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"La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare" Luigi Turinese in Biotipologia
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mercoledì 9 febbraio 2022

"Caro Hillman..." - Intervista online agli autori Riccardo Mondo e Luigi Turinese a cura di Roberta Di Carlo delle Edizioni LSWR

 Edizioni LSWR

Presentazione online del libro

"Caro Hillman...

Venticinque scambi epistolari con James Hillman"

Venerdì 4 Febbraio 2022 ore 18,30  

intervista agli autori
Riccardo Mondo e Luigi Turinese


Guarda il video dell'intervista a cura di Roberta Di Carlo 



domenica 3 dicembre 2017

“Il mio incontro con Ernst Bernhard” – intervista a Marcello Pignatelli, di Riccardo Mondo e Luigi Turinese


“Il mio incontro con Ernst Bernhard”
intervista a Marcello Pignatelli 
di Riccardo Mondo e Luigi Turinese


Nell’intervistare Marcello Pignatelli si ha la sensazione di affondare nella storia vivente della psicologia analitica in Italia. La ricchezza e varietà della sua vita nell’associazionismo junghiano, lo rendono un interlocutore particolarmente interessante per alcune riflessioni sulla nascita e sul primo sviluppo della psicologia complessa in Italia, realizzatosi intorno alla figura di Ernst Bernhard.
 Ognuno di noi è concatenato alla storia dell’altro costruendo, tassello dopo tassello, la storia della psicologia analitica. Lo incontriamo nel suo studio romano, rivivendo  emotivamente alcuni dei nostri giovanili momenti formativi, ricchi delle conversazioni con Marcello Pignatelli e con Bianca Garufi su aneddoti e ricordi che costituiscono il tessuto della storia della psicologia analitica italiana [1]

Marcello Pignatelli ha ben presto aderito al gruppo di analisti formatisi attorno alla figura carismatica di Ernst Bernhard, attraversando il complesso periodo  della  nascita delle due prime società analitiche aderenti all’IAAP, l’Associazione Italiana di Psicologia Analitica  e il Centro Italiano di Psicologia Analitica. Psicologo didatta dell’AIPA, ne è stato presidente dal 1980 al 1984, ed ha anche fatto parte in quegli anni del comitato esecutivo dell’IAAP. Nel 1970 è stato uno dei fondatori della  prima rivista italiana di ambito junghiano, la  Rivista di Psicologia Analitica, e per oltre un decennio ne è stato il direttore responsabile. Successivamente, nel 1977, ha fondato il Giornale storico di psicologia dinamica. 
Oggi Marcello Pignatelli, superati con la sua proverbiale eleganza intellettuale i novantatré anni, incarna a sua volta la figura di un maestro riluttante della psicologia analitica italiana. Infatti  allontana ogni nostro possibile riferimento alla sua figura di maestro con divertenti umanizzazioni.
Sobrio, ironico, con uno sguardo sottile e decostruttivo, Marcello Pignatelli ci ha insegnato a non cadere nella trappola dell’enfasi dei seguaci  dei vari gruppi e sottogruppi analitici. 
Con lo spirito indipendente che lo ha sempre caratterizzato, ama ricordare le sue amicizie con illustri pensatori di altre società analitiche, ricercando il dialogo anche nei momenti più controversi tra le società analitiche.   
 La sua metacomunicazione tocca quindi implicitamente alcuni cardini della psicologia analitica: dalla negazione dell’imitazione di un modello analitico, che si incarna nell’equazione personale di ognuno di noi, al pluralismo prospettico che ci pare la più interessante eredità di Carl Gustav Jung

Marcello, sei stato tra i primi ad assistere all'ingresso delle idee del maestro Jung in Italia. Qual era lo stato della psicoanalisi italiana in quel periodo. E che cosa ha cambiato nell'immaginario dell'epoca la figura dell'eretico Jung?

In Italia, nel secolo scorso, c'era stato l’ingresso del freudismo, soprattutto grazie alla figura del triestino Edoardo Weiss e del veneziano Cesare Musatti. Il movimento discendente dalla psicologia analitica era ancora embrionale, e vi era stato  un iniziale periodo di collaborazione con il mondo freudiano. Va ricordata la stretta amicizia di Bernhard con Weiss, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, che invitò l’amico, appena giunto a Roma nel 1936, a tenere tre conferenze sullo studio del sogno in una prospettiva junghiana, poi pubblicate dalla Rivista di Psicologia Analitica.   
Tuttavia le leggi razziali, nel 1938, spazzarono via ogni riferimento e collaborazione intorno alla nuova scienza ebraica, tanto che Musatti, ad esempio, fu allontanato dall'insegnamento universitario e declassato ad insegnante di liceo. 
La tematica si riapre dopo la guerra. Dal canto suo, Ernst Bernhard aveva fatto una analisi freudiana a Berlino con Otto Fenichel – a Berlino,  dove lavorava come pediatra, aveva avuto anche due figli da un primo matrimonio – poi era passato allo junghismo mercé una analisi con Toni Sussmann. I rapporti con Jung furono complessi, talora sporadici e tiepidi. In seguito all’aggressiva politica antisemita da parte del nazismo in Germania, Bernhard dovette emigrare. 
In un primo tempo desiderava andare in Inghilterra ma poiché spaziava oltre la psicologia analitica, faceva anche il chirologo e aveva interessi esoterici, gli inglesi – che pure avevano dato asilo a Sigmund e Anna Freud – non vollero accoglierlo, malgrado la presentazione di Jung. Motivo per cui si rifugiò in Italia, dove peraltro nel 1940 fu arrestato e poi mandato al confino.  Ma i suoi problemi non finirono con il confino, interrotto grazie all’interessamento dell’orientalista Giuseppe Tucci: tornato a Roma durante l’occupazione nazista, visse segregato in una stanza separata dal resto della casa. 
Continuavano comunque le attestazioni di stima da parte di esponenti del mondo freudiano, come Nicola Perrotti, Cesare Musatti  e in particolare Claudio Modigliani. Ma l’interesse per lo junghismo si manifestava soprattutto nell’incontro con grandi personaggi della storia culturale italiana del dopoguerra, come Adriano Olivetti, Bobi Bazlen, Federico Fellini, Natalia Ginzbug, Giorgio Manganelli. Diversi di questi fecero un’esperienza analitica con Bernhard. A quei tempi andare in analisi junghiana non era dovuto a immediate esigenze sintomatiche, quanto alla necessità di esplorare se stessi, immergersi nella fantasia immaginativa, ascoltare la saggezza criptica dell’inconscio. 
Poi si costituì un primo gruppo di colleghi che fecero un tenace lavoro di diffusione del pensiero junghiano, tramite gruppi studio, conferenze, attività seminariali. Ricordo l’amica Bianca Garufi, che cominciò l’analisi con Bernhard nel 1944. Poetessa, intratteneva rapporti con Cesare Pavese, che conosceva l’opera di Jung e  che aveva sorprendentemente pubblicato nel 1932, con Rascher di Zurigo, una raccolta di saggi dal gusto junghiano.

