La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

Contatti

Roma Piazza N. Longobardi 3, Tel: 06 51607592
email: dottluigiturinese@gmail.com

mercoledì 20 dicembre 2017

Luigi Turinese & The Friendly Band all'Omeo Fito Festival - Roma Teatro Vittoria 19 Novembre 2017 - Video




Esibizione del gruppo Luigi Turinese & The Friendly Band:
-Sulla strada 
-A J. K. 
-Arcobaleno a Tehuacan
"Il cantautore Luigi Turinese esegue le sue composizioni accompagnato dalla Friendly Band. Luigi Turinese è un medico omeopata di lungo corso, per cui stasera è qui nel doppio ruolo di cantautore e anche di Medico Omeopata per portare la sua testimonianza a favore di questa Medicina."


lunedì 11 dicembre 2017

Archetipi che curano - Laboratorio di Psicologia Archetipica Ars Hillmaniana 2018

ARCHETIPI CHE CURANO
LABORATORIO DI PSICOLOGIA ARCHETIPICA
ARS HILLMANIANA - 2018
Conduce Riccardo Mondo


PROGRAMMA

19 Gennaio
L’Alchimia delle parole
Introduzione: Maurizio Nicolosi
Presentazione: Raffaella Bonforte
Testo: Luigi Turinese
Trasparenze: Salvo Pollicina
Amplificazione: Giulia Valerio
Trame: Franco La Rosa

16 Febbraio
Il mondo interiore del trauma
Presentazione: Fabrizia Vinci
Testo: Livia Di Stefano
Trasparenze: Salvo Pollicina
Amplificazione: Magda Di Renzo
Trame: Rosario Puglisi

9 Marzo
Al di sopra del malato e della malattia
Presentazione: Giusi Porzio
Testo: Rosi Ingrassia
Trasparenze: Salvo Pollicina
Amplificazione: Caterina Vezzoli
Trame: Francesca Picone

6 Aprile
Il suicidio e l’anima
Presentazione: Alfonso Sottile
Testo: Gabriele Ajello
Trasparenze: Antonella Russo
Amplificazione: Giancarlo Magno
Trame: Lino Ancona



PARTECIPANO
Gabriele Ajello: Psicologo Analista CIPA, Videomaker e attore teatrale, Palermo
Pasqualino Ancona: Vice Presidente nazionale CIPA, Psichiatra, Psicologo Analista CIPA e
IAAP, Catania
Raffaella Bonforte: Psicoterapeuta dell’età evolutiva, Sandplay therapist, Vicepresidente IMPA
Centro Studi, Catania
Magda Di Renzo: Analista junghiana CIPA, Responsabile servizio psicoterapia e Direttrice scuola
IdO, Roma
Livia Di Stefano: Psicologo, Psicologo Analista didatta CIPA Istituto Meridionale, Redattore
Enkelados, Catania
Rosa Rita Ingrassia: Analista junghiana, Psicoterapeuta dell’età evolutiva, Palermo
Franco La Rosa: Psichiatra, Medico Umanista, Psicologo Analista CIPA, Palermo
Giancarlo Magno: Psicologo, Psicologo Analista didatta CIPA, membro IIAP, Taranto
Riccardo Mondo: Psicologo Analista CIPA, Direttore editoriale Enkelados, Socio fondatore IMPA
Centro Studi, Catania
Maurizio Nicolosi: Psichiatra, Psicologo Analista, Segretario Istituto Meridionale CIPA, Catania
Francesca Picone: Psichiatra, Psicologo Analista CIPA Meridionale, Vicedirettore della scuola del
CIPA Meridionale, Palermo
Salvatore Pollicina: Neuropsichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza, Psicologo Analista CIPA,
Presidente IMPA Centro Studi, Acireale
Giusy Porzio: Psicologo Analista CIPA, Psichiatra, Direttivo IMPA Centro Studi, Andria
Rosario Puglisi: Psicologo Analista, docente e supervisore CIPA, membro IAAP, fondatore
dell’Associazione culturale junghiana salentina KUKLOS, giudice onorario Corte d’Appello
Tribunale di Lecce, Casarano(Lecce)
Antonella Russo: Psicologo Analista CIPA, membro IIAP, Presidente associazione Crocevia,
Catania
Alfonso Sottile: Psicoterapeuta dell’età evolutiva, Analista junghiano, Direttivo IMPA Centro
Studi, Catania
Luigi Turinese: Medico esperto in omeopatia, Psicologo Analista didatta CIPA, Cantautore, Roma
Giulia Valerio: Psicoterapeuta junghiana, Docente di psicologia analitica e di etnoclinica, Socia
ARPA e IAAP, Presidente della scuola LiSTA e di MetisAfrica onlus, Verona
Caterina Vezzoli: Psicologo Analista CIPA, IAAP, Vice Presidente Philemon Foundation,
Redattore Enkelados, Milano
Fabrizia Vinci: Psicologa, Psicoterapeuta dell’età evolutiva, Direttivo IMPA Centro Studi,
Caltanissetta

I Laboratori si terranno nelle date indicate
dalle ore 18.00 alle 21.00
presso l’Aula Magna del Liceo Scientifico
“Boggio Lera” 
via Quartarone, 3 - Catania

Iscrizione
3881476576 / 3207171331

Evento ECM 211435/2018/4029 CREDITI 21,6 (per Medici, Psicologi, Logopedisti e Infermieri)

lunedì 4 dicembre 2017

Presentazione del libro "Il grande Grabsky" di Marco Rinaldi, Roma 10 Dicembre 2017


Nell'ambito della manifestazione 

Roma EUR
Nuvola di Fuksas
Viale Asia, 40


Domenica 10 Dicembre 2017
ore 16.30
Sala Elettra

Psicanalisi, che spasso!
Il grande Grabsky
di Marco Rinaldi
(Fazi Editore)

Intervengono con l'autore
Paolo Restuccia
scrittore e regista de Il ruggito del coniglio
e
Luigi Turinese
psicoanalista junghiano


domenica 3 dicembre 2017

La psicologia oracolare di Bianca Garufi - di Luigi Turinese


LA PSICOLOGIA ORACOLARE DI BIANCA GARUFI
Luigi Turinese

Alla memoria di B. G., mia iniziatrice ai misteri della Psiche


Riassunto
A un decennio dalla scomparsa e in attesa che nel 2018 si celebri il centenario della nascita, la figura di Bianca Garufi appare come quella di un caposaldo della Psicologia Analitica e in particolare della corrente archetipica, imperniata sul valore dell’immagine. Poetessa e letterata raffinata, Garufi percorre il Novecento con passo leggero eppure originalissimo. Nel presente articolo vengono ricordate le tappe della sua formazione e si passano sinteticamente in rassegna i suoi scritti di ambito psicoanalitico.
Abstract 
Ten years after her passing and waiting for her centennial in 2018, Bianca Garufi appears as a stronghold in Analytical Psychology, particularly in Archetypal Psychology, centered on image. Elegant poetess and literary woman, Garufi crosses the Twentieth Century with a light and very original pace. This paper recalls her training steps and reviews her psychoanalytical works.


