La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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mercoledì 29 febbraio 2012

PerìArχôn - Calendario di Marzo 2012





PerìArχôn - Calendario degli incontri di Marzo 2012:




Lunedì 12 Marzo, ore 19.45




Lunedì 27 Febbraio, ore 19.45





Centro Paema, Via Clementina 7
Roma
(Fermata Metro B: Cavour)


Info e prenotazioni
Segreteria PerìArχôn: 
periarxon@gmail.com

http://luigiturinese.blogspot.com/




Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica

giovedì 23 febbraio 2012

Le Recensioni di L.T. - "La solitudine del samaritano", di G. Franzoni

Giovanni Franzoni, "La solitudine del samaritano. Una parabola per l'oggi", Edizioni Theoria, Roma-Napoli 1993, pp.144

C'erano una volta le comunità di base. Di quel movimento, che negli anni '70 rivoluzionò il mondo cattolico, Giovanni Franzoni (Don Franzoni quando era abate della Basilica di San Paolo a Roma) fu esponente di spicco.
Oggi, ridotto allo stato laicale, Franzoni continua ad essere in prima fila nell'impegno sociale, e lo testimonia con questo libro, in cui auspica l'allargamento dell'area della compassione.

Questo lodevole proposito muove dalla preoccupazione dell'autore che la fretta dell'uomo di fine millennio, il suo correre, lasci indietro i "piccoli" che non possono o non sanno correre.
Le numerose citazioni bibliche e "laiche" non intellettualizzano il libro, che mantiene un afflato emotivo ed emozionato.

Franzoni prende le mosse dalla parabola del Buon Samaritano, così come è riportata in Luca 10, 25-37 (ma anche in Matteo, 22, 34-40 e in Marco 12,28-31).
Nodo centrale del Cristianesimo, il tema dell'amore del prossimo costituisce forse la maggiore originalità del pensiero di Gesù, quanto meno per l'enfasi che Egli vi trasferì. Già il Pentateuco, infatti, vi faceva riferimento: in Levitico, 19,18, si legge "amerai il tuo prossimo come te stesso"; a fronte e a completamento dell'ingiunzione contenuta in Deuteronomio, 6,5: "Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze".
Al comandamento assoluto che ne fa Gesù si ispira dunque Franzoni, affinché il richiamo alla solidarietà non resti un vacuo e retorico "flatus voci".

Luigi Turinese

In foto: "Le gelosie"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - " Il Vangelo secondo Matteo e lo Zen". di L. Mazzocchi, J. Forzani, A. Tallarico

Luciano Mazzocchi, Jso Forzani, Annamaria Tallarico, "Il Vangelo secondo Matteo e lo Zen". Meditazioni della Domenica", Edizioni Dehoniane, Bologna 1995, pp.310

Questo libro, frutto di una pratica cristiano-buddhista convinta e impegnata, si propone come guida per la condivisione di preziose esperienze, presentando testi e commenti di Scritture cristiane e buddhiste.

"Tra i tanti versanti del dialogo interreligioso - scrivono gli autori - crediamo che quello cristiano-buddhista soprattutto nella focalizzazione Vangelo-Zen, sia straordinariamente intransigente e, quindi, purificatore [...] Il Vangelo e lo Zen così differenti in apparenza, comunicano in profondità: sono religioni dell'essere e non dell'apparire [...] L'essere, come ripetutamente insegna Meister Eckhart, rifiuta qualsiasi aggiunta: deve essere liberato da tutte le sovrastrutture perché risplenda nella sua originalità".
E' qui felicemente superato il dilemma che divide oggi seriamente il mondo cattolico tra chi usa il dialogo come ponte per raggiungrere altre sponde e chi come strumento per condurre gli "infedeli" in seno a Madre Chiesa, in nome del vecchio missionarismo cristocentrico.
E' significativo che il vescovo Abbondi, vice-presidente della CEI, abbia scritto la prefazione del libro, lieto che esso possa "trarre dalla latitanza la partecipazione del Popolo di Dio al dialogo interreligioso" e trarre dalla dimenticanza "documenti preziosi, che però restano troppe volte eredità giacenti".

