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"La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare" Luigi Turinese in Biotipologia
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lunedì 6 novembre 2017

“Freud, ‘l’uomo che provò a capire mente e cervello’, il libro di Maria Felice Pacitto” - Recensione di Luigi Turinese




Scrivere oggi un altro libro su Freud può sembrare una scelta anacronistica. Nei decenni ne sono stati pubblicati molti: alcuni sono considerati oramai dei classici – si pensi alla monumentale biografia di Ernest Jones –, mentre la maggioranza non sono più di inutili cloni che non dicono nulla di nuovo. 
A ciò si aggiungano le voci che periodicamente proclamano la morte della psicoanalisi. 

Questa premessa per dire che Maria Felice Pacitto è stata mossa apparentemente da una combinazione di coraggio e incoscienza.
 Leggendo il suo libro (“L’uomo che provò a capire l’inconscio. Freud tra biologia, ermeneutica e neuroscienze” – Guida editori, Napoli 2017), invece, ciò che colpisce sin dalle prime pagine è innanzitutto l’intelligenza di non essersi misurata col genere della biografia, che avrebbe richiesto competenze di storico e piglio di filologo.
 Il pregio del libro e la sua cifra più originale – oltre a una indubbia capacità di scrittura e un tono da divulgazione “alta” – derivano dall’aver posto Freud sullo sfondo della rivoluzione operata dalle neuroscienze nell’ultimo scorcio del ‘900. Ne risulta una appassionata apologia della psicoanalisi, provvista di un eccellente apparato critico e sempre attenta a ribadire la costante oscillazione del padre fondatore tra i due poli della biologia da un lato e delle scienze umane dallaltro. 

In questa non facile operazione l’Autrice è sorretta da un bagaglio filosofico di tutto rispetto e da una lunga esperienza clinica, che le fa correttamente porre l’elemento relazionale al centro della prassi terapeutica. Freud è descritto come il primo neuropsicologo della storia, capace di anticipare il concetto di neuroplasticità ma anche di porre tra gli scopi della sua ricerca la conoscenza, l’accettazione dei limiti, l’integrazione psichica: in una parola, la costruzione di un’umanità più ricca e consapevole. 

Il libro, di piacevolissima lettura, consente di ripercorrere il percorso di una disciplina di cui oggi non si può più fare a meno, sia che ci si misuri con la psicopatologia – penso ai tecnici della salute mentale – sia che ci si occupi di discipline umanistiche, di arte (cinema e psicoanalisi, per esempio, sono coeve) o persino di politica e di scienze sociali: si pensi soltanto a quanto il movimento dei diritti umani, a partire dalla rivoluzione femminista della seconda metà del secolo scorso, deve al lavoro di quel geniale pioniere che fu Sigmund Freud. 

Luigi Turinese

Recensione apparsa su L'inchiesta, quotidiano di giovedì 26 ottobre 2017 pag 38

venerdì 4 maggio 2012

Le Recensioni di L.T. - "Oltre il corpo, oltre la mente", di M. Karawatt

M. Karawatt: "Oltre il corpo, oltre la mente. Strutture e dinamiche della costituzione umana nella visone Yoga", La Parola, Roma 2007

Primo di tra volumi dedicati all'incontro tra Psicologia e pratica yoga - nei due che seguiranno si tratterà rispettivamente della meditazione e della psicologia yoga applicata - il libro che presentiamo svolge il tema della struttura e delle funzioni dell'essere umano così come lo descrive la complessa filosofia yoga; complessa in quanto ben lontana dalle semplificazioni cui ci hanno abituato le versioni ginniche e/o zuccherose che l'Occidente ha preferito per coltivare il proprio "materialismo spirituale".

"Praticare lo Yoga non comprendendo la psicologia e la filosofia fondante di tale disciplina, significa degradare una scienza olistica di conoscenza, di guarigione e di crescita realizzativi dell'intero essere umano a mera ginnastica fisica e/o mentale" (pag. 23). Giusta precisazione, anche se affiorano alla mente le ingiunzioni ala cautela poste da Jung nei confronti dell'importazione delle pratiche orientali: argomenti che l'Autore - indiano di nascita e analista junghiano di formazione (collega del CIPA) - sicuramente ben conosce.

Tuttavia, bisogna osservare che, rispetto all'epoca in cui Jung formulava le sue osservazioni, molta acqua è passata sotto i ponti del comparativismo religioso; ragion per cui la filosofia indiana è meno "esotica" e più integrata nel tessuto culturale occidentale, che forse dovremmo iniziare a definire globale.

Il libro di Karawatt è percorso da un dichiarato intento pedagogico; né potrebbe essere diversamente, dato che la principale motivazione a scriverlo è venuta all'Autore dal suo incarico didattico presso la scuola di formazione per insegnanti organizzata dalla Federazione Mediterranea Yoga.

Coerentemente con tale obiettivo, alle due parti costitutive del testo viene fatta seguire un'Appendice comprendente un questionario ad uso dei lettori/allievi. Utile è anche il capitolo che elenca le fonti: una bibliografia tutto sommato scarna ma molto specifica.
Viene giustamente messo in chiaro che il solo approccio intellettuale non può essere sufficiente, dato che la conoscenza è sempre, per i filosofi indiani, un fatto empirico. "In Oriente la dimensione spirituale viene studiata come una astra (scienza), attraverso l'esame accurato delle stratificazioni e delle differenziazioni degli stati di coscienza" (pag. 105).
Pertanto, di un libro del genere si può fruire come di un abbecedario per il praticante, piuttosto che come un saggio tradizionale.

Luigi Turinese

In foto: "Turibolo indiano"

Recensione apparsa nella rubrica "Recensioni" della Rivista di Psicologia Analitica, Nuova serie, n.24, Volume 76/2007,"Il senso di Psiche. Una filosofia per l'anima", pagg. 263-64

Le Recensioni di L.T. - "Lettere", di C.G. Jung

Carl Gustav Jung, "Lettere" (tre vol,), , Edizioni Scientifiche MaGi, Roma, 2006, pp. 1338


Continuare a considerare Jung un allievo, o peggio, ancora un epigono, di Freud costituisce una rimarchevole ingenuità. Il percorso culturale - non solo psicoanalitico - del saggio di Küsnacht si snoda attraverso gran parte del XX secolo, affondando all'indietro negli anni di formazione, avvenuti esattamente nell'ultimo quarto del secolo XIX, essendo Jung nato nel 1875.