Ricordi il tuo ingresso nel leggendario studio di Ernst Bernhard in Via Gregoriana? 

Il mio ingresso me lo ricordo bene. Io avevo il mio studio medico in centro, in via dei Prefetti. Avevo una vita professionale ricca e un po' particolare, dopo aver lasciato l’attività ospedaliera. Mia moglie, che sempre mi anticipava, mi suggerì di interessarmi alla psicoanalisi. Feci qualche esperienza psichiatrica al Santa Maria della Pietà – tra l'altro ho assistito ai primi elettroshock – poi intrapresi per qualche tempo un’analisi freudiana con un allievo di Perrotti ma senza grandi risultati. 
Il noto psichiatra Bruno Callieri, che era un mio amico dai tempi del Santa Maria della Pietà, mi disse che, avendo una certa spiritualità, avrei tratto maggior vantaggio da un’analisi junghiana e mi suggerì questo medico tedesco di mentalità più aperta. Mi diede l'indirizzo di Bernhard, che tra l’altro aveva lo studio in Via Gregoriana, non lontano dal mio. 
Salgo con l'ascensore, entro, percorro un corridoio stretto e mi trovo di fronte a un signore alto e calvo. Era il 1962. Mi stringe la mano e andiamo in una stanza grande. Mi fa sedere davanti a lui e mi esamina le mani, facendomele alzare e ricadere, per dedurre la mia reattività nervosa. Poi mi chiede la data e l’orario di nascita per calcolare il mio tema natale. Dapprima rimasi un po’ sconcertato, poi il percorso si snodò tra l’analisi e frammenti di insegnamento spirituale (per esempio Bernhard regalava volentieri ad alcuni suoi pazienti L’abbandono alla Provvidenza Divina, del gesuita De Caussade, che aveva fatto tradurre per la collana di Astrolabio che dirigeva). 
Bernhard inseriva nel suo lavoro elementi analitici altamente junghiani, come l’immaginazione attiva, la visione finalistica del sogno, la funzione trascendente, ma li trasmetteva come una guida, un guru. Non approfondiva la lettura del transfert e controtransfert.  Io sono arrivato piuttosto tardi rispetto ad altri allievi. L’Aipa era in fase di costruzione e iniziai a partecipare alle riunioni ma inizialmente da esterno, insieme a ebrei come Gianfranco Tedeschi e Mario Trevi, che veniva accompagnato dalla moglie filosofa, e a personaggi della cultura come Bobi Bazlen. Questo primo gruppo era caratterizzato da un alto livello culturale ma da una certa confusione metodologica e forse da una scarsa attenzione clinica. 
Prima di morire Bernhard mi regalò un ultimo libro, che conservo con cura, poiché contiene una dedica molto affettuosa nei miei riguardi. Il libretto è Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel. Si intuisce da questa scelta la disposizione metapsicologica di Bernhard, poiché nello Zen il bersaglio non si colpisce con la perfezione della tecnica, mirando all’obbiettivo, ma affidando la freccia alla forza dello spirito, anche se l’arciere ha occhi bendati. 
La mia analisi con Bernhard era terminata con la sua morte. Retrospettivamente, devo dire che era un personaggio apparentemente  freddo ma dotato di un profondo carisma. Credo di averlo compreso e apprezzato completamente soltanto di fronte al suo morire. Ricordo la sua espressione “patire la morte in piena coscienza”, cosa che realizzò con lucidità e dignità.

Dopo la morte di Bernhard che cosa è successo nel mondo junghiano? 

Nel mondo junghiano è successo che, come spesso accade, quando muore il padre i figli litigano. In questo caso contribuì anche una certa ambiguità da parte di Bernhard, che aveva promesso a Moreno la prima Presidenza dopo la sua morte ma nel contempo aveva dato le chiavi dell’Aipa a Tedeschi: un gesto altamente simbolico. Per cui, morto Bernhard nel 1965, già nel 1966 si realizzò la scissione e nacque il Cipa. Io, che non ero ancora scritto all’Aipa ma ero entrato in confidenza con molti colleghi, in particolare con Mario Trevi, mi sono adoperato a lungo per evitare questa scissione, che mi sembrava una soluzione assurda. 
Nel ‘65 avevo iniziato a vedere qualche persona ma fino al ‘69 ho fatto il medico internista: nel mio studio la mattina mi mettevo il camice e visitavo, mentre il pomeriggio facevo psicoterapia. In un certo senso ho avuto un interregno tra il ‘65 il 1970. Dopo la scissione del Cipa dall’Aipa, essendo uno dei personaggi che frequentava il gruppo da più tempo entrai all’Aipa e visto che le cose non andavano bene – si erano avvicendati Presidenti uno dietro l'altro –   ne divenni in breve tempo Presidente, contribuendo a scrivere lo Statuto. 
In quel tempo abbiamo dato un ordine e nacque il famoso quartetto (Lo Cascio, Carotenuto, Aite, Pignatelli) che diede origine alla Rivista di Psicologia Analitica. Bisogna dire che Carotenuto, con tutti i suoi limiti, era una persona sicuramente intelligente: molto attivo e un vero bibliofilo. Il resto è storia.