"Il Re dei tre Regni" foto Gianna Tarantino


Scrivere su colei che è stata la propria analista personale è un compito che fa tremare le vene e i polsi. Può persino essere un’operazione incosciente, venata di hybris e sempre a rischio di deriva sentimentale.
Tuttavia ho deciso di cimentarmi, se non altro perché ritengo che si debba sempre cercare di restituire ciò che si è ricevuto.

Bianca Garufi (Roma, 21 luglio 1918 – Roma, 26 maggio 2006) appartiene alla prima generazione di analisti junghiani italiani, formati direttamente da Ernst Bernhard nel leggendario studio di Via Gregoriana in Roma.
Erano tempi eroici, nitidamente rievocati dalla stessa Garufi in un appassionato articolo dedicato a Bernhard e intitolato “Una testimonianza” (Rivista di Psicologia Analitica, 54/96, pp. 69-96). “A incontrare Bernhard mi aveva spinto con molta insistenza  […] Bobi Bazlen” (p. 70). Già qui – Roberto Bazlen fu consulente editoriale per le migliori case editrici italiane, nonché nume tutelare della nascente Adelphi – ci troviamo al cospetto di uno degli intellettuali che hanno segnato la vita culturale italiana del ‘900 e che fecero parte dell’entourage di Bianca Garufi.
Bazlen non meno di Cesare Pavese, col quale Bianca ebbe un sodalizio tormentato e fecondo, come testimonia il corposo epistolario a cura di Mariarosa Masoero pubblicato nel 2011 (“Una bellissima coppia discorde”, Olschki, Firenze). La giovane poetessa ispira al più maturo letterato la raccolta poetica “La terra e la morte” e soprattutto “Dialoghi con Leucò”, entrambi pubblicati nel 1947. L’ispirazione mitologica dei Dialoghi e la dedica “A Bianca – Circe – Leucò” non lasciano dubbi sul ruolo di musa culturale avuto dalla Garufi nella vita di Pavese. Nel 1959, nove anni dopo il suicidio dello scrittore, vedrà la luce il romanzo a quattro mani “Fuoco grande” (Einaudi).
La futura psicologa analista ha dunque un DNA innanzitutto letterario.
Nata a Roma da famiglia siciliana[1] , con l’eco del terremoto di Messina del 1908 nelle leggende familiari, Bianca Garufi si trova – giovane donna di ideali progressisti – a partecipare attivamente alla Resistenza e nel dopoguerra si affilia al gruppo di intellettuali che gravita intorno alla casa editrice Einaudi.
Qui frequenta tra gli altri Natalia Ginzburg e, appunto, Cesare Pavese. Nel frattempo (1951) discute la prima tesi di laurea italiana su Jung (“Struttura e dinamica della personalità nella psicologia di Carl Gustav Jung”), relatore il filosofo Galvano Della Volpe.
Negli anni ’60 pubblica i due romanzi “Il fossile” (Einaudi, Torino 1962) e “Rosa cardinale” (Longanesi, Milano 1968) e continua ad accrescere la produzione poetica che verrà raccolta in un unico raffinato volume edito dal prestigioso editore Vanni Scheiwiller (“Se non la vita. Poesie 1938-1991”, Scheiwiller, Milano 1992).
All’attività letteraria in proprio affianca quella di traduttrice, nell’ambito della quale mi piace ricordare la traduzione dal francese di un classico dell’antropologia: “Tristi tropici” di Claude Levi-Strauss (Il Saggiatore, Milano 1960).
Dopo alcuni soggiorni all’estero intraprende l’attività clinica, entrando a far parte dell’AIPA.
Tra i suoi meriti, vorrei citare una naturale inclinazione a sprovincializzare il mondo junghiano italiano, grazie a una caratura internazionale che la conduce a ricoprire la carica di Vicepresidente della IAAP.
Alla sua lungimiranza dobbiamo anche il precoce apprezzamento per l’opera di James Hillman, che a partire dagli anni ’70, anche grazie alla sua mediazione, inizia un fertile rapporto con il nostro Paese, considerato come la culla della Psicologia Archetipica e più volte visitato, con il risultato di una crescente osmosi culturale.
Ricordo quando Bianca mi parlò della folgorazione avuta nel leggere l’ultima parte de “Il mito dell’analisi” [2] (“Sulla femminilità psicologica”), che la spinse a contattare lo junghiano eretico, ancora poco conosciuto in Italia [3]. Non v’è dubbio che il ruolo centrale svolto dal “fare anima” rese il sistema asistematico di Hillman particolarmente attraente agli occhi dell’autrice di “Femminazione”[4] .

 La radice biografica e culturale siciliana spinge Bianca a guardare alla Psicologia Archetipica come alla corrente post-junghiana più adatta ad accogliere il suo peculiare amore per le immagini, che la rendeva capace di entrare col paziente nelle pieghe dei sogni fino a ricavarne l’essenza. Senza nulla togliere alla sua cifra intellettuale, che come vedremo è stata di tutto rispetto, mi piace pensare Bianca come la sacerdotessa di una psicologia oracolare. Negli ultimi anni di attività, quando una grave malattia agli occhi l’aveva privata del piacere di leggere in maniera disinvolta, era emozionante osservare come si lasciasse rapire dalle immagini dei sogni che le venivano raccontati in seduta. Sembrava entrare nel sogno con tutta se stessa e ne tornava sempre con illuminanti associazioni che passo dopo passo contribuivano a costruire nell’analizzato quell’io onirico di cui Hillman auspica la nascita.
Tra i suoi molti lasciti, ho portato con me nella mia attività clinica una allocuzione semplice ma profonda: piano piano, che alludendo ai tempi metabolici della psiche è anche un formidabile suggerimento ansiolitico.

Il lavoro di Bianca Garufi era una dimostrazione empirica del valore anche clinico e non soltanto culturale della psicoterapia archetipica. Come è noto, difatti, una delle critiche più frequenti, quasi retorica, che si muove alla Psicologia Archetipica è di essere debole dal punto di vista clinico. Ebbene, sia il lavoro di Bianca sia quello, teoricamente certo più robusto, di James Hillman, dimostrano la superficialità di tale critica. Oltre a introdurre in Italia il lavoro del Maestro di Atlantic City, la Garufi ha fatto da “madrina” ad altri importanti analisti junghiani di area archetipica. Tra i maggiori ricordiamo Rafael Lopez-Pedraza e Adolf Guggenbühl-Craig, autore tra l’altro di un libro importante, di cui Bianca curò la pubblicazione in lingua italiana e per il quale scrisse la prefazione: “Al di sopra del malato e della malattia” (Raffaello Cortina, Milano 1987).