La sua produzione "canonica" consta dei diciotto volumi - oltre a un diciannovesimo volume di bibliografia generale e indici analitici - dei Collected Works.
Se si pensa tuttavia che la Philemon Foundation, sotto la direzione di Sonu Shamdasani, ha varato un piano di pubblicazione di trenta volumi di inediti, si ha una misura dell'immensa attività di questo gigante della cultura contemporanea.

L'opera che l'editore Ma.Gi. propone, con la consueta benemerita incoscienza, comprende un migliaio di lettere curate da Aniela Jaffé e da Gerhard Adler.
Si immagini che esistono, ancora inedite, oltre trentamila lettere ... Si può dire che Jung abbia scritto, durante la sua vita attiva, circa un paio di lettere al giorno. Non mere lettere formali, si badi bene: ma talora veri e propri piccoli saggi, che illuminano su un ventaglio di interessi veramente enciclopedico.

Per compiere una recensione ai tre volumi che presentiamo basterebbe un elenco dei più noti destinatari.
Si spazia da esponenti della psicoanalisi e della psicologia analitica (ovviamente Freud, ma anche Karl Abraham, Michael Fordham, Esther Harding, Erich Neumann, l'americano Whitmont, anche medico omeopata, Sandor Ferenczi, Ernest Jones, Jolanda Jacobi, oltre alla stessa Aniela Jaffé, preziosa segretaria dell'ultimo periodo) a cercatori spirituali (tra tutti Padre White, il frate domenicano lo scambio epistolare col quale costituirà il primo volume di inediti; e poi Evans-Wentz e D.T. Suzuki, studiosi di buddhismo, l'indologo Heinrich Zimmer e il sinologo Richard Wilheim, Henry Corbin, appassionato esploratore della mistica islamica, il conte Keyserling, Mircea Eliade e il mitologo Karl Kerenyi); da fisici come Oppenheimer e Pauli ad artisti del calibro di Hermann Hesse e James Joyce; e ancora astrologi (tra tutti Andrè Barbault) e promotori culturali come Olga Fröbe-Kapteyn, animatrice e mecenate degli incontri di Eranos.

Non vanno sottovalutate neppure le lettere a interlocutori anonimi, con cui Jung si intrattiene senza alterigia e con passione non inferiore a quella che profonde nel dialogo coi "grandi".

Quello che traspare da questo epistolario è una costante tensione etica, che lascia intravedere come Jung non considerasse il lavoro analitico concluso nelle quattro mura dello studio professionale.
Vi sono, in questo senso, i germi del futuro continuatore James Hillman e della sua preoccupazione per la terapia dell'anima mundi.

Si nota inoltre una dimensione autenticamente interdisciplinare di Jung: la stessa che lo conduceva in spericolate ma preziose amplificazioni nell'interpretare il materiale analitico. Da questo punto di vista, vediamo all'opera un costante spirito di ricerca, sempre guidato da un'istanza empirica e mai dogmatica.
Come si legge in una lettera destinata nell'autunno 1944 al teologo cattolico H. Irminger: "Mio egregio Signore! Io pratico la scienza, non l'apologetica o la filosofia, e non ho né la capacità né la voglia di fondare una religione. Il mio interesse è scientifico e il suo confessionale [...] Come scienziato devo guardarmi dal credere di essere in possesso di una verità definitiva [...] Non ho alcuna ambizione di professare o di sostenere qualsivoglia fede. A me interessano esclusivamente i fatti".

Luigi Turinese

In foto: "Gli strumenti dell’amanuense"

Recensione apparsa nella rubrica "Recensioni" della Rivista di Psicologia Analitica, Nuova serie, n.23, Volume 75/2007,"Tracce di Jung", pagg. 157-58

mercoledì 2 maggio 2012

Le Recensioni di L.T. - "Il sogno. Una ferita per il logos", di A. Iapoce

Angiola Iapoce, "Il sogno. Una ferita per il logos", La biblioteca di Vivarium Editore, 1997, pp 142

Un altro libro sul sogno. Cui prodest? Eppure, la letteratura sul fenomeno onirico testimonia di una proliferazione mai superflua, perché il sogno resiste ad ogni tentativo di sistematizzazione: è davvero il bambino difficile di cui parla Jung; detto in altri termini, riprendendo il titolo del denso saggio di Angiola Iapoce, è una ferita per il logos.

"L'importanza del fenomeno 'sogno' nel pensiero di Jung è data proprio dal costituire esso uno 'strappo' nella continuità della coscienza [...]" (pag. 21). A partire da questa dichiarazione di intenti, nel primo capitolo del suo libro ("Gli anni sperimentali") Iapoce ripercorre il percorso di Jung a partire dagli esperimenti di associazione, che avevano tra l'altro l'ambizione di conferire una copertura sperimentale alla teoresi freudiana. In questo periodo, coincidente più o meno con il primo decennio del '900, Jung concepisce i germi delle sue idee più originali.
La scoperta dei complessi, ad esempio, ha una ricaduta determinante sula concezione junghiana della psiche, che si mostra assai lontana dalla topica freudiana: i complessi si configurano, all'interno della psiche totale, come le molecole in un corpo. Una delle conseguenze più rilevanti è la relativizzazione dell'Io, che viene ridotto al rango di complesso tra i complessi. Ne "I tempi di reazione all'esperimento associativo", opera del 1905, si può leggere " ... la coscienza dell'Io non è che la marionetta che balla sul palcoscenico, ma è mossa da un ingranaggio nascosto e automatico".
Anche il sogno, che Jung non cesserà mai di leggere come un fenomeno naturale, viene letto alla luce della teoria dei complessi, tanto che il libro di cui ci stiamo occupando si apre opportunamente con la seguente citazione: "La natura dispone di un apparato che rielabora i complessi fino a ottenerne un estratto, che si presenta alla coscienza in una forma irriconoscibile e quindi non pericolosa: il sogno". Il sogno avrebbe dunque, tra le altre, una funzione di presentare alla coscienza contenuti complessuali potenzialmente pericolosi in una forma per così dire metabolizzabile. Il lavoro sul sogno è dunque un processo di assimiliazione di contenuti psichici non ancora assimilati.

