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domenica 21 settembre 2014

Paolo Cognetti, "1977-1987 Quando il computer divenne Personal" - Prefazione di Luigi Turinese








Leggendo – da profano fruitore di informatica – il monumentale e da oggi imprescindibile volume di Paolo Cognetti, mi sono ricordato di quando, a scuola, a chi mi chiedeva che lavoro facesse mio padre rispondevo: “Dirige il Centro Meccanografico della Direzione Provinciale del Tesoro”. Lo dicevo come fosse un mantra ma non è che comprendessi bene che cosa significasse. Mio padre mi parlava di elaboratori, enormi macchine che mercé schede perforate davano precisi responsi – che a me sembravano oracoli – sull’entità delle pensioni dei contribuenti.
 Doveva essere a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70. L’Italia, come apprendo da Paolo Cognetti, avrebbe d’altronde potuto essere all’avanguardia nella nascente tecnologia informatica – non ancora così denominata – se Adriano Olivetti avesse sviluppato la sua seminale intuizione del Calcolatore programmatico personale (1965).
Oggi Jeremy Rifkin si fa profeta della terza rivoluzione industriale, che si dovrebbe basare su quella che lui chiama la Super Internet.

Ma che cosa è successo in questi cinquant’anni? Intelligentemente, Paolo Cognetti non scrive una storia generale dell’informatica ma preferisce concentrare la sua attenzione – davvero capillare – sul turning point: ovvero il decennio 1977-1987, cerniera temporale che vede il passaggio al personal computer come lo intendiamo oggi.
Si deve considerare che a noi profani tutto è arrivato con un ritardo di qualche anno, rispetto alle acquisizioni degli addetti ai lavori. A questo proposito, pesco dalla memoria un altro aneddoto personale, che potrà servire a rendere l’idea (Cognetti e i suoi sodali mi perdoneranno le imprecisioni tecniche della ricostruzione). Era il 1995 e stavo iniziando a scrivere il mio primo libro, che sarebbe uscito nel 1997. Capendo che la vecchia “lettera 32” stava per divenire un oggetto di modernariato, mi recai in un negozietto di informatica per acquistare un piccolo pc. Se non che, la venditrice mi rifilò qualcosa che era una via di mezzo tra una macchina da scrivere elettrica e un rudimentale pc: una sorta di aggeggio per la videoscrittura che usava dei floppies ma non era propriamente un computer. Una volta scritti i primi due capitoli, mi resi conto che l’editore non sapeva che farsene, nel senso che non era in grado di decodificarli. Si profilava la necessità di acquistare un vero pc – cosa che  feci – e di ricopiare su word il lavoro svolto: una prospettiva un pochino depressiva, in verità… Il destino però mi fu amico, perché incontrai per caso il padre di un compagno di scout dei miei figli che aveva messo su un ufficio nel quale funzionavano in rete una decina di pc: una situazione abbastanza all’avanguardia, per l’epoca. Andai a trovarlo e mi sembrò un mago nel suo antro. Tra le sue magie, vi era un programma che sapeva tradurre in formato word il linguaggio preistorico della mia macchina elettronica: tranne qualche ritocco ad alcune parole che ne uscirono storpiate, i due capitoli erano pronti per essere inseriti nell’hard disk del mio primo pc! Mi fu risparmiata una bella fatica e cominciai a capire che la comunicazione, nel futuro prossimo, sarebbe passata da quelle strade.

Se volessimo utilizzare un linguaggio immaginale più che scientifico, la rivoluzione informatica andrebbe riferita all’avvento dell’Età dell’Acquario: più propriamente, al movimento di controcultura che negli anni ’60 si propagò dagli Stati Uniti in tutto il mondo. Non per niente i primi a intuire le potenzialità dei nuovi mezzi furono giovani non  accademici, poco più che hippies: le commoventi foto dell’epoca contenute nel libro lo attestano senza ombra di dubbio.

Uno dei pregi del lavoro di Cognetti risiede nella precisione della rievocazione temporale. In particolare, il secondo capitolo è dedicato proprio alla ricostruzione del contesto storico. Tralasciando la disamina della corposa parte del libro dedicata all’evoluzione tecnica delle singole macchine, per cui rimando a chi è del ramo, in quanto psicoanalista junghiano non posso infine non evidenziare che la diffusione del World Wide Web corrisponde a una moderna declinazione del mito di Hermes, il Mercurio del mondo latino. Gli dèi, non visti, sono sempre tra noi, perché il mito non descrive eventi del passato ma fenomenologie umane universali, dunque metastoriche, ovvero sempre all’opera. Hermes, dio della comunicazione e del commercio, protettore di mercanti e finanche di ladri, si incarica di portare i messaggi tra gli uomini e gli dèi; e lo fa velocemente, grazie ai suoi calzari alati, come una E-mail che traversa il cyberspace abbattendo confini invalicabili fino a pochi decenni fa (Hermes, sia detto tra parentesi, è anche dio dei confini).

Naturalmente, come ogni cosa, anche questa meravigliosa fenomenologia mercuriale che il XX secolo ci ha schiuso ha le sue ombre: eccesso di comunicazione, furti di identità, nuove dipendenze, tutta una sorta di “virtualità non virtuosa”. Nel frattempo, noi psicoanalisti ci organizziamo per effettuare sedute via skype…


Luigi Turinese 

Prefazione al libro di Paolo Cognetti: "1977-1987 Quando il computer divenne Personal", 2014, pagg 470


     Per info e ordinazioni del volume: p.cognetti@gmail.com

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