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"La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare" Luigi Turinese in Biotipologia
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domenica 16 ottobre 2011

Le Recensioni di L.T. - "Ayurveda e medicina tradizionale" , di B. Romano

Bruno Romano, "Ayurveda e medicina tradizionale", Edizioni Mediterranee, Roma 1991, pp. 162

La scissione tra le "due culture" si fa sentire in modo preminente ogniqualvolta si affronti lo studio di argomenti a cavallo tra scienze umane e scienze "forti".
La medicina di livello etnologico, per esempio, deve studiarla il medico o l'antropologo? La specifica questione è complicata dal fatto che tale ambito di studio non sembra interessare i medici, peraltro sempre più sguarniti di cultura umanistica; e che di conseguenza l'argomento attira studiosi di estrazione umanistica i quali, pur meritando tutto il nostro plauso, non riescono a trattenersi da incursioni nel merito scientifico, con esiti a dir poco discutibili.


Il libro di Bruno Romano non sfugge a questa tentazione fin dal preoccupante sottotitolo: "Manuale pratico per l'autogestione della salute". Non è la precisione scientifica che pretendiamo da un autore laureato in lettere e filosofia, ma la disposizione ad affrontare la materia di studio con i propri strumenti: in questo caso, l'indagine storico-filosofica, possibilmente condita di rigore filologico. Invece ci imbattiamo in errori che rischiano di invalidare l'intero lavoro e inoltre di respingere eventuali moti di interessamento da parte del mondo scientifico.

Non è vero, per esempio, che "la medicina moderna allopatica attribuisce ai virus e ai germi la responsabilità dei processi di degenerazione della salute" e che è suo obiettivo " ... appurare l'origine batteriologica della malattia e procedere di conseguenza al trattamento di eliminazione di tali batteri" (pag. 7). Ciò vale, infatti, solo per le malattie infettive; le malattie dismetaboliche, quelle degenerative, quelle autoimmuni, non vengono certo messe in relazione a microorganismi.
A pag. 19 leggiamo che " ... la medicina omeopatica, sorta alla fine del diciottesimo secolo, quando ormai le teorie della nuova medicina allopatica erano divenute imperanti, ha messo come suo fondamento la teoria dei tre umori (miasmi) responsabili di ogni manifestazione patologica". Ora, alla fine del '700 la medicina era un guazzabuglio di discutibili teorie e di empiriche terapie: la farmacologia moderna nasce soltanto nel 1806, con l'isolamento della morfina dall'oppio: siamo ancora ben lontani da Pasteur (1822-1895) e dalla microbiologia, e ancor più dalla sintesi dei primi sulfamidici (1935) e della penicillina (1941), capostipite di tutti i moderni antibiotici, mediante i quali si è potuto realizzare lo scopo che Romano attribuisce all'intera medicina moderna - e che è in realtà la meta dell'infettologia: " ... l'eliminazione di tali batteri" (pag. 7)

Per venire alla medicina omeopatica, poi, essa non propugna affatto una teoria umorale, come indubbiamente facevano la medicna ippocratica e quella ayurvedica, che attribuivano la malattia a uno squilibrio (discarsia) tra gli umori corporei circolanti: Hahnemann (1755-1843), fondatore dell'Omeopatia, attribuisce sin dalla sua prima opera sistematica, l'"Organon dell'arte di guarire" (1810), l'origine delle malattie croniche all'azione di tre miasmi contagiosi, facendosi in tal modo precursore di Pasteur; e nel "Trattato delle malattie croniche" (1828), approfondirà tale feconda intuizione.
La stessa opera hahnemanniana è stata poi sottoposta a revisione critica, come è ovvio per un edificio teorico vecchio di due secoli; ma mai nella direzione, invero arcaica e inaccettabile di una teoria umorale.

Per tornare alla nostra perplessità iniziale: sino a che non si comporrà, se mai si comporrà, il dissidio tra le "due culture", argomenti come quelli trattati in questo libro potrebbero essere affrontati efficacemente soltanto tramite un gruppo di lavoro interdisciplinare che comprenda rappresentanti della comunità scientifica e studiosi di scienze umane.

Luigi Turinese

In foto: "Caleidoscopio IV"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno XII, n.46, Aprile-Giugno 1993


Per un approfondimento sull'argomento vedi anche:
La scienze delle costituzioni umane
e
La medicina nei contesti culturali

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mercoledì 29 giugno 2011

Le Recensioni di L.T. - "La salute mediante l'equilibrio", di Y. Donden

Yeshi Donden, "La salute mediante l'equilibrio", Ubaldini Editore, Roma 1988, pp.200

Il libro in questione è il resoconto di un corso introduttivo sulla medicina tibetana che il dottor Yeshi Donden, allora medico personale del Dalai Lama, tenne nel 1980 presso l'Università della Virginia, invitato da Jeffrey Hopkins, che in quella università insegna buddhismo. Il libro, curato dalla stesso Hopkins, presenta un grande interesse antropologico, essendo testimonianza di un complesso modello culturale purtroppo in via di estinzione.

La medicina tibetana è in diretta filiazione dall'Ayurveda, il sistema medico indiano: la fisiologia ayurvedica è di tipo umorale, postula cioè l'esistenza di tre "umori" (aria, bile e flemma), dal cui equilibrio deriva la salute e dal cui squilibrio discende la malattia.
L'elemento buddhista si rintraccia nell'analisi dell'origine di tale squilibrio che, in accordo con la filosofia buddhista, la medicina tibetana fa risalire all'ignoranza (avidya) che permea la vita degli esseri non illuminati. "La radice è l'ignoranza degli inizi. A causa della sua forza siamo imprigionati nel ciclo dell'esistenza, nella ruota della continue nascite, della vecchiaia, della malattia e della morte. L'ignoranza ci segue come un'ombra. Così, anche se pensiamo che non ci sia motivo di ammalarci, anche se ci sembra di essere in ottima forma, in realtà, dal tempo degli inizi, abbiamo in noi la causa originaria della malattia" (pag.22).

Da un punto di vista tecnico, ci sono passi non privi di una certa noia, soprattutto quando l'autore esprime quella "smania classificatoria" tipica del pensiero orientale di area indiana. Inoltre, resta arduo operarare una traduzione operativa di certi concetti, provenienti in maniera evidente da una mentalità prescientifica e ad essa funzionali. Trasferendo tali concetti in altro contesto sorgono difficoltà, come quando Yeshi Donden sentenzia che "la cecità non ha nessun rapporto con il diabete" (pag. 160). Accettando tali palesi inesattezze senza esercitare la critica, si gettano le basi del dogmatismo, che non è mai foriero di una sana integrazione culturale.

Luigi Turinese


In foto: "Luce nascente"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo", Anno VIII, n.32, Ottobre-Dicembre 1989

venerdì 14 gennaio 2011

Corso intensivo Yoga - Terapia dell'anima


di Roma

Con il patrocinio della Federazione Mediterranea Yoga e
Sotto la guida spirituale di Vimala Thakar

Presenta il corso intensivo:

YOGA TERAPIA DELL'ANIMA

Cinque incontri che inizieranno il 15 Gennaio 2011,
al termine dei corsi sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

Gli incontri si svolgeranno il sabato dalle ore 09.00 alle 19.00 con le seguenti date:

15 Gennaio 2011
5 Febbraio 2011
5 Marzo 2011
2 Aprile 2011
7 Maggio 2011

L'anima è offuscata dall'agitazione della mente, dal sistema nervoso costantemente turbato e messo sotto pressione, da vari disturbi della colonna vertebrale, delle articolazioni del corpo e da molti altri ancora, sia nella sfera fisica sia in quella psicologica, pertanto non riesce a ritrovare la perduta luminosità che le appartiene come sua vera natura.
Lo Yoga, nella sua completezza e infinite possibilità di sviluppo e adattamento, nel suo modo di essere sempre duttile e perfettibile, interviene con la sua antica saggezza per porre rimedio e dare salvezza alla psiche, e all'aspetto interiore dell'essere, e infine, al ricongiungimento del sé individuale con il Sé Universale.
Lo Yoga ci insegna l'amore per la vita, il rispetto per la natura, il contatto con i nostri simili privo di rivalità e di riserve: la paura inibisce e imprigiona, l'Amore è il grande guaritore dell'Anima.

Condurranno i corsi:

Rosanna Rishi Priya:
Mantra, contemplazione basata sui testi sacri,
brani scelti di Vimala

Antonio Olivieri:
Asana, pranayama al fine di ritrovare
equilibrio e forza interiore

Dr. Luigi Turinese:
"Un paradigma sistemico per una medicina olistica";
"Possibilità della fitoterapia";
"I Chakra, una lettura junghiana"

Dr. Ernesto Iannaccone:
"Fondamenti e pratica della medicina ayurvedica
con particolare attenzione rivolta allo studio dei testi antichi originali"

Dott.ssa Luana Poggini:
Anatomia e fisiologia
dell'apparato scheletrico muscolare


Dice Vimala Thakar: "Amore e paura sono incompatibili. Quando la paura è presente, quando l'intero organismo è saturo di paura, l'amore e la sua energia rimangono solo una potenzialità della natura umana. Soffriamo di paura cronica, fisica e psicologica,
ne siamo vittime per tutta la vita e aspiriamo alla calda vitalità dell'amore".

