La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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lunedì 29 agosto 2011

Le Recensioni di L.T. - "Esperienza delle vette", di P. Ferrucci

Piero Ferrucci, "Esperienza delle vette", Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma 1989, pp.327

La psicosintesi di Roberto Assagioli conosce una crescente popolarità soprattutto presso chi è interessat a dare un supporto interpretativo psicologico alla ricerca interiore. Che è ricerca del Sé, inteso come centro dell'Essere da cui promanano le esperienze umane più alte. Si tratta delle cosiddette esperienze transpersonali, che consistono tutte in un superamento dei confini egoici per pervenire ad un'espansione della coscienza. A questo punto la psicosintesi incontra la psicologia transpersonale.

Il lavoro di Piero Ferrucci muove dallo studio di circa cinquescento individui "eccezionali"; scienziati, artisti, mistici protagonisti di esperienze transpersonali.

L'originalità della ricerca sta proprio in questo: l'aver svincolato l'esperienza mistica dai confini angusti di un'esperienza specialistica per farne patrimonio potenzialemente accessibile a tutti. Vengono così individuate diverse vie al Sé: la via della bellezza, la via dell'illuminazione, la via dell'azione, la via della danza e del rito, la via della scienza, la via della devozione, la via della volontà. Come si vede, il Sé si può esperire da qualunque punto di partenza, pur avendo, questa esperienza, caratteristiche comuni: stupore, giustezza, conoscenza, unità, universalità, rilevanza sociale.
"La decisione di essere su una via è risolutiva: la vita allora non è più una situazione che si perpetua senza infamia e senza lode, ma un campo che offre mille possibilità di trasformazione ... Così ognuno si trova nella stessa scelta di sempre, ma con maggiore chiarezza: negare ciò che egli è oppure rischiare nuove maniere di sentire, di pensare, di essere. E forse, per alcuni istanti, trovare la gioia" (pag. 17).


Luigi Turinese


In Foto: "Il ritorno degli Dei"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - "La meditazione nelle grandi religioni" (a cura di) M. Dhavamony

Mariasusai Dhavamony (a cura di), "La meditazione nelle grandi religioni", Cittadella editrice, Assisi 1989, pp.276

Più che mai di attualità, dopo il documento Ratzinger, uno studio serio e aggiornato sull'autentico dialogo interreligioso di provenienza cristiana.

Tra i collaboratori, tutti di ottima levatura, fanno spicco i nomi di Enomiya Lassalle e di William Johnson. Ottimale ci sembra l'idea di chiudere il lavoro con due capitoli concernenti la meditazione cristiana: cosicché appare ancor più evidente che la malta che lega le grandi religioni sta nella componente esperenziale, piuttosto che in quella dottrinale, fonte più spesso di contrasto che di unità.

Luigi Turinese


In Foto: "Guccioniana"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - " Budda e il suo glorioso mondo", di C. Coccioli

Carlo Coccioli, "Budda e il suo glorioso mondo", Rusconi, MIlano 1990, pp.239

Scrittore anomalo e cosmopolita, il livornese Carlo Coccioli è stato a tal segno "rimosso" dalla società letteraria italiana che le sue opere sono pressoché introvabili; e sì che non di una scrittore di primo pelo si tratta, ma di un settantenne considerato in Messico, dove vive dal 1953, uno dei maggiori autori di lingua spagnola. Capace di scrivere direttamente in spagnolo e in francese, oltreché ovviamente in italiano, Coccioli paga ancora lo scotto della pubblicazione, nel 1951, di un romanzo "scomodo": "Fabrizio Lupo", una vicenda omosessuale. L'amarezza di allora lo spinse all'esilio.
Un esilio fertile, durante il quale questo singolare personaggio è divenuto una sorta di cultore razionale di misticismo, fino ad approdare, attraverso un percorso originale, alle proposte soteriologiche dell'Oriente (si veda ad esempio "Piccolo karma", Milano 1987).

Questa biografia del Buddha è un libro non sistematico , espressione dell'interesse che la cultura non specialistica ha da qualche tempo per il buddhismo. L'autore, uomo animato dalle passioni, è perciò stesso attivato da una via che insegna a relativizzarle; considerata anche la sua particolare biografia, si può comprendere la sottolineatura della tolleranza buddhista.