Luigi Turinese

In foto: "Condivisione"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - "La saggezza che libera", di P. Confalonieri

Pierluigi Confalonieri, "La saggezza che libera. La pratica della meditazione nei discorsi del Buddha", Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, pp. 208

Nella collana "Piccoli saggi" degli Oscar Mondadori, caratterizzata da una grafica deliziosa e da un rapporto qualità/prezzo imbattibile, appare questa raccolta di discorsi del Buddha.

Il quale Buddha è, a tutti gli effetti, l'autore del libro, che una bizzarria dell'editing attribuisce a Pierluigi Confalonieri.
Confalonieri, per essere precisi, svolge una preziosa opera di curatore. A lui si devono infatti la Prefazione, un breve saggio sulla vita e gli insegnamenti del Sublime, che costituisce la prima parte del libretto, e una trentina di pagine finali sulla pratica della meditazione, che costituiscono la terza parte; vi si descrivono la meditazione vipassana e la struttura di un ritiro nella tradizione di U Bu Khan.

Il principale insegnante vivente di questa tradizione è Goenka, di cui Confalonieri è l'assistente in Italia.
I discorsi del Buddha, che costituiscono il cuore del libro (oltre cento pagine), sono tratti dal Sutra Pitaka, la più imponente sezione del Tipitaka, o quanto meno la più interessante per i laici.

Luigi Turinese

In foto: "Pulcherrimae rosae"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - "Principi di psicologia transpersonale", di L. Boggio-Gilot

Laura Boggio-Gilot, "Principi di psicologia transpersonale", Associazione Italiana di Psicologia Transpersonale, Roma 1995, pp.142

"Le frontiere del potenziale umano oltre l'Io e la Normalità". Questo il suggestivo sottotitolo del libro di Laura Boggio-Gilot, resoconto riveduto con una sapiente opera di editing, di un corso tenuto all'A.I.P.T.
L'originario fine didattico traspare, ed è un bene, cosicché il grande pubblico può ricevere finalmente adeguate informazioni sul pensiero dei padri fondatori della psicologia transpersonale.

Comunemente definita la quarta forza della psicologia, dopo la psicoanalisi, il comportamentismo e la psicologia umanistica, la psicologia transpersonale prende le mosse dal lavoro di Jung, di Maslow e di Assagioli, elaborando una sintesi originale. Suo ordine è la concezione dell'essere umano come unità di corpo, mente, anima e Spirito, in movimento verso uno stato transpersonale in cui, come nelle tradizioni sapienziali, " ... la coscienza non viene vista come una funzione del sistema nervoso, ma al contrario è il sistema nervoso a essere visto come strumento della coscienza: questa non può essere conosciuta, dunque, con gli stessi strumenti che si usano per studiare il cervello" (pag. 34).

Di conseguenza, un posto di rilievo viene conferito alla meditazione, metodo elettivo per indagare la coscienza.
E proprio ad allargare lo spettro della coscienza mira la psicologia transpersonale, fino a comprendere livelli transegoici, translogici e spirituali.
Parallelamente, la psicopatologia viene chiamata ad includere la sofferenza legata ad ostacoli nello sviluppo spirituale e nella ricerca del sesso.
A realizzare questi ampliamenti, come è ovvio, non bastano gli strrumenti del modello biomedico, troppo legato ad un paradigma meccanicistico, sono i modelli propri delle tradizioni asiatiche a soccorrere segnatamente il buddhismo e quella particolare espressione dell'induismo che è l'Advaita Vedanta.

Luigi Turinese

In foto: "Casina delle Fate"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - "La pratica della consapevolezza", di H. Gunaratana

Henepola Gunaratana, "La pratica della consapevolezza", Ubaldini Editore, Roma 1995, pp.176
" ... il modo più efficace di esprimere una cosa che vogliamo far capire agli altri è servirsi del linguaggio più semplice. E questo specialmente quando ci sforziamo di insegnare qualcosa che non rientra nelle normali attività della vita quotidiana" (dalla Prefazione, pag.7). L'autore, un monaco singalese ormai quasi settantenne, vive da svariati anni negli USA. Egli pertanto conosce bene le difficoltà che si possono incontrare nel trasmettere certi concetti e certe esperienze a meditanti occidentali; e, d'altra parte, è in possesso della chiave per riuscirci. Questa chiave è la semplicità.