Certa del vostro interesse e della vostra partecipazione,
con tutto il cuore e con dedizione
Rosanna Rishi Priya
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Per Info: Centro Ananda Yoga,
Via Appia Antica 230, Roma,
Tel. 067850384
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martedì 28 dicembre 2010

I segreti delle piante bambine

Che cosa è, come è sorta, come si sta evolvendo la gemmoterapia, la branca della fitoterapia che utilizza le parti appena nate delle piante

Auxine, giberelline, enzimi, proteine, acidi nucleici, fattori di crescita, questi principali componenti attivi delle gemme, dei giovani getti, giovani radici, scorza di radici, scorza dei giovani fusti, semi: vale a dire di tutte quelle parti vegetali allo stato embrionale che vengono utilizzate per ottenere i macerati glicerici, e che spesso non si ritrovano che in traccia nella panta adulta


Proviamo sempre molto stupore, e anche commossa ammirazione, andando con la mente agli sforzi compiuti dall'umanità per affrontare la malattia e il dolore, e alle corrispondenti intuizioni di cui l'uomo è stato capace. Quale scintilla illuminò la mente degli antichi abitanti del pianeta quando pensarono di rivolgersi al mondo vegetale per cercarvi rimedio alle sofferenze dl corpo (e dell'anima)?
Forse le malattie sono inviate da dei invidiosi o semplicemente maldestri. Certo un dio, Indra, è indicato dalla mitologia induista come il rivelatore agli uomini del segreto che soltanto gli esseri soprannaturali conoscevano, e cioè che le piante potevano curare tutte le malattie.
E' questa la radice mitica dell'Ayurveda ("scienza della vita"), il sistema medico tradizionale dell'India, ancor oggi largamente diffuso, che fa delle piante medicinali il principale presidio terapeutico. L'Ayurveda indica con minuzia le parti delle piante medicinali impiegate in terapia: radice, tronco, rami, steli, foglie, gemme, fiori, frutti, scorza, resina. Una raffinatezza come vedremo, degna della moderna fitoterapia.

Una nuova forma galenica
La fitoterapia, come è noto, è quel settore della farmacologia che studia le droghe di origine vegetale. Il termine droga indica quella parte della pianta medicinale cui si attribuisce azione farmacologica. Il processo di trasformazione della droga in un preparato adatto all'uso farmaceutico conduce al cosiddetto prodotto galenico. I prodotti galenici si possono ottenere facendo agire un opportuno solvente sulla droga secca o sula droga fresca, oltre che per distillazione (è il caso, ad esempio, degli oli essenziali).
Per rimanere nei limiti di questo articolo, tralasciamo le operazioni sulla droga secca.
Dalla droga fresca, escludendo i succhi, ottenuti per spremitura, si ricavano essenzialmente le tinture madri (T.M.) e i macerati glicerici (M.G.).
La T.M. si ottiene per macerazione alcolica della pianta intera o di sue parti.
Il M.G. è prodotto dalla macerazione in alcol e glicerina di parti vegetali allo stato embrionale: gemme, giovani getti, giovani radici, scorza delle radici, scorza dei giovani frutti, semi. Poiché le parti embrionali più usate sono le gemme, si parla, a rigore impropriamente, di gemmoterapici e, per indicare il metodo terapeutico basato sul loro uso, di gemmoterapia.
La gemmoterapia è la branca più giovane della fitoterapia, contando circa quarant'anni di vita. Gli inizi si devono al medico belga Pol Henry, mentre un gruppo di studiosi francesi (Martin, Paqualet, Bergeret, Netien) si è dedicato soprattutto agli esperimenti di laboratorio, nel corso dei quali è emersa la composizione assai interessante dei tessuti embrionali vegetali, che spesso non si ritrova che in traccia nella pianta adulta.
Insomma, sulla scia di Freud l'esplorazione dell'infanzia riserva sempre sorprese!
Auxine, giberelline, enzimi, proteine, acidi nucleici, fattori di crescita: questi i principali segreti delle "piante bambine".

La parentela con l'omeopatia
Immediatamente popolare negli ambienti omeopatici. la gemmoterapia presenta in effetti qualche parentela con l'omeopatia, configurandosi come una terza via a cavallo tra la fitoterapia classica e la medicina omeopatica, benché di certo più vicina alla fitoterapia.
Di ispirazione omeopatica è ad esempio la diluizione dinamizzata dei gemmoderivati. Il materiale vegetale embrionale viene posto a macerare in una miscela glicero-alcolica per tre settimane. Dopo filtrazione, si ottiene il M.G. di base, che viene quindi sottoposto a una diluizione decimale hahnemanniana: una parte del preparato di base viene diluito con nove parti di un solvente costituito al 50% da glicerina, al 30% di alcol e al 20% di acqua.
Il processo di diluizione, come nelle preparazioni omeopatiche, si accompagna a una dinamizzazione, cioè a una serie di succussioni effettuate allo scopo di "energizzare" la soluzione. Il gemmoderivato, ormai pronto per la commercializzazione e l'uso, si indica invariabilmente con il nome latino seguito con la sigla M.G. IDH (prima decimale hahnemanniana): ad esenppio, Ribes nigrum M.G. IDH.
Per il medico è importante compilare la ricetta correttamente e per esteso, così come per il farmacista leggerla con precisione. Difatti, per rimanere nell'esempio ora citato, la richiesta di Ribes nigrum IDH (senza la sigla M.G.) potrebbe ingenerare nel farmacista il legittimo dubbio di dovere licenziare una prima decimale hahnemanniana preparate a partire dalla T.M., macerazione in alcol di foglie fresche di ribes nero, e non dal M.G. di gemme fresche.
Differenza di non poco conto, se si ricorda che, ad esempio in questo caso, la T.M. ha un'azione diuretica e uricosurica, mentre il M.G. presenta proprietà antiallergiche e antiflogistiche.

Prescrizione di tipo clinico
I gemmoderivati studiati e commercializzati, poco più di una cinquantina, rappresentano di fatto un apliamennto del ventaglio di posssibilità offerto dalla fitoterapia tradizionale.
Ogni gemmoderivato ha le sue indicazioni, ricavate dalle possibilità terapeutiche del suo fitocomplesso e viene prescritto dunque secondo un criterio clinico: il medico, in altri termini, pone la diagnosi di malattia e, se vi è l'indicazione, prescrive il gemmoterapico atto a combatterla: un metodo, come si vede, squisitamente allopatico.
I sostenitori della terapia del "drenaggio", numerosi all'interno del mondo omeopatico, ancorché "arcaici" dal punto di vista della scienza medica moderna, conferiscono invece ai macerati glicerici la capacità di attivare gli emuntori, cioè gli organi deputati all'espulsione delle "tossine" dell'organismo. La disintossicazione che ne seguirebbe darebbe maggiore "spazio di manovra" ed efficacia al rimedio omeopatico scelto.
Non c'è alcun dubbio sull'efficacia empirica di entrambi gli approcci, sebbene vada riconosciuta una certa debolezza alla teoria del drenaggio. Difatti l'esistenza di tossine da veicolare fuori dall'organismo è assiomatica, non dimostrata, e appare piuttosto come la "letteralizzazione" di una metafora sotto la quale si cela quella disarmonia tra i sistemi regolatori dell'organismo (nervoso, endocrino, immunitario) che sta all'origine di gran parte delle malattie funzionali.

La ricerca scientifica
Risponde a criteri più oggettivi la ricerca, suddivisa nei suoi due filoni tradizionali, ricerca di base e sperimentazione clinica.
Il test di Halpern consiste nel misurare la velocità di riassorbimento delle micelle di carbone colloidale fissate dalle cellule reticolo-endoteliali del ratto. Ad esempio Betulla pubescens M.G. IDH incrementa del 37% la cinetica di eliminazione di tali micelle: pertanto si può affermare che l'azione terapeutica delle gemme di betulla è mediata dal sistema reticolo-endoteliale.
L'aumento della resistenza al freddo nei ratti trattati con gemme di ribes nero, nonché la più rapida ruisoluzione dell'edema, sperimentalmente indotto dal formolo, dopo somministrazione dello stesso gemmoderivato, portano a concludere che l'efficacia terapeutica di Ribes nigrum M.G. IDH è dovuta a un'azione similcortisonica mediata dalla corteccia surrenale.
Nella pratica clinica assume importanza lo studio dell'elettroforesi proteica. Nelle infiammazioni acute, ad esempio, si verifica un incremento delle alfa-globuline, mentre in corso di patologia cronica si assiste a un picco delle gamma-globuline. Nel primo caso si rivelano utili i macerati glcerici di gemme fresche di ontano nero (Alnus glutinosa M.G. IDH), di betulla (Betula pubescens M.G. IDH) e di ribes nero (Ribes nigrum M.G. IDH), nel caso di ipergammaglobulinemia, invece, si ottengono buoni risultati somministrando i macerati glicerici di gemme di sanguinello (Cornus sanguinea M.G. IDH) e di noce (Juglans regia M.G. IDH), oltre che di giovani getti di ginepro (Juniperus communis M.G. IDH).

Luigi Turinese


In foto: "Temenos"

Bibliografia essenziale:
BRIGO BRUNO, Fitoterapia e Gemmoterapia nella pratica clinica, Laboratoires Boiron Italia, Pioltello (MI), 1986
HENRY POL, Basis Biologiques de la Gemmothérapie, Ed. Saint-Norbert, Tongerlo (Belgio), 1959
PENSO GIUSEPPE, Le piante medicinali nell'Arte e nella Storia, Ciba-Geigy edizioni, 1986
SWENSON TORE, Gemmoterapia, Ed. Mediterranee, Roma, 1981


Articolo apparso su "L'Erborista", Anno I, n.3, Settembre 1992, pagg. 22-23, Edizioni Tecniche Nuove

giovedì 23 settembre 2010

Fascino e rischi del buddismo in Occidente

Conferenza di Luigi Turinese, tenuta presso il Centro culturale L’Areopago della parrocchia di S.Melania in Roma il 30 maggio 2005

Il testo che mettiamo a disposizione on-line è la trascrizione della conferenza tenuta da Luigi Turinese, presso il Centro culturale L’Areopago della parrocchia di S.Melania in Roma il 30 maggio 2005. Il testo non è stato rivisto dall’autore. Conserva pertanto anche i tratti e lo stile di una conversazione trascritta dalla viva voce.