Luigi Turinese


In Foto: "Intrico"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - "La grande guarigione. Insegnamenti di medicina tibetana" e altri 2 testi

Trogawa Samphel, "La grande guarigione. Insegnamenti di medicina tibetana", Shang-Shung Edizioni, Arcidosso 1990, pp.123

Giuseppe Baroetto, "L'insegnamento esoterico di Padmasambhava", Shang-Shung Edizioni, Arcidosso 1990. pp. 198

e

Namkhai Norbu, "Il ciclo del giorno e della notte", Shang-Shung Edizioni, Arcidosso 1990, pp. 88

Le benemerite edizioni Shang-Shung proseguono la pubblicazione di testi legati alla tradizione Dzog-chen, e in particolare al lavoro di Namkai Norbu.

L'ottima veste editoriale testimonia di un lavoro accurata in un ambito particolare del buddhismo, altrimenti poco battuto.

Di particolare interesse antropologico il lavoro sulla medicina tibetana scritto a quattro mani dal medico Samphel e dal maestro di Dzog-chen Norbu Rimpoce.

Luigi Turinese


In Foto: "Un sufi nel deserto"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

domenica 28 agosto 2011

Le Recensioni di L.T. - "Maytrei. Incontro bengalese", di M. Eliade

Mircea Eliade, "Maytrei. Incontro bengalese", Jaca Book, Milano 1989, pp. 219

Chi conosce Mircea Eliade esclusivamente nella sua veste di storico delle religioni, forse il massimo storico delle religioni, si stupirà apprendendo che questo eclettico professore rumeno è stato autore anche di numerosi romanzi.

"Maytrei" è la storia di un amore, carnale e metafisico al tempo stesso, tra un funzionario europeo in India per lavoro e la figlia dell'ingegnere bengalese che lo ospita. Una storia avvincente (ne è stato tratto, recentemente, un film) su di uno sfondo ambientale e culturale descritto con grande raffinatezza.

Luigi Turinese


In foto: "Abito a sbuffo"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - "La pratica dell'insight", di M. Sayadaw

Mahasi Sayadaw, "La pratica dell'insight", Ubaldini Editore, Roma 1989, pp.120

Tra i grandi maestri del nostro tempo, tra coloro cioè che hanno recepito l'anelito alla conoscenza degli uomini contemporanei, vi è certamente Mahasi Sayadaw. Monaco birmano aperto alle esigenze di illuminazione dei laici, egli dirige da anni un centro di meditazione a Rangoon.

Questo suo testo raccoglie una serie di istruzioni ad uso dei meditanti di vipassana ed esprime in forma semplice ma non riduttiva gli insegnamenti del Visuddhi Magga di Buddhogosha.

Luigi Turinese


In foto: "Dodici spade"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - "Radici e Sorgenti" , di G. Gorlani

Giuseppe Gorlani, "Radici e Sorgenti", Ed Il Cerchio, Rimini 1989, pp. 90

E' un libro di poesie ispirate da una profonda assimilazione della "luce d'Oriente", da cui l'Autore ha ricavato occasioni di crescita interiore, espresse anche con suggestive creazioni grafiche, inserite nel volume.

Il lettore viene così reso partecipe di un cammino diretto a ritrovare il contatto con "radici e sorgenti" pure, con luci e acque capaci di spegnere l'arsura dell'anima e di indicare gli autentici valori: amicizia, saggezza, amore, tolleranza.

Luigi Turinese


In foto: "Alfiere"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

Le Recensioni di L.T. - "Trinità ed esperienza religiosa dell'uomo", di R. Panikkar

Raimundo Panikkar, "Trinità ed esperienza religiosa dell'uomo", Cittadella Editrice, Assisi 1989, pp. 126

Il teologo indo-spagnolo riprende e sviluppa in questo libro le sue tematiche, giungendo alla sua originale concezione di una "Trinità immanente" (che lo ha avvicinato e inserito negli insegnamenti orientali) fino all'affermazione di una "Trinità radicale", il cui soggetto non è il Dio tradizionale, ma la realtà stessa.

