La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

Contatti

Roma Piazza N. Longobardi 3, Tel: 06 51607592
email: dottluigiturinese@gmail.com

venerdì 12 dicembre 2014

Omeopatia e qualità di vita - di Luigi Turinese

L'obiettivo di uno studio osservazionale, effettuato con la collaborazione di medici provenienti da Belgio, Francia, Germania, Portogallo, Spagna, Italia e Brasile, è stato quello di descrivere le motivazioni che, per disturbi di tipo cronico, conducono alla consultazione di un medico omeopata e di valutare la soddisfazione di questo approccio.




Ai pazienti è stato distribuito un questionario all'ingresso e sei mesi dopo la prima consultazione.
919 su 1595 pazienti hanno restituito il primo questionario e 444 il secondo. In media, l'8% dei pazienti - con un picco dell'11% in Belgio - hanno ricevuto un trattamento integrato.

I punteggi relativi alla qualità della vita si basavano su aspetti fisici, sociali e psicologici: la soddisfazione globale per il trattamento omeopatico si è attestata tra 6,1 e 7,5 su una scala che andava da 1 a 10.
Il 58% del campione si è dichiarato disposto a consigliare il trattamento omeopatico a un amico o a un parente, il 22, 9% lo avrebbe probabilmente fatto, mentre soltanto il 2,3% lo avrebbe sconsigliato.
Il sondaggio aveva lo scopo di descrivere le ragioni della scelta di un trattamento omeopatico, la percezione dei risultati ottenuti e la relativa soddisfazione. Esso non intendeva fornire prove di efficacia.

Luigi Turinese

Da Homeopathy, 2014, 103, (4), 250, pubblicato in Omeopatia 33

In Foto: "Fruscìo silenzioso" (Gianna Tarantino)

martedì 9 dicembre 2014

Cenacolo PerìArχôn del 15 Dicembre 2014: Economia e psiche

PerìArχôn – Cenacolo di Cultura Archetipica
Lunedì 15 Dicembre 2014
Via Clementina 7, Roma
 
ore 19.30- 22.30


Programma:

“Natale”  video di Gianna Tarantino

Appunti-segnalazioni 
di Luigi Turinese

Reinventare l’umanità. Videointervista a Thomas Berry 
 di Werner Weick

Pausa

Crisi economica e psiche” 
di Flavia D'Andreamatteo*

Discussione


*Flavia D’Andreamatteo è psicoterapeuta, psicoanalista ARPA e IAAP, terapeuta del gioco della sabbia

Contributo 20€


Info e prenotazioniperiarxon@gmail.com
  
Blog di Luigi Turinese:
          
Gruppo facebook: PerìArχôn

                                                      Grafica di Gianna Tarantino

mercoledì 26 novembre 2014

"Il metodo Wal" di Annamaria Crespi - Prefazione di Luigi Turinese




Tra i temi sollevati dalle discipline contemporanee che promuovono la salute,  uno dei più significativi riguarda il rapporto tra mente e corpo. Esso tende sempre più a declinarsi a partire dall’emersione di un paradigma conoscitivo sistemico, che descrive l’Universo e gli organismi viventi come totalità integrate in relazione tra loro. 
Il paradigma sistemico segna una rivoluzione che riguarda, tra le altre cose, la categoria della causalità, che da lineare si fa circolare. La causalità lineare prevede che ci sia un rapporto lineare tra causa ed effetto: la causa A provoca l'effetto B che, a sua volta, provoca C. Se invece postuliamo che il sistema A e il sistema B siano allo stesso tempo causa ed effetto l'uno dell'altro, stiamo ragionando nei termini della causalità circolare, grazie alla quale ogni fase di un processo può fungere da punto di partenza di una nuova fase, in un continuo gioco di rimandi. 

Per tornare al tema del rapporto tra mente e corpo, il paradigma sistemico pone i due termini in un rapporto di circolarità, per cui tutto ciò che accade nel dominio del corpo ha ripercussioni sulla psiche; e viceversa. L’integrazione psiche-soma si è realizzata come esito di un lungo percorso che, inaugurato alla fine dell’800 con gli studi di Freud e Breuer sull’isteria, ha occupato gran parte del XX secolo. Carl Gustav Jung ha sfiorato il tema, pur senza approfondirlo, suggerendo la sincronicità come dimensione soggiacente. Hans Selye, nei suoi imprescindibili studi sullo stress, ha dimostrato che quelli che distinguiamo  come corpo e mente non sono entità ma stati, grumi della stessa energia. Seguendo questo versante si è sviluppata la PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia), cui dobbiamo la scoperta che i sistemi regolatori dell’organismo – nervoso, endocrino e immunitario – lavorano in un flusso continuo di interdipendenza. La PNEI è, a tutt’oggi, il più idoneo paradigma a sostegno della psicosomatica, giacché dimostra in modo inequivocabile che questa non è soltanto la disciplina che studia le malattie di origine emozionale, bensì la più ragionevole espressione del funzionamento unitario dell’organismo.

