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"La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare" Luigi Turinese in Biotipologia
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sabato 5 dicembre 2020

L'omeopatia in due libri. Francesco Negro/Luigi Turinese - Evento online Martedì 15 dicembre 2020 ore 20.30

 

L'omeopatia in due libri
Incontro con gli autori
Francesco Negro
"Vivere come persona. Umanesimo ed Ecologia in Medicina
e
Luigi Turinese
 "Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia"
(co-autore R. de Torrebruna)

Presentazione online
Martedì 15 dicembre 2020

Iscriversi qui


Nel corso della presentazione gli autori, che sono amici e colleghi, con grandi affinità intellettuali,
scaveranno nei significati profondi che hanno voluto comunicare con le loro due opere




giovedì 22 ottobre 2020

Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia (Riedizione, Ed. Efesto, 2020) - di Riccardo de Torrebruna e Luigi Turinese

 Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia (Riedizione Ed. Efesto, 2020)


 

Titolo: "Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia. Sonata in cinque movimenti"
Autori: Riccardo de Torrebruna, Luigi Turinese
ISBN: 9788833811949
Editore: Edizioni Efesto
Luogo e Anno di pubblicazione: Roma 2020
Collana: de ortibus et occasibus
Pagine: 152
Prezzo: 13.50€

La vita di Samuel Hahnemann è il viaggio vertiginoso di uno sperimentatore votato a rinnovare l’intero apparato della medicina dei suoi tempi e, forse, dei nostri. Composta alla maniera di Mozart, suo contemporaneo, ecco dunque una “sonata in cinque movimenti”, in cui lo spartito si divide in due partiture. Da un lato, nella scrittura di Riccardo de Torrebruna, gli squarci “in diretta” dei momenti più significativi della biografia di Hahnemann, un’intrusione nel suo mondo privato, quasi il diario intimo di un ricercatore accerchiato dalla Storia. Dall’altra, la cronologia dei passaggi cruciali delle sue scoperte, descritti in modo essenziale e accurato da Luigi Turinese: la nascita dell’omeopatia e il percorso del suo sviluppo con il supporto di documenti e di citazioni originali.
Il libro si propone di aprire ai neofiti nuovi orizzonti sul significato della “cura” e di fornire agli esperti una diversa opportunità per osservare un grande maestro all’opera, senza i consueti scivolamenti celebrativi, recuperando piuttosto le ombre e le crisi di un personaggio di enorme statura, ai più ancora sconosciuto.
Sull’onda della polemica che ciclicamente cospira contro l’efficacia dell’omeopatia e dei suoi rimedi, questo libro tratta in modo assolutamente nuovo l’argomento e presenta Hahnemann non solo come un pioniere del metodo scientifico, ma come il precursore di una visione olistica della medicina.


Ordina il volume qui


sabato 17 ottobre 2020

"Hahnemann. Vita del padre dell'Omeopatia" - Presentazione del libro (Riedizione 2020, Edizioni Efesto) di R.de Torrebruna e L.Turinese


N.B. EVENTO RIMANDATO A DATA DA DESTINARSI

 Presentazione del libro

Sabato 31 Ottobre 2020
ore 10.30
Aranceria dell'Orto Botanico di Roma
Largo Cristina di Svezia 23/A

INGRESSO LIBERO



lunedì 14 settembre 2020

Mezz'ora di Medicina Integrata - Videointervista a Luigi Turinese, di Gino Santini

 

Mezz’ora di Medicina Integrata

Nella sera del 10 luglio 2020 nasce sulla pagina Facebook della Siomi una rubrica che vuole portare una ventata di chiarezza su tanti temi che, volutamente o meno, vediamo diffusi in modo distorto e superficiale. Si parla di Medicina Integrata e lo si fa con i professionisti che la utilizzano nel quotidiano con i loro pazienti. Il taglio volutamente divulgativo della rubrica vuole contribuire a quella chiarezza che deve sempre essere alla base del rapporto tra medico e paziente.

Gino Santini intervista Luigi Turinese

Guarda la videointervista


Intervista a Luigi Turinese from Gino Santini on Vimeo.

venerdì 5 ottobre 2018

"Hahnemann e la Psichiatria" , di Luigi Turinese


Hahnemann e la Psichiatria
di
Luigi Turinese


Opus contra naturam  (Foto Gianna Tarantino)

“Dopo aver condotto per molti anni uno studio particolareggiato di disturbi della specie più persistente e generalmente incurabili, e di malattie veneree, cachessia, ipocondria e follia, progettai, con l’assistenza dell’onesto Duca (1) , una casa di cura per questo tipo di malattie a Georgenthal, nei pressi di Gotha; fu allora che Klockenbring mi fu condotto da Hannover” (2)

Nell’anamnesi omeopatica, come sappiamo, una parte di rilievo è occupata dall’indagine sul carattere del paziente e sugli eventuali sintomi psichici concomitanti. Il tenore stesso delle domande, volte a far luce su di un’area comunemente ignorata dal medico pratico che non sia specialista in psichiatria, contribuisce a creare una salda relazione medico-paziente e qualcosa che somiglia ad un clima psicoterapeutico.
Qui, dopo tutto, risiede l’origine di quell’effetto placebo che il trattamento omeopatico sembra in effetti possedere in misura maggiore rispetto alle terapie convenzionali e che, se diventa lo strale preferito dai detrattori, dovrebbe invece costituire motivo di vanto per gli omeopati: perché possedere una tecnica anamnestica dotata per così dire di azione terapeutica non è cosa di poco conto.

Il fatto che l’anamnesi omeopatica lasci emergere contenuti psichici ha una duplice conseguenza: da un lato contribuisce a rinsaldare il rapporto tra medico e paziente, con ovvie implicazioni positive, anche sotto il profilo terapeutico e della compliance da parte del malato; dall’altro immette nel campo terapeutico materiali e questioni che, nel caso di pazienti nevrotici, abbisognerebbero di un intervento psicoterapeutico: in questi casi occorre molto buon senso, perché omeopatia e psicoterapia sono interfacciate ma non sono la stessa cosa.
Indubbiamente, all’origine dell’importanza che l’Omeopatia conferisce alla valutazione dell’area psicologica concorre più di un motivo. Certamente vi è un motivo tecnico, ovvero la necessità di porre il maggior numero di elementi gerarchicamente significativi – l’area psicologica certamente lo è – al vaglio della similitudine. Scrive Hahnemann nella “Materia Medica Pura” (1811-1821): “L’impiego omeopatico dei medicinali è più indicato quando non solo i sintomi somatici del rimedio sono simili a quelli della malattia, ma anche quando le alterazioni mentali ed emozionali provocate dalla droga incontrano stati simili nel quadro morboso da curare”. Alcune scuole posthahnemanniane, in verità, hanno in un certo senso ipertrofizzato, isolandole o quanto meno eleggendole a elemento trainante nella ricerca della similitudine, le alterazioni mentali ed emozionali. Oltre al motivo tecnico testé richiamato, però, vi è un motivo storico poco noto, che rivela una disposizione naturale del padre fondatore all’ascolto e alla comprensione del paziente.

Come si ricorderà, Hahnemann si astenne dall’attività clinica a partire dal 1789 per dedicarsi, a partire dall’anno seguente, alla ricerca di un nuovo principio sulla scorta del quale riedificare la clinica. Questo principio, noto come principio di similitudine, troverà una prima enunciazione nel 1796, con la pubblicazione del “Saggio su un nuovo principio per scoprire le virtù curative delle sostanze medicinali, seguito da qualche considerazione sui principî accettati fino ai nostri giorni”, nel quale Hahnemann trae le prime conclusioni di sei anni di sperimentazioni di sostanze medicinali sull’uomo sano.
Il Saggio costituisce in un certo senso l’atto di nascita dell’Omeopatia (anche se il termine Omeopatia apparirà solo nel 1808, nella “Lettera a un medico di alto rango sull’urgenza di una riforma in medicina”); e insieme il colpo d’ala con il quale Hahnemann si solleva da una posizione di mera contestazione della medicina del suo tempo a un livello propositivo e originale. Ad ospitarlo è il secondo numero del Journal der Pratictischen Arzneykunde und Wundarzneykunst, fondato l’anno prima da Cristoph Wilhelm Hufeland (1762-1836), vessillifero della medicina modernista e professore di clinica medica a Jena.
Dunque gli anni dal 1790 al 1796 furono anni di studio e di ricerca, con l’obiettivo di trovare una solida base teorico-pratica sulla quale rifondare l’attività clinica, temporaneamente sospesa.