In ambito psicoanalitico, Bianca Garufi – simile in questo al suo Maestro Ernst Bernhard – non ha lasciato libri compiuti ma soltanto articoli sparsi, pubblicati in Italia[5]  prevalentemente sulla Rivista di Psicologia Analitica e su Anima.
“Sul preconcetto di inferiorità della donna. Alcune riflessioni sul femminile dal punto di vista della Psicanalisi e della Psicologia analitica” (RPA, 16/77, pp. 19-46) è forse il suo articolo più completo e complesso: un vero e proprio saggio, equilibrato, junghiano nello spirito ma capace di riconoscere il genio di Freud. Trovo particolarmente interessante, in un saggio scritto in anni segnati dal femminismo da parte di un’autrice dichiaratamente femminista, la relativizzazione critica della posizione di Emma Jung, giudicata in definitiva tiepida e non abbastanza coraggiosa. “Man mano che le donne diventano più coscienti del loro proprio potenziale, il matrimonio patriarcale diventa sempre più formale e insostenibile” (p. 29). Profetico.
Figure relativamente poco note al mainstream analitico come Esther Harding e Robert Grinnell sono valutate come meritano, mentre un mostro sacro come Erich Neumann riceve la sua dose di critiche: “Le teorie di Neumann sono, senza il minimo dubbio, affascinanti, però nell’approfondirle una donna non può non sentirsi sostanzialmente lasciata fuori”(p. 30).
Tra i grandi post-junghiani, il solo Hillman [6]  sembra incontrare i favori (quasi) completi dell’autrice: “La soluzione alla quale Hillman giunge ci sembra l’elaborazione più attuale delle risposte finora date al problema del femminile nell’ambito della psicologia del profondo. Egli infatti vede la reintegrazione, la riaccettazione del femminile non come una mèta ma come un dato di fatto” (p. 41). Ma Bianca vola più in alto, oltre Hillman: “Così come Hillman vorrebbe che l’integrazione del femminile nell’uomo sia considerato un dato di fatto perché l’uomo possa ritrovare la propria anima, così vorremmo che la realizzazione del maschile venisse considerato un dato di fatto affinché la donna possa ritrovare la propria anima […] Che possa esistere un’umanità nella quale la mente e l’anima abbiano la stessa importanza e possano essere appannaggio di ambo i sessi sembra impossibile, invece è solo difficile” (p. 44).

L’assimilazione del metodo archetipico nell’universo poetico e apparentemente “leggero” di Bianca si può apprezzare compiutamente in “La moda come relazione corpo-psiche” (RPA, 23/81, pp. 53-69), argomento al quale l’autrice afferma di applicare un “approccio immaginistico” (p. 57). Il bisogno umano di ornarsi viene ascritto all’istinto creativo postulato da Jung. Quindi il colpo d’ala: “Come dal «crudo al cotto» per quanto riguarda i cibi, potremmo dire dal nudo al decorato per quanto riguarda il corpo. Decorarsi allora potrebbe essere considerato una sorta di elaborazione alchemica dell’immagine che si ha di sé” (p.. 59-60).

“L’interpretazione innata” (Anima, 4, autunno 1990, pp. 39-46) costituisce un esempio di come un breve articolo dal linguaggio precipuamente filosofico – Jung vi è presentato come una sorta di antesignano della decostruzione à la Derrida, un post-moderno  ante litteram – possa sfociare in un estuario decisamente clinico: “L’interpretazione è buona purché: 1. Essa conservi e il setting e un vero contatto con la psiche. 2. Dia la parola anche alle immagini invece di darla sempre e solo all’Io. 3. Sensibilizzi alla sacralità del basso, così come si è sempre sacralizzato l’alto. 4. Mantenga l’analista in rapporto con la sua ferita segreta, ed insegni al paziente a convivere con la propria. 5. Per quanto possibile incoraggi il valore del gioco, della cordialità e dell’ironia. 6. E, dulcis in fundo, abbia l’abilità di riportare in vita la sua gemella, l’interpretazione innata” (p. 46). Ovvero il naturale istinto di spiegarsi il mondo.

“Reale e surreale. Note fra sonno e veglia” (Anima, 1991, pp. 7-16) richiama sin dal titolo il celebre saggio, breve ma illuminante, scritto da Jung nel 1933 e intitolato Realtà e surrealtà (Jung, Opere complete, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1976). Vi si può apprezzare la qualità letteraria della scrittura saggistica della Garufi, da questo punto di vista rara avis – occorre dirlo – rispetto alla media della produzione media di ambito psicoanalitico. “Realtà-surrealtà, due dimensioni insite nella vita, nel mondo, e quindi in noi, e che unitamente ad infinite altre coppie di dimensioni dà, a noi, e a tutto quanto è intorno a noi, sostanza e valore pluridimensionale” (p. 9). Un altro Profeta dell’immaginale viene chiamato in causa: “Sarebbe utile […] chiedere lumi a Gaston Bachelard, lo studioso francese che ha dedicato tutta la sua vita alla surrealtà, e alla realtà della surrealtà” (p. 12).

Dello stesso prolifico anno è “Un esempio di funzione trascendente” (RPA, 43/91, pp. 55-70), articolo dettagliato e clinicamente avvertito, non privo di elementi di teoria della clinica, come si può apprezzare nella parte finale, dedicata al metodo, tutt’affatto junghiano, dell’amplificazione. Il leit-motiv è costituito da un caso clinico in cui ricorre il tema onirico del serpente: immagine archetipica che “appare […] spesso nei sogni e nelle fantasie quando la mente conscia si allontana dalle sue basi istintuali” (p. 57). La funzione trascendente chiamata in causa sin dal titolo indica nell’opera di Jung l’esito del confronto tra istanze psichiche opposte: quando l’Io riesce a mantenerle in uno stato di tensione creativa senza identificarsi con una delle due potrà crearsi una condizione nuova in grado di trascendere il conflitto tra gli opposti.

Altro articolo colto e denso di implicazioni è “Sull’immagine” (RPA, 50/94, p.. 139-156). Oltre alla pregnanza del tema, squisitamente junghiano, scritto in termini filosoficamente ineccepibili e inattaccabile anche dal punto di vista medico-psichiatrico (a p. 153 si trova una interessante digressione sull’argomento delle allucinazioni, molto acutamente distinte dalle visioni), vi sono particolari che meritano attenzione: tra tutti la dedica “A Robert Avens con adesione e amicizia”. Probabilmente pochi ricorderanno questa singolare figura di filosofo lettone (1923-2006), di formazione europea, Professore Emerito di Studi Religiosi negli Stati Uniti. Studioso tra l’altro di Henry Corbin, uno dei padri riconosciuti della Psicologia Archetipica grazie alla centralità nei suoi scritti del mundus imaginalis, Avens fu autore nel 1980 di un libro importante, di cui cinque anni più tardi Bianca curò con amore la traduzione in lingua italiana: “L’immaginazione è realtà. Una lettura radicale delle opere di Jung, Hillman, Barfield, Cassirer” (Edizioni di Comunità, Milano 1985). Il titolo dice tutto. In un’epoca che sembra ormai lontana, in cui l’analisi poteva comprendere – quando la situazione lo richiedeva – anche suggestioni e suggerimenti bibliografici, questo era un testo che Bianca appassionatamente chiamava in causa. L’eleganza con cui venivano immessi nell’ora analitica testi e punti di vista era tale da non disturbare mai il setting. Erano cenni, associazioni laterali, semplici mezzi di amplificazione; ma nel tempo si comprendeva quanto fossero stati mezzi abili per contribuire ad ampliare la coscienza. Ancora ho memoria del primo incontro con la letteratura di Clarice Lispector o la scoperta di Evangelos Christou, autore de Il logos dell’anima (Città Nuova, Roma 1987; ed. or. 1977), un testo impervio con una bella prefazione di Hillman.
 Avvicinandosi agli ottanta anni e soprattutto con l’aggravarsi dei problemi alla vista, i contributi teorici e la partecipazione attiva al dibattito analitico naturalmente si attenuarono.