L’Areopago

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Diamo il benvenuto a Lugi Turinese, psicoterapeuta analista junghiano che ha curato l'anno scorso un libro pubblicato da Bollati Boringhieri, dal titolo “Caro Hillman”. Sono 25 lettere indirizzate ad Hillman da varie persone del mondo della cultura, tra le quali Carotenuto, scomparso da poco, Franco Battiato ed altri. Io ho avuto la gioia di conoscere Luigi un po'’ di tempo fa, in occasione della decisione di suo figlio di ricevere il battesimo. Poi è andato ad abitare in un altro quartiere e ci siamo visti in qualche occasione e abbiamo parlato di buddismo. Aveva curato sulla rivista dell'’Unione Buddista Italiana una serie di recensioni, in particolare di libri sui rapporti tra il cristianesimo ed il buddismo, testi cristiani contemporanei che parlavano del buddismo e testi buddisti che parlavano del cristianesimo. Ho pensato di invitarlo perché ci introduca su questo tema: “il buddismo in Occidente”.
Siamo in un contesto di dialogo religioso sempre più necessario in cui deve essere chiaro qual è l’identità di ognuno. Io sono convinto che il dialogo tra le religioni non possa avvenire tra persone che fingono di non essere quello che sono. Ognuno deve anzi essere profondamente consapevole ed anche fiero di ciò che è, ma, insieme, coltivare un grande desiderio di conoscenza, di comprensione dell'altro diverso da sé. La famosa “intercultura” della quale tanto si parla nelle nostre scuole, non significa il silenzio o l'’indifferenza sulle particolarità delle culture, ma, anzi, l'approfondimento di ognuna di esse e, chiaramente, anche del cristianesimo.
In particolare per il buddismo credo si ponga in maniera ancora più peculiare il problema di quale sia la sua identità, di quale sia la sua storia. Sapete che il cristianesimo crollerebbe se venissero a mancare alcuni pilastri storici, poiché esso è profondamente legato alla storia del personaggio Gesù. Abbiamo fatto degli incontri quest’anno sul Gesù storico, che abbiamo già messo a disposizione on-line sul nostro sito http://www.santamelania.it/. Ascolteremo da Luigi Turinese quali siano i pilastri sui quali si fonda il buddismo, se sia costitutivo il suo radicarsi nella reale vicenda del Buddha storico, quale sia il suo statuto di religione, quale la concezione buddista della divinità.

Luigi Turinese
Grazie, sono contentissimo di essere stato invitato da don Andrea perché è un grosso personaggio e credo che nella sua magnanimità, come tutte le persone grandi, proietti la sua grandezza all’esterno e mi abbia sopravvalutato.
Intanto il titolo che ha dato don Andrea è più bello di quanto lui abbia detto ora. Il titolo esatto è “Fascino e rischi del buddismo in Occidente”.
Ogni volta che si parla di un tema è importante esaminare bene proprio il titolo, perciò io partirei da qui. Che vi sia un fascino del tema è indubbio: c'è tanta gente che quasi se ne fa un vanto di spostarsi verso Oriente. La cosa è cominciata probabilmente già dall’800 in Europa, “ex Oriente lux”, e poi Schopenhauer e poi tutti gli altri. Nel nostro quarto di secolo, soprattutto alla fine del secolo scorso, certamente la versione che è arrivata delle pratiche orientali è stata filtrata dal consumismo occidentale. Questo lo dico immediatamente. Il buddismo è infatti una disciplina molto complessa che arriva qui edulcorata e semplificata. Tutto quello che va sotto il nome di new age ingloba anche delle pratiche orientali mescolate, delle quali il buddismo diventa la versione un po' più “in”. Sapete che esiste una setta buddista giapponese, che misteriosamente si è espansa in tutto l'’Occidente, la Soka Gakkai, che è una setta nata nel 1200, diventata famosa in occidente per l'’aggressività delle sue proposizioni, abbracciata facilmente da persone dello spettacolo e dello sport, il più famoso dei quali è Roberto Baggio. Vedremo che la versione del buddismo che così ci arriva è molto, troppo semplificata. Oltretutto diciamo pure che il buddismo ha, per sua stessa natura, una grande duttilità. Cambia abbastanza i suoi connotati ben più di quanto abbia fatto, per esempio, il cristianesimo, a seconda delle zone in cui si è trapiantato.

Il buddismo nasce in India tra il VI ed il V secolo a.C. e oggi in India praticamente non c'’è più.
Il buddismo nasce per opera di un personaggio che indubbiamente sfuma nella leggenda anche se probabilmente è un personaggio storico, però non vi sono evangelisti come per il cristianesimo. In quel lasso di tempo nel quale lavoravano alacremente i filosofi ad Atene, un principe che si chiamava Siddharta Gautama nacque e visse negli agi per una trentina di anni. Ci sono leggende sulla nascita che naturalmente era miracolosa, come in molti fondatori di religioni, e anche sull'’aneddoto che vuole che alla sua nascita l'’astrologo di corte predicesse un futuro da condottiero, oppure da condottiero di anime, da fondatore di religione. Il padre, che era un nobile, non voleva che si avverasse questa seconda ipotesi e quindi lo tenne nella bambagia, gli fece conoscere solo gli aspetti felici della vita. Un giorno però questo principe esce dal palazzo, si fa un giro per il regno e incontra, nell'ordine, un malato, un vecchio ed infine un funerale, tre cose che non aveva mai visto. Rimane molto turbato e sulla via del ritorno incontra un asceta. Questi quattro incontri lo turbano e lo trasformano, lo mettono di colpo in contatto con il dolore e con la morte. Va in casa, nel palazzo, dà un'occhiata alla moglie ed al figlio che dormono, prende un cavallo e scappa. Siddharta aveva una moglie, faceva una vita da nobile, ora esce dal palazzo e va a rifugiarsi per anni presso alcuni asceti, ma questa via non lo soddisfa. Ritiene che quella condizione di mortificazione di sé non porti a molto. Comincia a meditare, fa voto di non muoversi dalla stessa posizione fino a che non avrà capito. Quando capisce si “risveglia” - perciò si chiama Buddha che significa “il risvegliato”. Buddha è quindi un epiteto, un'’attribuzione successiva. E' un aggettivo. E questo vuol dire che chiunque può essere risvegliato: la natura di Buddha è potenzialmente di chiunque. Passeranno altri 45 anni di predicazione. Fonderà una comunità che si chiama Sangha ed una dottrina che si chiama Dharma. Vi do pure ora i termini tecnici - ve la voglio fare difficile - in modo che ricordiate che tutte le versioni che arrivano facilitate non sono buone.
Alla morte del Buddha c’è una sistematizzazione del pensiero e la stesura di quello che si chiama tripitaka (o tipitaka in pali). Il canone buddista è formato da una quantità enorme di libri. Tripitaka in sanscrito significa “tre canestri” perché erano originariamente rotoli nei canestri. Il Suttapitaka (il canestro, “pitaka”, dei discorsi), il Vinayapitaka (il canestro della disciplina monastica), l'’Abhidammapitaka (il canestro della dottrina). In realtà quest'’ultimo termine non è sanscrito, ma è pali, una lingua parlata. Diciamo che il pali sta al sanscrito come l'italiano volgare sta al latino. In sanscrito si dice dharma, in pali damma. In sanscrito si dice sutra, in pali sutta, in sanscrito si dice nirvana, in pali nibbana. Insomma il pali è “burino”!

Altre parole chiave sono Hinayana e Mahayana: yana vuol dire veicolo, hina piccolo, maha grande.
La prima fase del buddismo è ristretta a pochi - il piccolo veicolo - e comprende una via soprattutto per monaci. Ideale del buddismo Hinayana è “il santo” - diremmo noi - che però denota un essere avulso dal contesto sociale.
A partire dal II secolo d.C. si sviluppa un buddismo molto più popolare, anche se ricco di speculazioni filosofiche di altissima qualità, che propone un veicolo più grande, il Mahayana. Maha significa grande - pensate a Gandhi chiamato Mahatma che vuol dire grande anima o anche alla parola maharaja che vuol dire grande re. Il Mahayana è un grande veicolo che è intanto più aperto, meno puramente monastico, e propone un ideale terminale di uomo che non è il semplice santo che si illumina di per sé e diventa Buddha e se ne va, ma si chiama Bodhisatva che è una particolare qualità di essere umano che pur avendo compreso tutto decide di non entrare nel Nirvana, ma di tornare in un’incarnazione successiva per aiutare tutti gli altri esseri umani. Don Andrea potrebbe essere un bodhisatva in questa accezione!

Cosa capisce Siddharta tanto da meritare la qualifica di risvegliato?
Ve lo racconto così come lo racconta lui. Quattro enunciati secchi, chiamati quattro nobili verità.

Tutto è dolore: il buddismo è tosto, ve lo dico in modo che possiate riconoscere i falsi buddhismi. Non c'è altro che dolore, tutta la vita non è altro che sofferenza, malattia e morte. Anche quando sono felice e contento mi prende dopo un po’ l'’insoddisfazione e il timore di perdere ciò che ho. Diventa dunque dolore anche l’apparente brandello di felicità.

Vi è una causa di questo dolore
. La sete, il desiderio di avere ancora dell'’altro, dovuto ad una ignoranza metafisica. Non vedo le cose come stanno, ma voglio solo per me, c’è il senso di separatezza dell’io dagli altri.

Vi è una cessazione del dolore. Quindi il dolore è onnipresente, ha come causa il desiderio egoistico. Può cessare, ma come? C’è un sentiero che conduce alla cessazione del dolore che è il sentiero del Buddha.