All’incirca a metà di tale percorso, tuttavia, ci fu un episodio clinico, isolato ma saliente e carico di implicazioni epistemologiche. Siamo nel 1792. La morte del Principe Leopoldo, figlio dell’Imperatrice Maria Teresa, spinge Hahnemann a lanciarsi in una pubblica accusa nei confronti del medico di corte, Lagusius, che ha salassato il paziente per ben quattro volte in ventiquattro ore. La polemica assume toni durissimi; e consente ad Hahnemann di utilizzare quel singolo caso per scagliarsi con una violenza senza mediazioni contro le pratiche – allora molto in uso – dei salassi, degli emetici, dei purganti. L’editore dell’articolo, Becker, forse anche per allontanare il suo confratello massone (Hahnemann aveva aderito alla Massoneria nel 1777) da ulteriori polemiche che non gli avrebbero giovato, gli procura l’incarico di direttore del manicomio di Georgenthal, in Turingia.
Si tratta di uno spazio ricavato dal riadattamento del castello di caccia di Ernst, duca di Gotha, e ospiterà un solo paziente: Friedrich Klockenbring, alto funzionario della cancelleria di Hannover e ministro di polizia, curato senza risultati, tra gli altri, dal dottor Wichmann, medico di corte di Hannover. La moglie, avendo letto su una rivista di divulgazione medica la notizia della prossima apertura dell’ospedale psichiatrico di Georgenthal, decide di tentare quest’ultima carta.
È l’inizio dell’estate del 1792 e un uomo malinconico, sporco, col viso pieno di macchie e l’espressione idiota viene condotto dalla moglie nel castello adibito ad ospedale. L’attuale linguaggio psichiatrico lo diagnosticherebbe probabilmente come uno psicotico maniaco-depressivo con elementi deliranti. È altresì probabile, da notizie in nostro possesso, che il grave quadro clinico sia espressione di una sifilide secondaria. Lunghi periodi di taciturna malinconia si intercalano con fasi eccitatorie in cui egli, guidato da un’energia allucinata e febbrile, declama brani dell’Iliade in greco e testi in ebraico, canta arie dallo Stabat Mater di Pergolesi, recita a memoria passaggi dell’Inferno di Dante o del Paradiso perduto  di Milton, elenca lunghe formule algebriche. Una volta – spinto dall’ansia di conoscere i misteri dell’armonia – fa a pezzi un pianoforte.

Hahnemann trasferisce l’intera famiglia a Georgenthal; per nove mesi osserva il malato, rimane lunghe ore con lui, lo ascolta. Soprattutto, non usa i mezzi di coercizione in uso all’epoca.

Nel febbraio 1796, pubblicando sul Deutsch Monatschrift il caso clinico in questione (“Ritratto di Klockenbring durante la sua follia”), scriverà: “Non faccio mai punire gli alienati con percosse o con altre pene corporali, perché ritengo che non si possa punire la ‘follia’ involontaria; sono convinto che questi malati abbiano diritto alla nostra pietà e che la loro condizione si aggravi quanto più essi vengono maltrattati, senza poter riporre alcuna speranza in un miglioramento: lui mi mostrava spesso i segni delle percosse che i guardiani precedenti gli avevano inflitto durante il ricovero. Il medico di questi infelici deve potersi far rispettare da loro, ma deve anche ispirare loro fiducia; non si ritiene mai offeso da quanto essi possano dire o fare, perché agli alienati è impossibile offendere qualcuno. I loro irragionevoli accessi di collera suscitano la sua comprensione per uno stato tanto meritevole di pietà e suscitano in lui quell’amore per il prossimo che lo induce ad aiutarli” .
Hahnemann si trova immerso nello spirito del suo tempo. Egli, in realtà, non inventa nulla ma applica il buon senso e probabilmente ha ricevuto un’eco della riforma che ha luogo a Parigi in quegli stessi anni ad opera di Philippe Pinel (1745-1826); questi, proprio nei mesi in cui Hahnemann e Klockenbring si fronteggiano nel manicomio di Georgenthal, libera dalle catene i pazzi dell’ospedale Bicêtre, una struttura trasformata via via in ospedale militare, orfanotrofio, prigione e il cui ospite più illustre era stato Donatien Alphonse François de Sade (1740-1814).

Risale infatti a Pinel – e poi al suo erede Jean-Étienne-Dominique Esquirol (1772-1840) – una vera e propria riforma dell’orizzonte psichiatrico, che oltre ai metodi rivoluzionerà il punto di vista sulla follia. Come dirà Hegel, attento lettore di Pinel, nel folle rimane sempre un residuo di ragione, alla quale bisognerà guardare per comprendere e curare la malattia mentale.
"Più o meno, i folli ragionano tutti", scriverà Esquirol nella sua tesi di dottorato del 1805. Ed ancora: "Non solo le passioni sono la causa più comune dell'alienazione, ma intrattengono con questa malattia e con le sue varietà dei sorprendenti rapporti di somiglianza”.
Quest’ultima affermazione può senz’altro applicarsi al caso di Klockenbring, erudito di grande valore ma emotivamente fragile, il cui equilibrio psichico dipende in grande misura dagli umori dell’opinione pubblica. Il suo temperamento eccentrico riceve un colpo irrimediabile allorché il drammaturgo Kotzebue lo diffama in un pamphlet, accusandolo di essere socio del malfamato scrittore Karl Bahrdt, dipinto come alcoolista e sfruttatore della prostituzione.
La condizione in cui Klockenbring precipita è stata illustrata in precedenza. Il trattamento di Hahnemann – in pratica una rieducazione all’umanità attraverso l’umana partecipazione – nel febbraio del 1793 restituisce Klockenbring alla famiglia e al mondo del lavoro (sebbene declassato a un incarico di minore responsabilità). Egli, probabilmente fiaccato nel corpo sebbene curato nell’anima, morirà nel giugno del 1795.

Anche a causa della difficoltà di reperire pazienti in grado di pagare la retta e l’onorario, il caso rimane isolato e nessun altro malato di mente approda al castello di Georgenthal, che viene così dismesso. A chi gli domanda quanti folli siano in cura da Hahnemann, il magistrato distrettuale risponde sarcastico: “Soltanto uno: lui stesso”. Tale è la sorte degli innovatori.

Luigi Turinese

NOTE
[1] Hahnemann si riferisce al Duca di Gotha, suo protettore.
[2] In Haehl, R. (1922, vol. I, p. 41), traduzione mia dall’inglese. 
[3] In Tétau, M. (1997): “Hahnemann. Intuizione e genialità”, Tecniche Nuove, Milano, 2003, p. 42.

BIBLIOGRAFIA

Bradford, T.L. (1885): “La nascita dell’Omeopatia. Vita e lettere di Samuel Hahnemann”, Perla Edizioni, Milano/Grosseto, 1995.
Cook, T.: “Samuel Hahnemann”, Thorsons Publishers Limited, 1981.
Demarque, D: “L’Homéopathie médecine de l’expérience”, Maisonneuve, Muolins-lès-Metz, 1981.
•         de Torrebruna, R. – Turinese, L.: “Hahnemann. Vita del padre dell’Omeopatia. Sonata in cinque movimenti”, Edizioni e/o, Roma 2007.
Guillot, R.-P.: “Samuel Hahnemann pionnier de l’homéopathie”, Editions Sum, Genève, 1993.
Hahnemann, S. (1796): “Saggio su un nuovo principio…”, Guna Editore, Milano, 1994.
      •  Hahnemann, S. : “Striche zur Schilderung Klockenbrings während seines Trübsinns”, Deutsche Monatschrift, Leipzig, 1796.
• Haehl, R. (1922): “Samuel Hahnemann. His life and work”, B. Jain Publishers Pvt. Ltd., New Delhi, 1985.
Larnaudie, R.: “La vita sovrumana di Samuele Hahnemann, fondatore dell’omeopatia”, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1942.
Tétau, M. (1997): “Hahnemann. Intuizione e genialità”, Tecniche Nuove, Milano, 2003.
•         Turinese, L.: “Il farmacista omeopata”, Tecniche Nuove, Milano 2002

Articolo pubblicato in HIMed – HOMEOPATHY and Integrated Medicine, Maggio 2018, Volume 9, Numero 1, pp. 18-19


venerdì 23 febbraio 2018

Videointervista a Luigi Turinese su Omeopatia, vaccini, Medicina integrata, Psicoterapia e Storia della Medicina


Luigi Turinese  risponde a Massimo Leopardi su temi come
 Omeopatia, vaccini, Medicina Integrata, Psicoterapia, 
psicofarmaci e Storia della Medicina

Veggie Channel LIVE Show del 22 febbraio 2018 
con il Dott. Luigi Turinese (I parte, fino min 32,22)





giovedì 7 febbraio 2013

L’evoluzione dell’idea di tipo in Omeopatia - di Luigi Turinese


L’evoluzione dell’idea di tipo in Omeopatia
di
Luigi Turinese



Benché qualcuno creda ancora il contrario, in tutta la sua attività teorica e clinica Hahnemann non parve mai interessato a percorrere una via costituzionalistica o tipologica. Certo, la necessità di studiare la totalità dei sintomi dei pazienti per meglio stabilire i criteri di similitudine lo spingeva verso la nozione di globalità, ma egli non andò mai oltre la segnalazione che presso certe fisiologie e certi temperamenti fosse più probabile ritrovare i segni di richiamo di un certo rimedio piuttosto che di un altro. 

