La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

martedì 3 settembre 2013

A proposito di "femminicidio" - di Luigi Turinese

Ci sono temi che percorrono i mezzi di comunicazioni di massa e i discorsi pubblici e privati sostenuti da un'onda lunga che in parte trae origine da eventi, in parte da una sorta di retorica comunicativa.

Uno di questi riguarda il cosiddetto "femminicidio": termine infelice che evoca una sorta di fabbrica di omicidi di persone di sesso femminile.

Messa così, la questione non può che richiamare l'attenzione su una (ontologica?) spietatezza maschile.

Do per scontato che il fenomeno ci sia e che stia assumendo proporzioni allarmanti. Tuttavia non se ne esce semplicemente con una legge né diffondendo l'idea che gli uomini siano cattivi e le donne vittime designate.

La mia opinione è che, come sempre quando si vuole cercare di capire un'emergenza sociale, bisogna usare un grandangolo: ovvero allargare la visione del fenomeno quanto meno alle condizioni in cui si realizza – o meglio non si realizza – un tentativo di comunicazione tra uomini e donne.

La rapida evoluzione del ruolo femminile a partire dagli anni '60 ha comportato un cortocircuito nella decodificazione dei comportamenti: ne è risultata, da parte di molti uomini, una grande difficoltà nel comprendere i messaggi – soprattutto quelli non verbali – provenienti dal mondo femminile; specularmente, spesso le donne non sono sempre chiare nel formulare i loro desideri quanto sono invece determinate nell'esprimerli.



 
Per venire a Lundy Bancroft, la sua posizione mi sembra orientata a sostenere le donne maltrattate ma non a comprendere il grave disagio in cui versa la relazione tra uomini e donne. Spingersi sino a negare l'importanza di una psicoterapia per gli uomini, poi, costituisce in un certo senso un atto di resa.

Il problema, semmai, è che difficilmente sarà l'uomo maltrattante a chiedere una terapia. Si dovrebbe iniziare a pensare a una prevenzione culturale: i tempi sarebbero lunghi ma ci si avvicinerebbe al focus del problema.

Il discorso si fa complesso, per cui mi limito a suggerire un tema: quello del divario che si viene a creare – nell'uomo e nella donna – tra la proposta idealizzante in fatto d'amore e "lo stato dell'arte". C'è bisogno di un'educazione sentimentale adeguata ai tempi: si continua a proporre un Amore Assoluto talmente lontano dalla realtà da indurre cocenti delusioni e la sensazione perenne di avere tra le mani un prezioso vaso irrimediabilmente lesionato. Al tempo stesso non ci si cura di educare alla comunicazione e all'espressione dei sentimenti: una malattia in crescita è infatti l'alessitimia (letteralmente "mancanza di parole per le emozioni"), ovvero la difficoltà nel riconoscere ed esprimere verbalmente le emozioni.

La parola è l'acquisizione più alta dell'essere umano e quando non ci sono più "le parole per dirlo" (per parafrasare un celebre titolo di Marie Cardinal) il ricorso agli atti diventa più di una tentazione: quasi una disperata necessità; quando poi tale condizione si incontra con elementi psicopatici o sociopatici, situazioni che rendono incapaci di empatia e di rimorso, tali atti hanno alte probabilità di divenire atti delittuosi.

Luigi Turinese

In foto: Contatto con l'Ombra - di Gianna Tarantino

Articolo pubblicato sul Blog PalaGius

2 commenti:

Daniele Capuano ha detto...

Caro Luigi,

sono pienamente d’accordo con lei: l’educazione del sentimento – che secondo Jung è propriamente una funzione razionale – sembra essere il capo di questa matassa così emotivamente, filosoficamente e giuridicamente aggrovigliata. Il ‘femminicidio’ (termine pericoloso, perché assume che l’omicida maschio uccida la femmina in quanto tale e non, come avviene quasi sempre, in quanto amante e compagna di vita a cui è orribilmente agglutinato) è uno dei frutti velenosi del contemporaneo pregiudizio verso l’autenticità. A forza di essere spudoratamente ‘autentici’, ovvero esposti a tutte le correnti delle reazioni immediate e delle passioni ineducate, si prende una posizione falsa, e non è affatto paradossale: in mancanza di un linguaggio e di una retorica dei sentimenti (che richiede tatto, coltivazione, e un po’ di teatralità non tossica ma affettuosa), la ‘vita di coppia’ diventa un acting out permanente, dove alle eterne torture e tortuosità dell’amore si sovrappone, come una colata informe, un nuovo e micidialissimo senso di impotenza. L’‘autenticità’ obbligatoria rende il legame di coppia, intimamente tragico e comico, l’estrema risorsa (e in quanto tale piuttosto odiata che amata) in un mondo estraneo e incomprensibile: non si tratta di una sopravvalutazione in senso proprio, ma di un attaccamento disperato, nutrito di una solitudine ben più grave di quella indicata dal termine ‘individualismo’. Una solitudine che non si cura certo affrontando la questione anzitutto e quasi esclusivamente sul piano del pensiero e dell’azione giuridica, dove per lo più tertium non datur: mentre è proprio del tertium che la coppia ha bisogno – possibilmente senza letteralizzarlo, con precipitosa unilateralità, nella persona di un figlio, che altrimenti entra nel ballo stregato ancor prima di nascere.

Marina Salomone ha detto...

CONCORDO IN PIENO!!!
mi ritrovo spesso a pensare a quando, tredicenne,sentivo i discorsi degli adulti pro o contro il divorzio (in quell'anno c'era il referendum) e lo sentivo dai più descrivere come un pericolo per le donne una volta che fossero rimaste sole senza un parner. Viceversa, già da una ventina d'anni si assiste al fenomeno stalking sempre in crescita fino a toccare gli estremi dell'omicidio. La storia ha rivelato che spesso è l'uomo il più fragile nelle conseguenze di una separazione pur quando si tratta di una sua scelta. Ma non stiamo certo a fare la gara a chi è il più forte. Come Lei giustamente osserva, urge una profonda educazione sentimentale e un cambiamento profondo nel modo di comprendere reciprocamente le nostre emozioni e le nostre istanze. Intanto grazie per questo prezioso post!!!