Note:
[1] Marcello Pignatelli, Psicologia analitica, percorsi italiani. Il racconto di un testimone, MaGi Edizioni, Roma, 2007. 

 Intervista pubblicata su enkelados - Rivista Mediterranea di Psicologia Analitica (Nuova Ipsa Editore), Anno V, 
n 6/2017, pp 15-19

giovedì 17 novembre 2011

Presentazione del libro "Sogno Arcano" a Catania

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Sogno Arcano. Per un ascolto immaginativo della vita onirica
di Riccardo Mondo e Rossella Jannello
ed. La Parola, 2001

Sabato 10 Dicembre 2011 ore 18:30 Teatro Erwin Piscator via Sassari, 116 Catania



Introduce
Salvo Pollicina
Partecipano
Raffaella Bonforte
Luigi Turinese
Performance video
Marisa Capace
Musiche
Alessandro Caltabiano

Sogno Arcano va oltre la traccia,affascinante ed effimera, che il regista onirico inscena per ognuno di noi. Una discesa nel cuore dell’inconscio che s’inoltra nel sogno per andare oltre, e giungere al bi-sogno che quella “avventura della notte” esprime…
Per info:
tel 095317158 – 3349106117

Blog Sogno Arcano
Sito IMPA


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martedì 15 novembre 2011

Prefazione a "SOGNO ARCANO", di Riccardo Mondo e Rossella Jannello

Riccardo Mondo e Rossella Jannello, "Sogno arcano", Edizioni La Parola, Roma 2011



Prefazione di Luigi Turinese

L’amicizia che da tre lustri mi lega a Riccardo Mondo si è sviluppata e continua a svilupparsi a partire da molteplici fili, tutti nutriti da una forte coloritura affettiva: come ci si deve attendere in ogni autentica amicizia. Tuttavia, anche a causa della comune appartenenza professionale, è innegabile che l’amore di entrambi per le variegate espressioni della psiche – una vera e propria psychophilìa – costituisca il nostro legame più forte.

Il frutto maturo e compiuto di tale legame è costituito senza dubbio dal concepimento, dall’elaborazione e dalla pubblicazione, nel 2004, di Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman (Bollati Boringhieri), volume appassionatamente curato a quattro mani.
In questi quindici anni, oltre alla pubblicazione di quel libro, ha preso vita un piccolo sistema solare fatto di Convegni, Seminari, creazione di Associazioni Culturali (Crocevia, Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, noto come IMPA) con i rispettivi siti Web; e naturalmente anche di espressioni di creatività individuale, ciascuno di noi avendo sviluppato strumenti e interessi personali.

Dei miei oggetti di studio taccio, perché parlarne esulerebbe dallo scopo di questa prefazione. Devo invece raccontare di quante volte, assistendo al lento e inesorabile accumulo, da parte di Riccardo, di materiale riguardante il sogno, lo abbia esortato a farne un libro. A essere sincero, io lo avrei fatto da tempo… Mi stupiva, invece, una sua certa reticenza, che attribuivo – con una qualche ragione – al suo leggendario perfezionismo. Forse, però, vi era anche un grande rispetto per un soggetto universale e universalmente frequentato, che il Nostro giudicava meritevole soltanto di un contributo originale: in alternativa, meglio il silenzio. Una sorta di parafrasi della celebre affermazione di Wittgenstein: “Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 7).
Tetragono ai miei incoraggiamenti, Mondo doveva però capitolare, come in ogni arroccamento del Logos che si rispetti, di fronte a un travestimento dell’Eros; nel caso specifico, nelle sembianze di un’intervista sul sogno che Rossella Jannello, valente giornalista del quotidiano “La Sicilia”, gli fece nel giugno 2006. Parafrasando questa volta Manzoni, potremmo dire di Mondo: “Lo sventurato rispose”…
L’intervista, opportunamente riportata all’inizio del presente volume, fece da innesco a una rubrica sul sogno che per un anno e mezzo tenne banco su “Vivere”, inserto settimanale del quotidiano, nella quale il dottor Mondo rispondeva a quesiti posti dai lettori sulle loro esperienze oniriche. L’originalità della rubrica consisteva nel fatto che Jannello, ottima giornalista ma anche appassionata tarologa, commentava il sogno e la risposta con l’esposizione delle valenze simboliche di un Arcano Maggiore in qualche modo connesso al tema della lettera.
Un gioco, in apparenza; in realtà, nel senso di Jung, una amplificazione, ovvero l’uso di immagini universali al fine di approfondire il contenuto del simbolismo onirico.
Jannello ha rivelato grande abilità nel riuscire a corredare decine e decine di sogni ogni volta con l’Arcano più appropriato, avendo a disposizione un numero limitato di immagini (ventidue, per la precisione), senza mai essere ripetitiva.

Bisogna dire che il libro che state per leggere, tuttavia, non è la mera stampa della rubrica che ha animato per diciotto mesi il periodico “Vivere”. Per far questo sarebbe bastato un tipografo, senza scomodare un editore avvertito come Appunti di Viaggio. Perché Sogno Arcano venisse alla luce, i due Autori hanno dovuto operare un lavoro certosino che desse al materiale, ricco ma informe, una cornice adeguata: una forma, appunto. Dal momento che le questioni poste dai lettori, per quanto di varia natura, percorrevano un numero di binari limitato, si è voluto dare un nome a tali binari.
Ne sono risultate otto aree tematiche, all’interno delle quali sono state ordinate le lettere con le relative risposte e la descrizione dell’Arcano che meglio le amplifica di volta in volta. Il lettore si trova così di fronte a temi onirici squadernati in categorie universali (archetipiche, per usare il linguaggio junghiano), che dunque con ogni probabilità lo hanno riguardato, lo riguardano o lo riguarderanno.