Il primo lavoro junghiano in cui appare la parola sogno è "Associazione, sogno e sintomo isterico", del 1906. Seguono, tra il 1909 e il 1911, tre saggi specifici sul sogno: "L'analisi dei sogni"; "Contributo alla conoscenza del sogno di numeri"; "Recensione critica a Morton Prince"; "Il meccanismo e l'interpretazione dei sogni".
Il criterio storico scelto dall'Autore consente di seguire il percorso di Jung e il suo progressivo allontanamento da Freud, i cui primi segni si palesano nel famoso viaggio in nave che i due, insieme a Ferenczi, compirono nel 1909 alla volta dell'America, dove li aspettava un ciclo di conferenze alla Clark University.
Per Freud, come è noto, l'eziologia della nevrosi risiede nel desiderio sessuale rimosso, mentre per Jung "Il complesso scoperto mediante le associazioni è la radice dei sogni e dei sintomi isterici" Inoltre, l'approccio junghiano rinuncia a una formulazione univoca del significato del sogno, percorrendo un "continuum" che va dall'attenzione al dettaglio della storia personale, cui fa riferimento il procedimento del rilevamento del contesto, all'oggettività impersonale dei grandi sogni archetipici, in cui si riverberano temi dell'inconscio collettivo.
Ma soprattutto - e con ciò si produce il distanziamento maggiore col maestro - Jung abbandona ogni illusione semeiologica: l'innegabile bizzarria del sogno, che per Freud è funzionale al nascondimento, è attribuita da Jung alla nostra incapacità di analizzare le metafore: " ... è più esatto parlare del sogno come di un testo inintelligibile non perché ha una facciata, ma semplicemente perché non riusciamo a leggerlo". Con questa affermazione, Jung abolisce la distanza tra sogno manifesto e contenuto latente. La differenziazione da Freud, sancita a partire dal testo La libido. Simboli e trasformazione (1912/1952)comporta altresì una rinuncia al concetto di rimozione.
Si delinea inoltre la considerazione finalistica del sogno, che si affianca a quella causalistica tipicamente freudiana: rimozione e censura vengono abbandonate, per approdare all'originale concetto di compensazione.

Scrive Iapoce: " ... il sogno [...]offrirebbe la funzione di evidenziare quel punto di vista che la coscienza rifiutava di prendere in considerazione, ma che non può essere trascurato in quanto acquisizione fondamentale dell'umanità. Questo è il concetto di compensazione" (pag. 77). Come si vede, considerando la funzione compensatrice dell'inconscio e dei suoi prodotti, Jung pone un forte richiamo proprio alla coscienza: per comprendere appieno in che modo il sogno compensi una coscienza unilaterale, in altri termini, occorre indagare accuratamente i contenuti coscienti del sognatore.
In questo modo si stabilisce una fertile connessione tra l'Io e l'inconscio e la questione, con stile affatto junghiano, viene vista da un duplice punto di vista. Così come duplice, in altro senso, è l'interpretazione del sogno: a livello del soggetto e a livello dell'oggetto. Lo stesso Jung suggerisce che " ... se si sogna una persona vicina è preferibile l'interpretazione a livello dell'oggetto, se si sogna una persona indifferente è più probabile l'interpretazione a livello del soggetto" (pag. 82). Dove per interpretazione a livello del soggetto si intende l'interpretazione dei personaggi del sogno alla stregua di aspetti della psiche del sognatore.

Il secondo capitolo del libro ("Empiria del fenomeno onirico") si conclude con un paragrafo comparativo su Jung e il Sartre di Immagine e coscienza, dove il filosofo francese, nell'ottica della fenomenologia esistenziale, nega l'esistenza di una coscienza pura, di una coscienza cioè, che non sia coscienza di qualcosa.

I temi "forti" del libro ci sembrano enunciati nei primi due capitoli. Gli altri due ("Il sogno tra fenomenologia e terapia" e "Sogno e psiche"), brevi ma filosoficamente assai stimolanti, suscitano riflessioni che coinvolgono la prassi terapeutica.

Si può condurre un'analisi senza sogni? Forse, ma con grande difficoltà, a meno di non individuare un'altra via regia all'inconscio. Su questo, almeno, Freud e Jung si trovarono sufficientemente d'accordo. "Il sogno è la via regia che porta alla conoscenza dell'inconscio nella vita psichica" - aveva scritto Freud. E Jung, di rimando: "Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più mistica e più intima dell'anima".
Come si vede, la concezione del sogno come grimaldello per entrare nel sancta sanctorum della vita psichica accomuna i due grandi; tuttavia, la differenza di linguaggio tra le due affermazioni fa sospettare qualcosa di più che una differenza stilistica. Ogni approccio al sogno, difatti, presuppone un modello della psiche: quello junghiano parla in favore della dissociabilità della psiche e dei suoi complessi.
Nei Dreams Seminars (1928-1930) Jung critica la pretesa freudiana di una razionalità dell'evento onirico: egli ne rivendica l'irrazionalità nei termini di un processo naturale imprevedibile: " ... un sogno entra come un animale. Io posso sedere in un bosco e compare un cervo". Il lavoro dell'interpretazione trascina con sé quell'aporia per cui la psiche è allo stesso tempo soggetto e oggetto dell'indagine. Jung si richiama a un atteggiamento empirico; purtuttavia nulla è meno puramente oggettivabile della psiche. Si potrebbe dire che la massima ambizione della funzione interpretante risieda non già nella sua capacità di svelare - il che la relegherebbe sul piano dello smascheramento, in omaggio a quell'illusione semeiologica cui abbiamo accennato in precedenza - quanto piuttosto nella possibilità di rivelare, che nel suo senso di velare due volte arricchisce di significato il proprio oggetto di indagine.
Come scrive Iapoce: "L'approccio al fenomeno onirico ricalca lo scarto tra coerenza teorica e situazione empirica, e pone l'interprete nella sua più ampia situazione-limite" (pag. 124).
Si capisce come il continuo richiamo all'esperienza costituisca per Jung una sorta di liana alla quale aggrapparsi nel tentativo di dare un logos all'esperienza psichica, che è costitutivamente, per lo meno dal punto di vista della coscienza, unheimlich, perturbante, e si può dire che il sogno possieda la natura unheimlich al massimo grado.

Concludiamo pertanto queste note al libro di Angiola Iapoce riportando le sue parole a proposito della prassi junghiana: "L'opzione per un'ottica che potremmo chiamare pragmatico-terapeutica si impone con evidenza allorché Jung afferma che la verità dell'interpetazione di un sogno dipende pressocché esclusivamente dall'effetto che essa produce sul sognatore" (pag. 124).