È di un certo interesse un breve scritto del 1996 dal titolo “L’assassino interiore” (Anima, 1996, pp. 93-97): il caso di una donna i cui sogni rivelano la presenza di un “Barbablù interiore”, responsabile, ben più delle repressioni sociali, delle sue difficoltà evolutive. “Oggi, per la donna moderna, il compito non è più soltanto quello di lottare per la parità dei diritti umani, etici, civili […] Riconoscere, e forse debellare l’assassino interiore, può infatti costituire per la dimensione femminile una lotta ancora più ardua e più dura di quella sostenuta prima. Si tratta di […] un contenuto in cui il maschile ha subito una torsione, che da complementare e creativo come avrebbe potuto essere, lo ha reso antagonista e distruttivo” (p. 96).

La perdita del marito Pierre Denivelle aggravò definitivamente gli insulti dell’età e Bianca sembrò farsi tutta Anima, con quel che ne seguì nei termini dell’affievolirsi della vita del Logos. Tuttavia, quando demmo vita a quell’irripetibile mosaico di pensiero estetico che fu “Caro Hillman. Venticinque scambi epistolari con James Hillman”  (a cura di Riccardo Mondo e Luigi Turinese, Bollati Boringhieri, Torino 2004), io e Riccardo Mondo volemmo fortemente che la prima lettera dell’epistolario (“Alma Mater: per un Logos del sentimento”, pp. 37-43) fosse a firma di Bianca Garufi. Non nascondo che quel faticoso e commovente commiato dalla vita intellettuale necessitò un robusto editing: eppure non avemmo il minimo dubbio che poggiare il libro su quella pietra angolare fosse un doveroso atto di gratitudine. “Caro Jim, affrontare il tuo pensiero non è facile. L’unico modo per farlo mi è sempre sembrato poter disporre insieme del rigore dell’analista e della passione della letterata: logos e  eros, ancora” (p. 38).

Non vorrei che aver voluto chiudere l’articolo su questo episodio possa apparire come un cedimento sentimentale. Bianca Garufi è stata molto di più che un nume protettore, ha svolto un ruolo che sopravanza di molto l’incoraggiamento affettuoso a due giovani analisti che si cimentavano in un’opera forse più grande di loro. Ho cercato di dimostrarlo passando sinteticamente in rassegna i suoi apporti teorici alla nostra disciplina e penso che sia giunto il momento, a oltre dieci anni dalla sua scomparsa, di tornare su alcuni temi e soprattutto su un modo di fare psicologia che è anche un modo di fare anima.

Note:
[1] A Letojanni, paese in provincia di Messina dove la presenza di un Palazzo Garufi attesta l’origine della famiglia, è stata intitolata a Bianca la locale Biblioteca Comunale.
[2] Adelphi, Milano 1979 (ed. or. 1972).
[3] Nell’Introduzione ai Saggi sul Puer (Raffaello Cortina, Milano 1988), silloge di saggi hillmaniani pubblicata come tale soltanto in italiano, l’Autore ringrazia esplicitamente Bianca Garufi per quanto sta facendo per introdurre in Italia il suo pensiero. Tra le curatele della Garufi è doveroso segnalare quella alla prima edizione italiana de Il sogno e il mondo infero (Edizioni di Comunità, Milano 1984; ed. or. 1979).
[4] Si tratta di un lavoro teatrale rappresentato alla RAI nel 1974.
[5] In lingua inglese svariati articoli sono apparsi sul Journal of Analytical Psychology e su Spring, la rivista diretta da Hillman.[6] Come già riferito, Bianca era rimasta letteralmente folgorata dalla lettura della terza parte de “Il mito dell’analisi”, un testo che precede di cinque anni la stesura dell’articolo in questione.


 Articolo pubblicatao su enkelados - Rivista Mediterranea di Psicologia Analitica (Nuova Ipsa Editore), Anno V, 
n 6/2017, pp 49-55

“Il mio incontro con Ernst Bernhard” – intervista a Marcello Pignatelli, di Riccardo Mondo e Luigi Turinese


“Il mio incontro con Ernst Bernhard”
intervista a Marcello Pignatelli 
di Riccardo Mondo e Luigi Turinese


Nell’intervistare Marcello Pignatelli si ha la sensazione di affondare nella storia vivente della psicologia analitica in Italia. La ricchezza e varietà della sua vita nell’associazionismo junghiano, lo rendono un interlocutore particolarmente interessante per alcune riflessioni sulla nascita e sul primo sviluppo della psicologia complessa in Italia, realizzatosi intorno alla figura di Ernst Bernhard.
 Ognuno di noi è concatenato alla storia dell’altro costruendo, tassello dopo tassello, la storia della psicologia analitica. Lo incontriamo nel suo studio romano, rivivendo  emotivamente alcuni dei nostri giovanili momenti formativi, ricchi delle conversazioni con Marcello Pignatelli e con Bianca Garufi su aneddoti e ricordi che costituiscono il tessuto della storia della psicologia analitica italiana [1]

Marcello Pignatelli ha ben presto aderito al gruppo di analisti formatisi attorno alla figura carismatica di Ernst Bernhard, attraversando il complesso periodo  della  nascita delle due prime società analitiche aderenti all’IAAP, l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica  e il Centro Italiano di Psicologia Analitica. Psicologo didatta dell’AIPA, ne è stato presidente dal 1980 al 1984, ed ha anche fatto parte in quegli anni del comitato esecutivo dell’IAAP. Nel 1970 è stato uno dei fondatori della  prima rivista italiana di ambito junghiano, la  Rivista di Psicologia Analitica, e per oltre un decennio ne è stato il direttore responsabile. Successivamente, nel 1977, ha fondato il Giornale storico di psicologia dinamica. 
Oggi Marcello Pignatelli, superati con la sua proverbiale eleganza intellettuale i novantatré anni, incarna a sua volta la figura di un maestro riluttante della psicologia analitica italiana. Infatti  allontana ogni nostro possibile riferimento alla sua figura di maestro con divertenti umanizzazioni.
Sobrio, ironico, con uno sguardo sottile e decostruttivo, Marcello Pignatelli ci ha insegnato a non cadere nella trappola dell’enfasi dei seguaci  dei vari gruppi e sottogruppi analitici. 
Con lo spirito indipendente che lo ha sempre caratterizzato, ama ricordare le sue amicizie con illustri pensatori di altre società analitiche, ricercando il dialogo anche nei momenti più controversi tra le società analitiche.   
 La sua metacomunicazione tocca quindi implicitamente alcuni cardini della psicologia analitica: dalla negazione dell’imitazione di un modello analitico, che si incarna nell’equazione personale di ognuno di noi, al pluralismo prospettico che ci pare la più interessante eredità di Carl Gustav Jung

Marcello, sei stato tra i primi ad assistere all'ingresso delle idee del maestro Jung in Italia. Qual era lo stato della psicoanalisi italiana in quel periodo. E che cosa ha cambiato nell'immaginario dell'epoca la figura dell'eretico Jung?