Nel libro, ad esempio, è ridotta al minimo indispensabile la terminologia tecnica in lingua pali: si fa invece largo uso di un linguaggio psicologico "basso" e dunque comprensibile a tutti pur senza tradire la profondità dei concetti. Ne risulta un manuale di meditazione buddhista privo di colore catechistico. Il tono è quello, basilare e rassicurante, di un maestro elementare.

Il primo capitolo ("Meditazione: perché disturbarsi?") contiene una riflessione sulla motivazione. Viene messa in chiaro la natura eminentemente psicologica della meditazione vipassana. Prezioso, e spiritoso, il secondo capitolo ("Ciò che la meditazione non è"), in cui si passano in rassegna gli equivoci più frequenti circa la meditazione : "la meditazione è fuggire dalla realtà"; "la meditazione è per i santi e per gli uomini straordinari, non per gente normale"; e così via.
Molto utili il capitolo 10 "Come affrontare i problemi") e i capitoli 11 e 12 ("Affrontare le distrazioni").
"La consapevolezza è una funzione che disarma le distrazioni, allo stesso modo in cui un artificiere innesca una bomba " (pag. 123).
"Paura e depressione sono stati mentali spiacevoli che fanno male. Volete liberarvene perché vi disturbano. Più difficile sarà voler applicare lo stesso processo agli stati mentali a cui tenete, quali il patriottismo, la vostra protettività di genitori, il vero amore. Ma sarà ugualmente necessario" (pag. 134).
Molto acute sono poi le considerazioni sull'equilibrio tra concentrazione e consapevolezza. "Troppa consapevolezza, senza la calma che la bilanci, finirà per essere uno stato ultrasensibilizzato, simile a quello generato dall'abuso dell'LSD. Troppa concentrazione, senza un'adeguata quantità di consapevolezza che faccia da contrappeso, finirà nella sindrome del "Buddha di pietra" (pag. 151).

Raramente un manuale di meditazione è insieme così profondo e così amorevolmente didattico.

Luigi Turinese


In foto: "Cuori in inverno"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

martedì 14 febbraio 2012

PerìArχôn - La bibliografia di L.T. - 2° incontro



PerìArχôn -


La bibliografia presentata da Luigi Turinese durante il 2° incontro

"PerìArχôn - Cenacolo di cultura archetipica", con Luigi Turinese

PerìArχôn





Dal 23 Gennaio 2012 a Roma
PerìArχônCenacolo di cultura archetipicaConversazioni
(tra natura e cultura)
con
Luigi Turinese

Incontri quindicinalidal
23 Gennaio 2012
2° e 4° Lunedì del mese - ore 19.45
presso il Centro: Atelier Paema
Via Clementina 7 (Fermata Metro B Cavour)
Roma
Info e prenotazioni
Segreteria PerìArχôn: 
periarxon@gmail.com

http://luigiturinese.blogspot.com/



Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica









Qualche parola sul cenacolo PerìArχôn:
L’idea del cenacolo, forse non a caso, mi è venuta dopo la morte di Hillman. In precedenza pensavo semplicemente di attivare, come a Catania, un corso di Psicologia Archetipica; ma fatalmente avrei dovuto limitare la presenza a operatori del settore e prevedere un inizio e una fine dell’esperienza. Invece, nelle settimane passate, si è costruito progressivamente, dentro di me, il progetto di un seminario permanente: un luogo e un tempo nei quali poter discutere liberamente di tutto, con tutti.

Tutti coloro ai quali è caro il pensare e condividono un angolo visuale che, per comodità, possiamo chiamare archetipico.

Sarà utile, naturalmente, dedicare una parte del tempo alla definizione dei concetti e loro sviluppo storico. In altre parole, dedicherò una parte del tempo a “fare lezione” di cultura archetipica, per rendere omogeneo e comprensibile il linguaggio; ma il resto del tempo lo dedicheremo a lettura e commenti di testi, discussioni, ecc… e poi voglio tenere aperta la porta a ciò che verrà.
La frequenza sarà di due volte al mese ( 2° e 4° lunedì del mese alle 19.45) e ogni incontro durerà due ore-due ore e mezza, con un minimo di rimborso spese.
Per come lo intendo, non deve essere un capestro per i partecipanti: nel senso che – pur auspicando una continuità del gruppo – chi vuole venire viene, per il tempo che desidera, potendo portare anche altre persone che facciano il percorso che sentono giusto. Nessun obbligo, insomma.

