molteplicità. Questo fenomeno, chiamato proodòs (via verso il basso), dà luogo a tre ipostasi: il mondo delle idee >immagini, l’anima e infine la materia.
L’anima è la facoltà attraverso la quale l’uomo, servendosi delle arti, dell’amore, della filosofia, può attingere l’unità perduta. Portato dalla nostalgia dell’Uno, in sé inattingibile, l’uomo può pervenire alla prima ipostasi, vero e proprio mundus imaginalis o archetypalis. Tale processo, speculare rispetto al proodòs, si chiama epistrophè, perché è un percorso di ritorno.

L’epistrophè è ulteriormente elaborata negli Elementi di teologia di Proclo (412-485), in particolare nella proposizione 29. Proclo chiama in causa esplicitamente gli dèi della tradizione pagana, attribuendo loro un valore causale rispetto alla realtà. Esiste per tutti i fenomeni una forma archetipica a cui essi possono essere ricondotti. Epistrophè è un metodo che ha lo scopo di ritrovare le immagini originarie. Esso procede per somiglianza, in un certo senso omeopaticamente. Inaugurato dai filosofi neoplatonici, l’esercizio dell’epistrophè viene applicato in contesti insospettabili, anche inconsapevolmente: si pensi allo sforzo dello psicologo di ricondurre sintomi privi di senso al loro sfondo archetipico; operazione, anche questa, di conversione verso l’origine. Epistrophè, appunto.

Prossimo per certi versi agli scenari neoplatonici, sia pure con peculiarità sue proprie, è il misticismo sviluppatosi in area islamica a partire dal XII secolo. Due sono le figure di spicco di questo movimento. Il persiano Sohrawardî (1154-1191) è il primo a dare un fondamento ontologico a quel vero e proprio intermondo, situato tra il mondo sensibile e quello spirituale, che prende il nome di ‘âlam al-mithâl. Questo mundus imaginalis è il luogo delle visioni teofaniche, delle immaginazioni dei mistici e dei poeti. Si tratta di un mondo dotato di una sua concretezza, di una sua estensione e popolato di figure-archetipi. Il filosofo mistico Ibn ‘Arabî (1165-1240), arabo di Spagna, stabilisce una metafisica del mundus imaginalis e dell’immaginazione creatrice – come la definisce Henry Corbin – che ne è l’organo naturale, intermediario tra il pensiero e l’essere.


In foto: "Arabeschi"

Il procedimento che consente l’accesso a tale zona intermedia è omologo all’epistrophè e si chiama ta’wil. Questa parola significa “ricondurre una cosa alla sua origine, al suo archetipo”. “Nel ta’wil si dovrebbero riportare forme sensibili a forme immaginative, e di qui risalire a significati ancora più alti”, scrive Henry Corbin, il massimo studioso occidentale del misticismo sufi di orientamento sciita. Il ta’wil, tra l’altro, è alla base dell’ermeneutica esoterica del Corano. Difatti si contrappone ed è complementare al tanzîl, che designa la lettera della Rivelazione, ponendosi come scienza che rivela, esegesi esoterica che riconduce l’essoterico al suo archetipo (asl). In tal modo si realizza una comprensione del senso profondo del tanzîl, attraverso il superamento della schiavitù del letteralismo. Letteralismo, si badi bene, non solo del Libro ma anche di ogni dato di natura essoterica (zâhir), cui corrisponde un dato di natura esoterica, interiore, nascosta (bâtin). Il ta’wil attiva la coscienza immaginativa, facoltà conoscitiva intermedia tra l’intellezione pura e la percezione sensibile, tra il pensiero e l’essere. Esso riconduce dal simbolo al simbolizzato. L’organo che presiede tali operazioni gnostiche è il cuore, non a caso indagato a fondo da James Hillman, che scrive, seguendo Corbin: “L’azione caratteristica del cuore non è il sentimento, ma la visione” (Hillman: L’anima del mondo e il pensiero del cuore).

Questo locus metaphoricus attraversa la tradizione occidentale sin dalla michelangiolesca immagine del cuor. La psicologia archetipica si fonda sull’immagine e sull’immaginazione, concepita non già come una semplice facoltà umana ma come un’attività dell’anima, ben distinta dall’attività del fantasticare. Si comprende dai suoi precursori e dai suoi riferimenti culturali come la psicologia archetipica abbia anche un’implicazione assiologica, ridisegnando il sistema di valori a partire dal ridimensionamento del mito monoteistico dell’eroe – un altro modo di definire la psicologia dell’io. Si approda ad una prospettiva, che non esito a definire chenotica, mirante a svuotare l’io, l’ontologia, la sostanzialità; un po’ come avviene in certe tradizioni orientali o in certa mistica apofatica cristiana – si pensi a Meister Eckhart.

La molteplicità dell’anima, d’altra parte, richiama una fantasia teologica politeistica, suggererendo la presenza di implicazioni soteriologiche nella psicologia archetipica.

Sebbene lo stesso Hillman abbia ripetutamente mirato a conservare una prospettiva immanente al lavoro dell’archetipo, è tuttavia legittimo scorgere nella sua opera una tangenzialità, quanto meno, con il discorso spirituale: quelli che, sia pure sommessamente, non esito a definire semi di trascendenza.