Non mancano note tecniche (perché si sogna, perché non si sogna, struttura “drammatica” del sogno, valore dell’Ombra, ecc…), spiegate tuttavia con linguaggio facilmente accessibile: giornalistico, appunto.
Conclude il libro un interessante Questionario sui sogni , tuttora in corso, cui hanno finora risposto seicentocinquanta persone; chi volesse parteciparvi può entrare nel sito dell’Associazione Crocevia .


Luigi Turinese

In foto: "Inseguendo le luci"

Prefazione a: "Sogno arcano", Riccardo Mondo e Rossella Jannello, Edizioni La Parola, Roma 2011, pp 7-9

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Vai al Blog "Sogno Arcano" di R. Mondo e R. Jannello

sabato 14 maggio 2011

L.T.: Archivio radiofonico Atlantis 10

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Sull'Oriente di Giuseppe Tucci:


Sulla cultura araba:


Sulla genitorialità:




Interventi di Luigi Turinese tratti dalla trasmissione radiofonica "Atlantis" con Lorenzo Scoles, Radio2, 16.4.2004


In foto: "Balletto aereo"

sabato 16 ottobre 2010

"Caro Hillman .." - " Lettere su mito e psiche" Recensione su "Il Quotidiano"

Cosenza, all'UNICAL un incontro sul fondatore della Psicologia Archetipica il 24 Novembre 2006
Il libro

Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman.Curatori: Mondo R., Turinese L. Ed.: Bollati Boringhieri, 2004



Riccardo Mondo e Luigi Turinese hanno fondato lo scorso aprile [2006 n.d.r.] a Catania l'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, di cui Hillman è Presidente onorario


Il nostro progetto consiste in un volume sul pensiero di uno dei più originali e controversi epigoni di Jung: James Hillman. Sin dalle origini legate al confronto con il ricco patrimonio junghiano - di cui la creazione della Psicologia Archetipica - l'opera di Hillman si è incaricata di scuotere un orizzonte culturale mediamente asfittico.
Per la psicoanalisi Hillman rappresenta, in termini di eresia, ciò che Jung rappresentò per l'ortodossia freudiana novant'anni fa. Egli pare aderire perfettamente, nel suo operare, al principium individuazionis di Jung, il quale amava ricordare che "non esiste altro junghiano oltre me stesso".

Come analisti junghiani dell'ultima generazione abbiamo seguito gli sviluppi dell'opera hillmaniana. E' nata l'idea di invitare gli autori di diverse estrazioni che evidenzino il pluralismo di posizioni esistenti su Hillman. Abbiamo scelto la via epistolare poiché si radica storicamente nella tradizione analitica (vedi le lettere tra Freud e Jung); tale scelta formale ci pare inoltre indicata a esprimere un logos del sentimento , caratteristica di una cultura che si nutre dell'immaginazione. Abbiamo chiesto ad intellettuali italiani - analisti e non - di manifestare la propria posizione verso Hillman con una lettera a lui indirizzata. Abbiamo organizzato le lettere in quattro sezioni ( I Tracce di Jung; II Individuazione e Destino; III Therapeia; IV Un Nuovo Umanesimo tra Etica ed Estetica), ciascuna con una nostra introduzione.
Con spirito dettato da Hermes, abbiamo consegnato simbolicamente le lettere a James Hillman , il quale ha fornito una risposta a ciascun autore.


Riccardo Mondo e Luigi Turinese

Articolo apparso nella rubrica "Idee e Società" de "Il Quotidiano" della Calabria, Giovedì 23 Novembre 2006

domenica 5 settembre 2010

Le immagini e l'intervento di Luigi Turinese al 18th International Congress of the IAAP - 22 Agosto 2010




COSMOS /CULTURE /CLINIC: the Moves and Ideas of Archetypal Psychology. A long and pleasant conversation






Starting from Hillman’s idea of a roundtable among eight friends involved in some ways in Archetypal Psychology, I identified five themes about which to share reflections as many midrashim.


1.
An imaginal community
In a famous conversation with Michael Ventura, Hillman says: “Convivo, ergo sum”. Thinking about Hillman’s idea of this roundtable, I wonder what its epistrohé is. Let’s remember the beginning of Plato’s Fedro. Socrates is invited to sit down under a great tree in a wonderful garden to start the dialogue about Beauty. We are here in Montreal to homage beauty of ideas, together with James/Socrates. A group, not single monads, a Gemeinschaft held together by an fluid erotic fluid network.




I re-read many interviews given by Hillman in the 80s and in the 90s. He often speaks about an imaginal community of friends loving one another, a polytheistic group banded together by ideas and friendship. Friendship: the great neglected of Psychoanalysis, taken over by Archetypal Psychology.



Kosmos means also discipline, shape, right order: in a certain sense, our roundtable shows a sort of kosmos. We are sitting round a table whose chief is James/King Arthur




2. North and South
What does Hillman mean when he says that Archetypal Psychology starts in the South and that his ideas come from a Mediterranean fantasy? Maybe also psychological schools obey to a geographic fantasy. So, I kept the heritage of this idea and in 2006 I founded in Sicily the Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica(IMPA) with Riccardo Mondo

By the way, Hillman has been so often to Italy, particularly to Rome, without fainting… He has been neither afraid nor shy to face Mediterranean history. Regarding the metaphor of the cardinal points, we can compare the fantasies produced by “Northern Psychology” with the ones linked to a “Mediterranean point of view”: North suggests a moralistic, ego-centred psychology, stressing the myth of hero and consequently focusing on the Great Mother, whereas South points out a polytheistic psychology involving an ego low position and “side-effects” – including a vanishing division between self and things – usually ascribed to “Eastern Philosophy”. Therefore, Archetypal Psychology doesn’t need eastern formulations like the Zen ones: it includes them.