Luigi Turinese

In foto: "Tabula rasa"

Recensione apparsa nella rubrica "Biblioteca" della Rivista di Psicologia Analitica, Nuova serie, n.10, Volume 62/2000,"Invecchiamento fra sintomo e necessità", pagg. 170-72

venerdì 13 aprile 2012

Le Recensioni di L.T. - "Psicoanalisi, fisica, cabala: le radici del pensiero del Novecento", di T. Keve

T. Keve, "Triad. Psicoanalisi, fisica, cabala: le radici del pensiero del Novecento", Centro Scientifico Editore, Torino, 2005

Romanzo atipico, provvisto di note e di una bibliografia di circa centocinquanta titoli - per certi versi, dunque, saggio in forma di romanzo - il libro di Tom Keve mostra subito all'opera la triade da cui prende il titolo - Freud, Jung, Ferenczi - in occasione del celeberrimo incontro alla Clark University.

Siamo nel 1909, a Freud e Jung viene conferita la laurea honoris causa: alla felicità di Freud per la legittimazione fa da contraltare la gelosia di Ferenczi per Jung, all'epoca più che mai destinato a divenire l'erede del maestro austriaco. In America i tre psicoanalisti hanno occasione di incontrare Ernest Rutheford, il padre della fisica atomica.
Il libro che si snoda per quattrocento fittissime pagine, mette in scena centoventidue personaggi e interpreti: Lou Andreas-Salomè, Heisenberg, Pauli, Wittgenstein, Scholem, membri della famiglia Bernays - Marta Bernays era la moglie di Freud - Breuer, Bohr ...
Il milieu culturale ebraico fa da sfondo di complesse vicende; si seguono, per esempio, le gesta di Hammerschlag, professore di cultura religiosa di Freud e successore, come direttore della scuola ebraica di Vienna, del padre di Breuer, a sua volta allievo di Chatam Sopher, leader dell'ebraismo ortodosso europeo dell'inizio del XIX secolo.

Così apprendiamo che il nonno di Berta Pappenheim (l' Anna O. degli studi sull'isteria), Wolf Pappenheim, fu benefattore della yeshiva del Chatam Sopher, la cui storia occupa diverse pagine della II parte del libro; e che Wolfgang Pauli, paziente e poi collaboratore di Jung nei suoi studi sulla sincronicità, era pronipote di un libraio itinerante, venditore di ritratti di rabbini.

C'è di che perdere al testa, in questo intreccio suffragato da documenti d'epoca scritto da un fisico ungherese di un'erudizone spaventosa. La provernienza ungherese di Tom Keve spiega in parte lo spazio dedicato a Ferenczi, la cui genealogia culturale è dispiegata sin dal primo ambivalente incontro con la Taumdeutung e la cui vicinanza al pensiero junghiano è testimoniata dal seguente dialogo con la moglie (madre del vero amore dello psicoanalista ...): "L'osservatore è un creatore del fenomeno [..] Il principio di non interferenza da parte dell'analista è un ideale fondamentalmente irraggiungibile" (pag. 77)

A pag 89, sempre Ferenczi: "E' giusto che la psicoanalisi sia stata concepita da una tradizione mistica ebraica. E' la cabala del ventesimo secolo, E' lo Zohar trapiantato nella nostra epoca, adattato ai nostri bisogni [...] Ovviamente Freud non vuole saperne". E ancora: "L'importanza dei numeri, la gematria, il giocare con le parole, le libere associazioni, è già tutto lì [...] Jung aveva ragione nel sostenere che la psicoanalisi avesse le proprie radici nel misticismo ebraico" (pag. 80).
E' bellissima, poi, la descrizione del rapporto tra Jung e Pauli, che consente al fisico di recuperare il suo retroterra cabalistico, come si può apprezzare dalla lettera che Pauli scrisse a Gershom Scholem nel 1952 (nota 232, pag. 275) e in cui afferma la componente cabalistica della fisica del XX secolo.

Sullo sfondo di questi intrecci esoterici, la figura del cabalista cinqucentesco Isaac ben Solomon Ashkenazi Luria.
Il libro fa luce inoltre sugli interessi parapsicologici di Ferenczi, il cui primo scritto del 1899, interamente riportato (pagg 180-184), è intitolato significativamente Spiritismo. Naturalmente, questo fu il punto su cui non ci fu mai accordo con Freud; che pure, in una lettera del 1921, scriverà: " Se mi fosse concessa un'altra vita, la dedicherei agli studi parapsicologici, piuttosto che alla psicoanalisi".

Nel 1919, su proposta del filosofo marxista Lukàcs, a Ferenczi fu concessa, per il breve spazio dell'esperimento costituito dalla Comune ungherese, la prima cattedra al mondo di psicoanalisi.
Del 1921 è il Nobel per la fisica a Einstein; nel 1922 lo stesso premio viene assegnato a Bohr. Come si vede, si tratta di un'epoca fertile quanto mai; sulla quale, però, si abbatte a un certo punto il mostro nazista.
E dopo le crude immagini del rogo dei libri e degli orrori antisemiti, il libro si chiude sulla morte di Freud, avvenuta il 23 settembre 1939.


Luigi Turinese

In foto: "Panta rhei os potamòs"


Recensione apparsa nella rubrica "Recensioni" della Rivista di Psicologia Analitica, Nuova serie, n.21, Volume 73/2006,"Passione e vita psichica", pagg. 194-95

lunedì 26 marzo 2012

Le Recensioni di L.T. - "Orientalia. Catalogo n.1" Libreria Aseq

Libreria Aseq, "Orientalia. Catalogo n.1", Roma 1995, pp.160

Da un ventennio, silenziosamente, svolge a Roma la sua preziosa, meritoria opera una libreria sui generis, per lo meno rispetto al corrente modo mercantile e consumistico di intendere il libro. Alla libreria Aseq, difatti, non si va solo a comprare gli ambiti oggetti cartacei, ma anche a respirare con i librai nel ruolo di danteschi Virgilii, un clima di ricerca spirituale.

L'ultima iniziativa della libreria va assolutamente segnalata: un catalogo molto esteso di tutto ciò che è reperibile nell'ambito degli studi orientalistici, con l'intento di fornire una "mappa in cui si intrecciano gli infiniti percorsi della ricerca spirituale" (dalla presentazione).

E' un elenco ragionato, diviso in sezioni, comprendente anche libri in lingua straniera e completato da un indice degli autori.
A questo primo catalogo ne seguiranno altri due, uno dedicato alle cosiddette "discipline arcane" (alchimia, astrologia, ecc ...) e l'altro alla spiritualità occidentale.

I cataloghi saranno inviati gratuitamente a chi ne farà richiesta alla libreria Aseq.