"La realtà nella sua totalità è una Trinità completa, che consta di una dimensione divina, una umana e una cosmica".


Luigi Turinese


In foto: "Swords"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno IX, n.35, Luglio-Settembre1990

domenica 21 agosto 2011

Le Recensioni di L.T. - "Demoni e mostri del Giappone" e "Fiabe di Kathmandu", Arcana Ed.

Royall Tyler ( a cura di), "Demoni e mostri del Giappone", Arcana Editrice, Milano 1988, pp. 295
e
K. Sakya e L. Griffith (a cura di), "Fiabe di Kathmandu", Arcana Editrice, Milano 1988, pp. 279

Nell'epoca eroica della controcultura, la casa editrice Arcana si distinse per la pubblicazione e la traduzione di testi che sono diventati un punto di riferimento classico per tutta una generazione alla ricerca di nuovi modelli. Nei primi anni Settanta esisteva a Roma una libreria collegata alla casa editrice, dove si poteva trovare a colpo sicuro ogni cosa riguardante l'Oriente. Oggi i tempi sono cambiati e quella libreria non c'è più. Fortunatamente sopravvive, pubblicando testi di qualità, la casa editrice.

La collana "Parola di fiaba" raccoglie dieci libri, di cui presentiamo gli ultimi due in ordine di pubblicazione. Altri titoli sono annunciati, fino a comporre un ideale mosaico di tutte le culture favolistiche, dall'Estremo Oriente alla Bretagna, dall'Irlanda al mondo arabo.
Ogni testo è preceduto da un'ampia introduzione di notevole spessore storico e antropologico, che nei due testi di cui ci occupiamo, è frutto di una ricerca nelle radici folkloristiche (in senso gramsciano) del patrimonio culturale buddhista. Questo vale soprattuto per la raccolta di favole giapponesi, ricavate da testi del periodo fra l'800 e il 1050 e ordinate da un componente di jama, Royall Tyler, insegnante di lingua e letteratura giapponesi all'Università di Oslo.

La nitida composizione e l'accurata veste editoriale contribuiscono ad accrescere la qualità di questi libri, che possono soddisfare la passione culturale degli studiosi e rallegrare la fantasia degli spiriti semplici.

Luigi Turinese


In foto: "Sigillo"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno VIII, n.29, Gennaio-Marzo 1989

Le Recensioni di L.T. - "Un sentiero nel sogno", di G.P. Degli Agosti

Gian Paolo Degli Agosti, "Un sentiero nel sogno", Edizioni L'Età dell'Acquario, Torino 1988, pp.154

E' un "racconto esoterico" che, in una sorta di realismo magico, anima l'invisibile che ci circonda con personaggi da favola, in cui si rispecchiano concezioni astrali e frammenti dell'universo scientifico: una lettura divertente e illuminante per giovani e anziani che abbiano conservato la freschezza del cuore.

Luigi Turinese


In foto: "Segrete segrete"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno VIII, n.29, Gennaio-Marzo 1989

Le Recensioni di L.T. - "Aforismi e discorsi del Buddha", Editori Associati

"Aforismi e discorsi del Buddha", Editori Associati, Milano 1988, pp. 450

Con una colta prefazione di Mario Piantelli dell'Università di Torino, sono qui presentati alcuni importanti sutta dl canone pali, ripresi dalla più voluminosa (e costosa) edizione UTET del 1968.

Si avverte evidentemente a livello editoriale che i testi buddhisti cominciano ad avere un pubblico vasto, non più elitario e specialistico ed accademico. Ma questa costatazione dovrebbe incoraggiare qualcuno a prendere in esame la traduzione di altre parti del canone, mai apparsa finora in lingua italiana e forse anche a una revisione dei testi tradotti, almeno per eliminare quelle espressioni che non sono più nell'uso corrente del "vissuto" buddhista.