Luigi Turinese

Riferimenti Bibliografici

Corbin, H.(1964,1974,1986):Storia della filosofia islamica, Adelphi, Milano 1973 e 1989.
Corbin, H. (1958: L’immaginazione creatrice, Laterza, Roma-Bari 2005.
Corbin, H.(1971): L’uomo di luce nel sufismo iraniano, Mediterranee, Roma 1988.
Hillman, J. (1979): Il sogno e il mondo infero, Il Saggiatore, Milano 1988.
Hillman, J. (1973, 1975, 1976, 1979): Saggi sul Puer, Raffaello Cortina, Milano 1988.
Hillman, J.: Archetypal Psychology, Spring Publications, Putnam, Connecticut 1983, 2004.
Hillman, J. (1974, 1981, 1982): L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Garzanti, Milano 1993.
Hillman, J. (1999): La forza del carattere, Adelphi, Milano 2000.
Miller, D./Hillman, J. (1981): Il nuovo politeismo, Edizioni di Comunità, Milano 1983.

Intervento presentato a Siracusa il 15 dicembre 2007 durante il convegno "Epistrophè, discesa (agli Inferi) e ritorno" organizzato
dal Centro Culturale Epicarmo
in collaborazione con l'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica


Pubblicato su "La Rivisata dei Dioscuri - Trimestrale policulturale e politeista", n.2 Aprile-Giugno 2011, pagg.19-21

martedì 4 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "L'arte della felicità", di M. Fryba

Mirko Fryba, "L'arte della felicità", Oscar Mondadori, Milano 1992, pp. 424

Il pensiero di Mirko Fryba ha un che di circolare: partito dalla psicoanalisi, ha fatto esperienza di differenti forme di psicoterapia postfreudiane per poi imbattersi nel pensiero orientale, in special modo buddhista, divenuto discepolo di Nyanaponika Thera e, per un breve periodo, monaco a Sri Lanka, è quindi tornato in Occidente per riprendere la sua professione di psicoterapeuta, infondendole una linfa nuova di chiara ispirazione buddhista.

Il libro che presentiamo si distingue dai lavori di contenuto psicologico ispirati al buddhismo per il fatto di essere decisamente più "confessionale". Il centro ispiratore è costituito esplicitamente dall'Abhidhamma, il "terzo canestro" del Canone Theravada, miniera di indicazioni per l'educazione mentale. Fryba vi gira intorno costruendo, in una forma facilmente accessibile ai praticanti contemporanei, una sorta di commentario, non dissimile da quello che nella tradizione ebraica si chiama midrash.

Il sottotitolo dell'edizione italiana suona "pensatori del buddhismo psicologico".
Non si capisce chi siano tali pemnsatori.
Le note editoriali sulla traduzione sono più avare del solito: si apprende soltanto il nome del traduttore, la nostra Maria Angela Falà. Non è dato di sapere da quale lingua il libro è stato tradotto, né quale sia il titolo originale. Un cenno dello stesso autore nell'introduzione (pag. 10) ci fa capire che il titolo originale tedesco può essere tradotto pressappoco "Guida per essere felici".
Resta tuttavia misteriosa l'entità dei "pensatori" e soprattutto a quale zampino dobbiamo un così fuorviante sottotitolo, che allude a qualcosa che neppure con molta buona volontà si può trovare nel testo.
Visto che non si tratta di una collana Millelire, ci aspetteremmo francamente un prodotto più curato.

Luigi Turinese

In foto: "La trama e la maschera"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.45, Gennaio-Marzo 1993

Le Recensioni di L.T. - "Lo Zen e noi", di K. Von Durckheim

Karlfried von Durckheim, "Lo Zen e noi", Edizioni Mediterranee, Roma 1992, pp.156

L'edizione originale del libro che qui presentiamo ha trent'anni. Di K. von Durkheim ricordiamo "Hara, il centro vitale dell'uomo secondo lo Zen", tradotto alla fine degli anni '60 nientemeno che da Julius Evola, direttore della collana "Orizzonti dello spirito" nella quale appare anche il presente volume.
Libri come questo fanno parte della meritoria opera di divulgazione della prima generazione di pionieri europei avventuratasi alla ricerca delle proposte soteriologiche estremo-orientali.

Quelli, per intenderci, per i quali "Ex Oriente Lux". Le fonti, allora, erano d'altra parte poche e la pratica non era ancora considerata come l'inalienabile via attraverso cui giungere ad una consapevolezza più profonda del fenomeno indagato.

Sulle fonti dell'autore, peraltro, dobbiamo compiere illazioni e deduzioni a partire dalle poche note, dal momento che il volume è sprovvisto non dico di un apparato critico, ma persino della più essenziale bibliografia.

Dalla scarsità di riferimenti ad autori orientali e dalla sua frequente citazione a Meister Eckhart, siamo portati a supporre che l'unica fonte diretta siano stati per Durckheim i lavori di D.T. Suzuki e in particolare "Misticismo cristiano e buddhista", un libro del 1957 (tradotto in italiano dalla casa editrice Ubaldini nel 1971), in cui il buddhismo giapponese viene posto a confronto proprio con il cristianesimo, invero ben poco rappresentativo dell'ortodossia, di Meister Eckhart.

Luigi Turinese


In foto: "Il Cavaliere dalla triste figura"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.45, Gennaio-Marzo 1993