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sabato 31 dicembre 2011

Turinese e l'attualità di Jung nell'orizzonte della scienza e della cultura contemporanee

L'evento: In vista della manifestazione alla biblioteca comunale di Cassino presentiamo in anteprima l'intervento del notissimo psicoanalista (L'inchiesta, Giovedì 1 dicembre 2011, pag. 12)

L’attualità di Jung nell’orizzonte della scienza e della cultura contemporanee

di Luigi Turinese

Uno degli elementi più singolari – ogniqualvolta si confrontino i destini e le fortune postume di Freud e di Jung – mi è sempre sembrato l’ambiente di partenza e quello di arrivo del loro pensiero. Freud infatti prese le mosse dalle pruderies della borghesia austriaca per dare origine a una stirpe di clinici rigorosi e ad una Weltanschauung dominata da un materialismo talora asfittico; mentre Jung, partito dall’esperienza del Burghölzli, l’ospedale psichiatrico dell’Università di Zurigo, che lo costrinse a misurarsi con la schizofrenia, forse per una malintesa interpretazione della sua apertura nei confronti degli elementi a-razionali dell’esperienza ha finito per dar voce a zuccherosi sincretismi new age.

Un altro fenomeno curioso e meritevole di ricerca consiste nella “dispersione” di temi junghiani in altre cornici teoriche. Più di una scuola postfreudiana ospita infatti – talora senza saperlo – intuizioni che furono presentate da Jung nella loro formulazione originaria. Si pensi all’idea che esistano strutture psichiche innate, all’enfasi sull’uso clinico del controtransfert, alla scoperta che il processo analitico ha una valenza trasformativa su entrambi i termini della coppia, alla maggiore attenzione data al Sé piuttosto che all’Io.

Alcuni innovatori della psicologia hanno un debito implicito nei confronti della Psicologia Analitica: per esempio non molti sanno che lo stesso Paul Watzlawick, esponente di spicco della cosiddetta Scuola di Palo Alto, autore di molte opere e coautore della celeberrima Pragmatica della comunicazione umana, ha effettuato tra le sue formazioni anche il training presso lo Jung Institut di Zurigo.

In altro ambito, le scienze della complessità postulano alla loro base un assunto sistemico – la coesistenza di verità parziali ma non contraddittorie – che trova riscontro nella concezione junghiana di psiche complessa, ovvero nella descrizione della topografia psichica non alla stregua di un monolite dominato dall’Io ma come un arcipelago nel quale si possono riconoscere plurime istanze e articolate connessioni tra “sub-personalità” incarnate, appunto, dai cosiddetti complessi a tonalità affettiva.
Questi ultimi furono scoperti da Jung nel corso dei suoi esperimenti di associazione con il galvanometro e con il pneumografo, che daranno luogo, in ambito criminologico, all’invenzione del cosiddetto lie-detector o macchina della verità.

Nel linguaggio comune usiamo ormai con disinvoltura termini come estroverso e introverso, che provengono direttamente da Tipi psicologici, scritto da Jung nel 1921.

Il Web pullula di test di personalità frutto dell’evoluzione della tipologia junghiana, a partire dal test di Myers-Briggs, la cui ultima rielaborazione va sotto il nome di Jung Type Indicator (JTI).

Non parliamo poi delle innumerevoli filiazioni all’interno delle correnti orientaliste e più in generale neospirituali; ma anche del recupero della dimensione spirituale della cura in molte declinazioni della cosiddetta Psicologia Umanistica.