Luigi Turinese


In foto: "Scapigliatura"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

Le Recensioni di L.T. "Religione o psicoterapia?" (a cura di) M. Aletti

Mario Aletti (a cura di), "Religione o psicoterapia? Nuovi fenomeni e movimenti religiosi alla luce della psicologia" Libreria Ateneo Salesiano, Roma 1994, pp. 404

Mario Aletti
è Presidente della Società Italiana per la Psicologia della Religione. Oltre che curatore del presente volume, resoconto del V Convegno (ottobre 1994) della Divisione "Psicologia e Religione" della SIPs (Società Italiana di Psicologia), egli è autore della relazione pubblicata in appendice ("Esperienza religiosa, linguaggio religioso e differenza di genere"), presentata al VI Symposium Europeo di Psicologia della Religione tenutosi in Svezia nel 1993.

Nel volume sono raccolte una trentina di relazioni divise in sette sezioni e dovute ad un gruppo eterogeneo di studiosi, da storici delle religioni a psicologi e psicoterapeuti di varie tendenze. Colpisce l'assenza di relatori di estrazione junghiana, dato che C.G.Jung si occupò dell'argomento a più riprese, e nel 1957 tenne anche un ciclo di conferenze pubblicate l'anno successivo proprio con il titolo "Psicologia e religione".

Per non fare torto a nessuno non scenderemo in particolari. Facciamo un'eccezione per David Meghnagi ("L'immaginario ebraico e la psicoanalisi", pp. 369-378), non solo per menzionare uno degli studiosi freudiani più originali oggi in circolazione, quanto per il tema trattato, pietra angolare del pensiero psicoanalitico e, all'epoca dei pionieri, fonte di fertili discussioni, non prive di spunti equivocabili su psicologia ebraica e psicologia "ariana".


Luigi Turinese


In foto: "Cave!"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

Le Recensioni di L.T. - "Toccare la pace. La pratica dell'arte di vivere con consapevolezza", di Thich Nath Hahn

Thich Nath Hahn, "Toccare la pace. La pratica dell'arte di vivere con consapevolezza", Ubaldini Editore, Roma 1994, pp.112

Come sempre per i grandi personaggi - e non c'è dubbio che Thich Nath Hahn lo sia - è in agguato il rischio che l'editoria raschi il fondo del barile per dare alle stampe ogni tratto di penna e ogni esternazione.

Questo fenomeno ci pare in corso anche per il Nostro. Che cosa dire di questo "Toccare la pace"?
Tanto è l'anelito di Thich Nath Hahn alla pace, che assistiamo a un sesto capitolo ("Trattato di pace") in cui lo spirito di pace viene letteralizzato in un vero e proprio trattato, con tanto di firma da apporre (!) da parte dei sottoscriventi.
Non c'è dubbio che ciò possa avere una rilevanza pratica, e costituisce addirittura un "mezzo abile". Ma una cosa è vivere in una comunità in cui ogni esperienza può trasformarsi in un passo di avvicinamento tra le persone; altra cosa è leggere in un libro un modulo da controfirmare, "Messaggio di Pace" (pag. 57).
Se mancano delle specificazioni contestuali (siamo in un monastero, siamo nel corso di un ritiro, e così via), riesce difficile assimilare la sostanza dell'importante messaggio.


Luigi Turinese


In foto: "Golfo mistico"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

domenica 4 marzo 2012

Le Recensioni di L.T. - "Oriente", di I. Osuchowska

Isia Osuchowska, "Oriente", Libreria delle Donne, Milano 1995, pp. 100

Con l'affettuosa introduzione di Natalia Aspesi, ecco la seconda uscita dei "Quaderni di via Dogana", che trattano i più diversi argomentoi, purché sussista il denominatore comune costituito dal mondo femminile.
Non si tratta di un segno retoricamente femminista, bensì di un ognipervadente richiamo a prestare a ciò che le donne fanno nella loro inquieta ricerca, "... a quell'instancabile capacità delle donne di stare insieme e darsi una mano a cercare: non so cosa, ma qualcosa che cerchiamo tutte", come scrive la Aspesi a pag. 4.

Questo "Orienete" è il resoconto, a doisegni corredati da appunti o appunti corredati da disegni?), della IV Conferenza Internazionale delle donne buddhiste, tenutasi a Leh, nel Ladak (India), nell'agosto 1995.

Isia Osuchowska è grafica di formazione (nel 1985 fu consulente grafica per PARAMITA) e mette le sue capacità al servizio di un alleggerimento del contenuto del libro, che sarebbe sicuramente risultato meno accattivante se fosse statoi presentato, in maniera tradizionale, come "Atti del Congresso".
Grazie a Isia, dunque, e cento di questi resoconti!

Luigi Turinese

In foto "Al centro della scena"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

Le Recensioni di L.T. - "La verità prepotente", di F. Gentiloni

Filippo Gentiloni, "La verità prepotente", Manifestolibri, Roma 1995, pp. 64

Nel presente libretto, edito nella collana "Le esche" del Manifesto, una penna appassionatamente critica come quella di Filippo Gentiloni affronta il "fatto religioso" al tramonto del secondo millennio.
La prima constatazione riguarda la presenza delle religioni sul versante di quei problemi (solidarietà, convivenza civile) che le moderne società secolarizzate hanno mostrato di non sapere risolvere.

La seconda riguarda la crisi delle religioni "del libro" nella cosiddetta civiltà dell'immagine, nell'ambito della quale c'è una tale inflazione della carta stampata per cui "se la Bibbia e il Corano sono libri come gli altri, il fatto religioso non può non risentirne" (pag. 20).

Secondo l'opinione di Gentiloni, i problemi del cattolicesimo del duemila sono soprattutto tre: un'etica ideale, soprattutto in campo sessuale, difficilmente praticabile e infatti largamente disattesa; una certa sordità alle tematiche femminili emergenti; soprattutto, infine, un universalismo di facciata, come è precisato nel III capitolo ("La pretesa impossibile"), in cui l'autore esamina, anche dal punto di vista storico-dottrinario, la pretesa cristiana di costituire l'unica verità.
Ma a questo proposito l'autore si chiede (V capitolo, pag 43): " ... un cristiano che rinunci alla pretesa di una verità unica, universale, esclusiva, si può ancora chiamare cristiano?".
Pensandoci bene, non si tratta di una domanda oziosa. Gentiloni ci congeda comunque con un filo di speranza, chiedendo in ultima analisi all'ermeneutica un aiuto per imparare a leggere i testi sacri oltrepssando l'esclusivismo.