La via che ci porta fuori dal dolore è il retto ottuplice sentiero. Gli indiani sono dal punto di vista filosofico estremamente analitici. Anche il cosiddetto Kamasutra, che tutti pensano sia un manuale erotico, in realtà è un noiosissimo elenco non tanto di posizioni quanto di qualità. Il sanscrito è complicatissimo, ha 48 suoni diversi, ho provato anche a studiarlo, ma è difficilissimo. Una lingua complicata vuol dire anche un pensiero complesso.

Vediamo il retto ottuplice sentiero:
saggezza
1- Retta visione
2- Retto pensiero
etica
3- Retta parola
4- Retta azione
5- Retta vita
disciplina mentale
6- Retto sforzo
7- Retta attenzione
8- Retta concentrazione


Nel cristianesimo direi che la parte centrale storicamente, ma qui deve correggermi don Andrea, è soprattutto l’etica. Naturalmente non ci nascondiamo il fatto che esiste una pratica meditativa cristiana molto forte, ma direi che nell’evoluzione storica più popolare del cristianesimo si porta ad esempio soprattutto il blocco centrale, quello etico.

La meditazione buddista è invece molto importante, quindi la terza parte è al centro, in una dimensione meditativa che significa una grande attenzione che si persegue attraverso delle tecniche. Si riesce, secondo l'insegnamento buddista, ad avere, attraverso la meditazione, quello stato di calma mentale che permette le visioni rette di come stanno le cose. E cosa scopre il meditante che ha lavorato bene e che contempla anche, nel suo lavoro meditativo, un'’etica piuttosto rigorosa? Ho elencato alcuni concetti chiave del buddismo in modo che la cosiddetta dottrina ci appaia come l'esito di un percorso di comprensione. La prima è una verità abbastanza sconvolgente per noi occidentali:

Anatta (l’inesistenza di un io separato). Per i buddisti l’io non c'’è. Questo non vuol dire che io non esisto, ma la percezione di questo come un “io” separato da tutti gli altri è una falsa percezione, dovuta all’ignoranza. Allora quello che io aggrego a me e penso come Luigi Turinese è un aggregato di sensazioni, sentimenti e ricordi che nel tempo si incrosta in una dimensione egoica che abbiamo l’abitudine di chiamare Luigi Turinese o Andrea Lonardo. Non esiste un Io separato. Questo comporterà dei grossi problemi nella reincarnazione, perché la prima cosa che si chiede ad un buddista è: ma allora chi è che si reincarna?

Anicca (non esiste nulla di permanente). Questo concetto è più vicino a noi se non altro perché conosciamo la filosofia greca: Eraclito, panta rei. Tutto scorre, non c'è nulla di permanente. Anche ciò che sembra più antico e strutturato è soggetto a passare.

Samsara (La vita ordinaria fatta di continue nascite e morti). Il buddismo sta all'’induismo come il cristianesimo sta all'ebraismo. Cioè il buddismo si configura come un ramo eterodosso dell’induismo. Allora alcuni concetti li prende da lì, come quello di karma. Il karma è fondamentalmente una legge di azione-reazione. Faccio una cosa e produco un effetto. Questo è vero, lo possiamo vedere nelle vite di chiunque. Solo che per gli indiani, che hanno un tempo ciclico, questo effetto non si ferma con la morte fisica, ma continua anche dopo. Quindi produrre un effetto dopo l'altro può portare ad incarnazioni successive che sono effetto a loro volta della vita precedente. Su un piano banale, se mi comporto bene mi reincarno meglio, però non è tanto un concetto di retribuzione, di pena. Non c'è nessuno che dice: “Vai all'inferno”, ma ci vado da solo, nel senso che se ottundo la mia comprensione al punto che muoio totalmente ignorante in senso metafisico, la successiva incarnazione mi vedrà in una forma vitale più ottusa. Addirittura una forma animale. Nel buddismo c’è una eredità di questo concetto di karma e più o meno esiste anche lì il concetto di reincarnazione, comunque una ruota di nascite e di morti. A proposito di reincarnazione ho letto un articolo di Pietro Cantoni, di orientamento cristiano. Per noi occidentali, o almeno per gli occidentali più superficiali, la reincarnazione appare abitualmente come una cosa positiva: si torna a vivere. Per un indiano non va bene questa cosa: il massimo della sciagura che si possa augurare a qualcuno è: “Ti reincarnerai e tornerai”. Non vogliono tornare! Perché, se tutto è dolore, ricomincio daccapo. L'obiettivo finale di liberazione per un buddista è non incarnarsi mai più, non tornare. Noi che stiamo benino, consumisti come siamo, pensiamo alla reincarnazione e ci piace molto l'’idea delle religioni orientali, così si torna! L'obiettivo finale è invece l'’estinzione, il Nirvana.

Nirvana. Per certi versi il Nirvana è l'antitesi del Samsara. Non vi racconto le evoluzioni filosofiche successive che vedono uno come lo sfondo dell'altro, ma per semplificare vi basti sapere che il Samsara va fuggito come la morte. E la nascita peggio ancora perché è l’esito di un atto di ignoranza che precedentemente non mi ha portato a vedere come stanno le cose e quindi non mi ha svegliato. Il risveglio coincide con la fine del Samsara e l'’entrata nel Nirvana (espirazione, estinzione). Il Nirvana è molto desiderato.



Pratitysaasamuptada (dodici punti uno concatenato all'’altro, l'’ultimo si chiama avidya che significa ignoranza). E’ un nesso causale implacabile che fa vedere come dalla nascita fino all'’ignoranza e quindi poi ad una rinascita si entra in un vortice infernale di rinascite continue. Noi possiamo dire, psicologicamente, che ogni nostra vita è un' infernale ruota di nascite e morte, illusioni e disillusioni, piccole nascite e piccole morti. Per loro vale nel tempo ciclico dell'’eternità, è una visione spaventosa. Quando capiamo quali sono tutti questi nessi, non c'’è più ignoranza, ma saggezza e si arriva alla visione della realtà come vuoto.

Sunya (Vuoto), caratteristica fondante della realtà. Dobbiamo fare attenzione al significato esatto dei termini, noi siamo occidentali e quando diciamo vuoto pensiamo alla noia e agli sbadigli. Vuoto è invece un concetto che allude alla non sostanzialità delle singole cose. Nessuna cosa è sostanzialmente esistente, se non in relazione a tutte le altre. Quindi il fondamento ultimo della realtà è il vuoto.

Abbiamo visto in questa prima parte il principe Siddharta che si illumina - VI-V secolo a.C. Muore ad ottant’anni, probabilmente per l'’ingestione di carne avariata. Non muore sulla croce, ma di morte più o meno naturale. Morendo va nel Nirvana. In un testo buddista si legge: “Dopo la mia morte siate per voi stessi la vostra isola, il vostro rifugio” (Digha-nikaya, II). Lascia ai monaci piangenti questa ingiunzione. Buddha è un fondatore di religione, una religione molto filosofica e psicologica, ma non è Dio, non si proclama Dio. Non solo, ma il buddismo in qualsiasi manuale è definito una religione atea. Questo è discutibile: il Buddha riconosceva più come metafore che come sostanziali realtà, proprio perché la realtà gli sembra insostanziale, alcune divinità dell’induismo, così tanto per tenerle buone. Ma del problema di Dio non ha mai voluto parlare perché le questioni metafisiche, a lui che era il medico, sembravano una perdita di tempo. Nel canone buddista ci sono varie storie del genere, la principale delle quali è questa. All'’ennesima domanda: “Cosa c’è dopo la morte? Ma c'è un Dio?”, lui replicava in modo secco raccontando di quell'’uomo che viene colpito da una freccia. Quell'’uomo quando viene colpito da una freccia e qualcuno va a soccorrerlo, non chiede solo di essere soccorso? Pensate che cominci a chiedere: “Ma com'’era quello che ha scoccato la freccia? Era alto o basso? Raccontatemi com'’era”.
No, non chiede questo, vuole solo essere liberato dal dolore. Quindi fondamentalmente taglia con le questioni metafisiche portando su una sfera pratica la sua predicazione.

Nel vangelo di Giovanni invece, una delle cose che dice Gesù è questa: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv. 13,34). Vedete la differenza enorme con la frase lasciata da Buddha prima di morire: “Dopo la mia morte siate per voi stessi la vostra isola, il vostro rifugio”. Nel cristianesimo c'è una prospettiva intersoggettiva, interrelazionale, che nel buddismo originale non c’è.
Vi dico questo perché credo che sia essenziale il problema sollevato da don Andrea sull'’identità. Lo stesso Dalai Lama dice: “Fate attenzione alle facili conversioni perché sarebbe come mettere su un corpo di capra la testa dello yak”. Viene fuori un mostro. Questo dell'’identità è un grande problema. Il cristianesimo, per come l'’ho capito, è molto relazionale. Intanto c'’è il concetto di Trinità, che è un concetto di tipo relazionale, perché ci sono le tre Persone che sono interfacciate. Spero di non dire bestialità teologiche. Questo penso che porti proprio il tema fondante di tipo relazionale.
Nella Genesi c'’è poi la somiglianza tra Dio e uomo che è ontologica e questo pure è un elemento relazionale e poi la comunione da un certo punto di vista è un elemento fortemente relazionale. Questi sono alcuni elementi del cristianesimo, non sono chiaramente tutti:
Trinità
Somiglianza Dio-uomo
Centralità della comunione


Ne ho scelti tre per il buddismo:
Nirvana
Non-dualità
Vacuità

Sono tre elementi irrelati. Siamo in un’ottica completamente diversa, per questo i trapianti non sono facili. Il senso del vuoto, della vacuità, che è peraltro concetto filosoficamente molto interessante e che il cristianesimo ha sfiorato soprattutto con quella che si chiama mistica apofatica (Meister Eckhart ma forse anche Dionigi l'’Areopagita), ma che per il cristianesimo sono concetti un po'’ secondari.
Naturalmente non è che i buddisti non si aiutino gli uni con gli altri, però sono centrati da un'’altra parte.
Voglio comparare anche un'’altra triade. Nel buddismo abbiamo visto che il peggior peccato è l'’ignoranza in fondo di come stanno le cose, la replica è la saggezza di come stanno le cose. Quando vedo che tutto è vuoto, che non esistono realtà separate, che reincarnarsi è la suprema abiezione, tutto questo è elemento di saggezza, si raggiunge con pratiche meditative. La reincarnazione è una iattura, non c'’è da augurarsi.
Nel cristianesimo viceversa c’è la nozione di peccato che naturalmente mi ripropone un'’idea di un'’anima individuale che è completamente diversa dal concetto di Anatta che abbiamo visto prima. Il peccato si riscatta con il perdono e alla fine viene promessa la resurrezione. Se promettete la resurrezione ad un buddista quello fa gli scongiuri, perché è da un'’altra parte che stiamo andando. Non ho alcuna pretesa di dire quale delle due è meglio, ma voglio solo farvi vedere che sono due concezioni pressoché incompatibili proprio sul piano logico.