Luigi Turinese

domenica 12 febbraio 2012

Le Recensioni di L.T. - " Il sapore della liberazione. Letture buddhiste" (a cura di) V. Talamo

Vincenzo Talamo (a cura di), "Il sapore della liberazione. Letture buddhiste", Promolibri, Torino 1995. pp.176


Senza rullare di tamburi, con una modestia che sconfina nell'understatement, Vincenzo Talamo si è conquistato un posto di rilievo nella divulgazione dei testi canonici, che egli stesso traduce dal pali.

Ricordiamo, tra le sue cose migliori, una traduzione del Sutta Nipata che l'editore Boringhieri mandò in libreria già nel 1961 ("Raccolta di aforismi", pubblicata poi nel 1979 nella Biblioteca Boringhieri).

"Il sapore della liberazione" è un libro importante, poiché presenta dei testi di cui non esistevano traduzioni in lingua italiana.
Si tratta di una cinquantina di brani appartenenti al Samyutta-Nikaya e al Vinaya-Nikaya (soltanto due proovengono dall'Anguttara-Nikaya), corredati da note puntuali ed esplicative.

Ringraziamo di cuore Vincenzo Talamo per il suo lavoro e teniamo d'occhio la collana di Promolibri "Il Loto" diretta dal Prof. Stefano Piano, presso la quale il libro è stato pubblicato.

Luigi Turinese


In foto: "La Fanciulla della Neve"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. -"Roberto Assagioli. La vita e l'opera del fondatore della psicosintesi", di P. Giovetti

Paola Giovetti, "Roberto Assagioli. La vita e l'opera del fondatore della psicosintesi", Edizioni Mediterranee, Roma 1995, pp.144

A vent'anni dalla scomparsa, appare la prima biografia del fondatore della psicosintesi. Roberto Assagioli (1888-1974) ha attraversato l'avventura psicoanalitica con una sua specialissima interpretazione del lavoro psicologico.
Veneziano di nascita, fiorentino d'adozione, Assagioli ebbe contatti diretti con Freud, da cui lo separavano ventidue anni, e con Jung, di tredici anni più anziano.
Mantenne una costante ammirazione per il lavoro di Freud, da cui si distanziò presto; ebbe maggiori punti di contatto con la psicologia analitica di C.G.Jung. Fu proprio Jung, come apprendiamo da questa bella biografia, ad utilizzare per la prima volta, in una lettera a Freud nel 1909 il termine psicosintesi: "Se esiste una psicoanalisi, dev'esserci anche una psicosintesi, che costruisce un futuro sulle stesse leggi".

Laureatosi in Medicina nel 1910 con una tesi sulla psicoanalisi, Assagioli collaborò anche, a Firenze, a "La Voce", il periodico diretto da Prezzolini, su cui pubblicò, tra l'altro, un articolo su Sigmund Freud.

La psicosintesi come scuola a sé nacque a cavallo tra gli anni '20 e gli anni '30 (l'Istituto di Psicosintesi venne fondato a Roma nel 1933).
La psicosintesi si differenzia dalla psicoanalisi soprattutto per una particolare attenzione alla sfera transpersonale dell'uomo. Lo stesso Assagioli era molto attratto dai sistemi sapienziali orientali, lui, ebreo di nascita. Predilesse sopra ogni cosa la Bhagavad-Gita e le Upanishad. Ebbe contatti con la Società Teosofica.

In questo percorso articolato e profondo Assagioli mantenne però una cordialità e un senso dell'umorismo veramente terapeutici, come documentato in uno dei più accattivanti capitoli del libro, il terzo ("Roberto Assagioli visto da vicino"). Qui sono raccolte le testimonianze di una decina di persone che gli stettero vicine in diversi momenti della sua vita.

Non c'è che dire, un libro molto bello questo di Paola Giovetti. Soprattutto, un libro che non stanca mai, pur affrontando tematiche di un certo peso. Ciò si deve certamente all'estrazione giornalistica dell'autrice, ma ancor più alla sua partecipazione emotiva al tema trattato.