Luigi Turinese

In foto "La Reine de la rosée"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

venerdì 2 marzo 2012

Le Recensioni di L.T. - "La Filosofia Perenne", di A. Huxely

Aldous Huxley, "La Filosofia Perenne", Adelphi Edizioni, Milano 1995, pp.430

La poliedricità di un autore coem Aldous Huxley (1894-1963)è testimoniata da una produzione che varia dal romanzo ("Il Mondo Nuovo") al saggio, con influenze culturali che comprendono uno spirito scientifico decisamente moderno (non per niente il nonno era stato un famoso biologo, tra i primi assertori dell'evoluzionismo darwiniano), accanto a suggestioni sapienziali di sapore orientale.
Il suo interesse per le esperienze con gli allucinogeni ("Le porte della percezione"), inoltre, lo mette a buon diritto tra i padri della cultura psichedelica.

"La Filosofia Perenne" è del 1945 e, sotto una denominazione di chiara matrice leibniziana, denuncia la ricerca di una sorta di minimo comun denominatore dell'esperienza spirituale. "La Filosofia Perenne si occupa principalmente dell'unica, divina Realtà consustanziale al mondo molteplice delle cose, delle vite e delle menti. Ma la natura di quest'unica Realtà è tale da non poter essere appresa direttamente e immediatamente se non da coloro che hanno deciso di adempiere certe condizioni, rendendosi pieni di amore, puri di cuore e poveri di spirito ... Solo attraverso gli esperimenti fisici possiamo scoprire la natura intima della materia ... Ed è solo grazie agli esperimenti psicologici e morali che possiamo scoprire l'intima natura della mente ..." (Introduzione, pagg. 13-14).

Il libro consta di 27 capitoli in cui vengono affrontati altrettanti grandi temi della spiritualità "appoggiandoosi" ad ampie citazioni, che l'autore commenta.
Si tratta di citazioni tratte dalla Smitri piuttosto che dalla Shruti, per usare la terminologia induista, che distingue opportunamente la tradizione della verità "ascoltata" (noi diremmo "rivelata").

Questa scelta si rivela intelligente soprattutto per quanto riguarda l'ambito cristiano, perché "... la familiarità con scritture tradizionalmente sacre rende a generare ... una specie di insensibilità reverenziale ... una sordità interiore al significato delle sacre parole" (Introduzione, p. 15).
Della tradizione cristiana sono perciò messi in risalto un Meister Eckhrt, un Ruysbroeck, un Giovanni della Croce; così come nell'ambito dell'Islam è il sufismo ad attirare l'attenzione di Huxley.

Insomma il primato è accordato all'esperienza, e vedere i mistici di ogni tradizione affiacati prescindendo da ogni ordine cronologico o geografico immette in una dimensione atemporale e metaculturale, che è condizione ideale per il manifestarsi della Filosofia Perenne.

Luigi Turinese

In foto "Rotunditas"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

Le Recensioni di L.T. - "Sunyata buddhista e kenosi cristologica in Masao Abe", di A. Rodante

Angelo Rodante, "Suyata buddhista e kenosi cristologica in Masao Abe", Città Nuova Editrice, Roma 1995, pp.96

Il presente, compatto libretto di Angelo Rodante costituisce un'ottima introduzione al pensiero del giapponese Masao Abe e al tempo stesso fornisce una suggestione comparativa basata sull'accentuazione del concetto buddhista di Vuoto e su quello cristiano di Kenosis ("svuotamento").
Masao Abe ha descritto un arco che dal nichilismo di ispirazione nicciana è approdato allo zen, grazie all'incontro con D.T. Suzuki. Fondamentale, come tappa intermedia, è stata la Scuola di Kitaro Nishida, assertore della filosofia del Nulla Assoluto.
Da oltre trent'anni, lo sforzo del professore Abe consiste nel promuovere il dialogo interreligioso, da una prospettiva che il lavoro di Rodante mette bene in rilievo. "Quando noi penetriamo con chiarezza la nozione del Dio kenotico nel cristianesimo e la nozione del "sunyana" dinamico nel buddhismo, cristianesimo e buddhismo possono entrare in un più profondo e creativo dialogo" (pag.31, citazione di un articolo di Masao Abe).

La bibliografia straordinariamente ricca in rapporto alla concisione del volume, consente un approfondimento di un tema affascinante seppure non proprio agevole. L'intento di Rodante è sinceramente volto a costellare una fertile compenetrazione tra pensiero buddhista e pensiero cristiano, al di fuori di ogni retorica dell'incontro. "La sfida buddhista consiste in una chiamata al centramento personale - cioè vivere il proprio essere nel Centro che è Dio - prima di agire nella storia per una riforma sociale. Mentre la sfida del cristianesimo al buddhismo è quella di dar peso all'impegno nella storia come risultato del centramento personale" (pag.77).

Luigi Turinese

In foto: "Servo vostro"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

giovedì 1 marzo 2012

Le Recensioni di L.T. - "Vita di Kodo Sawaki, monaco zen", di G. Sono Fazion

Gianpietro Sono Fazion, "Vita di Kodo Sawaki, monaco zen", La Spiga, Milano 1995, pp. 72

Piccolo omaggio a un grande esponente della tradizione Soto zen, il libretto di Fazion, scritto come al solito in un italiano scorrevole ed elegante, passa in rassegna il percorso di Kodo Sawaki (1880-1965) a partire dalla sua infanzia infelice.

Rimasto orfano ancora bambino, Sawaki fu infatti adottato da una famiglia che viveva ai margini della legalità e della moralità. Per i misteriosi percorsi del karma, e forse anche grazie a un contesto socio-culturale che può dare un senso all'esperienza del dolore, questo precoce contatto con dukkha, accelerò la sua ricerca di pace e conoscenza. La successiva grave ferita subita nel conflitto russo-giapponese del 1905, a cui partecipò come soldato, non fece che confermare la sua percezione dell'impermanenza, che gli rendeva tanto cari i versi del poeta Fueoka: "La vita e la morte non sono che un sogno".

L'adesione al buddhismo rispondeva pienamente alla sua natura, che gli ispirava frasi del genere: " Il buddhismo è una religione che fa scendere il sangue montato alla testa" (pag.29)

Tra i numerosi discepoli di Sawaki ricordiamo Uchiyama Roshi e Taisen Deshimaru, che Sawaki ordinò monaco poco prima di morire e a cui dobbiamo parecchi ricordi del maestro.