Perché poi non citare anche ricadute dei concetti e del linguaggio lontano dalla sorgente, come testimonia ad esempio l’ultimo, bellissimo album realizzato dal gruppo rock dei Police prima dello scioglimento e intitolato Synchronicity? Nei testi delle canzoni, con autentico furore creativo, Sting utilizza immagini esplicitamente ispirate all’universo junghiano, in particolar modo a quella dimensione al di là dello spazio e del tempo che Jung chiamò sincronicità:
Sincronicità, un principio di collegamento
legato all'invisibile
quasi impercettibile
qualcosa di inesprimibile
la scienza è insensibile
la logica così inflessibile
casualmente collegabile
tuttavia nulla è invincibile
È così profonda, è così vasta
la tua intima Sincronicità
Effetto senza causa, leggi subatomiche, pausa scientifica
Sincronicità


Passiamo a un altro ambito artistico. Quando cerchiamo di comprendere la complessità psicologica di molte pièces del teatro moderno, dei suoi personaggi minori, non eroici, deuteragonisti o antagonisti, la visione freudiana è una chiave interpretativa un po’ angusta. Da questo punto di vista, Jung ci fornisce maggiori suggestioni. Come scrive Samuels, storico della Piscologia junghina e panalista egli stesso: “Tutta la sua psicologia prende la forma di un’animazione di personaggi interiori”. Si tratta, a ben vedere, di un’applicazione particolare della teoria dei complessi a tonalità affettiva, cui facevo riferimento poco sopra.
Tutto ha inizio, come abbiamo visto, con l’impiego del test di associazione, che fornisce la prova sperimentale dell’esistenza di complessi. Il complesso – scrive Jung“si comporta, nell’ambito della coscienza, come un corpus alienum animato”.
Non c’è bisogno di sottolineare più che tanto l’analogia tra i complessi e i personaggi di una pièce. Lo stesso Jung definisce “il teatro come un’istituzione per l’elaborazione pubblica dei complessi”. In un certo senso, il drammaturgo è posseduto dai complessi. I complessi possiedono una potente inclinazione alla personificazione e l’artista, per così dire, ne approfitta.
Scrive ancora Jung: “Quando crea un personaggio per la scena crede forse che si tratti esclusivamente di un prodotto della sua fantasia; questo personaggio si è invece in un certo senso fatto da sé”. Il drammaturgo, dunque, sa attraversare il ponte che mette in comunicazione l’Io e l’Inconscio.

Non vorrei però dare l’impressione che Jung abbia fornito spunti ad artisti e uomini di cultura, trascurando il mondo scientifico. Basti pensare al mutuo fecondarsi del pensiero junghiano e della fisica quantistica, incarnato nel rapporto tra lo stesso Jung e il premio Nobel per la Fisica Wolfgang Pauli e che ha dato i migliori frutti nell’elaborazione della dimensione della sincronicità, cui abbiamo fatto cenno prima parlando del musicista rock Sting.
Il termine descrive la connessione fra eventi del mondo fisico e del mondo psichico che avvengono nello stesso tempo e tra i quali non vi è una relazione di causa-effetto ma una comunanza di significato. Essa è all’origine delle cosiddette coincidenze significative.
Tale dimensione non causale – spesso adoperata a sproposito per indicare banali coincidenze nella vita di tutti i giorni – può fornire tra l’altro la base per rifondare il paradigma psicosomatico su basi più solide. Difatti il funzionamento psicofisico, nel costrutto junghiano, è un caso speciale della teoria generale della sincronicità: corpo e psiche vivono in una simbiosi intima e, appunto, sincronica. Il parallelismo delle concezioni nel campo della fisica e in quello della psicologia – postulato da Jung in accordo appunto con gli sviluppi della “nuova fisica” – suggerisce la visione di una fondamentale unicità di tutti i fenomeni della vita: un mondo in cui psiche e materia non si attuano separatamente e che Jung definisce Unus Mundus.

Voglio concludere con un’immagine stimolata dal pianeta dominante del Leone, segno di nascita di Jung, che tra l’altro fu sempre molto incuriosito dall’astrologia. Così come il Sole irradia luce e calore donando vita a distanze siderali, allo stesso modo il pensiero di Jung, a distanza di cinquant’anni dalla morte, continua a nutrire la nostra cultura, generosamente, a volte inconsapevolmente, proprio come fa il Sole ogni giorno.