Luigi Turinese

In foto: "Masque renversée"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

Le Recensioni di L.T. - "L'universo come dimora", di F. Capra e D.Steindl-Rast

Fritjof Capra, David Steindl-Raft, "L'Universo come dimora. Conversazioni tra scienza e spiritualità con Thomas Matus", Feltrinelli Editore, Milano 1993, pp.216

Quando, nel 1976, uscì "Il Tao della Fisica" (edito in Italia, da Adelphi, nel 1982), il mondo della scienza e quello sapienziale ricevettero un determinante impulso ad avvicinarsi. Fu tuttavia il successivo libro di Capra, "Il punto di svolta" (1982, edizione italiana 1984 per i tipi di Feltrinelli), il frutto a nostro avviso più maturo di quella felice intuizione.
Vi si contrapponevano due modelli culturali, due paradigmi, l'uno, definito meccanicistico di derivazione cartesiano-newtoiniana, per cui l'Universo e il microcosmo rappresentato dall'organismo umano sono costituiti da assemblaggi di materia passiva, inerte e inconsapevole; l'altro, definito sistemico, connesso con la meccanica quantistica, per la descrizione del quale contano l'interdipendenza e il continuum processuale più che che il principio di causa.

Le implicazioni di un paradigma culturale sono molteplici, spaziando dall'economia alla medicina, dalla psicologia alle altre scienze umane.

Si può capire che ampio ventaglio si aprisse all'indagine di Capra, che infatti, nel 1988, ci regalò Uncommon wisdom. Conversation with remarkable people, prontamente tradotto l'anno successivo da Feltrinelli ("Verso una nuova saggezza"); il penultimo capitolo ("I dialoghi di BigSur") è di fatto un primo assaggio de L'Universo come dimora, una sorta di prova generale di quanto si possa far procedere l'indagine col metodo del dialogo. Un dialogo che, nel libro che qui presentiamo, si svolge tra Capra e due singolari monaci camaldolesi: David Steindl-Rast e Thomas Matus.

Le conversazioni hanno per sfondo l'Esalen Institut di Big Sur, California. Esalen evoca personaggi del calibro di Maslow, Bateson, Watts, Campbel, Huxley, Grof; dai loro contributi è nato un nuovo modo di pensare la scienza e la filosofia.

L'Universo come dimora prende le mosse dall'intento di comparare le caratteristiche del pensiero neoparadigmatico, imperniato sul concetto di interdipendenza, nella scienza (Capra) e nella teologia (Steindl-Rast e Matus).
C'è un libro apparentemente "minore" di Capra, La politica dei Verdi, scritto a quattro mani con Charlene Spretnak, edito negli U.S.A. nel 1984 e tradotto per Feltrinelli due anni più tardi, con una prefazione del compianto Alexander Langer. E' a questa digressione ecologica che ci dobbiamo richiamare per spiegarci l'uso dell'espressione "paradigma ecologico", in luogo di paradigma sistemico.
"Di recente mi è capitato di sottolineare l'importanza che ha il conoscere la differenza tra olistico ed ecologico. Una visione del mondo ecologico è olistica , ma non solo. Essa non solo coglie il suo oggetto come un intero, ma riconosce anche come questo intero sia inserito in entità globali più ampie" (pag. 79).

Non è possibile riassumere i diversi rivoli in cui si si riversa il dialogo principale. Essi comprendono, ad esempio, un suggestivo parallelismo tra ecumenismo ed ecologismo (pp. 80 e sgg.); così come ardite incursioni in ambito teologico-filosofico, scientifico o anche politico (vedi "Il nuovo pensiero di Mikhail Gorbaciov", pp. 210-211: non si dimentichi che il libro è stato edito in U.S.A., nel 1991).
Il tutto in uno stile aereo, non dogmatico, sistemico ma non sistematico: in una parola, poetico.

Perché, come dice Matus: "La poesia è un mezzo assai idoneo al discorso ecologico" (pag.52).