Luigi Turinese

In foto: "Meditatio mortis"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

Le Recensioni di L.T. - "Lo yoga del sogno e la pratica della luce naturale", di N. Norbu

Namkhai Norbu, "Lo yoga del sogno e la pratica della luce naturale", Ubaldini Editore, Roma 1993, pp.112

"La notte è di fondamentale importanza per un praticante, perché metà della vita la trascorriamo dormendo; spesso però sprechiamo la totalità del tempo del sonno ... Bisogna essere realmente consapevoli che la pratica può continuare in qualsiasi circostanza, persino durante il sonno o mentre si mangia, ad esempio" (pag. 41).
Lo Dzochen, tradizione in cui Norbu è maestro, sostiene che " ... la chiave del lavoro sul sogno è lo sviluppo di una maggiore consapevolezza dello stato del sogno" (dall'Introduzione di Michael Kate, pag. 28).

Norbu distingue i sogni comuni, prodotti da tracce karmiche, dai "sogni di chiarezza", riferiti a " ... una classe di esperienze oniriche che hanno favorito l'evoluzione del progresso culturale e religioso dell'umanità" (pag 27 dell'Introduzione).
Si capisce l'importanza di ricordare i sogni, soprattutto quelli del secondo tipo.

Le tecniche tibetane di cui Norbu è maestro insegnano a rimanere nello stato cosiddetto di luce naturale, in cui si mantiene la piena coscienza e si può quindi stare in contatto con i sogni. Norbu sottolinea poi l'analogia tra lo stato della luce naturale, " ... che va dal momento in cui ci si addormenta fino a quando la mente riprende a funzionare" (pag. 42) - cioè a sognare -, e le esperienze che si hanno al momento della notte.
Le tecniche in questione, d'altra parte, non hanno uno scopo fisiologico - sebbene Norbu faccia una piccola digressione a beneficio degli insonni - quanto piuttosto soteriologico, essendo per il buddhismo massimamente importante restare il più possibile consapevoli.

Luigi Turinese

In foto: "La colpa"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.59, Luglio-Settembre 1996

giovedì 23 febbraio 2012

Le Recensioni di L.T. - "La solitudine del samaritano", di G. Franzoni

Giovanni Franzoni, "La solitudine del samaritano. Una parabola per l'oggi", Edizioni Theoria, Roma-Napoli 1993, pp.144

C'erano una volta le comunità di base. Di quel movimento, che negli anni '70 rivoluzionò il mondo cattolico, Giovanni Franzoni (Don Franzoni quando era abate della Basilica di San Paolo a Roma) fu esponente di spicco.
Oggi, ridotto allo stato laicale, Franzoni continua ad essere in prima fila nell'impegno sociale, e lo testimonia con questo libro, in cui auspica l'allargamento dell'area della compassione.

Questo lodevole proposito muove dalla preoccupazione dell'autore che la fretta dell'uomo di fine millennio, il suo correre, lasci indietro i "piccoli" che non possono o non sanno correre.
Le numerose citazioni bibliche e "laiche" non intellettualizzano il libro, che mantiene un afflato emotivo ed emozionato.

Franzoni prende le mosse dalla parabola del Buon Samaritano, così come è riportata in Luca 10, 25-37 (ma anche in Matteo, 22, 34-40 e in Marco 12,28-31).
Nodo centrale del Cristianesimo, il tema dell'amore del prossimo costituisce forse la maggiore originalità del pensiero di Gesù, quanto meno per l'enfasi che Egli vi trasferì. Già il Pentateuco, infatti, vi faceva riferimento: in Levitico, 19,18, si legge "amerai il tuo prossimo come te stesso"; a fronte e a completamento dell'ingiunzione contenuta in Deuteronomio, 6,5: "Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze".
Al comandamento assoluto che ne fa Gesù si ispira dunque Franzoni, affinché il richiamo alla solidarietà non resti un vacuo e retorico "flatus voci".

Luigi Turinese

In foto: "Le gelosie"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - " Il Vangelo secondo Matteo e lo Zen". di L. Mazzocchi, J. Forzani, A. Tallarico

Luciano Mazzocchi, Jso Forzani, Annamaria Tallarico, "Il Vangelo secondo Matteo e lo Zen". Meditazioni della Domenica", Edizioni Dehoniane, Bologna 1995, pp.310

Questo libro, frutto di una pratica cristiano-buddhista convinta e impegnata, si propone come guida per la condivisione di preziose esperienze, presentando testi e commenti di Scritture cristiane e buddhiste.

"Tra i tanti versanti del dialogo interreligioso - scrivono gli autori - crediamo che quello cristiano-buddhista soprattutto nella focalizzazione Vangelo-Zen, sia straordinariamente intransigente e, quindi, purificatore [...] Il Vangelo e lo Zen così differenti in apparenza, comunicano in profondità: sono religioni dell'essere e non dell'apparire [...] L'essere, come ripetutamente insegna Meister Eckhart, rifiuta qualsiasi aggiunta: deve essere liberato da tutte le sovrastrutture perché risplenda nella sua originalità".
E' qui felicemente superato il dilemma che divide oggi seriamente il mondo cattolico tra chi usa il dialogo come ponte per raggiungrere altre sponde e chi come strumento per condurre gli "infedeli" in seno a Madre Chiesa, in nome del vecchio missionarismo cristocentrico.
E' significativo che il vescovo Abbondi, vice-presidente della CEI, abbia scritto la prefazione del libro, lieto che esso possa "trarre dalla latitanza la partecipazione del Popolo di Dio al dialogo interreligioso" e trarre dalla dimenticanza "documenti preziosi, che però restano troppe volte eredità giacenti".

Luigi Turinese

In foto: "Condivisione"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - "La saggezza che libera", di P. Confalonieri

Pierluigi Confalonieri, "La saggezza che libera. La pratica della meditazione nei discorsi del Buddha", Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, pp. 208

Nella collana "Piccoli saggi" degli Oscar Mondadori, caratterizzata da una grafica deliziosa e da un rapporto qualità/prezzo imbattibile, appare questa raccolta di discorsi del Buddha.

Il quale Buddha è, a tutti gli effetti, l'autore del libro, che una bizzarria dell'editing attribuisce a Pierluigi Confalonieri.
Confalonieri, per essere precisi, svolge una preziosa opera di curatore. A lui si devono infatti la Prefazione, un breve saggio sulla vita e gli insegnamenti del Sublime, che costituisce la prima parte del libretto, e una trentina di pagine finali sulla pratica della meditazione, che costituiscono la terza parte; vi si descrivono la meditazione vipassana e la struttura di un ritiro nella tradizione di U Bu Khan.

Il principale insegnante vivente di questa tradizione è Goenka, di cui Confalonieri è l'assistente in Italia.
I discorsi del Buddha, che costituiscono il cuore del libro (oltre cento pagine), sono tratti dal Sutra Pitaka, la più imponente sezione del Tipitaka, o quanto meno la più interessante per i laici.