Luigi Turinese

In foto: "Light UFO"

Articolo pubblicato su "L'inchiesta - Quotidiano dell'alta terra di lavoro e della Ciociaria", 1 dicembre 2011, pag 12

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giovedì 22 dicembre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Il grande viaggio nei mondi danteschi", di E. Cusani

Emma Cusani, "Il grande viaggio nei mondi danteschi", Edizioni Mediterranee, Roma 1993, pp.336

Da oltre vent'anni alla guida de "I Quaderni Teosofici", Emma Cusani è la persona più adatta a fornire una summa delle interpretazioni esoteriche della Divina Commedia, che nel secolo nostro si sono levate, mai però in una forma così sistematica e compiuta.
L'appartenenza di Dante alla confraternita dei Fedeli d'Amore era stata già suggerita da altre voci, e l'autrice la riprende inoltrandosi in una affascinate disamina di tutti gli elementi platonici, orficopitagorici e addirittura vedantici riconoscibili nell'opera del Sommo Poeta. Certo, si tratta di un angolo visuale polare rispetto all'educazione scolastica che a tutti noi è stata impartita, spesso con il risultato di renderci invisa quella lontana scorribanda nei tre mondi denominati Inferno, Purgatorio e Paradiso.

L'autrice, partendo da una posizione blavatskyiana, depotenzia ovviamente l'abituale interpretazione che ingloba Dante nell'ortodossia cristiana, a favore di un'esegesi simbolico-allegorica, centrata ad esempio sulla scansione in settenari; da questo punto di vista, la Cusani suggerisce addirittura la maggior pregnanza interpretativa che il nostro secolo, cadendo nel settimo centenario della scrittura della Commedia, può dare dell'opera di Dante.
Così il simbolismo dei numeri, caratteristico del pensiero esoterico, viene posto a ordine di una comprensione più profonda; e il concetto di contrappasso, per slittamenti impercettibili, può facilmente essere assimilato a quello di karma. Come si vede, si tratta di una prospettiva che può sembrare stravagante, e certo è particolare. Tuttavia non manca di suggestioni e, va detto a lode dell'autrice, Emma Cusani dimostra di conoscere la Commedia nel dettaglio, anche se in questo ponderoso volume l'analisi si ferma in pratica all'Inferno, risultando appena accennati i temi suscitati dalle altre due cantiche.

Luigi Turinese

In foto: "Autumn leaves"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.51, Luglio-Settembre 1994

Le Recensioni di L.T. - "Un fiore si apre", (a cura di) P. Scapinello

Paolo Scapinello (a cura di ), "Un fiore si apre. Le calligrafie di Yamada Mumon Rodhi", Edizioni Paramita, Roma 1994, pp.64

A distanza di dieci anni esatti dalla pubblicazione de "L'insegnamento del Buddha", di Walpola Rahula, appare questo secondogenito delle Edizioni Paramita. La nostra rivista ne va orgogliosa e lo prende in un certo senso come un regalo di compleanno.

Un po' testo teorico e e un po' catalogo, il libro possiede una sua eleganza. Centrale è la riproduzione di ventidue calligrafie del maestro Mumon (1900-1988), uno dei maggiori esponenti novecenteschi della tradizione Rinzai. La pregnanza delle calligrafie si commenta da sé, e la traduzione dei termini giapponesi è di aiuto ad una maggiore comprensione; tuttavia, proprio per il desiderio di penetrarle quanto più possibile con la nostra mente non illuminata, avremmo desiderato qualcosa di più delle sette note poste in successione alle calligrafie; che so, almeno una nota per ogni riproduzione.