In Italia, nel secolo scorso, c'era stato l’ingresso del freudismo, soprattutto grazie alla figura del triestino Edoardo Weiss e del veneziano Cesare Musatti. Il movimento discendente dalla psicologia analitica era ancora embrionale, e vi era stato  un iniziale periodo di collaborazione con il mondo freudiano. Va ricordata la stretta amicizia di Bernhard con Weiss, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, che invitò l’amico, appena giunto a Roma nel 1936, a tenere tre conferenze sullo studio del sogno in una prospettiva junghiana, poi pubblicate dalla Rivista di Psicologia Analitica.   
Tuttavia le leggi razziali, nel 1938, spazzarono via ogni riferimento e collaborazione intorno alla nuova scienza ebraica, tanto che Musatti, ad esempio, fu allontanato dall'insegnamento universitario e declassato ad insegnante di liceo. 
La tematica si riapre dopo la guerra. Dal canto suo, Ernst Bernhard aveva fatto una analisi freudiana a Berlino con Otto Fenichel – a Berlino,  dove lavorava come pediatra, aveva avuto anche due figli da un primo matrimonio – poi era passato allo junghismo mercé una analisi con Toni Sussmann. I rapporti con Jung furono complessi, talora sporadici e tiepidi. In seguito all’aggressiva politica antisemita da parte del nazismo in Germania, Bernhard dovette emigrare. 
In un primo tempo desiderava andare in Inghilterra ma poiché spaziava oltre la psicologia analitica, faceva anche il chirologo e aveva interessi esoterici, gli inglesi – che pure avevano dato asilo a Sigmund e Anna Freud – non vollero accoglierlo, malgrado la presentazione di Jung. Motivo per cui si rifugiò in Italia, dove peraltro nel 1940 fu arrestato e poi mandato al confino.  Ma i suoi problemi non finirono con il confino, interrotto grazie all’interessamento dell’orientalista Giuseppe Tucci: tornato a Roma durante l’occupazione nazista, visse segregato in una stanza separata dal resto della casa. 
Continuavano comunque le attestazioni di stima da parte di esponenti del mondo freudiano, come Nicola Perrotti, Cesare Musatti  e in particolare Claudio Modigliani. Ma l’interesse per lo junghismo si manifestava soprattutto nell’incontro con grandi personaggi della storia culturale italiana del dopoguerra, come Adriano Olivetti, Bobi Bazlen, Federico Fellini, Natalia Ginzbug, Giorgio Manganelli. Diversi di questi fecero un’esperienza analitica con Bernhard. A quei tempi andare in analisi junghiana non era dovuto a immediate esigenze sintomatiche, quanto alla necessità di esplorare se stessi, immergersi nella fantasia immaginativa, ascoltare la saggezza criptica dell’inconscio. 
Poi si costituì un primo gruppo di colleghi che fecero un tenace lavoro di diffusione del pensiero junghiano, tramite gruppi studio, conferenze, attività seminariali. Ricordo l’amica Bianca Garufi, che cominciò l’analisi con Bernhard nel 1944. Poetessa, intratteneva rapporti con Cesare Pavese, che conosceva l’opera di Jung e  che aveva sorprendentemente pubblicato nel 1932, con Rascher di Zurigo, una raccolta di saggi dal gusto junghiano.

Ricordi il tuo ingresso nel leggendario studio di Ernst Bernhard in Via Gregoriana? 

Il mio ingresso me lo ricordo bene. Io avevo il mio studio medico in centro, in via dei Prefetti. Avevo una vita professionale ricca e un po' particolare, dopo aver lasciato l’attività ospedaliera. Mia moglie, che sempre mi anticipava, mi suggerì di interessarmi alla psicoanalisi. Feci qualche esperienza psichiatrica al Santa Maria della Pietà – tra l'altro ho assistito ai primi elettroshock – poi intrapresi per qualche tempo un’analisi freudiana con un allievo di Perrotti ma senza grandi risultati. 
Il noto psichiatra Bruno Callieri, che era un mio amico dai tempi del Santa Maria della Pietà, mi disse che, avendo una certa spiritualità, avrei tratto maggior vantaggio da un’analisi junghiana e mi suggerì questo medico tedesco di mentalità più aperta. Mi diede l'indirizzo di Bernhard, che tra l’altro aveva lo studio in Via Gregoriana, non lontano dal mio. 
Salgo con l'ascensore, entro, percorro un corridoio stretto e mi trovo di fronte a un signore alto e calvo. Era il 1962. Mi stringe la mano e andiamo in una stanza grande. Mi fa sedere davanti a lui e mi esamina le mani, facendomele alzare e ricadere, per dedurre la mia reattività nervosa. Poi mi chiede la data e l’orario di nascita per calcolare il mio tema natale. Dapprima rimasi un po’ sconcertato, poi il percorso si snodò tra l’analisi e frammenti di insegnamento spirituale (per esempio Bernhard regalava volentieri ad alcuni suoi pazienti L’abbandono alla Provvidenza Divina, del gesuita De Caussade, che aveva fatto tradurre per la collana di Astrolabio che dirigeva). 
Bernhard inseriva nel suo lavoro elementi analitici altamente junghiani, come l’immaginazione attiva, la visione finalistica del sogno, la funzione trascendente, ma li trasmetteva come una guida, un guru. Non approfondiva la lettura del transfert e controtransfert.  Io sono arrivato piuttosto tardi rispetto ad altri allievi. L’Aipa era in fase di costruzione e iniziai a partecipare alle riunioni ma inizialmente da esterno, insieme a ebrei come Gianfranco Tedeschi e Mario Trevi, che veniva accompagnato dalla moglie filosofa, e a personaggi della cultura come Bobi Bazlen. Questo primo gruppo era caratterizzato da un alto livello culturale ma da una certa confusione metodologica e forse da una scarsa attenzione clinica. 
Prima di morire Bernhard mi regalò un ultimo libro, che conservo con cura, poiché contiene una dedica molto affettuosa nei miei riguardi. Il libretto è Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel. Si intuisce da questa scelta la disposizione metapsicologica di Bernhard, poiché nello Zen il bersaglio non si colpisce con la perfezione della tecnica, mirando all’obbiettivo, ma affidando la freccia alla forza dello spirito, anche se l’arciere ha occhi bendati. 
La mia analisi con Bernhard era terminata con la sua morte. Retrospettivamente, devo dire che era un personaggio apparentemente  freddo ma dotato di un profondo carisma. Credo di averlo compreso e apprezzato completamente soltanto di fronte al suo morire. Ricordo la sua espressione “patire la morte in piena coscienza”, cosa che realizzò con lucidità e dignità.