C’è un aforisma che recita:
Nel buddismo tutto si spiega senza Dio,
nel cristianesimo nulla si spiega senza Dio.
Tutto si spiega senza Dio non vuol dire che il buddismo sia ateo, questa è una semplificazione. E'’ importante tutta la successione dei dati che abbiamo sin qui esaminato. Il buddismo è quasi agnostico, non è importante se esiste o no un Dio.
Nel cristianesimo nulla si spiega senza Dio tanto che io ritengo pericolosi i viraggi puramente etici del cristianesimo, le frange di puro riscatto morale. Qualunque laicismo può proporre un'’etica più che dignitosa, ma la chiave religiosa implica un altro tipo di esperienza.

Io sono stato presentato come psicoterapeuta junghiano e voglio leggervi una frase proprio di C.G.Jung:
”Io vorrei mettere in guardia contro la così spesso tentata imitazione e assimilazione delle pratiche orientali. Di regola, non ne viene che un istupidimento particolarmente artificioso del nostro intelletto occidentale”.
Questo istupidimento può essere l'esito di un tipo di coscienza che si è declinata nei secoli in occidente che ha bisogno probabilmente di un nutrimento diverso. Non vorrei che tutto questo sembrasse una captatio benevolentiae nei confronti del parroco, però raccoglievo la sfida da lui lanciata con il titolo di questo incontro: fascino, perché di fascino ce n'’è molto, e rischi. Il rischio è quello della capra con la testa dello yak. L'’istupidimento artificioso del nostro intelletto si vede nei visi di tanti praticanti di religioni orientali occidentali che, a mio parere, eludono la prima nobile verità, che tutto è dolore, cioè la tragicità dell'’esistenza, che poi è un'’idea anche greca, che viene meno a favore di pratiche pacificanti. Si va a meditare per stare meglio, non per capire meglio.

Io suggerirei qui una citazione da san Paolo:
Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (I Tessalonicesi V,21)
Le pratiche buddiste serie, quelle più asciutte che non raccontano tante cose ma insegnano delle tecniche di osservazione di sé, possono essere un buon ponte verso la comprensione di ciò che effettivamente siamo e sono in questo modo esportabili anche in ambiti cristiani o addirittura non confessionali. Sono pratiche fondamentalmente psicologiche. Non solo, ma se vogliamo hanno condotto diversi cristiani a riscoprire la propria tradizione, perché poi si sono imbattuti in pratiche come quella dell'’esicasmo, tipica del cristianesimo d'’Oriente che coniuga la preghiera con la respirazione e quindi è come se fosse un'’espressione orientaleggiante ma nata in ambito cristiano. Ci sono altri elementi poco noti del cristianesimo che hanno punti di contatto.

Bisogna poi considerare che esistono in realtà delle versioni diversissime del buddismo a seconda del Paese nel quale il buddismo si è trapiantato. Per esempio il buddismo zen che è tipico del Giappone, implica poche cerimonie e molta pratica meditativa fondata sull'’attenzione. Il meditante si siede e osserva il suo respiro. Detto così sembra una sciocchezza, in realtà non solo è calmante, ma può portare ad osservare se stessi e tutta una serie di cose e soprattutto è una pratica che pare faccia bene anche a chi ha altre convinzioni teologiche. Ci sono stati sacerdoti che hanno lavorato in Giappone e, senza arrivare a sincretismi sciocchi, hanno scoperto ancora di più la propria religione, come H. M. Enomiya Lassalle, gesuita tedesco, che ha lavorato molto in Giappone e ha anche scritto dei libri molto belli sull'’incontro tra alcune pratiche zen e il cristianesimo. Zen vuol dire meditazione, in realtà in sanscrito meditazione si dice dhyana, in cinese dhyana diventa ch'an e dalla Cina ch'an diventa zen in Giappone. Nel Tibet invece dove c'’era una tradizione sciamanica fortemente magica, il buddismo si è trapiantato con una quantità di deviazioni quasi magiche. Se vedete una immagine buddista tibetana vi rendete conto del chiasso di divinità. Ho appena detto che il buddismo è agnostico, ma in Tibet trova tutto questo retroterra magico e cultuale e viene fuori un buddismo tibetano che tra l'’altro è molto diffuso perché c'’è stata la diaspora con il Dalai Lama nel 1959, cacciato con tutti i tibetani. Il Dalai Lama è un'’icona mediatica ormai e quindi si pensa che il buddismo sia quello, ma in realtà quello del Dalai Lama nasce come buddismo di minoranza. Se fosse rimasto in Tibet non lo avrebbe conosciuto nessuno.
Abbiamo poi il buddismo di Nichiren, nel quale ci si siede due volte al giorno recitando il Sutra del loto in giapponese. A me sembra una pratica istupidente perché tra l'altro è in una lingua che non ci appartiene. Tra l'altro la setta di Nichiren nasce nel 1200 con un'’ottica nazionalista e militarista. Da noi ci sono milioni di praticanti che non sanno queste cose.

Direi per chiudere che il buddismo ci può riportare ad una conoscenza di noi, ma pencolarsi verso l'altro è conoscitivo solo se ho un'identità abbastanza stabile. Non è così difficile da capire, vale anche per le relazioni affettive. Non conosco davvero l'altro se non ho una buona identità personale, questo vale anche per le culture.



Concludo con dei cenni bibliografici per chi volesse approfondire:

Pasqualotto, G. Il buddismo. I sentieri di una religione millenaria – Bruno Mondadori
Franci, G.R.: Il buddismo – Il Mulino
Gnoli R. (a cura di): La rivelazione del Buddha I e II - Mondadori
Dalai Lama: La strada che porta al vero. Come praticare la saggezza nella vita quotidiana – Mondadori
D.Gira: La scelta che non esclude – Mondadori
H.C.Puech: Storia del buddismo - Mondadori


In foto: "Sacred ribben IV" e " Croce-mandala"

Conferenza pubblicata online qui

venerdì 10 settembre 2010

La scienza delle costituzioni umane - Omeopatia e Ayurveda

E' nota la differenza tra clinica e patologia: la prima si occupa del malato, mentre la seconda studia le malattie.
Mi sembra interessante che i grandi sistemi antichi di medicina, a differenza di quanto accade di norma al giorno d'oggi, siano imperniati più sulla clinica che sulla patologia.
Interessandosi conseguentemente all'uomo nella sua totalità, essi hanno scoperto che non tutti gli individui reagiscono allo stesso modo, sia nello stato di salute sia nello stato di malattia. Questa scoperta segna la nascita della scienza delle costituzioni umane.
Sono sempre state individuate tre o più spesso quattro linee fondamentali in cui si vanno ad incanalare le tendenze biotipologiche. A queste linee fondamentali si affiancano le molteplici combinazioni rappresentate dai tipi misti di più comune riscontro nella pratica clinica.


Il tentativo organico più antico di compiere una classificazione tipologica spetta alla medicina ayurvedica. Essa pone a fondamento della propria fisio-patologia il principio dei Tridosa: tre forze. Vata, Pitta e Kapha, governano il microcosmo, e dalla loro armonia o disarmonia discendono la salute o la malattia.
Le tre costituzioni di base sono il risultato del dosa predominante al momento del concepimento. Una persona il cui dosa dominante sia il Pitta avrà una Pitta Prakriti, caratterizzata da un'esuberanza di Pitta e da una quantità minore, variabile, di Vata e Kapha. Le altre due costituzioni di base sono rispettivamente la Vata Prakriti e la Kapha Pakriti, a cui si può affiancare la Sama Prakriti, o costituzione ideale, in cui c'è perfetto equilibrio dei tre dosa

(vedi anche il post: Breve storia dell'idea tipologica)

La Sushruta Samhita contiene una minuziosa descrizione delle tipologie basilari. Vediamone le linee fondamentali.
Il tipo Vata è aggravato dal freddo umido, dal lavoro psico-fisico prolungato, dalle preoccupazioni, da un regime alimentare piccante. Ha un a spiccata predilezione per l'arte, particolarmente per la musica. Impaziente ed irrequieto, incostante e incoerente, ha temperamento incerto e presenta frequenti variazioni d'umore. Frettoloso ed iperattivo, è soggetto a malattie nervose. Essendo ipersensibile al dolore, che non sopporta, si lamenta con facilità. E' piuttosto gracile.
Il tipo Pitta è aggravato dal calore, dalla collera, da alimenti grassi e di origine animale e da disturbi durante la digestione. Migliora con il sapore dolce e con le sostanze digestive. Ha buona memoria, è brillante in società e ama monopolizzare ogni conversazione. Irascibile, dopo la collera ritorna tuttavia subito alla normalità. Vigoroso e instancabile, ama la competizione, perché gli dà modo di emergere. La cute è un apparato facilmente interessato da scariche tossiniche, che si manifestano sotto forma di eruzioni, facili arrossamenti e sudorazioni maleodoranti.
Il tipo Kapha è aggravato dalla vita sedentaria, dal freddo, in tutte le condizioni di umidità (ricordiamo che l'elemento dominante in questa costituzione è l'acqua), da pasti troppo ravvicinati, dall'eccesso di cibi salati e di dolci. E' paziente ed autocontrollato, metodico e lento. Ha spiccato senso del dovere ed è conservatore per natura. Pondera a lungo ogni decisione, cui poi si attiene con costanza e coerenza. Tende all'obesità.