Il libro si apre con la trascrizione di un breve discorso tenuto dal maestro a Scaramuccia nel 1976, nel corso di una sesshin presso il monastero zen Rinzai di cui è abate Engaku Taino.
E proprio a Taino (l'italiano Luigi Mario), che fu per sette anni discepolo di Mumon in Giappone e per un anno, tra il 1972 e il 1973, suo servitore personale (noi diremmo segretario), dobbiamo l'Introduzione al volume.
L'incarico di servitore, per la prima volta, nella tradizione Rinzai, affidato a un non giapponese, comprendeva anche l'incombenza di preparare l'inchiostro e la stanza dove le calligrafie venivano realizzate e poi fatte asciugare. I ricordi di Taino si fanno preziosi e commossi, e noi veniamo proiettati quasi in prima persona in un mondo che solitamente viene avvicinato attraverso approcci esportati in Occidente.
Come lo zen, anche la via della scrittura ha una deviazione cinese, poi rielaborata in Giappone. E appunto su "Sho-do: la via della scrittura" ci erudisce il concettoso saggio del professor Pasqualotto, che è un po' il pezzo forte teorico del libro: precisione storica e pregnanza per la pratica vi si fondono in modo mirabile.

Chiude il libro una breve nota del professor Aldo Tollini, docente di lingua giapponese e filologia giapponese, su "Calligrafia e scrittura in Giappone". Grazie

Luigi Turinese

In foto: "Creative water"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.51, Luglio-Settembre 1994

lunedì 19 dicembre 2011

James Hillman, lo junghiano eretico

Un ricordo del filosofo e psicoanalista americano recentemente scomparso: la sua passione per la filosofia antica, il suo amore per la cultura mediterranea

di Luigi Turinese



La scomparsa di James Hillman (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2012), al di là del dispiacere da parte di chi lo ha conosciuto, segna un vallo tra due epoche. Hillman, difatti, a dispetto della chiamata in causa di categorie come quelle di postmoderno o addirittura di new age, rimane un intellettuale finissimo, molto novecentesco. Soprattutto, molto europeo.

Tra i grandi postjunghiani (Erich Neumann, Michael Fordham, Marie-Louise von Franz), Hillman è stato quello che più di tutti è uscito dal recinto degli addetti ai lavori, influenzando almeno due generazioni di persone di cultura che ne hanno fatto sovente un Maestro di vita. Pur non essendo facile sintetizzarne il percorso, non v’è dubbio che Hillman sia stato uno junghiano, sebbene per più versi uno junghiano eretico, temuto non meno che amato da molti suoi colleghi, spesso impegnati in un’opera di relativizzazione, se non di aperta critica, del suo lavoro.

Dopo una precoce attività di cronista, i suoi studi proseguono alla Sorbona (letteratura inglese) e al Trinity College di Dublino, dove si laurea in Scienze Mentali e Morali nel 1950. Nel 1959 ottiene il Ph. D. all’Università di Zurigo e il diploma di analista presso il C. G. Jung Institute, di cui sarà Direttore sino al 1969. L’anno successivo, Hillman intraprende anche l’attività di editore, inaugurando con le Spring Publications una collana di volumi e una Rivista, avente lo stesso nome, incentrati sulla Psicologia Archetipica, in tutto e per tutto considerabile un ramo eterodosso dello junghismo.

Pur riconoscendo un debito nei confronti dell’opera di Jung – fino a dichiarare le proprie opere altrettanti midrashim (1) dell’opera del Maestro zurighese –, Hillman ha approfondito lo studio degli archetipi – forme originarie dell’esperienza umana e transumana –, mostrando viceversa scarso entusiasmo per altri topoi dell’opera junghiana, come la tipologia, il procedimento dialettico per opposti e il concetto di Sé.

La sua produzione letteraria è vastissima, difficilmente riassumibile in poche righe. A scopo informativo e per favorire l’approccio di lettori neofiti, potremmo dividere i suoi libri in due categorie: i testi più tecnici (sebbene nessun lavoro di Hillman sia aridamente tecnico, pieno com’è di amplificazioni culturali) e quelli prevalentemente filosofici (il termine divulgativo non mi piace in generale e sarebbe del tutto fuorviante nella fattispecie). Al primo gruppo appartengono di diritto Il suicidio e l’anima (1964), Il mito dell’analisi (1972), Re-visione della psicologia (1975; per i suoi meriti stilistici, questo lavoro fu nominato per il Premio Pulitzer), Il sogno e il mondo infero (1979), La vana fuga dagli dei (1974, 1985), Le storie che curano (1983), Trame perdute (1970, 1971, 1975, 1983): tutti editi in Italia da Adelphi, tranne gli ultimi due (Raffaello Cortina)(2).