3. Polytheism/Enotheism
Mediterranean fantasy involves not only ancient Greece but also Renaissance culture: they are both expression of a polytheistic aesthetic-centred sensitivity (aesthetic is an adjective meaning sensitiveness). Odysseus is called polytropos (a sort of multitasking man…). Artists and philosophers of Renaissance are pansophical, searchers of a whole knowledge, refusing any specialization, acting a polytheistic fantasy. Psychological polytheism unhinges the self-centrality: it involves strong consequences both in personal lives and in therapy.




An interesting version of polytheism is the so called enotheism (F. Schelling, M. Müller), according to which each god is worshipped one at a time. Actually, this perspective gathers both monotheism and polytheism: each temple at a time.




4. Archetypal therapy
Hillman describes the room of the analysis as a revolutionary place. Is it still revolutionary? Can it go on moving towards open-minded solutions? According to the literary theorist Fredric Jameson, known for his studies on Postmodernism, the “story telling” is the main function of human mind. Doesn’t it occur to somebody that the thesis of Healing fiction is very similar? So, an archetypal therapy mainly shoots for developing an increasing capacity to create images. I’m thinking about two “clinical cases” occurred in my practice in the last ten years: two women who found out an artistic skill during the psychotherapy: an authentic skill, so that now they usually take part in exhibitions. One of them has become photographer, the other sculptress. Point out that I don’t take pictures neither sculpt. It was really a maieutic, socratic process: their acorn appeared.
Hillman wrote somewhere: “Psyche only moves by means of ritual”. The ritual is necessary to throw something up; in these cases, it was necessary to reveal their artistic inclinations, to reveal to them Aphrodite as psychè tou kosmou. Archetypal psychotherapy doesn’t judge but loves everything is arising. The so called therapist and the so called patient both say yes to the life as it occurs.



Even psychic fragmentation has its epistrophé rather than being a simple diagnosis: that is the removed primary polytheism. Polytheism is also the theoretical basis of a clinical pluralism and of a clinical opportunism close to Riccardo Mondo ’s idea of variable setting.




As a medical doctor, I also appreciate the emphasis on Dionysian medicine which offers an interesting perspective to a psychosomatic physiopathology: the body is the theatre and the organs are the characters on the stage. Besides, both in a medical and in a psychoanalytical setting, we give importance to how the patient breathes, moves, gets dressed: in one word, to his physiognomic.



5. Religious elements in Archetypal Psychology




Imagination has a religious nature. Psychological faith is faith into soul’s reality.
Let’s think about the role of imagination in Renaissance philosophers of nature, starting from Bernardino Telesio (by the way, Sicilian musician Franco Battiato is writing an Opera about him). The importance of Neoplatonism for these philosophers has been stressed by Hillman in several works. If archetypes are the primary and universal form of psychic working, each personal experience is a secondary phenomenon revealing its primary background, that is the correspondent archetype.




The task of Archetypal Psychology is revealing the archetypal pattern of human behaviour. The work of “de-literalization” brings to “seeing through” everything, so that events get meaningfulness and become experiences. In a certain sense, there is a double reality: one is meaningless, literal, accidental; the other one is hidden and meaningful.
The soul can go back to Primary Reality by epistrophé, a Neoplatonic concept which describes the return to the primary image of each phenomenon. Corbin compares Neoplatonic epistrophé and Muslim ta’wil. We are on the borderline of a Gnostic mysticism involving something like Christian kenosis, a process able to empty ego, ontology, substantiality.
I know Hillman’s worry for keeping an immanent psychology; nevertheless, according to me Archetypal Psychology can lead very close to an apophatic mysticism.



Luigi TurineseAIPA, Italy, member of the panel with





James Hillman (IRSJA)
Gustavo Barcellos (AJB)
Ann Casement (BAP, JPA)
Kazuhiko Higuchi (AJAJ)
Stan Marlan (PSJA, IRSJA)
Sherry Salman (JPA)
David Tacey (La Trobe University, Australia)



L'intervento in Italiano:

COSMO/CULTURA/CLINICA: I Movimenti e le idee della Psicologia Archetipica. Una lunga e piacevole conversazione.

Prendendo le mosse dall’idea di Hillman di una tavola rotonda tra otto amici impegnati in qualche modo con la Psicologia Archetipica, ho identificato cinque temi sui quali condividere delle riflessioni come altrettanti midrashim.

1. Una comunità immaginale
In una famosa conversazione con Michael Ventura, Hillman afferma: “Convivo, ergo sum”. Riflettendo sull’idea di questa tavola rotonda, mi chiedo quale sia la sua epistrophé. Richiamiamo alla mente l’inizio del Fedro platonico. Socrate viene invitato a dare inizio al dialogo sulla Bellezza. Noi siamo qui a Montreal per rendere omaggio alla bellezza delle idee, insieme con James/Socrate. Un gruppo, non singole monadi, una Gemeinschaft tenuta insieme da una rete erotica fluida.

Ho riletto molte interviste concesse da Hillman negli anni ’80 e negli anni ’90. Egli parla spesso di una comunità immaginale di amici che si amano l’un l’altro, un gruppo politeistico tenuto insieme dalle idee e dall’amicizia. L’amicizia: la grande negletta della Psicoanalisi, riportata in auge dalla Psicologia Archetipica.

Kosmos significa anche disciplina, forma, giusto ordine: in un certo senso, la nostra tavola rotonda esprime una sorta di kosmos. Siamo seduti intorno a una tavola il cui capo è James/Re Artù…

2. Nord e Sud
Che cosa intende Hillman quando afferma che la Psicologia Archetipica ha le sue radici nel Sud e che le sue idee traggono origine da una fantasia mediterranea? Forse anche le scuole psicologiche obbediscono a una fantasia geografica. Così, ho raccolto l’eredità di questa idea e nel 2006 ho fondato in Sicilia, con Riccardo Mondo, l’Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica (IMPA).
Tra l’altro, Hillman è venuto spesso in Italia, in particolare a Roma, senza svenire mai… Egli non è mai stato intimorito né intimidito al cospetto della storia del Mediterraneo.