Luigi Turinese

In foto: "Pulcherrimae rosae"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - "Principi di psicologia transpersonale", di L. Boggio-Gilot

Laura Boggio-Gilot, "Principi di psicologia transpersonale", Associazione Italiana di Psicologia Transpersonale, Roma 1995, pp.142

"Le frontiere del potenziale umano oltre l'Io e la Normalità". Questo il suggestivo sottotitolo del libro di Laura Boggio-Gilot, resoconto riveduto con una sapiente opera di editing, di un corso tenuto all'A.I.P.T.
L'originario fine didattico traspare, ed è un bene, cosicché il grande pubblico può ricevere finalmente adeguate informazioni sul pensiero dei padri fondatori della psicologia transpersonale.

Comunemente definita la quarta forza della psicologia, dopo la psicoanalisi, il comportamentismo e la psicologia umanistica, la psicologia transpersonale prende le mosse dal lavoro di Jung, di Maslow e di Assagioli, elaborando una sintesi originale. Suo ordine è la concezione dell'essere umano come unità di corpo, mente, anima e Spirito, in movimento verso uno stato transpersonale in cui, come nelle tradizioni sapienziali, " ... la coscienza non viene vista come una funzione del sistema nervoso, ma al contrario è il sistema nervoso a essere visto come strumento della coscienza: questa non può essere conosciuta, dunque, con gli stessi strumenti che si usano per studiare il cervello" (pag. 34).

Di conseguenza, un posto di rilievo viene conferito alla meditazione, metodo elettivo per indagare la coscienza.
E proprio ad allargare lo spettro della coscienza mira la psicologia transpersonale, fino a comprendere livelli transegoici, translogici e spirituali.
Parallelamente, la psicopatologia viene chiamata ad includere la sofferenza legata ad ostacoli nello sviluppo spirituale e nella ricerca del sesso.
A realizzare questi ampliamenti, come è ovvio, non bastano gli strrumenti del modello biomedico, troppo legato ad un paradigma meccanicistico, sono i modelli propri delle tradizioni asiatiche a soccorrere segnatamente il buddhismo e quella particolare espressione dell'induismo che è l'Advaita Vedanta.

Luigi Turinese

In foto: "Casina delle Fate"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - "La pratica della consapevolezza", di H. Gunaratana

Henepola Gunaratana, "La pratica della consapevolezza", Ubaldini Editore, Roma 1995, pp.176
" ... il modo più efficace di esprimere una cosa che vogliamo far capire agli altri è servirsi del linguaggio più semplice. E questo specialmente quando ci sforziamo di insegnare qualcosa che non rientra nelle normali attività della vita quotidiana" (dalla Prefazione, pag.7). L'autore, un monaco singalese ormai quasi settantenne, vive da svariati anni negli USA. Egli pertanto conosce bene le difficoltà che si possono incontrare nel trasmettere certi concetti e certe esperienze a meditanti occidentali; e, d'altra parte, è in possesso della chiave per riuscirci. Questa chiave è la semplicità.

Nel libro, ad esempio, è ridotta al minimo indispensabile la terminologia tecnica in lingua pali: si fa invece largo uso di un linguaggio psicologico "basso" e dunque comprensibile a tutti pur senza tradire la profondità dei concetti. Ne risulta un manuale di meditazione buddhista privo di colore catechistico. Il tono è quello, basilare e rassicurante, di un maestro elementare.

Il primo capitolo ("Meditazione: perché disturbarsi?") contiene una riflessione sulla motivazione. Viene messa in chiaro la natura eminentemente psicologica della meditazione vipassana. Prezioso, e spiritoso, il secondo capitolo ("Ciò che la meditazione non è"), in cui si passano in rassegna gli equivoci più frequenti circa la meditazione : "la meditazione è fuggire dalla realtà"; "la meditazione è per i santi e per gli uomini straordinari, non per gente normale"; e così via.
Molto utili il capitolo 10 "Come affrontare i problemi") e i capitoli 11 e 12 ("Affrontare le distrazioni").
"La consapevolezza è una funzione che disarma le distrazioni, allo stesso modo in cui un artificiere innesca una bomba " (pag. 123).
"Paura e depressione sono stati mentali spiacevoli che fanno male. Volete liberarvene perché vi disturbano. Più difficile sarà voler applicare lo stesso processo agli stati mentali a cui tenete, quali il patriottismo, la vostra protettività di genitori, il vero amore. Ma sarà ugualmente necessario" (pag. 134).
Molto acute sono poi le considerazioni sull'equilibrio tra concentrazione e consapevolezza. "Troppa consapevolezza, senza la calma che la bilanci, finirà per essere uno stato ultrasensibilizzato, simile a quello generato dall'abuso dell'LSD. Troppa concentrazione, senza un'adeguata quantità di consapevolezza che faccia da contrappeso, finirà nella sindrome del "Buddha di pietra" (pag. 151).

Raramente un manuale di meditazione è insieme così profondo e così amorevolmente didattico.

Luigi Turinese


In foto: "Cuori in inverno"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

domenica 12 febbraio 2012

Le Recensioni di L.T. - " Il sapore della liberazione. Letture buddhiste" (a cura di) V. Talamo

Vincenzo Talamo (a cura di), "Il sapore della liberazione. Letture buddhiste", Promolibri, Torino 1995. pp.176


Senza rullare di tamburi, con una modestia che sconfina nell'understatement, Vincenzo Talamo si è conquistato un posto di rilievo nella divulgazione dei testi canonici, che egli stesso traduce dal pali.

Ricordiamo, tra le sue cose migliori, una traduzione del Sutta Nipata che l'editore Boringhieri mandò in libreria già nel 1961 ("Raccolta di aforismi", pubblicata poi nel 1979 nella Biblioteca Boringhieri).

"Il sapore della liberazione" è un libro importante, poiché presenta dei testi di cui non esistevano traduzioni in lingua italiana.
Si tratta di una cinquantina di brani appartenenti al Samyutta-Nikaya e al Vinaya-Nikaya (soltanto due proovengono dall'Anguttara-Nikaya), corredati da note puntuali ed esplicative.

Ringraziamo di cuore Vincenzo Talamo per il suo lavoro e teniamo d'occhio la collana di Promolibri "Il Loto" diretta dal Prof. Stefano Piano, presso la quale il libro è stato pubblicato.

Luigi Turinese


In foto: "La Fanciulla della Neve"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Libri di Luigi Turinese

Luigi Turinese Cantautore

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