Dopo la morte di Bernhard che cosa è successo nel mondo junghiano? 

Nel mondo junghiano è successo che, come spesso accade, quando muore il padre i figli litigano. In questo caso contribuì anche una certa ambiguità da parte di Bernhard, che aveva promesso a Moreno la prima Presidenza dopo la sua morte ma nel contempo aveva dato le chiavi dell’Aipa a Tedeschi: un gesto altamente simbolico. Per cui, morto Bernhard nel 1965, già nel 1966 si realizzò la scissione e nacque il Cipa. Io, che non ero ancora scritto all’Aipa ma ero entrato in confidenza con molti colleghi, in particolare con Mario Trevi, mi sono adoperato a lungo per evitare questa scissione, che mi sembrava una soluzione assurda. 
Nel ‘65 avevo iniziato a vedere qualche persona ma fino al ‘69 ho fatto il medico internista: nel mio studio la mattina mi mettevo il camice e visitavo, mentre il pomeriggio facevo psicoterapia. In un certo senso ho avuto un interregno tra il ‘65 il 1970. Dopo la scissione del Cipa dall’Aipa, essendo uno dei personaggi che frequentava il gruppo da più tempo entrai all’Aipa e visto che le cose non andavano bene – si erano avvicendati Presidenti uno dietro l'altro –   ne divenni in breve tempo Presidente, contribuendo a scrivere lo Statuto. 
In quel tempo abbiamo dato un ordine e nacque il famoso quartetto (Lo Cascio, Carotenuto, Aite, Pignatelli) che diede origine alla Rivista di Psicologia Analitica. Bisogna dire che Carotenuto, con tutti i suoi limiti, era una persona sicuramente intelligente: molto attivo e un vero bibliofilo. Il resto è storia.

Note:
[1] Marcello Pignatelli, Psicologia analitica, percorsi italiani. Il racconto di un testimone, MaGi Edizioni, Roma, 2007. 

 Intervista pubblicata su enkelados - Rivista Mediterranea di Psicologia Analitica (Nuova Ipsa Editore), Anno V, 
n 6/2017, pp 15-19

lunedì 13 novembre 2017

OMEOPATIA MEDICINA DEL FUTURO. Il ruolo della Medicina Omeopatica in un Progetto Globale di Salute. Roma, domenica 10 dicembre 2017






OMEOPATIA MEDICINA DEL FUTURO

Il ruolo della Medicina Omeopatica in un Progetto

Globale di Salute


Relatore Dr. Luigi Turinese


Domenica 10 dicembre 2017 - ore 10:30 - 13:15 
Fondazione Negro Museo dell'Omeopatia - Piazza Navona 49 - ROMA 



Prima della Conferenza visita al Museo dell’Omeopatia condotta dal dr. Francesco Eugenio Negro


SI PREGA DARE CONFERMA PRESSO LA SEGRETERIA 
Tel 081 3951888 (Daniela Brillante lun-ven h. 9 - 14) - 
Fax 081 3953244 
serviziocentrale@cemon.eu



lunedì 6 novembre 2017

Convegno W.A.L." Verso la creativETA' " - Assisi 25/26 Novembre 2017











“Freud, ‘l’uomo che provò a capire mente e cervello’, il libro di Maria Felice Pacitto” - Recensione di Luigi Turinese




Scrivere oggi un altro libro su Freud può sembrare una scelta anacronistica. Nei decenni ne sono stati pubblicati molti: alcuni sono considerati oramai dei classici – si pensi alla monumentale biografia di Ernest Jones –, mentre la maggioranza non sono più di inutili cloni che non dicono nulla di nuovo. 
A ciò si aggiungano le voci che periodicamente proclamano la morte della psicoanalisi. 

Questa premessa per dire che Maria Felice Pacitto è stata mossa apparentemente da una combinazione di coraggio e incoscienza.
 Leggendo il suo libro (“L’uomo che provò a capire l’inconscio. Freud tra biologia, ermeneutica e neuroscienze” – Guida editori, Napoli 2017), invece, ciò che colpisce sin dalle prime pagine è innanzitutto l’intelligenza di non essersi misurata col genere della biografia, che avrebbe richiesto competenze di storico e piglio di filologo.
 Il pregio del libro e la sua cifra più originale – oltre a una indubbia capacità di scrittura e un tono da divulgazione “alta” – derivano dall’aver posto Freud sullo sfondo della rivoluzione operata dalle neuroscienze nell’ultimo scorcio del ‘900. Ne risulta una appassionata apologia della psicoanalisi, provvista di un eccellente apparato critico e sempre attenta a ribadire la costante oscillazione del padre fondatore tra i due poli della biologia da un lato e delle scienze umane dallaltro. 

In questa non facile operazione l’Autrice è sorretta da un bagaglio filosofico di tutto rispetto e da una lunga esperienza clinica, che le fa correttamente porre l’elemento relazionale al centro della prassi terapeutica. Freud è descritto come il primo neuropsicologo della storia, capace di anticipare il concetto di neuroplasticità ma anche di porre tra gli scopi della sua ricerca la conoscenza, l’accettazione dei limiti, l’integrazione psichica: in una parola, la costruzione di un’umanità più ricca e consapevole. 

Il libro, di piacevolissima lettura, consente di ripercorrere il percorso di una disciplina di cui oggi non si può più fare a meno, sia che ci si misuri con la psicopatologia – penso ai tecnici della salute mentale – sia che ci si occupi di discipline umanistiche, di arte (cinema e psicoanalisi, per esempio, sono coeve) o persino di politica e di scienze sociali: si pensi soltanto a quanto il movimento dei diritti umani, a partire dalla rivoluzione femminista della seconda metà del secolo scorso, deve al lavoro di quel geniale pioniere che fu Sigmund Freud. 

Luigi Turinese

Recensione apparsa su L'inchiesta, quotidiano di giovedì 26 ottobre 2017 pag 38

mercoledì 25 ottobre 2017

Intervista a Luigi Turinese sull'omeopatia- a cura di Giuseppe Spinelli 14 ottobre 2017


Intervista al dr. Luigi Turinese, medico omeopata e psicoterapeuta, realizzata durante il Convegno Biotypology organizzato da ISMO (Istituto di Studi di Medicina Omeopatica) del 14 ottobre a Roma.