A partire dalla metà degli anni ’90 del secolo scorso si è andata diffondendo in tutto il mondo la Medicina Narrativa. Nata alla Columbia University, questa disciplina propone una modalità di relazione medico-paziente che mette particolare enfasi sulla storia della malattia così come viene vissuta dal paziente e sul suo contesto. La Medicina Narrativa consente di spostare l’attenzione dal corpo fisico al corpo vissuto (Merleau-Ponty), attraverso l’esercizio dell’empatia  e soprattutto dell’exotopia, che allarga la dimensione empatica consentendo di vedere l’altro come portatore di una prospettiva autonoma, non riducibile alla nostra. 
Questo cenno alla Medicina Narrativa mi consente di sottolineare l’importanza che hanno le narrazioni nel determinare la buona salute psicofisica. Le buone letture, insieme quella che potemmo chiamare la buona “riscrittura di sé”, in altri termini, concorrono a centrare l’essere umano e a prevenire il suo deragliamento psichico. Un po’ come l’esercizio fisico costante è in grado di prevenire il deragliamento fisico. 

Il fatto che il Metodo Wal ideato da Annamaria Crespi venga definito “cultura in movimento” lo pone come dimostrazione empirica di quanto vado scrivendo. Il contemporaneo allenamento mentale e fisico è il cuore del Metodo, che dunque si configura, tra l’altro, come un’eccellente prevenzione antiaging. 
Rispetto a un secolo fa, gli anziani tra i 65 e i 74 anni sono aumentati di otto volte; e gli anziani oltre gli 85 anni sono aumentati di ventiquattro volte. È un dato considerevole con un risvolto preoccupante: se infatti l’età si allunga ma le condizioni psicofisiche non vengono prese adeguatamente in carico, rischieremo di trovarci di fronte a una miriade di vecchi dipendenti dalle cure di altri.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità di avverte che “il benessere dell’anziano deve essere valutato in termini di autosufficienza, più che di assenza di  malattia”. 
Al mantenimento di tale benessere concorrono una buona salute fisica, uno stato cognitivo-affettivo sufficientemente equilibrato e un adeguato supporto sociale. 
L’attività motoria regolare apporta vantaggi fisici, vantaggi psicologici (miglioramento dell’immagine corporea), vantaggi socio-relazionali (se l’attività in questione si svolge in gruppo). Oramai è dimostrato che essa porta benefici alla muscolatura, svolge una protezione cardiovascolare, è in grado di prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete di II tipo, rallenta i processi di osteoporosi, funge da stimolazione intellettuale, riduce gli effetti negativi dello stress, migliora l’umore e, grazie al funzionamento integrato dimostrato dalla PNEI, incrementa le funzioni immunitarie. 

Se ai benefici dell’attività motoria uniamo quelli della narrazione di storie e di contenuti culturali che il Metodo Wal propone di ascoltare durante la marcia, voilà: il gioco è fatto!


Luigi Turinese 

Prefazione a "Il metodo Wal" di Annamaria Crespi, Morlacchi editore, Perugia 2014

mercoledì 19 novembre 2014

venerdì 7 novembre 2014

Cenacolo PerìArχôn del 17 Novembre 2014 - Su Krishnamurti

PerìArχôn – Cenacolo di Cultura Archetipica
Lunedì 17 Novembre 2014
Via Clementina 7, Roma
 
ore 19.30- 22.30


Programma:

Appunti-segnalazioni 

"Jiddu Krishnamurti. La profondità del presente"
di Luigi Turinese*

Gli Angeli di Berlino  foto di Gianna Tarantino

Pausa

L’esperienza krishnamurtiana: la prima e ultima libertà” 
di Luigi Aversa *

Discussione

* Luigi Turinese è Medico, Esperto in Omeopatia, Psicoanalista CIPA
*Luigi Aversa è Medico, Psichiatra, Psicoanalista CIPA

Contributo 20€

Info e prenotazioniperiarxon@gmail.com
  
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                                              Grafica di Gianna Tarantino


martedì 28 ottobre 2014

PerìArχôn 2014/15 - Calendario e Argomenti

PerìArχôn 2014/15
Cenacolo di Cultura Archetipica
Conversazioni con Luigi Turinese




Calendario e Argomenti 2014/15

Lunedì 20 Ottobre 2014
"Introduzione al Buddhismo. Il Bardo Todol "
  
Lunedì 17 Novembre 2014
    
Lunedì 15 Dicembre 2014
Lunedì 12 Gennaio 2015
   "L’egittomania nella Roma moderna"

Lunedì 9  Febbraio 2015
Lunedì 20 Aprile 2015
Lunedì 18 Maggio 2015
  "Etty Hillesum"

Lunedì 22 Giugno 2015
"Una psicoanalista in Cina"

Via Clementina, 7
Roma
(Presso Spazio Paema)
Fermata Metro B Cavour


Info e prenotazioni
Segreteria PerìArχôn 
Email: 


domenica 12 ottobre 2014

Cenacolo del 20 Ottobre 2014 - "La fine o il fine della vita?"

PerìArχôn – Cenacolo di Cultura Archetipica
Lunedì 20 Ottobre 2014
Via Clementina 7, Roma
 
ore 19.30- 22.30

"La fine o il fine della vita?" 


Programma

Appunti- segnalazioni 
Introduzione al Libro Tibetano dei Morti
di Luigi Turinese

“Mudra” foto di Gianna Tarantino

Pausa

“Attraversando il Bardo”
 proiezione in anteprima del documentario
 di Franco Battiato

Discussione

Contributo 20€

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Grafica di Gianna Tarantino



martedì 7 ottobre 2014

Tracce del culto di Iside nell'Urbe - Incontro di studio a Roma, Sabato 8 Novembre 2014


Tracce del culto di Iside nell'Urbe
Roma, Sabato 8 Novembre ore 10

Il Programma dell'incontro di studio e i Relatori:



Associazione Veneti a Roma
Via Ulisse Aldovrandi, 16





lunedì 29 settembre 2014

Dal 20 ottobre 2014 riprende il Cenacolo con una nuova formula


PerìArχôn 2014/15
Cenacolo di Cultura Archetipica
Conversazioni con Luigi Turinese



A due anni e mezzo dalla sua fondazione, con l’autunno 2014 il cenacolo PerìArXòn cambia formula. 

A partire dal 20 ottobre 2014 gli incontri del Lunedì diventeranno mensili, dalle 19.30 alle 22.30, come di consueto a Roma, Via Clementina, 7 (Spazio Paema)

Un tempo più dilatato, nel quale a un “piatto forte” monografico, servito da un ospite con le competenze del caso, saranno affiancate rubriche fisse, interventi brevi e un video di Gianna Tarantino, che rappresenterà come sempre il motore organizzativo. 

La quota di partecipazione ai singoli incontri sarà di 20,00€.

Luigi Turinese

Via Clementina, 7
Roma
(Presso Spazio Paema)
Fermata Metro B Cavour
Per info e prenotazioni:
email: periarxon@gmail.com

domenica 21 settembre 2014

Paolo Cognetti, "1977-1987 Quando il computer divenne Personal" - Prefazione di Luigi Turinese








Leggendo – da profano fruitore di informatica – il monumentale e da oggi imprescindibile volume di Paolo Cognetti, mi sono ricordato di quando, a scuola, a chi mi chiedeva che lavoro facesse mio padre rispondevo: “Dirige il Centro Meccanografico della Direzione Provinciale del Tesoro”. Lo dicevo come fosse un mantra ma non è che comprendessi bene che cosa significasse. Mio padre mi parlava di elaboratori, enormi macchine che mercé schede perforate davano precisi responsi – che a me sembravano oracoli – sull’entità delle pensioni dei contribuenti.
 Doveva essere a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70. L’Italia, come apprendo da Paolo Cognetti, avrebbe d’altronde potuto essere all’avanguardia nella nascente tecnologia informatica – non ancora così denominata – se Adriano Olivetti avesse sviluppato la sua seminale intuizione del Calcolatore programmatico personale (1965).
Oggi Jeremy Rifkin si fa profeta della terza rivoluzione industriale, che si dovrebbe basare su quella che lui chiama la Super Internet.

Ma che cosa è successo in questi cinquant’anni? Intelligentemente, Paolo Cognetti non scrive una storia generale dell’informatica ma preferisce concentrare la sua attenzione – davvero capillare – sul turning point: ovvero il decennio 1977-1987, cerniera temporale che vede il passaggio al personal computer come lo intendiamo oggi.
Si deve considerare che a noi profani tutto è arrivato con un ritardo di qualche anno, rispetto alle acquisizioni degli addetti ai lavori. A questo proposito, pesco dalla memoria un altro aneddoto personale, che potrà servire a rendere l’idea (Cognetti e i suoi sodali mi perdoneranno le imprecisioni tecniche della ricostruzione). Era il 1995 e stavo iniziando a scrivere il mio primo libro, che sarebbe uscito nel 1997. Capendo che la vecchia “lettera 32” stava per divenire un oggetto di modernariato, mi recai in un negozietto di informatica per acquistare un piccolo pc. Se non che, la venditrice mi rifilò qualcosa che era una via di mezzo tra una macchina da scrivere elettrica e un rudimentale pc: una sorta di aggeggio per la videoscrittura che usava dei floppies ma non era propriamente un computer. Una volta scritti i primi due capitoli, mi resi conto che l’editore non sapeva che farsene, nel senso che non era in grado di decodificarli. Si profilava la necessità di acquistare un vero pc – cosa che  feci – e di ricopiare su word il lavoro svolto: una prospettiva un pochino depressiva, in verità… Il destino però mi fu amico, perché incontrai per caso il padre di un compagno di scout dei miei figli che aveva messo su un ufficio nel quale funzionavano in rete una decina di pc: una situazione abbastanza all’avanguardia, per l’epoca. Andai a trovarlo e mi sembrò un mago nel suo antro. Tra le sue magie, vi era un programma che sapeva tradurre in formato word il linguaggio preistorico della mia macchina elettronica: tranne qualche ritocco ad alcune parole che ne uscirono storpiate, i due capitoli erano pronti per essere inseriti nell’hard disk del mio primo pc! Mi fu risparmiata una bella fatica e cominciai a capire che la comunicazione, nel futuro prossimo, sarebbe passata da quelle strade.

Se volessimo utilizzare un linguaggio immaginale più che scientifico, la rivoluzione informatica andrebbe riferita all’avvento dell’Età dell’Acquario: più propriamente, al movimento di controcultura che negli anni ’60 si propagò dagli Stati Uniti in tutto il mondo. Non per niente i primi a intuire le potenzialità dei nuovi mezzi furono giovani non  accademici, poco più che hippies: le commoventi foto dell’epoca contenute nel libro lo attestano senza ombra di dubbio.

Uno dei pregi del lavoro di Cognetti risiede nella precisione della rievocazione temporale. In particolare, il secondo capitolo è dedicato proprio alla ricostruzione del contesto storico. Tralasciando la disamina della corposa parte del libro dedicata all’evoluzione tecnica delle singole macchine, per cui rimando a chi è del ramo, in quanto psicoanalista junghiano non posso infine non evidenziare che la diffusione del World Wide Web corrisponde a una moderna declinazione del mito di Hermes, il Mercurio del mondo latino. Gli dèi, non visti, sono sempre tra noi, perché il mito non descrive eventi del passato ma fenomenologie umane universali, dunque metastoriche, ovvero sempre all’opera. Hermes, dio della comunicazione e del commercio, protettore di mercanti e finanche di ladri, si incarica di portare i messaggi tra gli uomini e gli dèi; e lo fa velocemente, grazie ai suoi calzari alati, come una E-mail che traversa il cyberspace abbattendo confini invalicabili fino a pochi decenni fa (Hermes, sia detto tra parentesi, è anche dio dei confini).

Naturalmente, come ogni cosa, anche questa meravigliosa fenomenologia mercuriale che il XX secolo ci ha schiuso ha le sue ombre: eccesso di comunicazione, furti di identità, nuove dipendenze, tutta una sorta di “virtualità non virtuosa”. Nel frattempo, noi psicoanalisti ci organizziamo per effettuare sedute via skype…


Luigi Turinese 

Prefazione al libro di Paolo Cognetti: "1977-1987 Quando il computer divenne Personal", 2014, pagg 470


     Per info e ordinazioni del volume: p.cognetti@gmail.com

mercoledì 10 settembre 2014

"Franco Battiato: ritratto di un artista totale" : brano di Luigi Turinese tratto dal catalogo della Mostra di Istanbul





Franco Battiato - Ritratto di un artista totale

di Luigi Turinese

Franco Battiato (Jonia, 1945) rappresenta una figura unica nel panorama artistico italiano. Innanzitutto per un’originalità musicale che rende arduo definirne la genealogia, tesa com’è tra stilemi pop, sprazzi di sonorità mediterranee, citazioni colte e incursioni – sempre felici – nella musica classica, operistica e per balletto.

Oltre alla sua presenza oramai quarantennale ai vertici della musica, Battiato vanta una cospicua attività pittorica, come testimoniano mostre personali e collettive a partire dal 1993. Last but not least, va ricordata l’attività di regista, che lo ha condotto a firmare sinora tre opere, cui farà presto seguito un film sulla vita di Georg Friedrich Händel; oltre al recente documentario “Attraversando il Bardo” (2014), lucida e coraggiosa incursione nel dopo-morte, in cui si mostra come si tratti di passaggio di stato e non di spegnimento nel nulla.

A queste attività, che si dispiegano su diversi registri espressivi e che possono a buon diritto far definire Franco Battiato artista totale, si deve aggiungere una coloritura spirituale che tutte le pervade. Anche nei lavori pop apparentemente meno impegnati, difatti, è sempre presente una ricerca, a partire dai testi, che non lascia mai indifferenti ma induce gli ascoltatori e il pubblico dei concerti – sorprendentemente trasversale dal punto di vista socio-culturale e anagrafico – a fare dell’opera di Battiato uno strumento di evoluzione personale che travalica il codice puramente artistico.
Non è fuori luogo ricordare, a questo proposito, che tra il 1985 e il 1995 Battiato ha pubblicato – con la casa editrice L’Ottava, da lui fondata – quattordici libri che da vertici inusuali trattano aspetti della conoscenza interiore.
Nella poetica filosofica del Nostro sono preminenti i riferimenti al pensiero soteriologico orientale, segnatamente alle tradizioni centroasiatiche, con ripetuti e riconoscenti riferimenti alla cultura della Turchia, come è facile ravvisare in molti testi di celebri canzoni. Forme spirituali esoteriche come il sufismo fecondano anche il suo lavoro di pittore, che sull’incanto dei dervisci tourneurs si è ripetutamente soffermato.

Luigi Turinese

Brano tratto dal catalogo della mostra "Quisque faber fortunae suae", Istanbul 8-20 settembre 2014.
                                                 Vai al programma della Mostra

giovedì 4 settembre 2014

Mostra personale opere di Franco Battiato - Istanbul, 8-20 Settembre 2014, "Quisque faber fortunae suae"



"Quisque faber fortunae suae"

Mostra personale di opere di
Franco Battiato
Istanbul
dall'8 al 20 Settembre 2014



Programma:

Lunedì 8 settembre 2014
CONFERENZA STAMPA E PRESENTAZIONE
BASIN TOPLANTISI VE SUNUM
 Teatro della Casa d’Italia, 
Meşrutiyet caddesi no. 75, 
Tepebaşı, Istanbul

ore 18.00 - Saluti delle autorità
S.E. Gianpaolo Scarante, Ambasciatore d’Italia in Turchia
Ahmet Misbah Demircan, Sindaco di Beyoğlu
Enzo Bianco, Sindaco di Catania

ore 18.30 - Conversazione con Franco Battiato e la curatrice Fiorella Nozzetti
Interventi / Konuşmalar:
Elisa Gradi Esegesi estetica e critica delle opere in mostra
Luigi TurineseModernità della Tradizione nell'opera di Franco Battiato

traduzione simultanea italiano/turco

ore 19.30 - Presentazione e proiezione del film: TEMPORARY ROAD “una” vita di Franco Battiato
alla presenza del regista Mario Tani

V.O. con sottotitoli inglese

Cocktail

Martedì 9 settembre 2014
 
INAUGURAZIONE
AÇILIŞ
Beyoğlu Belediyesi Sanat Galerisi,
 İstiklal caddesi no. 217, 
Beyoğlu, İstanbul

Ore 18.00 - Inaugurazione della mostra alla presenza dell’artista Franco Battiato, del Sindaco di
Beyoğlu Ahmet Misbah Demircan, dell’Ambasciatore d’Italia Gianpaolo Scarante e del Sindaco di
Catania Enzo Bianco
Cocktail


La mostra rimarrà aperta fino al 20 settembre 2014 e sarà visitabile (ingresso libero) tutti i giorni
dalle 9,00 alle 19,00 tranne la domenica.

Accompagnerà la mostra un catalogo bilingue (italiano/turco), con apparato di immagini e saggi
critici di Gabriele Mandel, Luigi Turinese, Fiorella Nozzetti ed Elisa Gradi.


Per informazioni sulla mostra: mostrabattiato@gmail.com
Sito internet: www.battiato.it


Comunicato stampa:

Invito alla Presentazione dell'8 settembre 2014:




Invito all'Inaugurazione del 9 Settembre 2014:


La mostra è organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul e dall’Ambasciata d’Italia in Turchia, con il coordinamento artistico ed organizzativo di Fiorella Nozzetti, in collaborazione con il Comune di Beyoglu e il Comune di Catania e con il patrocinio del Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia.




sabato 30 agosto 2014

Medicina Narrativa vs Medicina Basata sull’Evidenza Due ali per un unico volo - di Luigi Turinese

Non chiedere quale malattia abbia una persona ma quale persona abbia una malattia
(William Osler)

A partire dall’inizio degli anni ’90, abbiamo assistito alla diffusione nella comunità medico-scientifica della cosiddetta Evidence Based Medicine (EBM). L’EBM (medicina basata sulle prove) venne presentata ufficialmente nel 1992 su JAMA [1] , al termine di un percorso di revisione dell’uso pratico della letteratura internazionale che avrebbe portato, l’anno seguente, alla fondazione della “Cochrane Collaboration”, un network internazionale avente lo scopo di diffondere studi clinici controllati [2] .
L’EBM viene definita come  “il processo della ricerca, della valutazione e dell’uso sistematici dei risultati della ricerca contemporanea come base per le decisioni cliniche” (Sackett D.L. et al., 1996). Essa si fonda sul principio della valutazione dei migliori risultati della ricerca disponibili in quel preciso momento di ricerca scientifica. La sua codificazione, oramai assurta a feticcio scientista, ha ragioni di esistenza non solo scientifiche ma anche e forse soprattutto economiche: razionalizzare le cure in base a  protocolli standardizzati sicuramente evita sprechi; ma al tempo stesso appiattisce le possibilità di intervento creando una medicina procedurale e perciò stesso non individualizzata.

In una lezione tenuta nel 2002 nell’ambito di un Corso di Formazione in Bioetica dell’Istituto Italiano di Bioetica Campania seminario di Bioetica, Ivan Cavicchi affrontava l’argomento con la franchezza e la chiarezza consuete: “La cosa davvero curiosa è che nel mentre l’EBM dà al dato quasi un carattere metafisico e nel mentre avversa in nome dei dati le speculazioni, i soggettivismi, le astrazioni dei medici, non si accorge di costruire la perentorietà del dato proprio sull'astrazione […] L’EBM non è pratica contro teoria, ma più semplicemente una teoria statistica della pratica. Non ho nessuna difficoltà a riconoscere all’EBM un’indubbia utilità, ma non possiamo nascondere che essa, suo malgrado, è un modo di garantire un vecchio modo di intendere la scientificità. Essa, a mio parere, rappresenta il tentativo tecnico di difendere una scientificità attraverso la conoscenza statistica. Niente di male, per carità. Se c’è tuttavia una cosa da rimarcare nel pensiero moderno è la grande problematicità di ridurre la realtà a rispecchiamento statistico. Il che non vuol dire che non si debba usare la statistica. Con l’idea di “rispecchiamento” si rischia di far regredire la riflessione al più vecchio positivismo per il quale valevano le coppie di opposizione oggettivo/soggettivo; teoria/pratica; vero/falso; razionale/irrazionale. Coppie che da Quine [3]  in poi sono state messe seriamente in discussione. La clinica può usare la statistica, ma in nessun caso ne può essere vicariata. Oggi, nella discussione epistemologica moderna si preferisce parlare di spiegazioni convenienti anziché di spiegazioni vere. Il presupposto di questa nuova scientificità è uno solo: l’ineliminabilità di un criterio soggettivo dell’operatore, criterio che per l’EBM, nelle sue rappresentazioni più estremistiche, rappresenta invece il problema per antonomasia. Spesso non si tratta solo di trovare l’accordo tra un’ipotesi terapeutica e un fatto patologico, ma anche di scegliere tra più ipotesi e più fatti. In tutto questo, l’EBM resta una tecnica epidemiologica utile, come qualsiasi altro tipo di dato di conoscenza. Essa aiuta a decidere, a combattere gli sprechi, le inutilità e tutto quello che si vuole, ma in nessun caso può pretendere di sostituirsi ad un criterio soggettivo dell’operatore. L’EBM è uno strumento dentro una cassetta di attrezzi fatta da tanti altri strumenti. Tutti utili a seconda delle circostanze. Ma tutti in qualche modo funzionali ad un’abilità che resta clinica”.[4]

I sostenitori dell’EBM deducono da una rappresentazione statistica del malato una medicina procedurale, da cui deriva una clinica assiomatica. Ma la malattia è sempre un dis-ordine (Cavicchi, 2000: 103), per cui le asserzioni di singolarità prevalgono sempre, ricordandoci che il medico deve guardare ad ogni singolo individuo come se fosse unico. Il caso clinico corrisponde, in un certo senso, più al caso che alla necessità. Come scrive Ivan Cavicchi riprendendo un concetto di Giovanni Federspil (Federspil, 1980): “La clinica […] sta diventando sempre più scienza del singolo caso” (Cavicchi, 2000: 128).

L’applicazione di una medicina basata solo sulle prove scientifiche si basa sull’erroneo principio secondo cui l’osservazione clinica è oggettiva e, come tutte le procedure scientifiche, dovrebbe essere sempre riproducibile nello stesso modo.
Le cose tuttavia non sono così semplici.
Ogni malattia ha sì una fisiopatologia e un decorso; ma anche una valenza metaforica: si pensi ai significati che può suggerire la parola immunità. Allo stesso modo, ogni sistema medico veicola, accanto a un bagaglio tecnico-scientifico, anche profondi significati simbolici; e ogni malato presenta, accanto a una dimensione oggettiva – non sempre rilevabile da subito – una dimensione soggettiva, che non solo accompagna ogni malattia ma  può a lungo rappresentarne l’unico disagio avvertito.
Casi come questi sono relegati, da parte di sanitari privi di sensibilità clinica, tra i “malati immaginari”, oggi definiti più elegantemente nevrotici o “psicosomatici”.

Nell’affrontare questa delicata questione ci soccorre la distinzione – propria della fenomenologia – tra corpo fisico (körper) e corpo vissuto (leib): il primo è una sorta di astrazione anatomo-fisiologica priva di storia e di coscienza, mentre il corpo vissuto porta in sé la verità dell’unità psicofisica, intimamente attraversata dalla dimensione soggettiva del sentire.

Il clinico si rivolge sempre, dunque, al corpo vissuto. Occupandosi della totalità dell’uomo sofferente, gli si accosta con un bagaglio costituito da conoscenza e da empatia, ponendosi di fronte alla persona che ogni malato è, e che gli chiede di essere interpretata nella sua realtà umana: dunque che si conferisca un orizzonte di senso ai suoi disturbi. In questo percorso si adombra il passaggio dal segno al significato. È su questo punto che la medicina clinica si interfaccia con l’ermeneutica, scienza dell’interpretazione. Essa, inoltre, manifesta una dimensione morale che costituisce un valore aggiunto alla competenza scientifica. “Il medico […] è […] un essere umano transeunte insieme a un altro essere umano transeunte” (Jaspers, 1986: 108).

Va da sé che tale atteggiamento non si limita a vedere il paziente come portatore di una patologia ma lo considera come essere umano con una sua biografia. La malattia non si esaurisce nella dimensione biologica ma si sostanzia di vissuto soggettivo. Già alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, al fine di correggere l’unilateralità della medicina tecnologica, si sviluppa il movimento delle Medical Humanities, raccolto intorno alla figura del bioeticista Edmund Pellegrino (1920-2013) e di altri professionisti convinti che le discipline umanistiche possano influenzare la formazione e la pratica in Medicina. Alla Harvard Medical School, più o meno negli stessi anni, la Medical Anthropology studia la salute e la malattia in rapporto all’adattamento culturale e in una prospettiva sistemica.

Si deve all’Antropologia Medica una triplice definizione di malattia: disease, che ne sottolinea gli aspetti biologici; illness, che ne mette in evidenza gli aspetti soggettivi; sickness, che studia le limitazioni sociali dell’essere malati. In questo snodo fondamentale si inserisce il movimento di Medicina Narrativa¸ fondato da Rita Charon presso la Facoltà di Medicina della Columbia University e basato sull’introduzione nella pratica clinica di elementi desunti dalla cultura umanistica. Si tratta di una modalità di relazione terapeutica che pone un’enfasi particolare sulla storia della malattia così come viene vissuta dal paziente e sul suo contesto. Charon giunge sino a proporre una Parallel chart, sorta di diario che raccoglie l’esperienza dell’essere malato in un progetto di ampliamento dei dati della tradizionale cartella clinica. Il paziente racconta la propria storia, inserendo la sua soggettività in un contesto relazionale e culturale e recuperando in tal modo il significato di ciò che gli accade; l’enfasi sulla dimensione intersoggettiva gli consente di attenuare il vissuto altrimenti alienante della malattia. Nel cercare nuove vie per migliorare la capacità dei medici di comprendere ciò che il paziente dice loro e di comunicare a loro volta, la Medicina Narrativa conduce ad una vera e propria rivoluzione epistemologica: essa costituisce un “progetto di medicina centrata sul paziente” (Masini) e uno strumento di verifica del vissuto del medico. I vantaggi sono facilmente intuibili: se da un lato facilita e rende più precisa la diagnosi e consente di porre  attenzione ai movimenti di transfert  e di  controtransfert, dall’altro costituisce un elemento terapeutico, migliorando lo stato d’animo del paziente e incrementandone la compliance. Più precisamente, nell’ambito della diagnosi descrive la forma fenomenica in cui i pazienti sperimentano la malattia, incoraggia la comprensione reciproca e fornisce informazioni non conoscibili sulla base dell’anamnesi tradizionale; sul piano terapeutico ha una valenza curativa in sé, favorisce un  approccio olistico e incoraggia verso terapie complementari, col risultato di poter essere una preziosa alleata nella costruzione di una Medicina Integrata. Se immaginiamo il paziente come un testo da interpretare, si comprende come le competenze narrative possano rendere medici migliori.

Gli obiettivi di un “training narrativo” – che si snoda attraverso tappe che comprendono tra le altre la cosiddetta autobiografia medica ed esercizi di scrittura creativa – sono i seguenti:
Imparare a seguire una trama narrativa
Saper adottare punti di vista multipli e talora anche contraddittori
Immaginare soluzioni
Decodificare immagini e metafore forniti dal paziente
Seguire il flusso temporale della storia clinica
Saper tollerare l’incertezza, pane quotidiano dell’attività clinica, e insegnare al paziente a fare altrettanto

La Medicina Narrativa consente di spostare l’attenzione dal corpo fisico al  corpo vissuto (Merlau-Ponty, v. sopra), attraverso l’esercizio complementare di empatia e exotopia: ovvero sapersi mettere nei panni dell’latro ma anche accettare l’altro proprio in quanto altro. Il percorso che sto cercando di disegnare consente il recupero di una dimensione autenticamente clinica, oltre l’attuale primato della Patologia [5] . Ne consegue una migliore comprensione dei nessi tra costituzione genetica, ambiente e stile di vita e, di più, una solida base teorico-clinica per fondare scientificamente la psicosomatica. Nasce da queste premesse un modo nuovo di fare medicina. La Narrative Based Medicine (NBN) si propone di integrare l’EBM affiancando all’impostazione statistico-protocollare di questa una raccolta di dati di tipo qualitativo, relativi al vissuto del paziente: tristezza, sentimento di solitudine, scoraggiamento. Laddove l’EBM aumenta la conoscenza e aiuta a comprendere la malattia, la NBM facilita la relazione e aiuta a comprendere il malato. “La medicina narrativa è emersa come nuova struttura per la medicina clinica e comprende le abilità testuali e interpretative nella pratica della medicina” (Charon, 2001: 1899). La raccolta dei dati e la relazione col paziente ne vengono enormemente accresciute; anche se bisogna osservare che soltanto una farmacologia che includa i dati soggettivi nella scelta terapeutica – tipica della medicina omeopatica – può completare le premesse della NBM. Compito del clinico, pertanto, è ordinare gerarchicamente segni e sintomi, avvalendosi di una logica operativa che si affranchi da una volontà meramente oggettivante per raggiungere una piena comprensione dell’essere umano sofferente. Per far ciò occorre mettere in atto una capacità di osservazione e di ascolto che sappia valutare appieno la dimensione soggettiva oltre che quella strettamente scientifica. Tale operazione pone al centro della scena la relazione terapeutica, che è una prassi sostenuta da una teoria adeguata.

Note
[1] Evidence-Based Medicine. A New Approach to Teaching the Practice of Medicine, JAMA, November 4, 1992, vol. 268, N° 17.

[2] Il nome deriva dall’epidemiologo inglese A. Cochrane (1909-1988), autore del fondamentale testo Effectiveness and efficiency in Medicine. Random reflections on health service (1972).
[3] Willard Van Orman Quine  (1908-2000) è un filosofo e logicoamericano, fautore di una visione della filosofia della scienza caratterizzata da pragmatismo e relatività ontologica.
[4] Cavicchi, I.: Medicina della scelta e razionalità scientifico-matematica, lezione tenuta nell’ambito del VII Corso di Formazione in Bioetica dell’Istituto Italiano di Bioetica Campania dal titolo “Le forme del sapere medico. Riflessioni epistemologiche sulla Medicina” (2002).
[5]   Sui rapporti tra patologia e clinica si veda il mio Modelli Psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica (Milano, 2009); in particolare il Primo Capitolo, intitolato appunto “Dalla Patologia  alla Clinica”.