Luigi Turinese

In foto: "A wonderful cake"

Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XV, n.57, Gennaio-Marzo 1996

PerìArχôn - Calendario degli incontri di Febbraio 2012





PerìArχôn - Calendario degli incontri di Febbraio 2012:

Lunedì 13 Febbraio, ore 19.45



Lunedì 27 Febbraio, ore 19.45



Centro Paema, Via Clementina 7
Roma
(Fermata Metro: Cavour)

venerdì 3 febbraio 2012

Le Recensioni di L.T. - "Il Dhamma vivo" e "Cibo per il cuore", di A. Chah

Achaan Chah, "Il Dhamma vivo", Ubaldini Editore, Roma 1994, pp. 126

e

Achaan Chah, "Cibo per il cuore", Ubaldini Editore, Roma 1993, pp.148

Con la morte di Achaan Chah, avvenuta nel 1992, è scomparso il grande restauratore della tradizione thailandese dei maestri della foresta, allo stesso tempo, con il passaggio delle consegne all'americano Achaan Sumedho, abbiamo assistito all'estensione della medesima tradizione ai non thailandesi.

Cibo per il cuore è esplicitamente " ... una raccolta di discorsi tenuti alle comunità monastiche thailandesi", come si legge (pag.7) nell'Introduzione del curatore (a proposito chi è il curatore? Nel libro non è specificato).
Pertanto si tratta di riflessioni non dirette ai laici. Tuttavia il laico praticante riceve paradossalmente più indicazioni da questo libro che dall'altro che qui presentiamo; si pensi ad esempio alle semplici ma non banali considerazioni sull'aniccia (pag. 145).

Il paradosso risiede nel fatto che Il Dhamma vivo, che racchiude discorsi pronunciati ai laici in Thailandia e in Gran Bretagna, risulta più ostico, proprio in relazione all'intento maggiormente divulgativo.

In qualche modo, il retaggio della foresta si fa sentire , e dubitiamo che nell'animo dei laici possano far breccia certe affermazioni: "Capelli, unghie, denti, pelle ... Ci siamo nati insieme e ci lasciamo abbindolare, ma in realtà sono cose impure .... Siamo così affascinati e sedotti dal corpo da ignorare il vero rifugio che è dentro di noi. Il vero rifugio è la mente" (pag. 19).

Ma soprattutto lasciano interdetti le seguenti due citazioni: " ... io non mai messo su famiglia ... Mi è bastato pensare all'espressione "vincoli famigliari" per capire di cosa si tratta in realtà ... "Vincolo" significa sofferenza ... "Famiglia" vuol dire confusione, non vale la pena di impelagarcisi. A causa di queste parole sono diventato monaco e non ho mai lasciato l'abito. I "vincoli famigliari" fanno paura. Siete in trappola .... Problemi con i figli, con i soldi, con tutti. Ma dove andare? Siamo in trappola. Ci sono figli e figlie; litigi a non finire fino al giorno della morte.... Non c'è fine alle lacrime, per uno che ha "vincoli famigliari"" (pag. 26).

"Il Buddha ... aveva una famiglia, ma vide i limiti di quella condizione e seppe distaccarsene" (pag. 69).

Non vediamo proprio come questi insegnamenti possano motivare i laici alla pratica nella vita quotidiana; senza una discriminazione assai sottile, infatti, possono avere un effetto lacerante piuttosto che unificante in chi persegua il Dhamma mantenendo le abituali responsabilità sociali. Soprattutto in chi viva un momento di crisi familiare. Si ha un bel dire che non c'è separazione tra vita religiosa e vita laica; si ha un bel proclamare che il Dhamma è per tutti. Non si tratterà che di ingiunzioni retoriche, fin tanto che santi uomini come Achaan Chah si lasceranno andare a così ingenue dichiarazioni di paura della vita.

Luigi Turinese

In foto: "Le quattro stagioni: inverno"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIV, n.53, Gennaio-Marzo 1995

Le Recensioni di L.T. - "Lo Zen e la luna", di G. Sono Fazion

Giampietro Sono Fazion, "Lo Zen e la luna", Edizioni Apppunti di Viaggio, Roma 1994, pp. 84

Appunti di Viaggio è una rivista che descrive l'esperienza di un'accolita di cercatori interiori dediti alla Meditazione Profonda. Lo strumento meditativo utilizzato in questo contesto è quello proprio dell'esicasmo, ovvero la ripetizione del Nome; tuttavia questo gruppo di ricerca rimane aperto ad esperienze spirituali di altra provenienza, e lo fa nelle pagine della rivista e attraverso piccole pubblicazioni monografiche.