Omeopatia in piazza

 è un progetto che nasce con lo scopo di dare 


una informazione corretta e diretta al 


pubblico sui vantaggi dell'utilizzo dell'Omeopatia.





domenica 22 ottobre 2017

OMEO FITO FESTIVAL 2017 - Spettacolo di Musica e Parole a favore delle Medicine Complementari , Roma 19 Novembre 2017






Domenica 19 Novembre 2017
ore 20.30 - 23.00
Teatro Vittoria
Piazza Santa Maria Liberatrice
Roma

Presenta
Serena Magnanensi
Relatori
Osvaldo Sponzilli
Marco Lombardozzi
Giovanni Francesco Di Paolo
Paolo Bellavite
Vittorio Elia
Massimo Fioranelli
Giovanni Gorga
Alda Grossi

Artisti
Mojis
Luigi Turinese &  The Friendly Band
Smiling Moon
Green Symphony Orchestra

La partecipazione all’evento è gratuita su invito


Info:
GECO Eventi e Formazione
Tel. 050 2201353

lunedì 16 ottobre 2017

"Le nuove relazioni: una sfida per la psicoanalisi" di Luigi Turinese

Le nuove relazioni: una sfida per la psicoanalisi
di Luigi Turinese

Il progressivo affermarsi della società liquida, per riprendere un’espressione oramai abusata ma efficace di Baumann, vede il proliferare di modelli relazionali un tempo assenti o quanto meno fortemente minoritari: famiglie monogenitoriali e multigenitoriali, unioni omosessuali, diffusione dell’arcipelago LGBT, nuclei familiari allargati, fino alle relazioni poliamorose, ultima frontiera delle molteplici possibilità di convivenza umana.
Faccio osservare per inciso che la maggior parte di tali condizioni recavano fino a non molto tempo fa il marchio della patologia o quanto meno della riprovazione sociale.
Se quella del post-moderno è una categoria che definisce il tramonto delle ideologie del secolo breve, la società liquida, che vede la crisi dello Stato e via via delle identità forti – da quella politico-ideologica a quella di genere – crea un radicale soggettivismo, rispetto al quale anche le relazioni divengono instabili o meglio, volendo usare categorie più neutre, mobili e flessibili.
Mutuando il linguaggio creato da Internet e dal Web, assistiamo a un aumento delle connessioni “a rete” e al declino delle relazioni granitiche, incarnate dai modelli tradizionali di coppia e matrimonio.

"The Remains of your Wiskeis" - Foto di Gianna Tarantino

Fenomeno di nicchia al suo apparire, sul finire del ‘900, questo rimodellamento sociale si sta affermando come un paradigma non più eludibile o smarcabile con anatemi moralistici. Non si tratta – come alcuni sostengono – di un vezzo di élites borghesi annoiate ma di una rivoluzione cui stanno contribuendo in misura sostanziosa anche i potenti flussi migratori che sfumano i confini, geografici e culturali, e a cui contrapporre muri, concreti o metaforici, appare come una difesa parodistica e anche un poco paranoica.
In un siffatto scenario, se gettiamo uno sguardo ai paradigmi affettivo-relazionali dominanti e confrontiamo ad esempio il modo di vivere le relazioni coniugali dei nostri nonni o anche dei nostri genitori con quelle incarnate nell’Occidente post-moderno, emergono alcune riflessioni.

Usando un po’ superficialmente categorie archetipiche, si potrebbe dire che il modello tradizionale di relazione fosse costruito sotto il segno di Era; dopodiché Afrodite ha preteso un risarcimento con gli interessi. E si sa quanto questi mitologemi siano poco compatibili.
È nota la posizione della Chiesa sul matrimonio come espressione naturale dell’unione di un uomo e di una donna. In ambito laico le posizioni critiche nei confronti di tale pretesa sembrano limitarsi alla possibilità di contemplare le unioni omosessuali; è già molto, se si pensa che il DSM ha definitivamente cancellato l’omosessualità dalla lista dei disordini mentali soltanto nel 1990.

Si può osservare d’altra parte che anche i diritti civili invocati dalle coppie omosessuali tendono a riprodurre il modello dominante, che a sua volta è tutt’altro che valido ab aeterno. La cornice giuridica del matrimonio così come noi lo conosciamo, difatti, fu fissata dal Concilio di Trento nel 1563, ovvero poco più di quattrocentocinquanta anni fa. Solo un secolo prima del concilio tridentino si trovano ancora tracce di matrimoni lesbici, come attestano gli studi della storica Fernanda Alfieri.
In Europa sono ravvisabili episodi di poliginia fino al XVIII secolo, dopodiché nasce la famiglia nucleare.
Il cosiddetto “matrimonio d’amore” è però molto più recente, dal momento che per secoli ci si sposava soprattutto per motivi economici o dinastici.

Con la progressiva autonomia delle donne e soprattutto con l’introduzione dei metodi contraccettivi, la liberazione sessuale prende la scena e la solidità dei legami matrimoniali viene meno. La formula “finché morte non vi separi” è divenuta oggi poco più di uno slogan, per alcuni auspicioso, per altri persino un po’ minaccioso. La monogamia sequenziale è la traballante soluzione praticata dai più per mantenere in vita l’ideale romantico della coppia felice, minacciato dall’incontrovertibile dato sociologico del vertiginoso aumento di separazioni e divorzi; per non parlare delle numerose coppie “di fatto” che comprensibilmente non hanno il coraggio – o l’incoscienza – di legittimare socialmente il loro legame: rinunciando così al poco che rimane della forza simbolica del rito.

Leggo dal sito dell’Istat: “Nel 2014 sono stati celebrati in Italia 189.765 matrimoni, circa 4.300 in meno rispetto all’anno precedente […] A diminuire sono soprattutto le prime nozze tra sposi di cittadinanza italiana […] Diminuisce anche la propensione a sposarsi […]     Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 […] In media ci si separa dopo 16 anni di matrimonio, ma i matrimoni più recenti durano sempre meno”.
Alla creazione di  questo scenario disastroso ha contribuito non poco l’ossessione principale dell’amore moderno, ovvero l’ideale romantico che prospetta la passione “per sempre”, nonostante l’ampia evidenza empirica del contrario.
Un ruolo decisivo l’ha anche svolto la psicologia, nel ritenere la fedeltà sessuale un comportamento maturo, impegnato e realistico e ogni deroga da tale imperativo l’attestazione di qualità opposte. Eppure l’ideale della monogamia – come ben sappiamo quanto meno dalle storie dei nostri pazienti – viene raramente, per non dire mai, rispettato.
Studi autorevoli spiegano questo iato tra ideale e realtà su base biologica, dal momento che la monogamia non si riscontra in nessuno dei primati sociali che vivono in gruppo; l’unico primate monogamo è il gibbone, laddove scimpanzé e bonobo, il cui DNA differisce dal nostro soltanto per l’1,6%, sono specie a comportamento sessuale promiscuo. La monogamia degli esseri umani è dunque vistosamente un’imposizione culturale, ottenuta prevalentemente attraverso la repressione della sessualità femminile: dovremmo riflettere sul fatto elementare che nessuna creatura ha bisogno di essere minacciata per agire in accordo con la propria natura.