L’evoluzione successiva dell’Omeopatia, tuttavia, sembra andare spontaneamente verso l’elaborazione di una medicina di terreno. Questa tendenza trapela persino nel linguaggio, se ancora oggi si parla di  soggetto psorico, di paziente sicotico, e così via, quando si dovrebbe più correttamente affermare che nel tal paziente si manifestano segni del modello reattivo psorico, del modello reattivo sicotico, e così via: un modello reattivo, infatti, non è un tipo, ma uno dei modi – tipologicamente orientati, certo – di cui ciascun individuo dispone per reagire nelle fasi di rottura del suo equilibrio fisiologico. Proviamo a ricostruire le tappe salienti dell’assimilazione del linguaggio tipologico all’interno del costrutto omeopatico.
Una ventina d’anni dopo la morte di Hahnemann, Grauvogl descrive tre costituzioni, che sarebbe meglio definire stati biochimici, in rapporto ai quali classifica i rimedi omeopatici:
•          Costituzione idrogenoide, corrispondente ad uno stato di iperidratazione tissutale.
•          Costituzione ossigenoide, presso la quale le ossigenazioni sono in eccesso, per un’esagerazione del catabolismo.
•          Costituzione carbonitrogena, caratterizzata all’opposto da insufficiente di ossidazione e da ritenzione azotata.
Influenzato da Grauvogl, all’inizio del ‘900 il medico svizzero Antoine Nebel (1870-1954) descrive tre costituzioni minerali di base correlate ai sali di calcio dello scheletro:
•          Costituzione carbocalcica, normocrinica, capace di buona resistenza alla tubercolosi. Comprende soggetti brevilinei, con arcate dentarie regolari, denti quadrati, articolazioni piuttosto rigide e forti. Il carattere è calmo ed equilibrato.
•          Costituzione fosfocalcica, ipercrinica, poco resistente alla tubercolosi. Raggruppa soggetti longilinei, dal palato ogivale, con denti rettangolari presto cariati, dal torace stretto, predisposti alla cifosi, astenici e nervosi.
•          Costituzione fluorocalcica, ipocrinica, molto resistente alla tubercolosi. La morfologia è variabile ma è sempre segnata da iperlassità legamentosa: ne conseguono scoliosi, articolazioni lasse e, a carico degli organi interni, ptosi viscerali; sono frequenti le varici. I denti sono piccoli e malocclusi. Il carattere è improntato a una certa instabilità.
Le caratteristiche delle tre costituzioni minerali di base sono correlate con le patogenesi dei tre sali di calcio dello scheletro: Calcarea carbonica, Calcarea phosphorica e Calcarea fluorica.

Léon Vannier (1880-1963) riprende la classificazione di Nebel, semplificandone la terminologia (le tre costituzioni diventano la carbonica, la fosforica e la fluorica) e precisando che “il fosforico è sempre un eredo-tubercolare, il fluorico un eredo-sifilitico” (Vannier, 1928: 55-56). La classificazione di Nebel e Vannier, ancora in auge in Francia e ripresa anche in opere recenti, ha il difetto non marginale di trascurare l’antropometria. Difatti ogni classificazione costituzionale che si rispetti deve postulare un tipo che rappresenta la norma statistica, rispetto al quale gli altri soggetti rappresentano appunto deviazioni dalla norma. Non ha senso parlare di brevilineo e di longilineo se non in rapporto ad un normolineo. 
A questo difetto, tanto grave da porre, secondo me, la classificazione di Nebel e Vannier al di fuori dell’evoluzione delle classificazioni costituzionali compiute, pone rimedio Henry Bernard in lavori scritti a cavallo tra gli anni ‘40 e gli anni ‘50 (Bernard, 1951/1985). 
In questi lavori Bernard mette al centro della sua classificazione una costituzione sulfurica, facendone la costituzione più equilibrata o quanto meno quella in grado di difendersi meglio, dato che il rimedio di base che la rappresenta, Sulphur, descrive uno stato di eccellente reattività biologica. Mostrando un grande acume clinico, Bernard distingue tre sottotipi sulfurici: un tipo tanto equilibrato da poter essere considerato un tipo canonico di riferimento (sulfurico neutro), pressoché impossibile a riscontrarsi in pratica; e due tipi sulfurici per così dire “laterali”: l’uno le cui caratteristiche lo accostano alla costituzione carbonica e che Bernard denomina sulfurico grasso; l’altro che viceversa trae rapporti con la costituzione fosforica e che per questo viene denominato sulfurico magro
Si può comprendere come in questo schema non ci sia posto per una casella fluorica autonoma; difatti Bernard, pur conservando con molto buon senso un legame con la tradizione, “declassò” la costituzione fluorica, che divenne una costituzione mista, apportante una nota distrofica più o meno accentuata ai tipi costituzionali di base. 
La linearità della classificazione di Bernard ha il duplice pregio di rispettare la realtà clinica e di essere confrontabile con le classificazioni costituzionali di scuola non omeopatica.  Inoltre, cosa di non poco conto, Bernard stabilisce un rapporto stretto e logico tra la costituzione e la Materia Medica, parlando per primo di rimedi costituzionali: “Quando un individuo la cui costituzione morfologica è ben determinata vede rompersi il suo equilibrio biologico, egli aggiunge ai suoi caratteri costituzionali normali dei sintomi morbosi che formano degli insiemi patogenetici particolari e, di conseguenza, evocano dei rimedi corrispondenti a queste patogenesi [...] Non è raro vederlo passare, nel corso della sua esistenza, per una successione di stati [...] Questo malato avrà dunque bisogno successivamente di tutta una serie di rimedi che avranno dei sintomi comuni in rapporto alla costituzione. Essi si imparenteranno così gli uni agli altri per questo fondo costituzionale che non cambia mai. Allorché avremo analizzato i sintomi presentati in ciascun stato e avremo stabilito la corrispondenza farmacologica, saremo colpiti dal fatto che i rimedi così determinati sono sali differenti di uno stesso acido. Saremo dunque portati a concludere che è l’elemento acido a fornire i sintomi costituzionali comuni e che i differenti stati sono caratterizzati dagli elementi basici. Prendiamo l’esempio di un individuo che presenta la patogenesi del carbonato di calcio (Calcarea carbonica). Quando questo individuo vedrà accentuarsi i suoi disturbi, diverrà successivamente comparabile al carbonato di magnesio (Magnesia carbonica), poi al carbonato di potassio (Kali carbonicum), quindi al carbonato di sodio (Natrum carbonicum), ecc... L’elemento costante rimane l’acido carbonico (elemento costituzionale) mentre l’elemento variabile ad ogni stato è la base. E’ per questo che designeremo questa costituzione con il termine di Carbonica. Sarà lo stesso per le altre costituzioni, e potremo distinguere le costituzioni Sulfurica (grassa e magra) e Fosforica. [...] In ogni costituzione esistono degli stadi (calcico, magnesiaco, potassico, sodico, ecc...), che presentano, oltre ai tratti essenziali della costituzione, dei caratteri peculiari a ciascuna delle basi combinate con l’acido costituzionale. Lo stadio calcico è quello che più si avvicina all’equilibrio biologico [...] Di conseguenza, i rimedi calcici sono indicati più spesso nel bambino, che sta edificando la sua struttura” (Bernard, 1985: 139-141; tr. nostra). Non ci potrebbe essere critica più radicale alle posizioni di Nebel. Secondo l’ipotesi di Bernard degli stadi costituzionali, difatti, esiste – ed è basilare – uno stadio calcico in ogni costituzione; ma non si può parlare di costituzioni calciche, come invece proponeva Nebel. “Non è la base che fa la costituzione, ma l’acido” (Bernard, 1985: 136; tr. nostra).

Nella sua monumentale Matière Médicale Homéopathique Constitutionelle, Roland Zissu assume la classificazione e la concezione evolutiva di Henry Bernard, aggiungendo la distinzione, all’interno di ogni biotipo costituzionale, di uno stadio stenico, di difesa, e di uno stadio astenico, di invasione e cedimento. Per Zissu la costituzione fluorica non è una costituzione di base bensì una costituzione secondaria. Inoltre egli dedica la terza parte (circa centocinquanta pagine)  del quarto volume della sua opera alla sicosi, unico modello reattivo a cui è destinata una sezione autonoma. “La sicosi non è una costituzione. [...] Se le conferiamo un’importanza tale da darle un intero spazio del presente volume, è da una parte in ragione di un’autonomia nosologica originale di cui tenteremo di dimostrare l’esistenza, dall’altra a causa dell’allargamento considerevole che l’attuale nozione di sicosi ha subito dai tempi della concezione miasmatica di Hahnemann (Zissu, 1960: IV, 313; tr. nostra).

La sistematica di Bernard e quella, ancora più articolata, di Zissu costituiscono uno dei tentativi concettualmente più originali e clinicamente più fecondi di dare un assetto razionale alla Materia Medica, che viene così sottratta all’arido ordine alfabetico per divenire la trama di un’intelaiatura clinico-terapeutica. Nelle opere di questi autori, la costituzionalistica omeopatica consente di gettare un ponte tra semeiotica e terapia. Come ogni sistematica, essa è utile se non diventa scopo a se stessa. In altri termini, non si può contestare il fatto che certi rimedi trovano indicazione con un massimo di frequenza presso certi tipi costituzionali; ma negare la prescrizione di un rimedio della serie costituzionale carbonica soltanto perché il paziente è longilineo, nonostante egli sia portatore dei sintomi caratteristici della patogenesi del rimedio, significa avere abdicato al principio di similitudine, che costituisce un fatto empirico e sperimentale, a favore di un dogma, che costituisce invece una camicia di forza ideologica. 
La definizione del tipo costituzionale ha un’importanza difficilmente trascurabile: innanzitutto nell’atto di comprensione generale del paziente; poi nell’affinare la diagnosi, nel precisare la prognosi e nell’orientare la terapia. Dunque il primato, nella scelta del rimedio omeopatico, deve restare alla similitudine, che sarà stabilita tramite l’esercizio di un’attenta semeiotica.