La “categoria filosofica” abbraccia lavori sparsi in tutto l’arco della produzione hillmaniana ma soprattutto presenti in forma “pura”, cioè privi di riferimenti alla pratica psicoterapeutica, dopo il 1989, anno in cui Hillman abbandona l’attività clinica. Si va da Senex et Puer (1964, 1979) a Saggio su Pan (1972), ai Saggi sul Puer (1973, 1975, 1976, 1979), a L’anima del mondo e il pensiero del cuore (1973, 1979, 1982), fino ai popolari saggi dell’età matura: Il codice dell’anima (1996), che gli ha dato fama da popstar, La forza del carattere (2000), Un terribile amore per la guerra (2004)(3).

Un’ottima introduzione al pensiero di Hillman sono i libri in forma di intervista: Intervista su amore, anima e psiche (1983, a cura di Marina Beer), Il linguaggio della vita (1983, conversazioni con Laura Pozzo), 100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio (1992, da un lungo dialogo con Michael Ventura), L’anima del mondo (2001), Il piacere di pensare (2004): questi ultimi due frutto di altrettanti, illuminanti conversazioni con Silvia Ronchey (4).

Un’eccellente occasione per farsi un’idea di prima mano è costituita inoltre dal volume antologico Fuochi blu (1989), curato da Thomas Moore e pubblicato in Italia da Adelphi.

Un posto a parte è rappresentato da Caro Hillman… venticinque scambi epistolari con James Hillman (Bollati Boringhieri, 2004; a cura di Riccardo Mondo e Luigi Turinese). Questo lavoro ha due originalità: la forma dell’epistolario (sono lettere indirizzate a Hillman su altrettanti temi del suo lavoro), di gran lunga più godibile e “leggera” rispetto alla tradizionale forma saggistica; e la presenza nel libro dello stesso Maestro, che risponde a ciascuna lettera rivelando il suo pensiero ma anche il suo carattere. Un altro intento del libro è quello di evidenziare lo speciale rapporto che ha sempre legato lo studioso di Atlantic City all’Italia e più in generale alla cultura mediterranea (Hillman è di gran lunga più conosciuto e amato nell’Europa meridionale che negli USA). In occasione del suo ottantesimo compleanno, trovandosi Hillman in Sicilia, lo abbiamo festeggiato come meritava. Nell’occasione, insieme a Riccardo Mondo, abbiamo dato vita all’Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, di cui Hillman è stato Presidente Onorario.

Dick Russell
, che ha scritto una biografia di Hillman in due volumi (uscirà l’anno prossimo negli Stati Uniti), ha dedicato ampio spazio ai rapporti del Maestro con la cultura italiana: rapporti di reciproca fascinazione e fecondazione, come attesta l’affermazione dello stesso Hillman che “la Psicologia Archetipica ha le sue origini nel Sud”.

Ma in che cosa si caratterizza, in definitiva, la Psicologia Archetipica? Intrisa di elementi neoplatonici – sono frequenti i riferimenti di Hillman a Plotino, Proclo, Marsilio Ficino, Giambattista Vico, oltre che naturalmente allo stesso Platone – essa allude sin dalla sua denominazione agli archetipi, forme primarie e universali del funzionamento psichico. Gli archetipi si manifestano in ogni aspetto della vita dell’uomo: compaiono nei miti, nei riti, nelle arti, oltre che nei sogni e nella stessa psicopatologia. Come è noto, Hillman recupera la mitologia greco-romana come costellazione metaforica elettiva del suo discorso.
In estrema sintesi, si possono individuare quattro topoi fondamentali nel discorso della psicologia archetipica:
I) Un’enfasi sulla nozione di anima.
II) Un recupero dell’immagine, che viene sottratta alla retorica negativa della fantasticheria.
III) Una re-visione della clinica alla luce delle attività primarie dell’anima e delle immagini da essa prodotte.
IV) Una re-visione della teoria della personalità nella cornice di una psicologia politeistica.