Quella che presentiamo, dedicata allo Zen, è affidata ad una delle penne più felici del buddhismo italiano, quel Fazion dei cui scritti ci piace ricordare soprattutto Il Buddha (Cittadella Editrice, Assisi, 1993), recensito su PARAMITA n. 50.

Anziché la via lineare e storicistica dell'erudito, Fazion preferisce le suggestioni della poesia: ogni capitolo viene introdotto da versi da lui stesso composti, ed è risolto in una chiave aneddotica, non sistematica, in grado di trasmettere il profumo dello Zen piuttosto che nozioni libresche.
Questo metodo è tanto più valido in quanto lo scopo del libretto è quello di comunicare lo spirito di una via di ricerca ad altri cercatori. Quanto mai rivelatrice, in questo senso, la citazione di Kodo Sawaki Roshi posta da Fazion all'inizio del volumetto "Gli uomini ammucchiano conoscenze, ma io penso che il fine ultimo sia di poter sentire il suono della valle e guardare il colore della montagna"

Luigi Turinese
In foto: "Pollockiana"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIV, n.53, Gennaio-Marzo 1995

giovedì 2 febbraio 2012

Le Recensioni di L.T. - " La vita di Marpa il traduttore", (a cura di) J. Bacot

Jacques Bacot (a cura di ), "La vita di Marpa il traduttore", Adelphi Edizioni, Milano 1994, pp 134

Nato in Tibet intorno all'anno 1000, Marpa è noto soprattutto come protagonista, o meglio deuteratagonista, della Vita di Milarepa, il suo discepolo più famoso.

Con lui è considerato il fondatore della scuola Kagyu, o per lo meno colui che la introdusse in Tibetma la sua importanza storica è da ascrivere soprattutto all'attività di traduzione dal sanscrito di opere del buddhismo indiano. Il suo maestro principale fu l'indiano Naropa appare come il traghettatore della sapienza buddhista coltivata fino all'epoca sua nel nord-est dell'India, particolarmente nell'università di Nalandia.

Marpa ci appare, nell'undicesimo secolo, come un autentico missionario del proprio paese. Si deve smettere di ripetere, fidando nelle storie sacre scritte o commissionate dal Dalai Lama che il Tibet venne convertito al buddhismo nel settimo secolo ... Gli antichi documenti cinesi e tibetani confermano che nel nono secolo il buddhismo era penetrato appena in Tibet, senza diffondersi tra la popolazione" (dall'introduzione di J. Bacot, pag. 20).

Questa Vita di Marpa getta dunque lampi di luce su tutta la storia del buddhismo tibetano.

Vi compaiono personaggi come Atisha, fondatore della scuola Kahdam, Naropa, lo stesso Milarepa. Certo, al confronto la Vita di Milarepa appare come una narrazione molto più affascinante, nella quale lo stesso Marpa si staglia come una figura magari meno simpatica ma più definita, protagonista di collere divenute proverbiali.

La veste editoriale, inutile dirlo, è impeccabile, nella tradizione Adelphi.

Il libro è agile e godibile grazie alla selezione di estratti scelti e curati dal tibetologo Jacques Bacot.

Luigi Turinese

In foto: "Violet velvet"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIV, n.53, Gennaio-Marzo 1995


Le Recensioni di L.T. - "Cina. Guida turistica", di L. Paoli

Luigi Paoli, "Cina. Guida turistica", Calderini, Bologna 1993, pp. 221

Tra le guide turistiche pubblicate dalla casa editrice Calderini (vedi ad esempio Nepal, recensito su PARAMITA n. 43), quella dedicata alla Cina è trale più complete e interessanti.
Dopo una breve introduzione storico-filosofica, la guida descrive nel dettaglio le regioni del Celeste Impero, con l'ausilio di carte geografiche e di piantine topografiche dei più importanti palazzi dell'antica Cina.

