Il curatore del presente volume, teologo, germanista, psicopedagogista e consulente matrimoniale, raccoglie i contributi di teologi con competenza psicologica sulla questione del ruolo della psicologia nel percorso religioso. L'obiettivo è il recupero di una dimensione psicologica della fede; ma non è facile sanare la crepa che la storica incomprensione tra via religiosa e via psicologica ha creato. " ... una depressione sta a indicare che è meglio rivolgere l'inquietante aggressività verso se stessi piuttosto che uccidere o tormentare altre persone" (J. Müller, p. 71). Non c'è niente da fare la psicoterapia non laica ha sempre uno scopo, pur se non dichiarato: correggere, indirizzare verso una verità che lo psicoterapeuta confessionale ritiene di conoscere e di dover promuovere.
Sicché alla ricerca finisce fatalmente per sostituirsi un'affermazione: l'affermazione della verità di quella religione, in questo caso la religione cristiana, con l'inevitabile correlato della deviazione speculare dalla verità, ossia la colpa.
C'è poco spazio per quella che Jung chiama individuazione, cioè la strada originale che il singolo individuo ha la necessità di percorrere.
Di un certo interresse gli interventi di Gert Sauer ("Quale fede aiuta la psicologia?"), che dà un certo spazio all'analisi dei sogni; e di Beate Brandt ("Come realizzare l'armonia tra corpo e anima"), che introduce il lavoro sul corpo in un percorso organico di ricerca spirituale.
Luigi Turinese
Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIII, n.49, Gennaio-Marzo 1994
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