I – Anima
La psicologia archetipica restituisce all’anima il posto che le compete, come tertium tra lo spirito e il corpo: solo così, dando un luogo a psiche, si crea un luogo per la psico-logia, cioè per un discorso sull’anima. Osservata da questo vertice, la psicologia ha essenzialmente due compiti:
1) Trovare il logos dell’anima.
2) Ascoltare l’anima del mondo; ogni aspetto ed ogni evento del mondo sono infatti luoghi d’anima.
Da questo punto di vista, la psicologia archetipica possiede anche una valenza politica, avendo spostato l’oggetto di riflessione fuori dello studio dell’analista.
L’anima è una metafora primaria che abolisce il realismo, il naturalismo e il letteralismo: al contempo, re-immagina tutte le cose del mondo.
A proposito dell’anima, Hillman fa sua l’espressione fare anima, mutuata dall’ingiunzione del poeta John Keats (1795-1821): “Chiamate, vi prego, il mondo ‘la valle del fare anima’. Allora scoprirete a che cosa serve il mondo”. Ogni attenzione alle manifestazioni della psiche è un fare anima. Nel modo più semplice, si fa anima ogni notte, sognando.

II – Immagine
La psiche è eidopoietica: essa infatti produce immagini. L’immagine è per Hillman un dato primario, irriducibile. Aderire all’immagine è un dettato peculiare della psicologia archetipica, a partire dal lavoro sul sogno: quest’ultimo viene visto come un palcoscenico su cui si avvicendano le immagini prodotte dalla psiche piuttosto che come una rete di segni da decodificare. Prendere confidenza con le modalità immaginali consente l’apparizione sulla scena di quello che Hillman chiama Io immaginale: “L’Io immaginale – scrive Hillman – si rende conto che le immagini non sono sue […]. Nell’insegnare all’Io come sognare, la prima cosa da fare è quella di insegnargli che anch’egli è un’immagine […]. Il sogno non è ‘mio’, ma della psiche; e l’Io del sogno recita semplicemente uno dei ruoli del dramma, soggetto […] alle necessità messe in scena dal sogno”.

III – Clinica
Anche le sofferenze individuali vengono situate su di uno sfondo archetipico. La patologia testimonia l’autonomia della psiche nel creare sofferenze attraverso cui sperimentare la vita: fenomeno su cui Hillman insiste, definendolo patologizzazione e considerandolo un’attività propria dell’anima. La terapia consiste nella messa in scena di tali fantasie; e suo compito è di ricondurre i sentimenti personali alle immagini specifiche che li contengono. La psicologia archetipica, postulando figure mitiche universali attraverso cui tutta l’esperienza diviene possibile, necessita di un’ermeneutica dell’immagine, che comprende tecniche precise. Ad esempio, le figure immaginarie possono essere affrontate con il metodo dell’immaginazione attiva, che consente un vero e proprio dialogo con esse.
Per quanto riguarda il transfert, fenomeno sul quale la psicoanalisi focalizza ogni evento del campo terapeutico, la psicologia archetipica certo non lo sottovaluta; ma lo pone sullo sfondo mitico costituito dal mitologema di Eros e Psiche. L’incontro tra amore e anima viene visto in tutte le varianti immaginali e in tutti i suoi possibili stili retorici.