Proporzione e disarmonia.
Il mondo greco classico esprime una filosofia e una medicina che mostrano più di una analogia con la cosmobiotipologia dell'Ayurveda.
Il grande Ippocrate di Coo (458-370),prendendo spunto dalla quadruplice ripartizione empedoclea degli elementi macrocosmici in acqua, aria, fuoco e terra, postula l'azione del microcosmo di quattro principi, che egli chiama umori: flemma, sangue, bile gialla e bile nera. La loro giusta proporzione (crasi) determina la salute, mentre la loro disarmonia (discrasia) è alla radice della malattia. A seconda dell'umore prevalente, avremo quattro temperamenti di base: flemmatico, sanguigno, biliare e atrabiliare.
la fisiopatologia umorale testè descritta sarà rielaborata e perfezionata da Galeno (138-201) e poi dai medici arabi. Sempre in abito greco, è da notare che nel XL capitolo del Timeo Platone (427-347 a. C.) espone una patologia basata sull'alterazione di aria, flemma e bile, che presenta sorprendenti analogie col principio dei Tridosa.
il Medioevo occidentale custodisce la dottrina costituzionalistica umorale e la tramanda ai secoli successivi. Ricordiamo per tutte la grande scuola ippocratica di Montpellier, che ancora nel XVII secolo aveva la forza di esprimere un grande clinico come Lazaro Riverio, autore di una minuziosa e tuttora valida descrizione dei quattro temperamenti ippocratico-galenici.
Tra il XVII e il XVIII secolo si afferma la più affascinante tra le scienze delle costituzioni parziali, la Fisiognomica, che dai tratti del volto pretende di risalire al temperamento del soggetto.

Ci siamo occupati, finora, con la sola eccezione dell'Ayurveda, di altrettanti capitoli di storia della medicina, privi in apparenza di possibilità applicative; tra le dottrine esposte, infatti, nessuna trova impiego oggi.
Nell'Omeopatia di Hahneman (1755-1843), invece, troviamo un ideale raccordo tra antico e moderno, e una metodica clinico-terapeutica non solo praticata tuttora, ma in via di continua espansione. Hahneman, come è noto, riprende e mette in pratica, sviluppandolo, il similia similibus curentur di Ippocrate.

I pilastri della dottrina omeopatica sono quattro.
Vi è la legge della similitudine: ogni elemento naturale capace di provocare, se assunto dall'uomo sano, un certo quadro morboso, può guarire se assunto in dosi infinitesimali, un malato che presenti un quadro morboso simile.
Vi è poi la legge della diluizione. E' contenuta nella precedente: il medicinale raggiunge lo scopo desiderato, senza effetti collaterali, se usato a dosi infinitesimali.
Vi è l'individualizzazione del rimedio. Non ci sono medicinali per le singole malattie, ma per i singoli malati. L'Omeopatia infatti, come tutti i sistemi costituzionalistici, è una metodica fondata sulla clinica e non sulla patologia. Ciò significa che, poniamo per una tonsillite, il rimedio sarà diverso a seconda che il malato abbia o meno febbre alta, presenti o meno ipersalivazione, abbia le tonsille color rosso vivo o rosso cupo, sia abbattuto o agitato, e così via.


E infine, vi è lo studio delle costituzioni. Assai usata è una classificazione su base biochimica, che prevede tre costituzioni: Carbonica, Sulfurica e Fosforica, a seconda dell'elemento di cui ha più bisogno il biotipo (carbonio, zolfo, fosforo). Per essere più precisi, la costituzione Sulfurica dovrebbe essere sdoppiata in Sulfurica grassa e Sulfurica magra; quest'ultima ha bisogno di ioduro di zolfo e di sali di cloro, ed è più equilibrata, avvicinandosi alla Sama Prakriti dell'Ayurveda.
La descrizione dei tre biotipi principali ricalca abbastanza precisamente quella ayurvedica di Kapha Prakriti, Pitta Prakriti e Vata Prakriti rispettivamente.
L'ultimo, determinante impulso alla precisazione della scienza delle costituzioni umane è opera del neo-ippocratismo, movimento scientifico e di pensiero che nella prima metà del '900 ha fatto sentire la sua voce soprattutto in Italia e in Francia.
Va citata in particolare l'opera di due grandi studiosi: Pende e Martiny.
La neuroendocrinologia costituzionale di Nicola Pende (1880-1970) ha permesso di distinguere due costellazioni neuroormonali: una orientata verso l'anabolismo , il vagatonismo e lo sviluppo della parte viscerale e del tronco; l'altra orientata verso il catabolismo, il simpaticotonismo e lo sviluppo relativo degli arti e del capo.
La prima costellazione determina la variante brachitipica megalosplancnica, la seconda costellazione dà luogo alla variante longitipica microsplanicncnica. Il comportamento funzionale, esito dell'attività del sistema neuroendocrino e degli apparati fondamentali, permette di distinguere, per ciascuna variante, due atteggiamenti: uno astenico e uno stenico.
Pende pertanto descrive quattro costituzioni di base: brevilineo astenico, brevilineo stenico, longilineo astenico, longilineo stenico.

I segni

Ci si domanda a questo punto: da dove traggono origine i segni morfologici, funzionali, neuro-endocrini, psichici che fanno di un biotipo ciò che è?
Martiny (1897) ha indicato la via per rispondere a questo centrale interrogativo. Egli, nel faticoso e affascinate approssimarsi alle origini del Mistero, si è rivolto allo studio dello sviluppo enmbrionale. Nella seconda e nella terza settimana di vita intrauterina l'embrione si struttura in tre lamine o foglietti germinativi: endoblasta, mesoblasta, ectoblasta. Il periodo compreso tra la quarta e l'ottava settimana è cruciale per lo sviluppo dell'organismo. Inizia infatti l'organogenesi, che si attua attraverso la differenziazione dei foglietti germinativi.
Dall'endoblasta derivano le mucose dell'apparato digerente e dell'apparato respiratorio, fegato e pancreas, timo, tiroide e paratiroidi.
Dal mesoblasta traggono origine l'apparato osteo-articolare e muscolare, l'apparato cardio-vascolare, milza, reni, e corticosurrene, gonadi e ipofisi anteriore.
Dall'ectoblasta nascono il sistema nervoso, l'epidermide, la midollare del surrene e l'ipofisi posteriore.
Secondo Martiny, la costituzione di ciascun individuo dipende da quanto avviene in questo stadio. Il foglietto germinativo che ha la maggiore sollecitazione energetica di sviluppo dà luogo a un'esuberanza dei rispettivi organi di derivazione. Abbiamo così tre costituzioni (Endoblasta, Mesoblasta, Ectoblasta) corrispondenti alla dominanza del foglietto germinativo rispettivo e una quarta costituzione, dal Martiny denominata Cordoblasta, risultante dall'equilibrio di sviluppo dei tre foglietti.
L'Endoblasta assimila molto, e quindi tende all'obesità, a causa del suo ipoendocrinismo; anche se la tiroide nasce dall'endoblasta, infatti, il biotipo è un ipotiroideo per insufficiente stimolo ipofisario sulla tiroide. E' calmo, sedentario, dotato di saggezza pratica.
Il Mesoblasta è pletorico, muscoloso, iperendocrino. Bisognoso di movimento e di conquista, va in collera con facilità ma perdona presto.
L'Ectoblasta è gracile, ipoendocrino, emotivo e neurolabile. Ha intelligenza astratta e senso artistico, ma scarse attitudini realizzative per la sua proverbiale incostanza.
Il Cordoblasta è longilineo ma robusto, normoendocrtino con prevalenza tiroidea. Ha volontà tenace e notevole capacità intellettuale, ed è molto equilibrato.
Può essere utile, a questo punto, tentatere di costruire una tabella correlativa.



Tab 1


Kapha Prakriti
Flemmatico
Carbonico
Brevilineo astenico
Endoblasta

Pitta Prakriti
Sanguigno
Sulfurico Grasso
Brevilineo Stenico
Mesoblasta

Sama Prakriti
Biliare
Sulfurico Magro
Longilineo Stenico
Cordoblasta

Vata Prakriti
Atrabiliare
Fosforico
Longilineo Astenico
Ectoblasta




(Tab. 1):i sistemi sin qui descritti hanno alcune caratteristiche comuni.
a) Incorporano una psicologia, individuando nel corpo-mente un continuum senza opposizione.
b) Costituiscono la base indispensabile per attuare la vera medicina preventiva, che non è diagnosi precoce, ma conoscenza delle tendenze fisio-patologiche di ogni biotipo.
c) Il loro "umanesimo" ne fa la premessa ideale perché il rapporto medico-paziente sia qualcosa di più di un semplice incontro tecnico.
d) Hanno una valenza "ecologica", poiché prendono atto del legame indissolubile che lega l'uomo al suo ambiente, il microcosmo al macrocosmo.
e) Portano un contributo non indifferente alla comprensione filosofica dell'uomo e del suo posto nell'Universo. Non a caso ogni grande sistema costituzionalistico è pervaso da un'ispirazione che non esiterei a definire religiosa. Non credo di esagerare affermando che lo studio della biotipologia, aiutando a conoscere se stessi e gli altri, contribuisce a migliorare i rapporti interpersonali. In questo senso, esso dovrebbe far parte di ogni programma educativo, e non essere destinato solo agli addetti ai lavori.