La posizione eccentrica e allo stesso tempo virtualmente ubiquitaria della costituzione fluorica ne evidenzia la potenzialità di combinarsi con una qualsiasi delle costituzioni di base ma anche la mancanza di autonomia. D’altra parte, il modello reattivo sifilitico contrae così stretti rapporti con la costituzione fluorica, arrivando i due quadri a sovrapporsi, che mantenerli separati ingenera soltanto confusione. Infatti, presso ogni costituzione il giuoco combinatorio dei diversi modelli reattivi rende ragione della fisiopatologia del tipo; ma presso la costituzione fluorica l’unico modello reattivo ravvisabile è quello luesinico. Nel mio lavoro Biotipologia (1997/2006) ho fuso il  quadro del modello reattivo e quello della costituzione, abolendo nel contempo il termine sifilitico, quanto mai equivoco. 

Sorge a questo punto un problema: qual è il posto di questa nuova entità, nata dalla fusione di un modello reattivo e di una costituzione? Per la sua potenzialità di movente fisiopatologico, essa meriterebbe di essere inserita tra i modelli reattivi; nessun modello reattivo, però, comprende modificazioni del tessuto elastico e del tessuto osseo, e addirittura peculiari stigmate scheletriche come quelle descritte a proposito della costituzione fluorica. Tuttavia non si tratta neppure di una costituzione stricto sensu, dal momento che ogni costituzione è, per definizione,  innanzitutto descrizione di una fisiologia, che getta la sua ombra lunga su  eventuali tendenze morbose. La cosiddetta costituzione fluorica, però, è in definitiva un insieme di anomalie. Si può definire costituzione un quadro che non presenta situazioni di equilibrio ma soltanto segni di disarmonia? Propongo pertanto di considerare l’esistenza di una componente diatesico-costituzionale fluorica (fluorismo), che può dare segni di sé nell’ambito delle tre costituzioni di base. Il fluorismo non condiziona la morfologia in modo univoco, sebbene vengano descritti più spesso degli individui di piccola taglia, magri e dinoccolati, con segni di senescenza. Il viso è sempre asimmetrico e può esserci una differenza nel colore delle iridi. Le movenze sono poco eleganti e imprevedibili. Le mani sono flessuose, con unghie piccole; quella del pollice ha spesso la forma di un trapezio con base inferiore stretta e slargato in alto. L’abbassamento della volta plantare, con relativo piattismo del piede, e l’alta frequenza di distorsioni dell’articolazione tibio-tarsica sono legati all’iperlassità legamentosa. I denti sono piccoli e triangolari, con smalto di cattiva qualità e carie frequenti; la malocclusione è costante, riscontrandosi di regola, a mio avviso, una II classe di Angle nei fosfo-fluorici e una III classe nei sulfo-fluorici.  La fisiologia fluorica è in realtà una fisiopatologia, condizionata dalla neurodistonia e da una disarmonia distrofica con alterazioni del tessuto elastico, per cui si avranno malformazioni ossee  (esostosi, dismetrie, scoliosi ed altri paramorfismi) e degli organi interni (ptosi, agenesie, ipoplasie, altre anomalie genetiche), varici e talora aneurismi. E’ molto difficile valutare nel giusto senso la psiche fluorica. Possiamo dire che domina la coscienza della propria diversità, che una buona reattività trasforma in uno strumento di seduzione. Nella personalità del soggetto predomina il tratto divergente, che conduce ad un costante anticonformismo, non senza elementi di autocompiacimento. C’è un netto predominio della funzione intuizione, che si pone al servizio di un’intelligenza sintetica, versatile, rapida, che corre il rischio di essere superficiale e incapace di approfondimento. D’altra parte, uno dei tratti salienti della psicologia fluorica è una sorta di nomadismo, metaforico ma a volte anche letterale (tendenza incoercibile, quasi compulsiva, a cambiare luoghi, lavori, relazioni). Vengono in mente le parole di Bruce Chatwin, quando scrive di sé:  “Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due? [...] Che cos’è questa irrequietezza nevrotica, l’assillo che tormentava i greci? [...] Ho una coazione a vagare e una coazione a tornare - un istinto di rimpatrio, come gli uccelli migratori.” (Chatwin, 1996: 94). 
In un soggetto fosforico, che come vedremo nutre aspirazioni “alte”, la presenza di un elemento fluorico porta a spiritualizzare l’esperienza e costituisce la base della creatività.
In un sulfurico grasso, che di per sé ha i piedi ben piantati nella materia, può sollecitare l’ambizione e la ricerca del potere.
Nel carbonico, lento per natura,  diventa un elemento dinamizzante, che nutre di sprazzi di intuizione la sua intelligenza altrimenti pragmatica e analitica. In un certo senso, in qualunque campo di ricerca non ci sarebbe originalità senza la bruciante necessità di battere strade nuove che ascriviamo alla componente fluorica della personalità. Una personalità interamente posseduta dal fluorismo sarebbe senza dubbio psicopatica; ma una che ne fosse totalmente priva non avrebbe luce.  Si tratta di vedere quanto questo aspetto divergente sia integrato in una personalità completa, che sappia esercitare anche i valori della costanza e del pensiero razionale; e a questo proposito non vanno mai sottovalutate le opportunità familiari e ambientali che un soggetto può avere o delle quali viceversa può essere carente.
Per quanto riguarda le tendenza morbose favorite da questa componente costituzionale, oltre ai rischi di psicopatologie, dobbiamo ricordare le patologie ulcerative, la precoce sclerosi vascolare e i disturbi neurovascolari come il fenomeno di Raynaud, infine le malattie caratterizzate da cute secca e fissurata (ittiosi e soprattutto psoriasi).

Bibliografia
Bernard, H.: Traité de médecine homéopathique, Vanden Broele, Bruges 1951/1985.                  
Chatwin, B. (1996): Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, Milano 1996.
Demarque, D. (1981): L’Omeopatia, medicina dell’esperienza, Edizioni Boiron, Milano 2003.
Santini, A.: Omeopatia costituzionale, Istituto di Studi di Medicina Omeopatica, Roma 1994.
Turinese, L.: Biotipologia. L’analisi del tipo nella pratica medica, Tecniche Nuove, Milano 1997/2006.      
Turinese, L.: Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica, Elsevier Masson, Milano 2009.      
Vannier, L. : La typologie, Doin, Paris 1928.        
Zissu, R.: Matière médicale homéopathique constitutionelle, Boiron, Lyon   1960/1989         


Luigi Turinese



In foto: "Una pupilla nel cielo"

Articolo pubblicato su HIMED – HOMEOPATHY and Integrated Medicine, novembre 2012, Volume 3, Numero 2, pp. 8-10

lunedì 14 gennaio 2013

Hahnemann “protopsicoterapeuta”: un aspetto poco noto - di Luigi Turinese

Hahnemann “protopsicoterapeuta”: un aspetto poco noto 

di Luigi Turinese 

 Nell’anamnesi omeopatica, come sappiamo, una parte di rilievo è occupata dall’indagine sul carattere del paziente e sugli eventuali sintomi psichici concomitanti.
Il tenore stesso delle domande, volte a far luce su di un’area comunemente ignorata dal medico pratico che non sia specialista in psichiatria, contribuisce a creare una salda relazione medico-paziente e qualcosa che somiglia ad un clima psicoterapeutico.
Qui, dopo tutto, risiede l’origine di quell’effetto placebo che il trattamento omeopatico sembra in effetti possedere in misura maggiore rispetto alle terapie convenzionali e che, se diventa lo strale preferito dai detrattori, dovrebbe invece costituire motivo di vanto per gli omeopati: perché possedere una tecnica anamnestica dotata per così dire di azione terapeutica non è cosa di poco conto.
Il fatto che l’anamnesi omeopatica lasci emergere contenuti psichici ha una duplice conseguenza: da un lato contribuisce a rinsaldare il rapporto tra medico e paziente, con ovvie implicazioni positive, anche sotto il profilo terapeutico e della compliance da parte del malato; dall’altro immette nel campo terapeutico materiali e questioni che, nel caso di pazienti nevrotici, abbisognerebbero di un intervento psicoterapeutico. Ora, la domanda esplicita è: il medico omeopatico di media cultura è in grado di identificare queste situazioni per sottoporle a chi ne è competente? Non è un problema di poco conto; si tratta anzi, a mio avviso, di una questione non eludibile, perché il rischio, diciamolo a chiare lettere, è quello di scivolare inconsapevolmente nelle sabbie mobili di una psicoterapia selvaggia, sostenuta da un furor curandi di cui, a diverso titolo, fanno le spese sia il medico sia il paziente.
Indubbiamente, all’origine dell’importanza che l’Omeopatia conferisce alla valutazione dell’area psicologica concorre più di un motivo. Certamente vi è un motivo tecnico, ovvero la necessità di porre il maggior numero di elementi gerarchicamente cogenti – l’area psicologica certamente lo è – al vaglio della similitudine.