IV – Teoria della personalità
Nel formulare la teoria dei complessi a tonalità affettiva, Jung giunse a descrivere la personalità come una costellazione in cui la coscienza è contornata da personalità parziali. L’approccio archetipico radicalizza questa posizione, immaginando la personalità come un dramma, del quale l’io è uno dei personaggi, non necessariamente il protagonista. Uno dei compiti principali del fare anima consiste nel mettere in relazione la sfera egoica con le immagini non egoiche.

Note:
(1) Nella tradizione ebraica, si intende per midrash (pl. midrashim) il commento a un testo sapienziale.
(2) Laddove appaiono date plurime ci si riferisce a collazioni di testi pubblicati in inglese separatamente e riuniti in un unico testo nell’edizione italiana.
(3) Tutti editi in italiano da Adelphi (alcuni dopo edizioni precedenti presso altre case editrici), tranne Saggi sul Puer (Raffaello Cortina).
(4) I primi due libri-intervista sono editi in italiano da Garzanti, gli altri da Rizzoli.

Luigi Turinese


In foto: "Silver sea-line"

Articolo pubblicato su: PNEI NEWS n. 5-6 Ottobre Dicembre 2011, pp. 36-37

martedì 13 dicembre 2011

In Memoria di James Hillman - il 16 dicembre 2011 a Roma

La Rivista dei Dioscuri


In Memoria di James Hillman

(Foto di Gianna Tarantino)




Venerdì 16 dicembre 2011
ore 17.00

Sala Pietro da Cortona
Musei Capitolini
Piazza del Campidoglio, Roma

Saluto di
Francesco Antonelli

Introduce:
Luigi Zoja






Intervengono:
Marina Beer
Flavia D’Andreamatteo
Magda Di Renzo
Antonietta Donfrancesco
Francesco Franci
Federico Gizzi
Elena Liotta
Grazia Marchianò
Riccardo Mondo
Fabrizio Petri
Silvia Ronchey
Carla Stroppa
Marta Tibaldi
Luigi Turinese

Conclusioni:
Marcello Pignatelli

Ingresso libero fino ad esaurimento posti







Con il Patrocinio di:





Le immagini:








giovedì 8 dicembre 2011

Presentazione del libro: "Gli alberi di Gornalunga", di M.R. Massaro - 9.12.11 a Catania


Venerdì 9 Dicembre 2011
alle ore 18.00





Presso la libreria VOLTAPAGINA
Via Francesco Crispi , 235(CT) Tel 095 532068





RITA MARTA MASSARO
"Gli alberi di Gornalunga"

INTERVENGONO
GIACINTO TAIBI - Facolta di Architettura-Università Catania
LUIGI TURINESE - medico esperto in omeopatia ,psicanalista junghiano GIANFRANCO LABROSCIANO - regista, critico d'arte

da un'idea dell'autrice Musica "Gornalunga" di Alistair Sorley

Orazio Aricò
Leggerà alcuni testi e brani del libro

VIDEO INSTALLAZIONE
ed al termine sarà servito un rinfresco.


Info: ritamartamassaro@virgilio.it - tel o fax -095/438440-095/7048732

Il libro ha ricevuto un premio ad un concorso letterario organizzato dalla CAPIT di FUCECCHIO (FI) ed è "premio speciale "per l'edito - la premiazione avverrà il 10 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

Articolo su "L'Inchiesta", Quotidiano di Cassino

"Il pensiero di Jung, medicina del tratto nevrotico dell'uomo"
di Sergio Procacci

Cassino/ A 50 anni dalla morte, un evento per ricordare e far conoscere la figura dell'esistenzialista

Sono intervenuti ieri, presso la biblioteca comunale, Maria Felice Pacitto e Luigi Turinese

In una società che insegue i miti che ha creato e di cui ormai è schiava, in una Cassino che è città di provincia in espansione, in bilico tra fantasmi del passato, mali quotidiani e prospettive del futuro, ricordare Jung a 50 anni dalla scomparsa poteva apparire quanto di più lontano dalle esigenze della gente, da quella comune a quella "sofisticata".
E invece la manifestazione organizzata da Maria Felice Pacitto ha stupito la città. Ha presentato infatti la figura, forse a tratti controversa come tutte le figure dei grandi del passato, di un uomo che ha veicolato il messaggio del "mettiti a viaggiare", "trova te stesso", "individuati", "lavora", per citare la conclusione del discorso della stessa Pacitto.