Utilizzando la metafora dei punti cardinali, possiamo paragonare le fantasie prodotte dalla “Psicologia del Nord” con quelle legate a un “punto di vista mediterraneo”: il Nord suggerisce una psicologia moralistica, centrata sull’ego, con un’enfasi sul mito dell’eroe e con la conseguenza di mettere al centro la Grande Madre, mentre il Sud mette in evidenza una psicologia politeistica che porta con sé una bassa posizione dell’ego ed “effetti collaterali” – inclusa una divisione sfumata tra il sé e gli oggetti – abitualmente ascritta alla “Filosofia Orientale”. Pertanto, la Psicologia Archetipica non ha bisogno di formulazioni orientali come quelle dello Zen, perché le include.

3. Politeismo/Enoteismo
La fantasia mediterranea coinvolge non soltanto l’antica Grecia ma anche la cultura rinascimentale: esse sono entrambe espressione di una sensibilità centrata sull’estetica (estetico è un aggettivo il cui significato richiama l’idea di sensibilità).

Odysseo è chiamato polytropos (una sorta di uomo polivalente…). Gli artisti e i filosofi del Rinascimento sono pansofi, alla ricerca di una conoscenza unitaria, contrari a ogni specializzazione e capaci di mettere in scena una fantasia politeistica. Il politeismo psicologico scardina la centralità egoica: esso implica conseguenze degne di nota sia sul piano personale sia su quello terapeutico.
Una interessante versione del politeismo è il cosiddetto enoteismo (F. Schelling, M. Müller), secondo il quale ciascun dio è adorato, uno alla volta. In verità, questa prospettiva tiene insieme il monoteismo e il politeismo: un tempio alla volta.

4. Terapia archetipica
Hillman descrive la stanza dell’analisi come un luogo rivoluzionario. Lo è ancora? Può continuare a spingere verso soluzioni di apertura mentale? Secondo il critico letterario Fredric Jameson, conosciuto per i suoi studi sul Postmodernismo, il “narrare storie” costituisce la principale funzione della mente umana. Non si tratta di una tesi molto simile a quella sostenuta ne Le storie che curano? Così, una terapia archetipica punta soprattutto a sviluppare una crescente capacità di creare immagini. Questo fatto richiama alla mia mente due “casi clinici” occorsimi negli ultimi dieci anni: due donne con sintomi piuttosto comuni che hanno scoperto di avere un talento artistico durante la psicoterapia: un talento autentico, tanto da partecipare ormai abitualmente a mostre. Una di loro è divenuta fotografa, l’altra scultrice. Si tenga presente che io non scatto foto né scolpisco. Si è trattato di un autentico processo maieutico: la loro ghianda è apparsa. Hillman ha scritto da qualche parte: “La psiche si muove soltanto per mezzo di rituali”. Il rituale è necessario a far emergere qualcosa; nei casi descritti, esso fu necessario per rivelare le loro inclinazioni artistiche, per rivelare loro Afrodite come anima del cosmo.

La psicoterapia archetipica non è giudicante ma ama ogni cosa appaia. Il cosiddetto terapeuta e il cosiddetto paziente dicono entrambi sì alla vita così come si presenta. Persino la frammentazione psichica possiede una sua epistrophé piuttosto che essere una semplice diagnosi: essa allude al politeismo primario rimosso.
Il politeismo è anche la base teorica di un pluralismo e di un opportunismo clinici vicini all’idea di Riccardo Mondo di un setting variabile.

Come medico, apprezzo anche l’enfasi posta sulla medicina dionisiaca, che offre un’interessante prospettiva nei confronti di una fisiopatologia psicosomatica: il corpo è il teatro e gli organi sono i personaggi sul palcoscenico. Inoltre nel setting – sia esso medico o psicoanalitico – diamo importanza a come il paziente respira, si muove, si veste: in una parola, alla sua fisiognomica.


5. Elementi religiosi nella Psicologia Archetipica
L’immaginazione ha una natura religiosa. La fede psicologica è fede nella realtà dell’anima. Riflettiamo sul ruolo dell’immaginazione nei filosofi della natura rinascimentali, a partire da Bernardino Telesio (a proposito, il musicista siciliano Franco Battiato sta scrivendo un’opera lirica su di lui). L’importanza del Neoplatonismo per questi filosofi è stata sottolineata da Hillman in numerosi lavori. Se gli archetipi sono la forma primaria e universale del lavoro psichico, ogni esperienza personale è un fenomeno secondario che rivela il suo retroterra primario, che è costituito dall’archetipo corrispondente. Il compito della Psicologia Archetipica consiste nel rivelare il modello archetipico del comportamento umano. Il lavoro di “deletteralizzazione” porta a “vedere in trasparenza” ogni cosa, così che gli eventi acquisiscono significato e divengono esperienze.

In un certo senso, la realtà è doppia: una è insensata, letterale, accidentale; l’altra è nascosta e piena di significato. L’anima può tornare alla Realtà Primitiva attraverso l’epistrophé, concetto neoplatonico che descrive il ritorno all’immagine primaria di ogni fenomeno. Corbin paragona l’epistrohé neoplatonica al ta’wil musulmano.

Siamo sul limitare di un misticismo gnostico che implica qualcosa di simile alla kenosis cristiana, un processo in grado di svuotare l’ego, l’ontologia, la sostanzialità. Conosco la preoccupazione di Hillman di mantenere una psicologia immanente; cionondimeno, secondo me la Psicologia Archetipica può condurre molto vicino a un misticismo apofatico.