Scrive Hahnemann nella Materia Medica Pura (1811-1821): “L’impiego omeopatico dei medicinali è più indicato quando non solo i sintomi somatici del rimedio sono simili a quelli della malattia, ma anche quando le alterazioni mentali ed emozionali provocate dalla droga incontrano stati simili nel quadro morboso da curare”.
Alcune scuole posthahnemanniane, in verità, hanno in un certo senso ipertrofizzato, isolandole o quanto meno eleggendole a elemento trainante nella ricerca della similitudine, le alterazioni mentali ed emozionali.

Oltre al motivo tecnico testé richiamato, però, vi è un motivo storico poco noto, che rivela una disposizione naturale del padre fondatore all’ascolto e alla comprensione del paziente. Come si ricorderà, Hahnemann si astenne dall’attività clinica a partire dal 1789 per dedicarsi, a partire dall’anno seguente, alla ricerca di un nuovo principio sulla scorta del quale riedificare la clinica. Questo principio, noto come principio di similitudine, troverà una prima enunciazione nel 1796, con la pubblicazione del Saggio su un nuovo principio per scoprire le virtù curative delle sostanze medicinali, seguito da qualche considerazione sui principî accettati fino ai nostri giorni, nel quale Hahnemann trae le prime conclusioni di sei anni di sperimentazioni di sostanze medicinali sull’uomo sano. Il Saggio costituisce in un certo senso l’atto di nascita dell’Omeopatia (anche se il termine Omeopatia apparirà solo nel 1808, nella Lettera a un medico di alto rango sull’urgenza di una riforma in medicina); e insieme il colpo d’ala con il quale Hahnemann si solleva da una posizione di mera contestazione della medicina del suo tempo a un livello propositivo e originale.
Ad ospitarlo è il secondo numero del Journal der Pratictischen Arzneykunde und Wundarzneykunst, fondato l’anno prima da Cristoph Wilhelm Hufeland (1762-1836), vessillifero della medicina modernista e professore di clinica medica a Jena.

Dunque gli anni dal 1790 al 1796 furono anni di studio e di ricerca, con l’obiettivo di trovare una solida base teorico-pratica sulla quale rifondare l’attività clinica, temporaneamente sospesa.
All’incirca a metà di tale percorso, tuttavia, un episodio clinico, isolato ma saliente e carico di implicazioni epistemologiche, ci fu. E di tale episodio voglio riferire.
Siamo nel 1792. La morte del Principe Leopoldo, figlio dell’Imperatrice Maria Teresa, spinge Hahnemann a lanciarsi in una pubblica accusa nei confronti del medico di corte, Lagusius, che ha salassato il paziente per ben quattro volte in ventiquattro ore. La polemica assume toni durissimi; e consente ad Hahnemann di utilizzare quel singolo caso per scagliarsi con una violenza senza mediazioni contro le pratiche – allora molto in uso – dei salassi, degli emetici, dei purganti.
L’editore dell’articolo, Becker, forse anche per allontanare il suo confratello massone (Hahnemann aveva aderito alla Massoneria nel 1777) da ulteriori polemiche che non gli avrebbero giovato, gli procura l’incarico di direttore del manicomio di Georgenthal. Questo è in realtà uno spazio ricavato dal riadattamento del castello di caccia di Ernst, duca di Gotha, e ospita un solo paziente: lo scrivano Friedrich Klockenbring, alto funzionario della cancelleria di Hannover e ministro di polizia.
È l’inizio dell’estate del 1792 e un uomo malinconico, sporco, col viso pieno di macchie e l’espressione idiota viene condotto dalla moglie nel castello adibito ad ospedale. L’attuale linguaggio psichiatrico lo definirebbe in preda ad una psicosi maniaco-depressiva con spunti deliranti: i lunghi periodi di malinconia vengono infatti interrotti da fasi eccitatorie in cui egli, guidato da un’energia allucinata e febbrile, declama brani in greco e in ebraico, canta arie dallo Stabat Mater di Pergolesi, recita a memoria passaggi dell’Inferno di Dante o del Paradiso perduto di Milton, elenca lunghe formule algebriche.
Una volta – spinto dall’ansia di conoscere i misteri dell’armonia – fa a pezzi un pianoforte. Hahnemann trasferisce l’intera famiglia a Georgenthal; per nove mesi osserva il malato, rimane lunghe ore con lui, lo ascolta. Soprattutto, non usa i mezzi di coercizione in uso all’epoca.
 Nel 1796, pubblicando il caso clinico in questione (Ritratto di Klockenbring durante la sua follia), scriverà: “Non si possono punire le azioni involontarie; questi sventurati meritano solo pietà e il trattamento violento non li migliora, ma li aggrava sempre”.

Hahnemann si trova immerso nello spirito del suo tempo. Egli, in realtà, non inventa nulla ma applica il buon senso e probabilmente ha ricevuto un’eco della riforma che ha luogo a Parigi in quegli stessi anni ad opera di Philippe Pinel (1745-1826); questi, proprio nei mesi in cui Hahnemann e Klockenbring si fronteggiano nel manicomio di Georgenthal, libera dalle catene i pazzi dell’ospedale Bicêtre, una struttura trasformata via via in ospedale militare, orfanotrofio, prigione e il cui ospite più illustre era stato Donatien Alphonse François de Sade (1740-1814).
Risale infatti a Pinel – e poi al suo erede Jean-Étienne-Dominique Esquirol (1772-1840) – una vera e propria riforma dell’orizzonte psichiatrico, che oltre ai metodi rivoluzionerà il punto di vista sulla follia.
Come dirà Hegel, attento lettore di Pinel, nel folle rimane sempre un residuo di ragione, alla quale bisognerà guardare per comprendere e curare la malattia mentale. "Più o meno, I folli ragionano tutti", scriverà Esquirol nella sua tesi di dottorato del 1805. Ed ancora: "Non solo le passioni sono la causa più comune dell'alienazione, ma intrattengono con questa malattia e con le sue varietà dei sorprendenti rapporti di somiglianza”.
Quest’ultima affermazione può senz’altro applicarsi al caso di Klockenbring, erudito di grande valore ma emotivamente fragile, il cui equilibrio psichico dipende in grande misura dagli umori dell’opinione pubblica. Il suo temperamento eccentrico riceve un colpo irrimediabile allorché il drammaturgo Kotzebue lo diffama in un pamphlet, accusandolo di essere socio del malfamato scrittore Karl Bahrdt, dipinto come un alcoolista e uno sfruttatore della prostituzione.
La condizione in cui Klockenbring precipita è stata illustrata in precedenza.
Il trattamento di Hahnemann – in pratica una rieducazione all’umanità attraverso l’umana partecipazione – restituisce Klockenbring alla famiglia e al suo lavoro.

Purtuttavia, anche a causa della difficoltà di reperire pazienti in grado di pagare la retta e l’onorario, il caso rimane isolato e nessun altro malato di mente approda al castello di Georgenthal. A chi gli domanda quanti folli siano in cura da Hahnemann, l’intendente del castello risponde sarcastico: “Soltanto uno: lui stesso”. Tale è la sorte degli innovatori.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 
 • Bradford, T.L. (1885): La nascita dell’Omeopatia. Vita e lettere di Samuel Hahnemann, Perla Edizioni, Milano/Grosseto, 1995.
• Cook, T.: Samuel Hahnemann, Thorsons Publishers Limited, 1981.
• Demarque, D : L’Homéopathie médecine de l’expérience, Maisonneuve, Muolins-lès-Metz, 1981.
• de Torrebruna, R. – Turinese, L.: Hahnemann. Vita del padre dell’Omeopatia. Sonata in cinque movimenti, Edizioni e/o, Roma 2007.
• Guillot, R.-P.: Samuel Hahnemann pionnier de l’homéopathie, Editions Sum, Genève, 1993.
• Hahnemann, S. (1796): Saggio su un nuovo principio, Guna Editore, Milano, 1994.
 • Hahnemann, S. : Striche zur Schilderung Klockenbrings während seines Trübsinns. Deutsche Monatschrift, Leipzig, 1796.
• Hahnemann, S. (1921): Organon dell’arte di guarire (VI edizione), EDI-LOMBARDO, Roma, 2004.
• Hahnemann, S. (1828): Le malattie croniche, EDIUM, Milano, 1980.
• Hahnemann, S. (1811-1821): Materia Medica Pura, Jain Publishing Co., New Delhi, 1980.
• Haehl, R. (1922): Samuel Hahnemann. His life and work, B. Jain Publishers Pvt. Ltd., New Delhi, 1985.
• Larnaudie, R.: La vita sovrumana di Samuele Hahnemann, fondatore dell’omeopatia, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1942.
• Tetau, M. (1997): Hahnemann. Intuizione e genialità, Tecniche Nuove, Milano, 2003.
• Turinese, L.: Il farmacista omeopata, Tecniche Nuove, Milano 2002.
• Turinese, L.: Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica, Elsevier Masson, Milano 2009.