Luigi Turinese


In foto: "Gioia"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno VIII, n.29, Gennaio-Marzo 1989

giovedì 18 agosto 2011

Le Recensioni di L.T. - "La saggezza freudiana", di A. Bonecchi

Adalberto Bonecchi, "La saggezza freudiana", Franco Angeli Editore, Milano 1988, pp.194

"La saggezza freudiana" appare in un momento culturale in cui la revisione critica della psicoanalisi comincia ad avvalersi di strumenti transculturali, attingendo a piene mani alla saggezza asiatica.
L'autore, laureato in filosofia, insiste sulla necessità di superare il riduzionismo insito nell'inserimento della psicoanailisi nel modello medico: ciò, in altri termini, equivale a svincolare la psicoanailsi dalle sue componenti strettamente psicoterapeutiche per aprirla a prospettive transpersonali. " ... che ne è del soggetto quando non vi è più bisogno di terapia? Vi è spazio per l'autorealizzazione." (pag. 146).
L'analista non cura, ma inizia l'analizzato ad un percorso di consapevolezza; obiettivo "alto" dell'analisi è dunque di rendere consapevoli di certo materiale inconscio e, soprattutto, dell'illusorietà dell'io. "La psicoanalisi ha le potenzialità per divenire il buddhismo dell'Occidente, ovvero una pratica e una teoria in grado di intervenire anche al terzo livello della psicopatologia, quel livello che per ora si chiama ancora normalità. Avremo così ... anche la terapia della normalità, lì dove per normalità è da intendere ... l'attaccamento al senso dell'io" (pag. 132). Si innesta evidentemente a questo punto il contributo del pensiero orientale, segnatamente del taoismo e del buddhismo; parallelamente l'autore si trova per così dire costretto a muovere critiche sostanziali alla chiusura delle "chiese" psicoanalitiche, accusate di non ampliare i propri orizzonti perché preoccupate unicamente a perpetuare sé sesse.
"Resta il mistero di come mai analisi didattiche freudiane producono freudiani, analisi didattiche junghiane degli junghiani, analisi didattiche kleiniane degli kleiniani e così via, fino alla noia". (pag. 15).

Nella presente fase, per così dire di irrigidimento psicoanalitico, può essere utile, secondo Bonecchi, tornare a una lettura senza pregiudizi di Freud, punto di partenza di tutte le successive interpretazioni.

Sembra tuttavia esagerato quanto è riferito alle pagg. 107-108: "Con Freud ... ci troviamo in una dimensione simile alla consapevolezza senza scelta e all'attenzione senza un particolare oggetto che ritroviamo in certe pratiche meditative orientali".

Nella struttura complessiva del libro appare una certa cesura anche stilistica tra i capitoli dedicati alla psicoanalisi e quelli in cui si prospetta l'integrazione della meditazione per realizzare un'apertura transpersonale. Nella parte in cui si discutono i problemi legati alla psiconalisi il linguaggio è spesso inutilmente criptico, vezzo non raro negli psicoanalisti che hanno "frequentato" Lacan; cosicché appare ancora più brusco il passaggio dalle dotte e talora oscure dissertazioni sulla psicoanalisi all'improvvisa irruzione di concetti-chiave della filosofia orientale.
Inoltre Bonecchi esprime in modo assai chiaro i fondamenti del Tai Chi Chuan, di cui lascia tuttavia perplessi l'assunzione a paradigma di meditazione. Le cose migliori del libro sembrano essere resoconti di altri lavori.
Dico questo senza alcun intento diminuitivo, essendo anzi grato all'autore per aver contribuito ad allargare presso il pubblico italiano l'interesse per quel gruppo straordinariamente stimolante che è l'Association for Transpersonal Psychology e per il loro Journal of Transpersonal Psychology.

L'importanza del lavoro di Bonecchi, di cui attendiamo ulteriori contributi sull'argomento, risiede nella sua funzione di "battistrada" per una più ariosa interpretazione della psicoanalisi, affinché esca dalla ritualità e dalla seriosità che troppo spesso la caratterizza e l'affligge. Molto acute appaiono in tal senso le riflessioni conclusive del libro sull'umorismo come indicatore di una situazione realmente transpersonale.