Luigi Turinese – AIPA, Italia, membro del panel con

James Hillman (IRSJA)
Gustavo Barcellos (AJB)
Ann Casement (BAP, JPA)
Kazuhiko Higuchi (AJAJ)
Stan Marlan (PSJA, IRSJA)
Sherry Salman (JPA)
David Tacey (La Trobe University, Australia)

mercoledì 23 giugno 2010

Caro Hillman ... - Recensione di Camilla Albini Bravo

Caro Hillman ... Venticinque scambi epistolari con James Hillman, R. Mondo, L. Turinese (a cura di) Torino, Bollati Boringhieri, 2004, pp 238


Caro Hillman ... Venticinque scambi epistolari con James Hillman, a cura di Riccardo Mondo e Luigi Turinese è un libro sorprendente. Può essere definito come un ritratto d'autore attraverso le lettere di 25 lettori, ma anche come una raccolta di 25 ritratti attraverso l'opera di Hillman.

La sorpresa nasce già dalle prime pagine e accompagna il lettore fino alla fine. Che Hillman sia un autore non facile, che costringe ad un faticoso cambiamento dello sguardo sull'opera junghiana, è cosa risaputa. E' noto anche il suo spirito provocatorio, non da tutti accettato, che spinge ad un ascolto a volte infastidito, a volte divertito, di un pensiero che mai si interrompe, ma sempre con rigore arriva alle conseguenze estreme di premesse chiaramente annunciate. Forse è tale spirito a far sì che la lettura segua sentieri emotivi piuttosto che logici? Rimane la sorpresa nel trovare in molte più affermnazioni di chiara adesione o di polemica presa di distanza piuttosto che domande o proposte di possibili sviluppi dei temi hillmaniani.

Può essere l'opera stessa di Hillman a spingere verso una entusiata adesione o verso una energica chiusura chi vi si accosta? Già questa ipotesi desta sorpresa, data l'enfasi posta da James Hillman sulla necessità di evitare il pensiero che procede per antitesi, per "o -o". Il campo dei suoi lettori sembra nettamente diviso in amici e ostili, uso deliberatamente questi termini perché la sensazione è proprio quella di trovarsi di fronte ad una scelta più emotivo-affettiva che logico-razionale. In realtà le lettere meno connotate in tal senso, e quindi a mio parere più interessanti per chi cercasse una ulteriore chiave di lettura per opere già lette, sono quelle dei non addetti ai lavori, di non psicoanalisti.
Da qui la mia sorpresa: pensavo di leggere un libro con cui confrontare ciò che di Hillman avevo io stessa trattenuto con ciò che altri avevavo colto e mi sono ritrovata a leggere un libro che dà una inquietante testimonianza di quanto sia difficile per noi psicologi analisti l'ascolto dei colleghi. Non si frainteda: non sto sostenendo che ognuno di noi viva chiuso nel proprio studio, concentrato solo sull'ascolto dei pazienti, ma sospetto che il nostro leggere proposte altrui sia spesso un non capirle.

Strana storia la nostra, eredi di un maestro che molto soffrì per essere stato considerato un eretico, che si propose come pensatore poliedrico, non desideroso di divenire a sua volta un maestro fondatore di una scuola junghiana, ci troviamo afflitti da una strana sindrome che ci spinge ad evitare di leggere Jung insieme, a confrontarci piuttosto su testi di altre scuole di pensiero, per non incappare in quello che ormai è divenuto evidente: l'eredità di Jung è ancora indivisa, quando vi mettiamo mano si attiva una sorta di babele d'ascolto.
Sicuramente abbiamo avuto un padre molto ricco, che ci ha lasciato un'opera non facile da decodificare, aperta a più interpretazioni, ma quella che può sembrare una ricchezza si trasforma a volte in occasione di polemica se si pretende di trovare l'unica e vera lettura del testo di Jung.
Sembra a volte la nostra una fuga dalla libertà, la libertà di scegliere un seme di pensiero già dato, una ortodossia che ci limiti e ci rassicuri. Il pregio del libro che Riccardo Mondo e Luigi Turinese si propongono è a mio avviso proprio l'aver messo in luce quanto ancora sia difficile un dialogo tra di noi. Le lettere sono tutte interessanti, non tanto per quello che ci mostrano di Hillman, quanto per quello che mostrano dell'autore e le risposte di Hillman sono gentili, ma spesso mostrano chiaro il suo intento di non chiudere un discorso che in realtà rimane vivo solo finché può rimanere aperto.
James Hillman ha seminato e i campi d'ascolto in cui sono finiti i suoi preziosi semi sono talmente diversi che le piante, ormai cresciute, a volte non si assomigliano affatto. Tanta diversità potrà essere ricchezza solo a patto che ogni singola pianta si possa confrontare non solo con il seme originario, ma anche con le altre piante, rinunciando alla pretesa di trovare la pianta "giusta", quella che, unica, era nella mente del seminatore.
Tutto ciò vale per il pensiero di James Hillman a monte del quale c'è il pensiero di Carl Gustav Jung e dei suoi allievi che ancora faticano a trovare un reciproco, curioso ascolto.

Camilla Albini Bravo


In Rivista di Psicologia Analitica - Nuova serie n.19 n.71/2005 "Risonanze all'ascolto" , in "Recensioni" pagg. 167-168 (La biblioteca di Vivarium)

domenica 23 maggio 2010

Intervista - La mente non mente



“La mente non mente”

intervista di Carlo De Blasio a Luigi Turinese e Riccardo Mondo su RaiNews24
Tempi Dispari – del 19.4.2006.
I temi trattati sono la Psicologia Analitica
e la Psicologia Archetipica

Guarda l'intervista integrale in 6 parti:

Parte 2/6




Parte 3/6


Parte 4/6


Parte 5/6

Parte 6/6

domenica 28 marzo 2010

L'arco e la freccia - Prefazione


Riccardo Mondo
L'arco e la Freccia
Prospettive per una genitorialità consapevole.