Luigi Turinese


In foto: "La collera del dio"

 Articolo apparso sulla rivista "Cahiers de biotherapie - N o t i z i a r i o F l a s h s m b I t a l i a", n. 4, anno XX, ottobre-dicembre 2012, pp. 23-26

giovedì 2 febbraio 2012

La medicina omeopatica come medicina a paradigma psicosomatico

La medicina omeopatica come medicina a paradigma psicosomatico

di Luigi Turinese


“Poiché questo è il grande errore dei nostri giorni,che i medici separano l’anima dal corpo”

Ippocrate

“L’impiego omeopatico dei medicinali è più indicato quando non solo i sintomi somatici del rimedio sono simili a quelli della malattia, ma anche quando le alterazioni mentali ed emozionali provocate dalla droga incontrano stati simili nel quadro morboso da curare”
Samuel Hahnemann


Non si guarirà mai, dunque, in modo conforme alla natura cioè in modo omeopatico, se per ogni caso individuale di malattia, anche acuta, non si presterà simultaneamente la dovuta attenzione anche alle modificazioni dello stato psichico e mentale del malato” (Hahnemann, 1921: § 213). Questa affermazione spazza via in un colpo solo la figura di medico rivolto al passato che tanti omeopati contemporanei vorrebbero fare del Maestro: Hahnemann (1755-1843) fu un uomo molto attento alla contemporaneità e per molti versi un precursore, nella fattispecie un precursore della psicosomatica.

Venendo all’Omeopatia del XX secolo, ci imbattiamo in una citazione altrettanto cogente: “Nella sperimentazione come nell’osservazione clinica l’omeopatia è una medicina dell’uomo totale” (Demarque, 1981: 330). Questa – che potrebbe apparire come una petizione di principio tutta ideologica, dunque soggetta a rimaneggiamenti legati al contesto culturale – è viceversa un’affermazione per così dire oggettiva. Con essa si ribadisce la stretta, inalienabile correlazione tra sperimentazione e clinica, che costituisce la base della medicina omeopatica: il principio di similitudine è tutto incardinato in questa giustapposizione.
È messa inoltre in evidenza l’origine squisitamente sperimentale dell’approccio globale al paziente, rivendicato – a ragione ma con toni troppo spesso apodittici – dai medici esperti in Omeopatia. Dobbiamo infatti agli effetti sistemici delle patogenesi sperimentali la ricerca di quella che Hahnemann chiamava la totalità dei sintomi del paziente: in altri termini, non è possibile operare una scelta terapeutica basata sull’analogia se non indagando i diversi piani in cui si manifesta la malattia: sintomi e segni psichici, generali, locali; tutti sostanziati dalle rispettive modalità.

L’individualizzazione del protocollo terapeutico, punto forte della clinica omeopatica, passa attraverso un’accurata disamina dell’insieme delle caratteristiche e dei sintomi del paziente. Questo è vero sia nei casi acuti, in cui è necessaria un’individualizzazione della malattia; sia, a maggior ragione e prendendo in considerazione elementi che solitamente il medico non considera importanti (desideri e avversioni alimentari, bioreattività (1), modalità, fattori biotipologici), in corso di malattie croniche. Un’accurata anamnesi e un dettagliato esame obiettivo costituiscono per il medico esperto in Omeopatia una necessità tecnica imprescindibile; così come è un necessità tecnica, prima che umanistica, una relazione terapeutica approfondita e fiduciaria.

In altri termini, se il medico non riesce a configurare un mosaico
sintomatologico “personalizzato” e manca – in particolar modo nei casi cronici – di mettere in evidenza la reazione individuale del malato, gli sarà molto difficile scegliere il medicinale corrispondente al caso. Il simillimum o quanto meno il simile, difatti, è il medicinale la cui patogenesi sperimentale viene richiamata con la maggiore approssimazione possibile dal quadro clinico in esame. Pertanto il medico deve conoscere molto bene la Materia Medica e deve osservare l’insieme del paziente così attentamente da poter affiancare i due quadri – l’uno spontaneo e l’altro sperimentale – constatandone la stretta analogia: è come se egli dovesse trovare il negativo fotografico (metafora della patogenesi sperimentale) cui corrisponde la fotografia che ha di fronte (metafora del paziente).
Analizzare il paziente dal punto di vista nosografico è necessario ma non sufficiente. È sempre importante porre la diagnosi convenzionale, in primo luogo per decidere quale strategia terapeutica mettere in campo: omeopatica, convenzionale, chirurgica, integrata. Il medico che segue il paradigma psicosomatico, difatti, saprà guardare alla globalità non solo all’atto della diagnosi ma anche nell’elaborazione del protocollo terapeutico, che si estenderà anche all’esame dello stile di vita, comprese le abitudini igienico-dietetiche; alcuni fallimenti terapeutici provengono proprio dall’ignoranza di queste aree. “Un omeopata è più di un semplice prescrittore di medicine omeopatiche – egli è anche consapevole dell’importanza del supporto di altre terapie e dei consigli che facilitano questo processo di guarigione” (Owen, 2007: 77).

La diagnosi omeopatica è una diagnosi non di malattia ma di rimedio: è la ricerca, cioè, della più accurata similitudine tra malato e medicinale. Per realizzare tale ambizioso obiettivo non ci si può accontentare di trovare una casella corrispondente alla malattia e affrontare quest’ultima con un protocollo standardizzato (2) . Il paziente va osservato e ascoltato con cura, nelle sue determinanti costituzionali non meno che caratterologiche. La lunga visita omeopatica non è l’esito di una abnegazione missionaria da parte del clinico – fermo restando che la phylantropia rimane una delle doti essenziali del buon medico – ma una tappa necessaria a valutare i possibili raffronti analogici. Vengono così passati in rassegna sintomi psichici, reazioni fisiologiche (sonno, mestruazioni, sessualità, ecc…) e fisiopatologiche, reazioni all’ambiente (alle temperature e al clima, a cibi e sapori, all’ambiente psicosociale), caratteristiche tipologiche. Tra queste ultime, rivestono grande importanza le caratteristiche psicologiche, che vanno distinte dai sintomi psicologici sebbene spesso ne rappresentino i fattori condizionanti.

Rispetto alla psicosomatica di orientamento psicoanalitico, la medicina omeopatica riconosce sempre un ruolo ai fattori psicologici, non limitandosi a individuare i sintomi di conversione. In altre parole, Hahnemann scoprì – con largo anticipo sulla PNEI – che la forza perturbatrice della malattia esercita la sua azione su tutta l’economia dell’organismo. E lo scoprì mercé la geniale intermediazione della sperimentazione patogenetica sul soggetto sano. “Tra i farmaci in grado di indurre modificazioni sullo stato di salute dell’uomo, tramite la sperimentazione, quello che possiede la maggiore similitudine con la totalità dei sintomi di una malattia naturale data (5), sarà e dovrà essere quello più omeopaticamente adatto; in tal farmaco sarà trovato lo specifico di quel caso patologico” (Hahnemann, 1921: § 147).

Passando poi al vasto e importante capitolo dell’applicazione terapeutica, Hahnemann si tiene alla prassi della totalità dei sintomi appresa tramite la sperimentazione. Mostrando di non avere nessun pregiudizio dualista, egli non ha bisogno di riavvicinare le due realtà – psichica e somatica – perché le ha già viste all’opere strettamente congiunte, appunto, nell’esito sperimentale. Accostandosi alle malattie mentali propriamente dette, Hahnemann fa un’affermazione cruciale: “[…] non si tratta, però, di una classe di malattie distinta nettamente dalle altre, dato che anche nelle rimanenti malattie fisiche lo stato mentale e quello psichico sono quasi sempre modificati (6) . In tutti i casi di malattia occorre comprendere lo stato d’animo del malato nella totalità dei sintomi, considerandolo uno dei sintomi preferenziali, se si vuole delineare un quadro patologico fedele e poterlo quindi curare omeopaticamente con successo” (Hahnemann, 1921: § 209). Se consideriamo che tali parole sono del 1842 (sebbene rese pubbliche soltanto nel 1921 per complesse questioni ereditarie), le teorie psicoanalitiche sulle nevrosi di conversione, posteriori di molti decenni, fanno la figura di una pallida parodia.

Piuttosto, i contemporanei studiosi di neuroscienze dovrebbero annoverare Hahnemann tra i loro precursori, se soltanto leggessero parole come queste: “Quasi tutte le cosiddette malattie mentali e psichiche (7) non sono altro che malattie del corpo, nelle quali ogni sintomo peculiare […] si accresce con la diminuzione dei sintomi fisici” (Hahnemann, 1921: § 215). Gli esempi si potrebbero moltiplicare ma il dato centrale rimane il seguente: Hahnemann e l’Omeopatia hanno riconosciuto da subito – per via sperimentale e non argomentativa – la sostanziale unità dell’essere umano.