Luigi Turinese


In foto: "Purezza di cuore"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno VIII, n.29, Gennaio-Marzo 1989

Le Recensioni di L.T. - "La meditazione buddhista", di A. Solé-Leris

Amadeo Solé-Leris, "La meditazione buddhista", Oscar Mondadori, Milano 1988, pp. 229

Libro di alta divulgzione, ben tradotto dalla nostra impagabile Maria Angela Falà e facilmente accessibile sia dal punto di vista della reperibilità ( la collocazione editoriale è particolarmente felice) sia da quello - non tracurabile trattandosi di un'opera divulgativa - economico, "La meditazione buddhista" può interessare differenti categorie di fruitori.

Le persone attratte dall'elemento filosofico non saranno deluse: raramente la coscienza buddhista della rinascita si trova esplicata in modo così chiaro come nel presente lavoro (pagg. 135-137); assai equilibrato è il capitolo sul nibbana (pagg. 145-153). D'altra parte, coloro i quali lamentano nei testi divulgativi sul buddhismo un difetto di filologica fedeltà alla tradizione troveranno pane per i loro denti: nel libro di Solé-Leris, infatti, i Discorsi del Buddha e il Visuddhi Magga ("Il cammino della purificazione", vera e propria guida alla meditazione composta nel V secolo da monaco singalese Buddhaghosa) costituiscono i punti di partenza di una tradizione che, pur essendo rigorosamente filologica, non si fa mai noiosamente filolgistica, traducendo anzi quell'antica saggezza in linguaggio moderno e accessibile.

Per soddisfare filosofi e filologi, è però ai meditanti che Solé-Loris intende rivolgersi. Poiché "il cuore dell'insegnamento del Buddha è la pratica della meditazione" (pag. 15); e, citando il Dammapala, 19, "Un uomo che predica molte verità, ma che è troppo pigro per praticarle, è come un bovaro che conta la mandria degli altri" (pag. 198).

I punti nodali della pratica meditativa buddhista sono efficacemente commentati dall'autore e così resi meno esoterici e apodittici: dietro al linguaggio talora irrimediabilmente datato dei testi originali emergono così una finezza psicologica e, in definitiva, una modernità impressionanti. La stessa modernità che si scorge nell'affermazione del Visuddhi Magga secondo cui la consapevolezza del corpo è il tipo di meditazione caratteristico del buddhismo. (Mentre Buddhaghosa esprimeva questo concetto, i nostri Padri erano impegnati nel deserto a macerare il corpo, e dunque a negarlo! ...).

L'ultimo capitolo del libro ("La pratica odierna della vipassana") è dedicato alla comprensione dell'attuale interesse per la meditazione buddhista; una breve rassegna storica contribuisce a chiarire i motivi del maggiore "successo" della meditazione di visione penetrativa (vipassana), a parere dell'autore, più rispondente alle esigenze e alle disponibilità dell'uomo contemporaneo, rispetto a quella di quiete (samatha). A pag. 94 era stato delineato, con mirabile essenzialità, il rapporto tra i due tipi di meditazione: "La meditazione buddhista di quiete ... è un tipo di meditazione astrattiva che non è differente, nelle linee essenziali, dalle tecniche usate in altre tradizioni meditative ... Queste erano le tecniche a cui si era dedicato il principe Gotama dopo aver abbandonato il palazzo reale. Le provò e non le trovò in grado di podurre l'illuminazione definitiva che cercava ... Ecco perché lasciò i due grandi maestri di yoga con cui aveva praticato e sperimentò per propri conto. Il risultato di questa sperimentazione fu la vipassana, che ... è la meditazione buddhista per eccellenza".

Per concludere, una parola sull'autore. Amadeo Solé-Leris, per chi lo conosce personalmente, è un incoraggiante esempio della possibilità di coniugare la coltivazione della mente in una prospettiva di liberazione con una squisita umanità e un contagioso buon umore frutto di ironico distacco ( e forse un po' alla sua educazione inglese ...). Una buona pubblicità per la meditazione buddhista.

Luigi Turinese


In foto: "Medioevo romantico"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno VIII, n.29, Gennaio-Marzo 1989

Le Recensioni di L.T. - "Il pensiero del buddhismo indiano", di E. Conze

Edward Conze, "Il pensiero del buddhismo indiano", Edizioni Mediterranee, Roma 1988, pp. 339

Appare in traduzione italiana (ottima, di Flavio Poli, - orientalista sensibile e di vasti interessi - ricordiamo il suo originale studio su "Yoga e esicasmo"), ad oltre un quarto di secolo dalla edizione originale, questo voluminoso lavoro del Conze. Dobbiamo dire subito che l'età dell'opera si fa sentire, forse perché gli studi orientalistici, e la diffusione del buddhismo in particolare, hanno conosciuto nell'ultimo ventennio una fertile accelerazione.