Non stupisce che si cerchino altre vie. Le molte forme delle non monogamie etiche, comprese nell’ambito del cosiddetto poliamore, costituiscono lo sviluppo codificato e maturo dei fermenti che hanno iniziato a scuotere l’universo delle relazioni a partire dagli anni ’60, dunque da mezzo secolo.
Negli USA si calcola che le famiglie poliamorose siano attualmente 500.000. Il termine polyamory, coniato nel 1990 da Morning Glory Zell-Ravenheart, è entrato di recente a far parte dei lemmi dell’Oxford English Dictionary. Esso indica la possibilità di avere più di una relazione intima con il consenso di tutte le parti interessate.
Tali relazioni non sono necessariamente sessualizzate: esistono infatti poliamorosi asessuali o puramente potenziali. Le categorie di relazione poliamorosa costituiscono un vero e proprio arcipelago, come ha messo in rilievo Franklin Veaux, autore di alcuni libri imprescindibili sull’argomento e di una mappa particolareggiata della non-monogamia.
 Tra le molteplici declinazioni del fenomeno spicca la cosiddetta anarchia relazionale, che supera la tradizionale distinzione tra amicizia e amore, guardando ad ogni relazione individualmente: non è il sesso o il romanticismo a conferire maggior valore a un legame, che si realizza attraverso un impegno, un’affettività e una flessibilità alieni da ogni gerarchizzazione, caratterizzandosi per il livello di intimità che gli è peculiare.
 La visione poliamorosa è in linea con l’idea di fluidità e di impermanenza tipica del mondo contemporaneo, sebbene le sue origini remote siano ravvisabili nell’utopia socialista di Charles Fourier (1772-1837) e, più vicina a noi, nella rivoluzione sessuale degli anni ’60.
Cambia l’idea di fedeltà, che da un diritto  sull’altro si trasforma in un impegno reciproco di rispetto e cura privo di esclusività.
Tra i primi a rendersi conto che le relazioni stanno cambiando segno, il filosofo, sociologo ed economista Jacques Attali scrive: “Così come molte società accettano ora la possibilità di relazioni d’amore successive, presto riterremo accettabili e legali relazioni simultanee”.
In Italia spicca la singolare figura di Carlo Consiglio, zoologo di fama, autore, nel 2006, del libro “L’amore con più partner”, i cui argomenti antropologici anticipano di quattro anni quelli presenti nel bestseller americano “Sex at dawn: the prehistoric origins of modern sexuality”, firmato dallo psicologo Christopher Ryan e dalla psichiatra Cacilda Jethá. Ma la “bibbia del poliamore” rimane, sebbene un po’ datato – la prima edizione è del 1997 – “The ethical slut. A guide to infinite sexual possibilities”, di  Dossie Easton e Janet Hardy, la cui conclusione situa l’opera nel solco delle grandi visioni utopistiche del XX secolo: “Sogniamo un mondo in cui un giorno tutti saremo liberi di dichiarare il nostro amore alle persone della nostra vita, quali che esse siano, e quale che sia il nostro modo di amarle”.

In queste parole c’è sicuramente qualcosa dell’ingenuità puer della controcultura americana. Tuttavia consiglio di prenderle sul serio, di non snobbarle, perché nel prossimo futuro – forse già adesso – potremmo dover fare i conti con il poliamore, come nel recente passato abbiamo dovuto riconsiderare la posizione dell’omosessualità nella società e nei nostri studi professionali.
Una posizione non giudicante è indispensabile per comprendere il fenomeno e supportare i problemi più comuni: senso di colpa, paura dell’abbandono, gelosia, negoziazione dei limiti e del consenso, gestione dei figli e delle famiglie allargate, possibile gap tra posizione idealizzante nei confronti del poliamore e vissuto emotivo, gestione del “coming out” e, last but not least, timore del giudizio dello psicoterapeuta.

In effetti gli psicoterapeuti non informati tendono a mettere in relazione i comportamenti poliamorosi con il timore dell’impegno e dell’intimità, con una crisi matrimoniale o con problemi di identità.
Il dato interessante, che mostra quanto il mainstream condizioni anche la psicologia, è che sono viste in maniera meno giudicante le relazioni clandestine che quelle apertamente poliamorose: testimonianza del fatto che vengono considerati “naturali” gli stili di vita adottati dalla maggioranza.
Una ricerca condotta alla fine del secolo scorso ha identificato i tre ostacoli maggiori incontrati da chi intraprende una terapia avendo scelto stili di vita alternativi:  condanna sociale, pressione per tornare a una forma di relazione tradizionale, probabilità di ricevere una diagnosi psicopatologica. Lo scenario sta cambiando, anche grazie alla creazione di elenchi di terapeuti poli-friendly, in grado di accogliere la vita dei pazienti con atteggiamento comprensivo e non giudicante.
In caso di palese inconciliabilità tra il proprio sistema di valori e quello del paziente, il terapeuta dovrebbe avere l’onestà di non assumersi l’onere del caso. Dare per scontato che il fallimento di relazioni poliamorose sia dovuto alla struttura della relazione equivale a credere che la separazione di una coppia tradizionale sia imputabile alla scelta di uno stile di vita monogamo.

Ho affrontato il tema del mio intervento per motivi squisitamente metodologici. È giunto il tempo di chiedersi se l’ermeneutica psicoanalitica tradizionale sia in grado di render conto di così rapidi e radicali rimodellamenti.
È ancora sufficiente chiamare in causa le vicissitudini dell’Edipo, le imago parentali, le varie diadi letterali o proiettive?
La presente relazione vuole far luce su queste nuove realtà e interrogarsi se ci siano risposte più contestuali da condividere nella stanza d’analisi.

Luigi Turinese

Articolo pubblicato in ATTRAVERSO I CONFINI: INCONSCIO, ALTERITÀ, INDIVIDUAZIONE
 - ATTI DEL XVII CONVEGNO NAZIONALE DEL CENTRO ITALIANO DI PSICOLOGIA ANALITICA. A cura di Antonella Adorisio, Gianfranco D’Ingegno, Anna Moncelli, Francesca Picone (Aracne Editrice, Roma 2017) .Turinese, L.: “Le nuove relazioni: una sfida per la psicoanalisi” (pag. 273-277)


sabato 14 ottobre 2017

Biotypology 2017 - Roma 14 Ottobre 2017 - Giornata di Studio: "Dislipidemie e Patologie allergiche


GIORNATA DI STUDIO
Biotypology 2017

Dislipidemie
& Patologie allergiche

Sabato 14 ottobre
Hotel NH Villa Carpegna - Via Pio IV 6, Roma


Programma e relatori


INGRESSO GRATUITO
con registrazione obbligatoria




mercoledì 14 giugno 2017

Cenacolo del 19 Giugno 2017 - Il Daimon nell'era della rete e della crisi economica



Lunedì 19 Giugno 2017
ore 20-22
Via Clementina, 7 Roma



Appunti-segnalazioni  di Luigi Turinese
  Video di Gianna Tarantino

 "Demoni tristi, nell'era 2.0"
Il Daimon nell'era della rete e della crisi economica
di Flavia D’Andreamatteo*


*Flavia D’Andreamatteo è psicoterapeuta, psicoanalista ARPA e IAAP, terapeuta del gioco della sabbia


Contributo 15 €
Info e prenotazioni: