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lunedì 15 marzo 2010

Che cos'è la Psicologia Archetipica?



“La psicologia
archetipica ha le
sue origini nel Sud”

(James Hillman)


La Psicologia Archetipica è un movimento culturale codificato circa venti anni fa da James Hillman (1926); essa si configura originariamente come un ramo eterodosso della Psicologia Analitica di Carl Gustav Jung (1875-1961).

Oltre allo stesso Jung, un precursore della psicologia archetipica può essere considerato certamente Henry Corbin (1903-1978), studioso di quell' âlam al-mithâl in cui i filosofi iraniani situavano le visioni dei mistici e dei poeti; e che, nella tradizione dell'Europa mediterranea, corrisponde al mundus archetypalis e al mundus imaginalis.

Intrisa di elementi neoplatonici - sono frequenti i riferimenti di Hillman a Plotino (205-270), Proclo (410-485), Marsilio Ficino (1433-1499), Giambattista Vico (1668-1744), oltre che naturalmente allo stesso Platone (427-347 a.C.) - la Psicologia Archetipica allude sin dalla sua denominazione agli archetipi, forme primarie e universali del funzionamento psichico.

Essi si manifestano in ogni aspetto della vita dell'uomo: compaiono nei miti, nei riti, nelle arti, oltre che nei sogni e nella stessa psicopatologia.

Come è noto, Hillman recupera la mitologia greco-romana come
costellazione metaforica elettiva del suo discorso.



In estrema sintesi, si possono individuare quattro topoi, quattro luoghi fondamentali nel discorso della Psicologia Archetipica; ce ne sono molti altri, ma vi ho promesso un'estrema sintesi:
1) Un'enfasi sulla nozione di anima.
2) Un recupero dell'immagine, che viene sottratta alla retorica negativa della fantasticheria.
3) Una re-visione della clinica alla luce delle attività primarie dell'anima e delle immagini da essa prodotte.
4) Una re-visione della teoria della personalità nella cornice di una psicologia politeistica.

1- Anima
La Psicologia Archetipica restituisce all'anima il posto che le compete, come tertium tra lo spirito e il corpo. Attenzione: questo fatto è importante perché, a parte tutte le considerazioni relative all'inflazione del termine - anche di derivazione cattolica - non avendo un posto a sé l'anima viene, se ci pensate bene, o assimilata allo spirito (lettura religiosa) oppure al corpo (lettura psicosomatica). Non ha un luogo per sé.

Hillman restituisce un luogo all'anima.

Soltanto così, dando un luogo a psiche, si crea un luogo per la psico-logia, cioè per un discorso sull'anima.

Osservata da questo vertice, la psicologia ha essenzialmente due compiti:
1) Trovare il logos dell'anima.
2) Ascoltare l'anima del mondo; ogni aspetto ed ogni evento del mondo sono infatti luoghi d'anima.

Da questo punto di vista, la Psicologia Archetipica possiede anche una valenza politica. Infatti essa ha spostato l'oggetto di riflessione fuori dello studio dell'analista su tutto il mondo, perché il mondo è provvisto di anima.

L'anima è una metafora primaria che abolisce il realismo, il naturalismo e il letteralismo: al contempo, re-immagina tutte le cose del mondo.

A proposito dell'anima, Hillman fa sua l'espressione fare anima, mutuata dall'ingiunzione del poeta John Keats (1795-1821), che morì nel 1821 a soli 26 anni: “Chiamate, vi prego, il mondo 'la valle del fare anima'. Allora scoprirete a che cosa serve il mondo”.
Invito a visitare la tomba di Keats nel cimitero acattolico nei pressi della Piramide, a Roma, un luogo di estrema commozione. Ogni attenzione alle manifestazioni della psiche è un fare anima. Nel modo più semplice, si fa anima ogni notte: sognando, si costruisce proprio l'anima.

2 - Immagine
La psiche è eidopoietica: essa infatti produce immagini. L'immagine è per Hillman un dato primario, irriducibile.

Per Hillman l'immagine è primitiva e irriducibile.

Aderire all'immagine è un dettato peculiare della Psicologia Archetipica, a partire dal lavoro sul sogno.
Questo è un punto rivoluzionario: il sogno viene visto come un palcoscenico su cui si avvicendano le immagini prodotte dalla psiche piuttosto che
come una rete di segni da decodificare. Prendere confidenza con le modalità
immaginali consente l'apparizione sulla scena di quello che Hillman chiama Io immaginale: “L'Io immaginale - scrive Hillman - si rende conto che le immagini non sono sue […].
Nell'insegnare all'Io come sognare, la prima cosa da fare è quella di insegnargli che anch'egli è un'immagine […]. Il sogno non è 'mio', ma della psiche; e l'Io del sogno recita semplicemente uno dei ruoli del dramma, soggetto […]alle necessità messe in scena dal sogno”.
“Noi siamo fatti della materia dei sogni” (Shakespeare).



3- Clinica
Anche le sofferenze individuali vengono situate su di uno sfondo archetipico.
La patologia testimonia l'autonomia della psiche nel creare sofferenze attraverso cui sperimentare la vita: fenomeno su cui Hillman insiste, definendolo patologizzazione e considerandolo un'attività propria dell'anima.

Questo è un punto molto difficile da accettare. La terapia consiste nella messa in scena di tali fantasie; e suo compito è di ricondurre i sentimenti personali alle immagini specifiche che li contengono.

La Psicologia Archetipica, postulando figure mitiche universali attraverso cui tutta l’esperienza diviene possibile, necessita di un’ermeneutica dell’immagine, che comprende tecniche precise per interpretare l’immagine. Ad esempio, le figure immaginarie possono essere affrontate con il metodo dell’immaginazione attiva, che consente un vero e proprio dialogo con esse.

Per quanto riguarda il transfert, fenomeno sul quale la psicoanalisi focalizza ogni evento del campo terapeutico, la Psicologia Archetipica certo non lo
sottovaluta; ma lo pone sullo sfondo mitico costituito dal mitologema di Eros
e Psiche.
Vedete che differenza! L’incontro tra amore e anima viene visto in
tutte le varianti immaginali e in tutti i suoi possibili stili retorici.

4 - Teoria della personalità
Anche questo punto è molto importante, Hillman ricorda che nel formulare la teoria dei complessi a tonalità affettiva, Jung giunse a descrivere la personalità come una costellazione in cui la coscienza è contornata da personalità parziali.
L’approccio archetipico radicalizza questa posizione, immaginando la personalità come un dramma, del quale l’Io è uno dei personaggi, non necessariamente però il protagonista.

Uno dei compiti principali del fare anima consiste nel mettere in relazione la sfera egoica con le immagini non egoiche. Vedete quindi che una teoria della personalità siffatta ha delle ricadute nella clinica e quindi la clinica significa anche mettere in relazione Io e parti non egoiche, che però chiamano e che noi spesso definiamo sintomi, scissioni: cose brutte, insomma. Forse prenderci confidenza relativizzerebbe questa continua medicalizzazione del discorso.



Si comprende come la Psicologia Archetipica abbia anche un’implicazione assiologica,ridisegnando il sistema di valori a partire dal ridimensionamento del mito monoteistico dell’eroe - un altro modo che Hillman ha di definire la psicologia dell’Io. Si approda ad una prospettiva, che non esito a definire chenotica, mirante a svuotare l’Io, l’ontologia, la sostanzialità; un po’ come avviene in certe tradizioni orientali - si pensi allo zen - o in certa mistica apofatica cristiana - si pensi a Meister Eckhart - o ancora nella tradizione sufi.

La molteplicità dell’anima, d’altra parte, richiama una fantasia teologica politeistica, suggerendo nella Psicologia Archetipica la presenza di implicazioni soteriologiche.
Ma questo spingerebbe il nostro discorso troppo lontano...



Luigi Turinese: "Note di Psicologia Archetipica" in Atti del Convegno(2001): Incontro con James Hillman a cura di Riccardo Mondo per l'Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana


Leggi anche "Epistrophè. Semi di trascendenza nell'opera di James Hillman"


Articolo pubblicato su "La rivista dei Dioscuri- Trimestrale policulturale e politeista", n. 1, Gennaio-Marzo 2011, pagg. 7-10

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