Leitmotiv datato, e a volte francamente fastidioso, è un sapore di "rivolta contro il mondo moderno" (per pararfrasare Evola, nella collana fondata dal quale, non a caso, è pubblicato il libro) e una reiterata apologia dela "filosofia perenne" (l'insieme delle dottrine e pratiche che, con minime differenze di linguaggio, apparterrebbe da sempre e per sempre alla spiritualità dell'uomo, attraversandola metastoricamente). Si può osservare, tra l'altro, che il termine "perenne" suona particolarmente fuori posto in riferimento al buddhismo, in cui è centrale la sottolineatura dell'impermanenza di tutte le cose,dunque anche di ogni filosofia.
Come tutti i fautori della "filosofia parenne", inoltre anche Conze mostra una concezione della storia assai particolare. "Il solo tempo in cui sulla Terra vi fu una relativa pace fu l'età della pietra, quando nessuno aveva nulla e quando la produttività del lavoro era così bassa che un uomo non valeva più del cibo che mangiava" (Pag. 71). C'è da chiedersi da quale uomo della pietra Conze abbia tratto queste precise ed idilliache informazioni! ... E' onnipresente nel libro, l'idea che la fuga dal mondo costituisca il requisito basilare per maturare il nirvana. " Tutto ciò che è transitorio dovrebbe per questa ragione essere rifiutato" (pag. 31). "Nessuno può essere efficaciemenete tratto verso il nirvana se la sua fuga dal mondo non abbia raggiunto un certo impeto" (pag. 55). "Il nirvana è la negazione del mondo quale esso appare" (ibidem).

Questo rifiuto del mondo può corrispondere forse al pensiero dei primi buddhisti, ma suona stonato oggi che lo sviluppo del buddhismo, particolarmente in Occidente, ci ha abituati, non al rifiuto ma semmai alla relativizzazione del mondo, al'essere nel mondo qui e ora con appassionata, umana partecipazione pur rimanendo costantemente consapevoli della sua, e della nostra, impermanenza.

Molte delle affermazioni di Conze recano in definitiva il segno di un'oscura, strisciante misantropia (tratto, ahimé, non raro tra gli "spiritualisti"). "Per quanto riguarda la realtà vera, è affatto impossibile entrare in una reale relazione con altri individui, per la semplice ragione che i sé separati o gli individui non esistono veramente" (pag. 78). In effetti, la concezione buddhista dell'anatta comporta la negazione di ogni sostanzialità ai singoli individui; ma proprio per questo motivo si può ritenere, al contrario di Conze, che siamo tutti in una reale relazione, in una potenziale rete comunicativa, a dispetto dell'illusorio, sebbene colorato di angoscia, sentmento di separatezza che costituisce il nocciolo del nostro dramma esistenziale. A pag. 84, infine, sfugge all'autore l'affermazione più volte sfiorata, e da noi più volte sospettata come sua convinzione profonda, e cioè che "le nostre inclinazioni naturali ... (sono) nettamente misantropiche. Homo hominis lupus".
Questo è davvero troppo! e a mio avviso sufficiente a togliere spessore all'intero lavoro, che pure contiene parti non spregevoli. Si vedano ad esempio il capitolo sulle cinque virtù cardinali (fede, energia, attenzione, concentrazione, saggezza), la descrizione della posizione delle principali scuole buddhiste con le relative dispute dottrinali e, infine, il poderoso apparato bibliografico e di note. Quest'ultima caratteristica, in aggiunta ad una certa autorevolezza di Conze nell'ambito degli studi buddhisti, potrebbe forse fare di questo libro un classico testo di consultazione. La mancanza di un indice analitico, tuttavia, invalida parzialmente questa funzione.

Luigi Turinese


In foto: "La reggia del colibrì"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno VIII, n.29, Gennaio-Marzo 1989