(vedi anche il post: Breve storia dell'idea tipologica)

Omeopatia ed Ayurveda
Sul piano clinico-terapeutico, l'Omeopatia e l'Ayurveda sono attualmente praticate e in espansione. L'Omeopatia è presente da tempo nel subcontinente indiano, e non a caso, essendo filosoficamente assai vicina alla Weltanschauung indiana.
L'Ayurveda sta invece compiendo i primi passi in Occidente, in coincidenza con la crisi del modello meccanicisticonewtoniano-cartesiano e come aspetto particolare dell'incontro Oriente-Occidente. Ma l'Ayurveda è stato esposto e messo in pratica in India secoli fa. E' possibile vanificare questo divario spazio-temporale e considerare l'Ayurveda patrimonio dell'intera umanità? Ritengo senz'altro di sì, poiché la sostanza di questo sistema medico è universale e universalizzabile.
Quando parliamo di rendere applicabile l'Ayurveda al mondo intero, tuttavia, si pone il problema della "traduzione". Si tratta, a ben vedere, del problema generale di chi è convinto che la grande tradizione orientale abbia tanto da insegnare all'Occidente, e per farlo debba assumere un linguaggio che permetta un'esposizione coerente con la pedagogia occidentale.
Fa perfettamente al nostro caso, mutatis mutandis. quanto Maria Angela Falà, studiosa di filosofia buddhista, sostiene a proposito della traduzione dei testi buddhisti in lingue occidentali: "...Traducendo, si pensa che perdendo laf orma originaria si perda l'universalità del messaggio. Se così fosse, tuttavia, il messaggio buddhista non avrebbe poi una grande universalità! E' forse vero il contrario: mantenendo questa adesione letterale al testo, si rischia di compromettere la sua universalità. Una buona traduzione che si basi sul senso del mesaggio da trasmettere non è mai un tradimento del testo originale. Al contrario gli fa onore, perché gli permette di attraversare le frontiere linguistiche e culturali".


In foto: "I segni"

Rimanere legati all'ipse dixit di Charas o di Sushruta significa trascurare il contributo dei secoli successivi. Come Bhava Mishra, nel XVI secolo introdusse nella farmacopea ayurvedica arsenico e mercurio per fronteggiare la sifilide, così dobbiamo, nel quadro dell'avvicinamento tra Oriente e Occidente, mettere le rispettive tradizioni mediche in condizione di illuminarsi a vicenda. Così, conoscendo la fisio-patologia elaborata dalla medicina omeopatica, l'embriologia, l'endocrinologia e in generale la scienza delle costituzioni umane, si può trovare spiegazione a modalità e caratteristiche che altrimenti devono essere accettate acriticamente, o tutt'alpiù rappresentano il resoconto di osservazioni empiriche.

Non hanno più che valore antropologico gli accostamenti dei tipi costituzionali agli animali, così come vanno reinterpretate le descrizioni morfologiche, che fanno riferimento, ovviamente, al tipo fisico indiano. Parimenti relativi sono i giudizi che di tanto in tanto gli autori classici esprimono, condizionati, com'è naturale dai canoni morali estetici della propria cultura. I giudizi entusiastici sul tipo Kapha, per esempio, non sarebbero totalmente condivisi da un occidentale moderno, che probabilmente non apprezzerebbe quanto Sushruta "il corpo florido, dal petto ampio e grasso, dall'addome grosso e dalla pelle untuosa e fredda" tipico dellla Kapha Prakriti.
L'endoblastismo, che dà predominanza digestiva e predispone all'obesità, è la nota saliente della Kapha Prakriti. L'esuberanza e il pletorismo della Pitta Prakriti si spiegano con la predominanza del mesoblasta, che lo espone ad accidenti vascolari acuti. Le caratteristiche salienti della Vata Prakriti, infine, si spiegano con una predominanza, in questa costituzione, dell'ectoblasta: il sistema nervoso è il vero centro del soggetto, organo bersaglio più di ogni altro apparato.

L'Omeopatia, con i suoi medicinali energetici in grado di ristabilire e mantenere l'equilibrio costituzionale, si integra perfettamente con la dietetica differenziale dell'Ayurveda e con la sua farmacopea tratta dai tre Regni della Natura.
L'Ayurveda, d'altra parte, mostra notevole finezza quando prescrive alimenti diversi a seconda della costituzione e della malattia, a anzicché basarsi sulla quantità presta attenzione alla qualità degli alimenti, al loro "genio", ai sapori, ecc... Naturalmente occorre anche qui "tradurre", a meno che non si vogliano importare cibi esotici: una volta compresi i principi, potremo avvalerci dei vegetali nostrani: è lo spirito che conta, non la lettera.


In foto: "I segni II"

Si tratta di un tentativo iniziale, da approfondire e da completare , il cui fine è di unire gli sforzi per aiutare il mondo moderno a ritrovare una dimensione perduta, quella del servizio a beneficio dell'uomo e non dell'ideologia.
Mi sia consentito concludere con un passo di Ananda Kentish Coomaraswamy. Scritto a proposito delle religioni comparate, esso ben si adatta anche alla nostra ricerca, che è ricerca di conoscenza. "Molti sono i sentieri che conducono alla vetta dell'unico e identio monte: le differenze fra questi sentieri sono tanto più visibili quanto più in basso ci si trova, ma essesvaniscono arrivando sulla vetta". La vetta è la conoscenza dell'Uomo.

Luigi Turinese

Biblografia
A.K. Bhattacharya, "Tridosha and Homeopathy", Calcutta
V. Busacchi, "Storia della medicina", Bologna, 1973
A. Carrel, "Medicina ufficiale e medicine eretiche", Milano, 1950
G. Chandrashekkar Thakkur, "Introduzione all'Ayurveda", Roma, 1974
A.K. Coomaraswamy, "Sapienza orientale e cultura occidentale", Milano, 1944
M.A.Falà, "Dalla tradizione orale alla tradizione scritta: problemi di interpretazione dei testi coanonici buddhisti" Atti del Congresso su "Il Buddhismo in Europa", 1984
P. Huard, J.Bossy, G. Mazars, "Le medicine dell'Asia", Bari, 1978
N. Pende, "Scienza della costituzione. Sua evoluzione storica", Roma, 1953
Platone, "Opere", Firenze, 1974
A. Santini, "Lezioni di dottrina e farmacologiaomeopatica", Roma, 1983

Articolo apparso su "Yoga e Ayurveda", n. 24, Settembre 1987, pagg.43-47

lunedì 6 settembre 2010

Possibilità applicative dello Yoga in un progetto di medicina preventiva: note metodologiche

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Le malattie iatrogene come prezzo da pagare per gli spettacolari progressi farmacologici e chirurgici della medicina. La grande importanza della prevenzione e la sua sottovalutazione da parte della medicina meccanicistica. Dai modelli culturali sistemici ai metodi di cura globalisti. L'indilazionabile necessità di un progetto integrato di medicina preventiva. Prevenzione primaria, secondaria e terziaria. La pratica yoga come formidabile strumento di prevenzione primaria. Lo stress e i sistemi endocrino, neurovegetativo e immunitario. Le conseguenze di una cattiva gestione dello stress. Yoga e stress. L'impiego meramente clinico dello Yoga.

di Luigi Turinese

I progressi farmacologici e chirurgici della medicina del XX secolo sono stati indubbiamente notevolissimi e talvolta addirittura spettacolari. E' altrettanto indubbio, tuttavia, che il prezzo da pagare per queste conquiste è stato piuttosto alto, soprattutto in termini di malattie iatrogene (1).
Il punto è che la versione trionfalistica della medicina, quella per intenderci dei trapianti e degli interventi chirurgici in diretta televisiva, si riferisce a casi estremi. I reali progressi dello stato di salute, o quanto meno l'aumento dell'aspettativa di vita, sono dovuti piuttosto ad un miglioramento delle condizioni igieniche. Tradotto in una forma semplice: questo significa che la prevenzione è di gran lunga più importante della terapia.
Nell'attuale sistema sanitario, il posto dedicato alla medicina preventiva è ancora marginale. Il motivo risiede probabilmente nello scarso sviluppo che la medicina meccanicistica, tutta impegnata ad aggiustare i pezzi della macchina uomo, ha accordato alle tecniche di prevenzione.
Accanto al modello culturale meccanicistico, che interpreta l'Universo e gli organismi viventi come complessi macchinari regolati deterministicamente, si sta sviluppando, negli ultimi anni, un modello culturale sistemico (2), che studia tutti i fenomeni nella loro interrelazione.
In accordo al modello sistemico, si sono sviluppati o sono stati rivalutati metodi di cura globalisti, che non considerano l'uomo una macchina ma una totalità le cui parti sono fortemente integrate e che contrae rapporti più o meno stretti con tutto ciò che lo circonda.
Da questa prospettiva, la salute non è semplicemente assenza di malattia, ma equilibrio tra molteplici fattori (v. Fig. 1), e i mezzi per mantenere tale equilibrio (prevenzione) sono importanti almeno quanto quanto i mezzi per ripristinarlo (terapia propriamente detta).