Luigi Turinese

In foto: "Gorgiera"

Note:
(1) Si intende per bioreattività la disposizione energetica individuale, comprendente la reazione al caldo e al freddo e l’insieme delle caratteristiche della reazione vitale dell’organismo, sia nello stato di salute sia in quello di malattia.
(2) Intendo garbatamente polemizzare, a questo proposito, con quanti si fanno assertori di una Evidence Based Homeopathy, dimenticando che il cuore dell’Omeopatia è la sua pretesa individualizzante.
(3) Il termine depressione reattiva è considerato desueto nelle più aggiornate classificazioni dei disturbi
psichici; in questo contesto, tuttavia, lo possiamo mantenere ai fini dell’intelligibilità generale del discorso.
(4)Il concetto di tipo sensibile rimanda alla particolare sensibilità mostrata da alcuni soggetti nel corso della sperimentazione patogenetica di un determinato rimedio. I pazienti con tipologia simile presentano frequentemente patologie trattabili con quel rimedio” (Turinese, 2006: 4, nota 5).
(5) Corsivo mio.
(6) Corsivo mio.
(7) Corsivo mio.


Riferimenti bibliografici
Bignamini, M. – Felisi, E.: Metodologia omeopatica, Casa Editrice Ambrosiana, Milano 1999.
Demarque, D. (1981): L’Omeopatia, medicina dell’esperienza, Edizioni Boiron, Milano 2003.
De Torrebruna, R. – Turinese, L.: Hahnemann, vita del padre dell’Omeopatia. Sonata in cinque movimenti, edizioni e/o, Roma 2007.
Hahnemann, S. (1921): Organon dell’arte di guarire (VI edizione), Edi-Lombrado, Roma 2004.
Institut Boiron (1992): Glossaire de l’Homéopathie, Boiron, Lyon.
Owen, D. (2007): Principi e pratica di omeopatia, Elsevier Masson, Milano 2008.
Turinese, L. : Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica, Elsevier Masson, Milano 2009.


Articolo apparso sulla rivista "Cahiers de biotherapie - N o t i z i a r i o F l a s h s m b I t a l i a", n. 4, anno 19, dicembre 2011, pp. 29-33

venerdì 30 settembre 2011

"Hahnemann. Vita del padre dell'omeopatia" - Recensione di R. Brotzu

di Rosa Brotzu




Il termine “sonata” dal latino sonare, indica un brano musicale eseguito da più strumenti diviso in quattro movimenti (allegro, andante, minuetto e finale). Parlare della vita del fondatore dell’Omeopatia , Christian Friedrich Samuel Hahnemann – utilizzando la metafora musicale – rimanda all’idea della malattia soprattutto come assenza di ritmo, intendendo per “ritmo” quell’equilibrio universale rintracciabile in tutti gli uomini e in tutti gli elementi. Ritmo che Hahnemann, attraverso il suo modo di fare medicina, cercò incessantemente di recuperare. La scelta, tuttavia, d’inserire un quinto movimento a monte dell’ultimo capitolo “Marcia funebre”, rimanda alle sinfonie Beethoveniane, per rendere ancora più maestose le ultime – immaginate – “vedute” del maestro.

Il testo si offre al lettore come uno spartito in due sezioni: da un lato l’aspetto narrato, poetico e immaginale, – seppur fedele – dell’esperienze di vita del grande maestro, dall’infanzia fino alla morte, ove è possibile attingere al travaglio e alle passioni interiori che lo videro protagonista sia di innovazioni che di conflitti con l’allora mondo accademico; dall’altro l’aspetto scientifico delle evoluzioni del suo pensiero. Samuel Hahnemann nasce a Meissen (Sassonia) il 10 Aprile 1755. Figlio di un vasaio, amante della pittura e della natura, attinge dal padre non solo tutte le conoscenze riguardanti le piante, ma anche quelle doti caratteriali che forgeranno il suo pensiero. Sfuggito, tuttavia, all’intenzione del padre di iniziarlo ad un lavoro manuale presso una drogheria di Lipsia, intraprende nella stessa città gli studi di medicina, mantenendosi economicamente grazie alle traduzioni di libri.

Spirito inquieto ma caparbio, intransigente, come si addice al segno zodiacale dell’Ariete, non si accontenta dell’insegnamento teorico del suo tempo, iniziando quel peregrinare – che lo accompagnerà per tutta la vita – da una città all’altra, alla ricerca di sempre maggiori approfondimenti, tratti soprattutto dalle sperimentazioni su se stesso e sugli individui sani, dei vari rimedi. Laureatosi ad Erlangen nel 1779, sposò nel 1782 la diciannovenne Johanna Henriette Kucher, che gli diede undici figli e che lo seguì instancabilmente nelle sue peregrinazioni, sia a causa delle note guerre dell’epoca, sia a causa dei conflitti che il suo nuovo pensiero creava all’interno delle istituzioni mediche.
Studioso e sperimentatore, conoscitore di varie lingue, spesso non praticava la professione medica, costringendo la ben grande famiglia a sostentarsi con poco, pur di sviluppare fino in fondo il suo impianto teorico-clinico: per molti anni della sua vita gli unici proventi derivarono dalle traduzioni di testi. Dissentendo dalle pratiche mediche dell’epoca (salassi usati come purgativi ed emetici), pensava piuttosto che la malattia si curasse rafforzando le energie vitali al fine di ripristinare l’equilibrio dell’organismo.
La prima intuizione omeopatica venne dalla traduzione del libro di Cullen sulla malaria, allora trattata con la corteccia di china. Hahnemann ipotizzò – sperimentando su sé la china e riproducendo i sintomi malarici – che alcuni sintomi si potessero curare con quella sostanza che in una persona sana avrebbe prodotto gli stessi sintomi. La nascita dell’omeopatia è in qualche modo segnata dal “Saggio su un nuovo principio per scoprire le virtù curative delle sostanze medicinali, seguito da qualche considerazione sui principi accettati fino ai nostri giorni” del 1796, dal quale si evincono le sperimentazioni dei vari rimedi sull’uomo sano.

Il termine omeopatia – dal greco omoios/simile, e pathos/malattia – indica il nuovo modo di curare le malattie, in contrasto con l’allopatia dell’epoca, che non osservando il malato nella sua interezza, utilizza le stesse, ingiustificate pratiche per tutti. Il fondamento teorico dell’omeopatia è il vecchio ippocratico concetto di “similia, similibus curantur”, grazie al quale le medicine vengono scelte in base alla somiglianza tra i loro effetti e i sintomi dei pazienti.

La base metodologica dell’omeopatia verrà più tardi esposta nel testo “Organon dell’arte di guarire”, la cui prima edizione è del 1810: qui si rintracciano i metodi di somministrazione dei rimedi (piccole dosi) e il tempo necessario alla ripetizione dei trattamenti, che dovranno essere effettuati solo al ripresentarsi dei sintomi.

Il pensiero e l’azione di Hahnemann vengono evidenziati nella di cura di un malato psichiatrico, nel 1792, di nome Klockenbring. Contrariamente agli usi dell’epoca – ove tali pazienti erano soggetti alle violenze più efferate – egli, sulla scia di Pinel, osservava solo le espressioni della malattia, producendo – attraverso “l’ascolto” e, quindi, l’esserci – la guarigione del soggetto. Nel 1812 inizia un corso universitario di omeopatia che durerà dieci anni e durante i quali pubblica “La materia Medica Pura”, in cui vengono descritti i cinquantaquattro rimedi omeopatici. Da quel momento l’omeopatia diviene una scienza solida, ma egli rimette in discussione il suo edificio approfondendo le cause delle malattie croniche ed elaborando la teoria dei miasmi.
Secondo tale teoria, esiste una triplice radice esogena che causa le malattie croniche; la psora, la scabbia e la sifilide. Quindi l’anamnesi deve estendersi fino ai sintomi concomitanti e agli antecedenti morbosi.

Lo sviluppo fiorente della sua disciplina si esplica in un clima di terrore determinato dalle guerre dovute all’espansionismo napoleonico, che Hahnemann considera espressione di una personalità malata. Ciò nonostante, è proprio in quel clima di morte che egli cura centinaia di soggetti affetti dalle malattie più disparate. A ciò vanno aggiunti i lutti familiari come la figlia Wilhelmine, più tardi la fedele e paziente moglie Johanna ed infine, la figlia Friedericke, assassinata nel corso di una rapina. Nell’alternarsi di gioie e disgrazie, gli ottant’anni di Hahnemann vedono avvicinarsi, comunque, una nuova epoca che diverrà quella definitiva.