Quel monito che assomiglia ad un "gnôthi sautòn" (conosci te stesso) di memoria classica, è preambolo di un viaggio nell'universo junghiano che porta alla scoperta di un pensatore, di un artista, di un medico, di una personalità poliedrica che va ad affrontare "il tratto nevrotico dell'uomo contemporaneo" cercando di "limare l'unilateralità" come sapientemente illustrato da Luigi Turinese, psicologo-analista junghiano.
Se infatti l'uomo deve compiere il cammino della "individuazione", quale processo di differenziazione della personalità individuale, questo a maggior ragione non significa fossilizzarsi su un unico aspetto del proprio essere, ma diventare una persona completa.

"Trovare sé stessi, differenziarsi dagli altri" ha ribadito la psicoterapeuta Pacitto. Una lezione complessa e impegnativa che ha saputo spaziare dagli aspetti più accademici del fenomenologo esistenzialista autore del "Libro rosso", diario segreto e manifestazione delle proprie teorie, al loro riverberarsi nella vita e nel linguaggio di tutti i giorni.

Dalla "macchina della verità" alla musica rock dei Police, al teatro, per evidenziare l'evoluzione del sistema delle associazioni emotive di Jung, il concetto di sincronicità e lo spazio per l'elaborazione pubblica dei complessi, Turinese conclude parlando di Jung come di un "misterioso big bang" come "un sole che riscalda senza preoccuparsi del luogo lontano che va a scaldare" per via di una generosità incondizionata.

Ricordando Jung non si poteva non parlare di Freud, del rapporto tra i due, di come il "discepolo designato" diventò per "il padre della psicoanalisi" un figlio ribelle.
Ma diversamente non poteva essere, dopo che agli occhi di Jung, Freud perse di autorevolezza proprio non volendo dare una risposta che a un suo avviso avrebbe generato proprio questo effetto.

Jung fu capace di "mettere insieme la spiritualità, ma anche lo spirito scientifico", ha detto la Pacitto mettendo insieme le note biografiche di un uomo circondato da un "ambiente medianico". Aneddoti e note di colore in cui prepotente torna il sogno della basilica di Basilea sommersa dallo sterco e quella negazione del dio cristiano che la Pacitto accosta alla "Morte di Dio" a cui era arrivato Nietzsche.

E di lì al confronto allo Zarathustra il passo è breve. "I don't believe, I know", risponde Jung in un'intervista in cui gli viene chiesto se crede in Dio e fa sorridere Turinese, che sembra avere negli occhi l'immagine dello psicologo, mentre spiega: "Non credo, conosco".
Perché la forza del sapere scaccia la credenza.




In Foto: "Orsa lucente"

Articolo di Sergio Procacci, apparso sul quotidiano di Cassino "L'Inchiesta", nella rubrica "Primo Piano", di sabato 3 Dicembre 2011

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giovedì 1 dicembre 2011

"Un ricordo di James Hillman" - Martedì 6 dicembre 2011 - Roma

Atelier PAEMA - Spazio Urbano Protetto


Via Clementina 7 – 00184 Roma
Metro B : Cavour

Martedì 6 dicembre
h.19.00

Un ricordo di
James Hillman


con
Luigi Turinese




curatore con Riccardo Mondo del libro






Bollati Boringhieri, 2004

Presenta: Paolo Palomba

Visione del filmato inedito :
Buon compleanno Hillman
a cura dell’
Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica Catania 2006










In Foto: "James Hillman - di Lorenzo Ostuni, specchio inciso" (Foto di Gianna Tarantino)

Guarda le immagini dell'incontro sul sito web Crocevia