Fig.1
FATTORI DI SALUTE
Individuali<-->Ambientali
- costituzione - chimico-fisici
- alimentazione - biologici
- abitudini di vita - socio-culturali
-atteggiamento mentale

La maturazione della coscienza sanitaria, la disponibiltà di metodiche globalistiche (3) e la modificazione della patologia (aumento delle malattie croniche e delle malattie mentali) rendono non più dilazionabile lo sviluppo di un progetto integrato di medicina preventiva. Si tratta di allontanare le cause di malattia e di potenziare i fattori di salute.

Si definisce prevenzione primaria l'intervento sull'ambiente e sull'uomo allo scopo di impedire l'insorgenza della malattia; prevenzione secondaria la diagnosi precoce, che consente il trattamento delle malattie in fase asintomatica; prevenzione terziaria le strategie messe in atto, una volta che si sia manifestata la malattia, per scongiurare complicanze o recidive.

Fig. 2
PREVENZIONE
-primaria
-secondaria
-terziaria

Una pratica yoga approcciata in modo organico, che rispetti cioè la classica ottuplice via di Patanjali, può rappresentare un formidabile strumento di prevenzione primaria e coadiuvare utilmente la prevenzione terziaria. Il suo ruolo al livello preventivo secondario è certamente assai modesto ma non dimentichiamo che più si cura la prevenzione primaria e meno si ha bisogno di quella secondaria: le persone infatti, finiscono per ammalarsi meno.
Riprendiamo lo schema della Fig. 1 e commentiamone i singoli elementi.
La costituzione è in un certo senso l'elemento più statico e quindi meno modificabile dell'intero sistema. Eppure lo Yoga può molto anche in questo settore. Innanzitutto il suo metodo psicofisico consente di prendere coscienza delle caratteristiche e dei limiti del proprio corpo-mente. Questo lavoro non è cosa da poco: rappresenta infatti la base di ogni sentiero di autoconoscenza. Una volta in contatto col proprio complesso psico-fisico, si sceglieranno a ragion veduta le posture e le respirazioni più adatte (4).

L'alimentazione e le abitudini di vita sono di importanza difficilmente trascurabile in un progetto di prevenzione. Ebbene lo Yoga ha sviluppato addirittura una branca specifica, lo Anna-Yoga o Yoga del cibo, che prende in esame l'alimentazione più idonea per una salute migliore e per una migliore pratica spirituale

Il capitolo "igiene di vita" è il campo d'azione elettivo dei krya e di tutte quelle tecniche di igiene personale (jala neti; dhauti della lingua; ecc ...) che dovrebbero far parte delle abitudini quotidiane quanto il lavarsi i denti o il farsi una doccia.

Per quanto riguarda l'atteggiamento mentale, direi quasi che è la cartina al tornasole di ogni vita di realizzazione.
Semplificando al massimo, possiamo dire che l'essenza dei conseguimenti mentali cui tende lo Yoga è un'aumentata capacità unitiva: con sé, con gli altri, con le situazioni. Si tratta di un allargamento dell'area della consapevolezza, a cominciare dal proprio corpo e dalla propria fisiologia.
E' qualcosa di più del semplice rilassamento, che ne è tuttavia il presupposto inalienabile. Inoltre, una buona capacità di rilassamento rende più resistenti nei confronti delle aggressioni dell'ambiente esterno (fattori chimici-fisici e biologici della Fig. 1) migliorando la funzionalità immunitaria.
L'attualità dello Yoga a questo proposito è andata crescendo progressivamente, di pari passo con la precisazione di meccanismi relativi allo stress.
Lo stress è termine entrato ormai nell'uso comune, non di rado adoperato a sproposito per indicare il puro e semplice sovraffaticamento psico-fisico (surmenage). Con maggior precisione si definisce lo stress come la risposta psicofisiologica a stimoli interni o esterni all'organismo, o anche la risposta dell'organismo ad ogni richiesta di modificazione effettuata su di esso (5).
Si può comprendere quindi come il problema non siano tanto gli stimoli, che in qualche misura sembrano oggi inevitabili, quanto il modo di reagire ad essi (v. Fig. 3)


Fig. 3

STRESSOR(evento-stimolo) -->REATTIVITA' DEL TERRENO --> STRESS



Pertanto l'area di rischio psicosomatico è legata all'efficacia del filtro rappresentata dalla reattività del terreno che risulta dall'interazione tra sistema endocrino, sistema neurovegetativo e sistema immunitario.
Il sistema endocrino comprende le ghiandole a secrezione interna, deputate alla produzione di ormoni, la più importante delle quali, l'ipofisi, è strettamente collegata ad una struttura encefalica, l'ipotalamo, tanto da configurare un asse ipotalamo-ipofisario (di qui l'importanza della neuroendocrinologia).
Il sistema neurovegetativo è preposto alla regolazione autonoma dei vari organi e delle varie funzioni, attraverso l'azione bilanciata delle sue parti, l'ortosimpatico e il parasimpatico; la loro disarmonia configura la situazione nota come distonia neurovegetativa, foriera di disordini funzionali che possono preludere a vere e proprie malattie organiche.
Il sistema immunitario comprende in senso lato i meccanismi di difesa dal rischio patogeno costituito dalla penetrazione nell'organismo di elementi estranei (virus, batteri, cellule atipiche, ecc ...) che rappresentano il cosiddetto stimolo antigenico. Questa difesa si attiva tramite cellule immunocompetenti e anticorpi.
I tre sistemi descritti possono essere profondamente modificati da stimoli stressanti mal gestiti (v. Fig. 4)
La risposta immunitaria è in ultima analisi sotto il controllo del sistema neuroendocrino, a sua volta fortemente influenzato da eventi stressanti o da situazioni di angoscia.



Fig. 4

STRESSOR--->S.N.C.--->IPOTALAMO--->S.N.V.


IPOTALAMO

IPOFISI

SURRENE

SISTEMA IMMUNITARIO<-STIMOLO ANTIGENICO

RISPOSTA IMMUNITARIA


Cefalea, ipertensione arteriosa, disturbi gastrointestinali, artropatie, iperglicemia, disturbi del ritmo cardiaco, invecchiamento precoce, maggiore suscettibilità alle infezioni e finanche al cancro sono tutte possibili conseguenze di una cattiva gestione dello stress.
In generale, lo Yoga aumenta la capacità di fronteggiare lo stress (6).
Due punti essenziali vanno tuttavia sottolineati:

1) I risultati più profondi e duraturi si ottengono effettuando un percorso globale che volendo adattare lo yoganga di Patajali alla vita moderna, si può sintetizzare in tre elementi (posture, esercizi respiratori, meditazione) sottesi da uno slancio etico.

2) Non c'è un effetto "cumulativo" delle pratiche yoga, per cui soltanto l'applicazione regolare può garantire una efficacia terapeutica duratura.
I praticanti yoga hanno sempre conosciuto le virtù terapeutiche e preventive della loro disciplina, gli "effetti collaterali" di un sentiero che rimane comunque di ricerca interiore e di autorealizzazione.

Ciò che rappresenta una novità, piuttosto è l'interesse della medicina accademica per lo Yoga come coadiuvante nel trattamento di alcune patologie.
Esemplare a questo proposito un articolo apparso nel 1985 sul British Medical Journal (7). Vi si riportano i risultati di uno studio clinicoi effettuato su 53 pazienti asmatici cui è stato impostato un programma di asana, pranayama e dhyana per un totale di 65' al giorno. I pazienti sono stati comparati con altri 53 pazienti asmatici (gruppo di controllo) che hanno proseguito la terapia tradizionale. Il follow-up è durato oltre 54 mesi.
Nei pazienti che praticavano lo Yoga la frequenza degli attacchi si è ridotta in modo significativo, così come la dose di farmaci broncodilatatori necessaria per controllare gli attacchi; parallelamente, è aumentata la capacità respiratoria. Nel gruppo di controllo non si sono invece verificate variazioni di rilievo.

Mi rendo conto che una via di realizzazione completa come lo Yoga, uno dei sei darsana della filosofia indiana, venga penalizzata da un impiego meramente clinico. Non si può trascurare tuttavia questo livello di fruizione che, sia pur riduttivo, può contribuire ad allargare gli orizzonti di un nuovo modello culturale.

Luigi Turinese

Tesi a conclusione del Triennio I.S.F.I.Y. Federazione Italiana Yoga di Roma, 1985-1988


Pubblicato sulla rivista: "Yoga" - Organo della Federazione Italiana Yoga, n. 40, gennaio-maggio 1991, pagg. 15-17

In foto: "Regalità"

Note
(1) Le malattie iatrogene sono quelle provocate dall'intervento terapeutico del medico. Rappresentano attualmente la 7a causa di morte.
(2) Sui modelli culturali meccanicistico e sistemico, e sulle loro espressioni ai diversi livelli delle attività umane: v. Capra F. - "Il punto di svolta" - Milano, 1984 (ed. or. 1982)
(3) Le metodiche terapeutiche globaliste guardano alla salute e alla malattia dal punto di vista del modello culturale sistemico. Esse considerano l'uomo come una quantità psico-fisico-spirituale e, sia pure con le debite differenze rientrano tutte (agopuntura, omeopatia, terapie centrate sul corpo ecc...) nell'ambito della medicina olistica. Sui rapporti tra medicina olistica e modello culturale v. L. Turinese: "La medicina nei contesti culturali", in PARAMITA 14, Roma, 1985 pp.37-39
(4) Della individualizzazione delle pratiche Yoga si sta occupando attualmente il Dott. Ranade, direttore della Facoltà di Medicina Ayurvedica di Tilack - Pune (India)
(5) Sull'argomento si veda il pregevole studio di Pancheri P. "Stress emozioni malattia" - Milano 1979
(6)
Assai interessante a questo proposito Udupa K.N. - "Disorder of stress and Their management by Yoga" - Varanasi, 1978
(7) Nagaratna R., Nagendra H.R. - British Medical Journal 1985 - 291/1077-1079


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Luigi Turinese Cantautore

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