Conosce Marie Melanie d’Hervilly, più giovane di quarantacinque anni, dal carattere forte e invasivo, che diviene più tardi la sua seconda moglie. Il carattere intransigente di Melanie, che ben si accorda con quello di Hahnemann, crea , tuttavia, dei dissapori tra Hahnemann e le sue due figlie, rimaste ad accudirlo. Ma la passione che lega i due sposi poco si cura delle proteste familiari e, nel 1835, alla richiesta di Melanie di fare un viaggio a Parigi, Hahnemann accetta. Ma sarà il suo ultimo viaggio, poiché vi rimarrà fino alla morte. A Parigi conoscerà l’alta società da cui continuerà a ricevere pieni riconoscimenti.
Dopo la morte della figlia Eleonore, porta a termine la sesta edizione dell’Organon che, tuttavia, uscirà postuma durante la prima guerra mondiale. Samuel Hahnemann muore il 2 Luglio del 1843 e viene sepolto nel cimitero di Montmatre (all’inizio del XX secolo le sue spoglie verranno traslate nel cimitero monumentale del Père-Lachaise).

L’originalità del testo consiste non solo nell’essere in Italia la prima esauriente biografia del padre dell’omeopatia, ma nell’essersi – gli autori – accostati al suo mondo interno; immaginando , quindi, – e rendendone possibilità di visione a loro volta ai lettori – quale potesse essere il travaglio di un genio di tale portata. La sofferenza, nelle personalità dei geni, diviene il motore portante dello sviluppo delle idee, e il distacco dal mondo circostante, sia in termini fisici che di pensiero o professionale, inevitabile. Laddove il nuovo, destruttura necessariamente il vecchio, solitudine come viatico s’impone. E gli autori, con grande poesia e magia, fanno omaggio attraverso la sintonia del cuore, ad un grande uomo della medicina, che seppe aprire le porte alla medicina dell’Uno, confinando non più l’uomo nell’organo, ma restituendolo all’Universo.
In questo incredibile ed originalissimo libro-spartito, Riccardo de Torrebruna , autore teatrale, ha curato la parte narrativa, mentre Luigi Turinese, omeopata e psicoanalista junghiano, ha curato la parte scientifica. Come hanno giustamente sottolineato nel 2007, nella presentazione del libro presso il Refettorio piccolo del Monastero dei Benedettini di Catania, Franco Battiato, musicista e Giovanna Giordano, scrittrice, se la malattia è assenza di ritmo – non solo all’interno dell’individuo, ma anche fuori di sé – la cura consiste, allora, nel recupero di tale ritmo: equilibrio che non può ripristinarsi combattendo la malattia con armi diverse da se stessa, bensì utilizzandone le stesse al fine di sviluppare risorse interne all’organismo ( similia similibus curantur ).

La presentazione del testo, in sintonia con la metafora musicale, si è svolta in “facies” quasi poetica, dove aspetti umani e scientifici si sono “accordati”, per comunicare ancora una volta, quanto l’opera di ogni grande uomo – come Samuel Hahnemann – comporti pathos, solitudine, lotta, mai resa, al fine di dar voce al daimon interiore che incessantemente distrugge e crea, al servizio della collettività.

Rosa Brotzu










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Hahnemann. Vita del padre dell’omeopatia" - Presentazione del libro a Ostia Lido

Nell'ambito della manifestazione
“Settembre del benessere”








Biblioteca Elsa Morante - Ostia Lido
Via Adolfo Cozza, 7

Venerdì 30 Settembre
2011
alle ore 17.30







Presentazione del libro:


“Hahnemann. Vita del padre dell’omeopatia.
Sonata in cinque movimenti”
(Edizioni E/O, Roma, 2007)

di
Luigi Turinese e Riccardo de Torrebruna

Interviene
Rosa Brotzu
Saranno presenti gli autori


Luigi Turinese
Medico, Psicologo analista, Esperto in Omeopatia, Scrittore
Riccardo de Torrebruna
Attore, Autore teatrale, Scrittore
Rosa Brotzu
Medico, Psichiatra, Esperta di Medicina Tradizionale Cinese





Ingresso libero
Info Biblioteca Elsa Morante: Tel 06 45460481,
elsamorante@bibliotechediroma.it




Vai alla recensione di R. Brotzu






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lunedì 12 settembre 2011

Settembre del Benessere - Biblioteca E. Morante - Ostia Lido





Nell'ambito di

Settembre del benessere
(3-30 Settembre 2011)


Biblioteca Elsa Morante - Ostia Lido



Una serie di incontri con Luigi Turinese su temi di Omeopatia e Psicosomatica
nei Venerdì:
9, 16, 23 e 30 Settembre 2011
alle ore 17.30



Il Programma completo nel dettaglio:




Info:
Biblioteca Elsa Morante,Lido di Ostia, via Adolfo Cozza 7
Tel 06 45460481
Email elsamorante@bibliotechediroma.it

sabato 16 ottobre 2010

Hahnemann - Recensione su "Omeopatia oggi", di Pierluigi Gargiulo




"Sta per svegliarsi? Le palpebre gli trasmettono i primi indizi di un fremito destinato a dissolversi nella densità della febbre, ormai presidio irremovibile delle sue ossa. Non subito, non ancora! La consapevolezza di un risveglio da vecchio malato può aspettare".


La descrizione della vita e dell'opera di Hahnemann, inizia con questo Largo-Allegro brillante.
Ma tutto il racconto realmente si snoda, attraverso l'intuizione di Riccardo De Torrebruna e Luigi Turinese, come una sonata in cinque movimenti.
A dettare i tempi, infatti, è proprio il ritmo incalzante della vita del padre dell'Omeopatia. E questo felicemente si intreccia con una consumata padronanza dei tempi narrativi.
La corretta gestione degli archivi storici, immerge da subito il lettore in un'esperienza insolita e piacevole, in quanto finalmente scorporata dalla retorica.
In questo libro, i due autori (un medico e un autore teatrale), si impegnano a ricomporre con amore, ma con grande esattezza, il mosaico umano e scientifico di un geniale artigiano della medicina.
La vita di Hahnemann segue un percorso intenso e complesso.
Nell'Andantino del II capitolo, il padre di Hahnemann, Christian Gottfried, immerso com'è nella seconda fase dell'Illuminismo, quella di Rosseau, sposa l'idea che l'elemento razionalista viene a convivere obbligatoriamente con il sentimento: non c'è più una fede nel progresso e, meno che mai, nella scienza.
Il giovane Samuele è allora costretto, controvoglia, anche a causa della crisi economica familiare, ad un lavoro manuale presso una drogheria di Lipsia.
Ma nel 1775, ...con soli venti talleri e un'incredibile fiducia nella sua vocazione, si reca a Lipsia per intraprendere gli studi di medicina...
L'approccio commosso e partecipe di Turinese e De Torrebruna al protagonista si fa allora palpabile e coinvolgente: ... "Corre lungo la Fudengasse a perdifiato, corre come un fuggiasco. La notte inghiotte i vapori del suo respiro e il batticuore affolla le stradine che gli vengono incontro tracciando nuovi percorsi di fuga. Si è lasciato alle spalle la mole oscura della Stephansdom per puntare nella direzione del fiume. Sempre in caso di pericolo, l'istinto gli suggerisce di cercare un corso d'acqua"

E' il preludio all' Andante molto mosso (Capitolo III) che segue.
Hahnemann si trova immerso nello spirito del suo tempo, e il buon senso illumina i passi centrali della sua vita e della sua esperienza professionale: lui è lì, fra i bagliori della creatività immensa e la pena dell'indigenza quotidiana.
"Ora che è diventato il nuovo sacerdote della fortuna, sa in cuor suo che gliene riserverà una piccola porzione, non per riconoscenza ma per quel bene segreto che sancisce la complicità tra gli uomini di Dio".

L' Allegro con Fuoco e L'Adagio Maestoso del IV capitolo rappresentano la sintesi mirabile del trionfo e del dolore: "Anche quella notte è illuminata dai bagliori dei villaggi che ardono di fiamme sempre più vivaci, sempre più radenti".
Prevalgono le armonie delle teorie miasmatiche e degli stucchi parigini, ma anche le note gravi dei fatti familiari e dei primi divieti.
L'incontro con la seconda moglie completa L'Adagio maestoso e sottilmente coinvolge:
"Melanie d'Hervilly si presenta nel suo studio di Köthen in una rigida mattina di Ottobre. Viene direttamente da Parigi ed è vestita da uomo, scelta mimetica estrema, che in ogni caso dimostra l'audacia della sua intelligenza".
L'accidentata geografia delle inquietudini esistenziali dominano la conoscenza e la professione del Maestro: prevale la consapevolezza dell'ingrata ricchezza del suo sapere, in cui convivono dolore, partecipazione e distacco.
La Marcia funebre del V capitolo chiuderà infatti l'esperienza umana e terrena di Samuele Federico Cristiano Hahnemann."... e il torchio coomincia a muoversi lentamente come l'asse di un pianeta, scricchiolando per la ruggine che affligge il perno...
Ecco, finalmente è tornato a casa".


Ai due autori non solo il merito di averlo distratto dalle nebbie del mito, condividendo gli slanci e le debolezze della sua vita, ma anche e soprattutto la capacità non comune di aver contestualizzato, con sapienza, i tempi storici, scientifici e filosofici di questo umano passaggio.

Pierluigi Gargiulo

Recensione pubblicata nella rubrica "Segnalibro" di "Omeopatia oggi" Rivista a cura del CSOA, Anno 17, n.38, Settembre 2007, pagg. 62-63

Libri di Luigi Turinese

Luigi Turinese Cantautore

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