(Ed. Ma.Gi., 2003)


Prefazione di Luigi Turinese

Ci vuole coraggio – e competenza – per parlare di educazione senza toni retorici. Il segreto di questo libro che, parafrasando il titolo, è una freccia che centra il bersaglio, risiede nell’intelligenza ermetica del curatore Riccardo Mondo; il quale, anziché reclutare pedagogisti o magari psichiatri chiesti in prestito al circo mediatico, si è circondato di autori di estrazioni differenti chiamati a fornire il loro contributo sul tema dell’educazione e delle sue basi epistemologiche.
Il risultato è un omaggio alle scienze della complessità, tra le quali si deve senz’altro annoverare la scienza dell’educazione – o come altro si vuole chiamare la difficile arte del condurre fuori (e-ducare) da ciascun cucciolo d’uomo il nucleo forte della sua umanità. Le scienze della complessità, infatti, hanno come presupposto-corollario l’acquisizione di verità parziali ma non contraddittorie.

Solo a partire da questo presupposto acquista profondità di senso parlare – come fa Mondo – di Comunità Educante, all’interno della quale ciascuno fa la sua parte: lo psicologo, il pedagogista, il mitologo, l’insegnante; e, naturalmente, il genitore. “L’atteggiamento educativo” – scrive Mondo – “è sempre intersoggettivo e contestuale”. Dunque è alta la consapevolezza della dialettica tra individuo e collettivo; così come dell’importanza capitale dell’esercizio di un’attenzione oscillante tra oggetto dell’intervento educativo (il minore) e mondo interno dell’educatore.

I compagni di viaggio – nell’avventura de L’arco e la freccia – sembrano ben consapevoli di questi assunti di base.

Elena Liotta, mettendo in pratica la sua osservazione secondo la quale “la psicologia del profondo restituisce alle donne quello che da loro ha preso in abbondanza”, si chiede: “Ci sarà mai spazio per una madre che non sia né dominante né dolorosa?”. Una risposta, naturalmente, sarà possibile soltanto dopo aver “digerito” e superato sia la compensatoria immagine che delle madri propone il mito sia l’analoga distanza dalla realtà che scaturisce dalla descrizione che della madre fanno i media.(Ma – mi domando – i media non sono a loro volta strutture mitopoietiche?).

Appare molto opportuno l’intervento di Magda Di Renzo, che ci mostra il problema dalla parte dei figli; ovvero ci spiega come il bambino si costruisce l’immagine interna del genitore, a partire certo da figure umane reali ma anche da modelli culturali o perfino archetipici. Nella nostra epoca, questo genitore interno appare carente nella funzione contenitiva, sino a rendere difficile – ci racconta Di Renzo – persino un’operazione che ci sembra elementare come è quella di scrivere il diario scolastico. Ecco, mi pare che nell’intervento di Magda Di Renzo risuoni la “voce della trincea”, come è da attendersi da chi lavora quotidianamente in contatto col dolore dei figli e dei genitori; ne sono testimonianza un illuminante caso clinico e il riferimento a lavori su “grandi numeri”, che danno spessore alle tesi portate.

La dimensione archetipica costituisce l’ispirazione dell’articolo di Daniele Borinato, certamente più apprezzabile con le immagini che lo corredano. Il mito prescelto è quello di Ulisse, figura archetipica di padre ben particolare, se è vero che ha bisogno del viaggio – e che viaggio! – come precondizione dell’incontro col Figlio (Telemaco); e – da figlio – col Padre (Laerte): Ulisse tra Telemaco e Laerte, dunque, a significare che l’incontro tra Padre e Figlio si svolge sempre lungo una direttrice a due vie. Assai interessante, da questo punto di vista, la tesi che la tanto discussa assenza del padre corrisponda ad una speculare mancata ricerca del padre da parte del figlio; omissione di percorso favorita da un eccesso di narcisismo e da uno sprofondamento nella dimensione materna.

“Ogni pedagogia è […] sempre l’applicazione sul piano formativo di una precisa concezione antropologica globale”, scrive Marco Guzzi. Da anni Guzzi è impegnato ad additarci lo scontro escatologico che viviamo in questa nostra epoca di passaggio; passaggio a volte drammatico, in cui siamo esposti al doppio rischio del fondamentalismo e del nichilismo. “Ogni luogo può essere un cimitero o una sala parto” è frase assai eloquente. Un progetto educativo adeguato alla prospettiva antropologica che Guzzi chiama dell’Uomo nascente deve conservare la forza delle relazioni interpersonali e un’istanza poetico-spirituale.

A conclusione della prima parte del libro, Alfonso Sottile si fa compagno di cordata di Mondo nel ricordarci che “il disagio che si accompagna all’educare è, in fondo, il disagio che si accompagna al vivere”. Basta, dunque, con la retorica dell’inadeguatezza del genitore al suo compito, quasi che essere genitori sia – come dicono i due autori – “l’espiazione di una colpa”.

La ricerca su mille famiglie distribuite su nove comuni del territorio etneo, che costituisce la seconda parte del volume, assume una portata ed un rilievo che – se fosse mancata la base teorico-epistemologica fornita dalla prima parte – non avrebbe certamente avuto.

venerdì 22 gennaio 2010

Libro: Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman



Curatori: Mondo R., Turinese L.

Ed.: Bollati Boringhieri
Collana: Saggi. Psicologia
ISBN:8833914364
ISBN-13:9788833914367
Anno 2004 € 26,00
Pagine: 238

Alcune tra le voci significative della psicologia analitica e della cultura italiana scrivono a James Hillman - figura prestigiosa e carismatica di filosofo e analista junghiano - presentandogli ricordi personali, interrogativi, proposte, poesie e persino un ritratto, ma anche perplessità ed espliciti dissensi.

L'iniziativa di raccogliere in volume queste lettere, con le risposte di Hillman, intende stimolare un dibattito su che cosa può significare, oggi, rifarsi al pensiero e all'insegnamento di Jung; più in generale, quale psicologia e quale psicoterapia possono aiutarci ad affrontare i problemi dell'individuo e della società nel mondo attuale.

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Luigi Turinese Cantautore

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