Bibliografia
Cavicchi, I.: “Pluralismo o Babele medica? Chi, come e che cosa scegliere per curarsi”, in AA. VV.: Medicina e multiculturalismo. Dilemmi epistemologici ed etici nelle politiche sanitarie, Apèiron, Bologna 2000.
Cavicchi, I.: La medicina della scelta, Bollati Boringhieri, Torino 2000.
Cavicchi, I.: Filosofia della pratica medica, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
Cavicchi, I.: La clinica e la relazione, Bollati Boringhieri, Torino 2004.
Cavicchi, I.: Ripensare la medicina, Bollati Boringhieri, Torino 2004.
Charon, R.: Narrative Medicine: a model for empathy, reflecton, profession, and trust, in JAMA 286, 2001.
Charon, R.: Narrative medicine: honoring the stories of illness, Oxford University Press 2006.
Cochrane, A. L. (1972):  L’inflazione medica. Efficacia ed efficienza nella medicina, Feltrinelli, Milano 1978.
Evidence-based Medicine Working Group: Evidence-based medicine: a new approach to teaching the practice of medicine, in JAMA, 268:2420-5,1992.
Eysenck, H. J.: Handbook of abnormal psychology, Basic Books, New York 1971.
Federspil, G.: I fondamenti del metodo in medicina clinica e sperimentale,
Piccin Editore, Padova 1980.
Federspil, G.: Logica clinica. I principi del metodo in medicina,
McGraw-Hill, Milano 2004.
Jaspers, K.: Psicopatologia generale, (1913/1959), Il Pensiero Scientifico, Roma 1964.
Jaspers, K. (1986), Il medico nell'età della tecnica, Raffaello Cortina, Milano 1991.
Lain Entralgo, P.: Il medico e il paziente (1969), Il Saggiatore, Milano 1969.
Masini, V.: Medicina narrativa, comunicazione empatica e interazione dinamica nella relazione medico-paziente, Franco Angeli, Milano 2005.
Sackett, D. L. – Richardson, W. L. – Rosenberg, W. M. C. – Gray, J. A. M. – Haynes, R. B.:  Evidence-based medicine: what it is and what it isn't, in BMJ 1996, 312: 71-2.
Sackett, D. L. – Richardson, W. L. – Rosenberg, W. M. C.  – Haynes, R. B.: Evidence Based Medicine, Churchill Livingstone, Edinburgh 1997.
Turinese, L.: Il concetto di modello reattivo come strumento ermeneutico: oltre l’Omeopatia, in “Filosofia della medicina”, manifestolibri, Roma 2001.
Turinese, L.: Biotipologia. L’analisi del tipo nella pratica medica, Tecniche Nuove, Milano 2006.    
Turinese, L.: Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica, Elsevier-Masson, Milano 2009.      
                                  
Luigi Turinese


                                     "Comprendere con lo sguardo"- Foto di G. Tarantino

Articolo apparso su HIMED – Homeopathy and Integrated Medicine, giugno 2014, Volume 5, numero 1, pp. 26-28.

martedì 10 giugno 2014

Note in margine al nuovo codice deontologico della professione medica - di Luigi Turinese

Note in margine al nuovo codice deontologico della professione medica
di Luigi Turinese


Lo scorso 18 maggio, a Torino, è stata approvata la nuova edizione del codice deontologico dei medici. Come accade solitamente in questi casi, si sono subito levate voci di dissenso: da parte di specifiche categorie – come quella degli infermieri – oppure sotto forma di riflessioni da parte di voci critiche di liberi pensatori. 
Tra queste ultime, occorre segnalare quella, sempre foriera di riflessioni costruttive, di Ivan Cavicchi – già direttore generale di Farmindustria – che sul portale www.quotidianosanita.it del 4 giugno scorso attacca il codice, definendolo “privo di quelle basilari garanzie di pertinenza che ne dovrebbero fare uno strumento […] di governo della realtà particolarmente problematica del medico”. 

In sostanza, da anni Cavicchi lamenta, nei suoi molti imprescindibili scritti, l’assenza di un “progetto di medico”: si vedano tra gli altri “Ripensare la Medicina” (Bollati Boringhieri, 2005) e “Una filosofia per la Medicina” (Dedalo, 2011). 
Dal canto suo Salvo Calì, presidente del Sindacato Medici Italiani (SMI), accusa il codice di non  affrontare seriamente il grave problema del conflitto di interessi: per fare un esempio, Amedeo Bianco è leader Fnomceo, dunque promotore del codice, ma anche senatore della Repubblica. 



A uno sguardo sintetico e sorvolando su specificità come quelle cui ho fatto cenno, ciò che colpisce è il sapore di una proposta formalizzata sull’idealità. Tutto sommato, anche la celebre definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità OMS – “La salute è uno stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale e non solamente assenza di malattia” (1948) – aveva le stesse caratteristiche di proposta ideale, cui la realtà dei fatti si incarica fin troppo spesso di dare una secca smentita. All’articolo 5 del codice, ad esempio, si legge: “Il medico promuove l’adozione di stili di vita salutari”. Sarebbe bellissimo ma sappiamo che non è così: spesso il medico non sembra crederci veramente; e in non pochi casi, inoltre, è il primo a non praticare tali stili di vita. Ciò vale anche per il controllo efficace del dolore, di cui all’articolo 16, obiettivo sovente disatteso per la mancanza, nel nostro Paese, di una cultura dell’analgesia e delle cure palliative. Viene poi suggerita cautela nei confronti dell’abuso dei mezzi tecnologici; questi non sono strumenti del demonio ma vanno calati nella dimensione umanistica costituita da una solida alleanza terapeutica, che il codice, a essere onesti, caldeggia, accanto a un richiamo all’informazione e alla comunicazione. 

Tuttavia, anche qui dobbiamo invocare i fatti, più che le parole: se non si costruisce una cultura della relazione terapeutica, al centro della quale porre la dimensione della medicina narrativa, esortazioni di questo genere rimarranno materia per una retorica del volemose bene. Due articoli riguardano realtà emergenti: l’articolo 78 concerne la “medicina potenziante ed estetica”; mentre all’articolo 15 si fa un benemerito cenno (speriamo, in futuro, in qualcosa di più definito) a “prevenzione, diagnosi e cura non convenzionali”.


Luigi Turinese

In foto: Ippocrate , Galeno - Foto di Gianna Tarantino