Il libro, pur facendo sfoggio di una dimensione culturale "alta", non perde mai di vista l'obiettivo per cui l'autore, viaggiatore per passione, l'ha concepito: fornire consigli pratici per chi intenda conoscere sul campo lo sterminato paese estremo-orientale.
All'uopo viene persino fornito un frasario per sbrigare affari comuni, nei negozi come nei ristoranti.

Sessantaquattro fotografie a colori corredano piacevolmente il volume.

Luigi Turinese

In foto: "Vortex"


Recensione apparsa nella rubrica "Libri" di "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XIV, n.53, Gennaio-Marzo 1995

La medicina omeopatica come medicina a paradigma psicosomatico

La medicina omeopatica come medicina a paradigma psicosomatico

di Luigi Turinese


“Poiché questo è il grande errore dei nostri giorni,che i medici separano l’anima dal corpo”

Ippocrate

“L’impiego omeopatico dei medicinali è più indicato quando non solo i sintomi somatici del rimedio sono simili a quelli della malattia, ma anche quando le alterazioni mentali ed emozionali provocate dalla droga incontrano stati simili nel quadro morboso da curare”
Samuel Hahnemann


Non si guarirà mai, dunque, in modo conforme alla natura cioè in modo omeopatico, se per ogni caso individuale di malattia, anche acuta, non si presterà simultaneamente la dovuta attenzione anche alle modificazioni dello stato psichico e mentale del malato” (Hahnemann, 1921: § 213). Questa affermazione spazza via in un colpo solo la figura di medico rivolto al passato che tanti omeopati contemporanei vorrebbero fare del Maestro: Hahnemann (1755-1843) fu un uomo molto attento alla contemporaneità e per molti versi un precursore, nella fattispecie un precursore della psicosomatica.

Venendo all’Omeopatia del XX secolo, ci imbattiamo in una citazione altrettanto cogente: “Nella sperimentazione come nell’osservazione clinica l’omeopatia è una medicina dell’uomo totale” (Demarque, 1981: 330). Questa – che potrebbe apparire come una petizione di principio tutta ideologica, dunque soggetta a rimaneggiamenti legati al contesto culturale – è viceversa un’affermazione per così dire oggettiva. Con essa si ribadisce la stretta, inalienabile correlazione tra sperimentazione e clinica, che costituisce la base della medicina omeopatica: il principio di similitudine è tutto incardinato in questa giustapposizione.
È messa inoltre in evidenza l’origine squisitamente sperimentale dell’approccio globale al paziente, rivendicato – a ragione ma con toni troppo spesso apodittici – dai medici esperti in Omeopatia. Dobbiamo infatti agli effetti sistemici delle patogenesi sperimentali la ricerca di quella che Hahnemann chiamava la totalità dei sintomi del paziente: in altri termini, non è possibile operare una scelta terapeutica basata sull’analogia se non indagando i diversi piani in cui si manifesta la malattia: sintomi e segni psichici, generali, locali; tutti sostanziati dalle rispettive modalità.

L’individualizzazione del protocollo terapeutico, punto forte della clinica omeopatica, passa attraverso un’accurata disamina dell’insieme delle caratteristiche e dei sintomi del paziente. Questo è vero sia nei casi acuti, in cui è necessaria un’individualizzazione della malattia; sia, a maggior ragione e prendendo in considerazione elementi che solitamente il medico non considera importanti (desideri e avversioni alimentari, bioreattività (1), modalità, fattori biotipologici), in corso di malattie croniche. Un’accurata anamnesi e un dettagliato esame obiettivo costituiscono per il medico esperto in Omeopatia una necessità tecnica imprescindibile; così come è un necessità tecnica, prima che umanistica, una relazione terapeutica approfondita e fiduciaria.

In altri termini, se il medico non riesce a configurare un mosaico
sintomatologico “personalizzato” e manca – in particolar modo nei casi cronici – di mettere in evidenza la reazione individuale del malato, gli sarà molto difficile scegliere il medicinale corrispondente al caso. Il simillimum o quanto meno il simile, difatti, è il medicinale la cui patogenesi sperimentale viene richiamata con la maggiore approssimazione possibile dal quadro clinico in esame. Pertanto il medico deve conoscere molto bene la Materia Medica e deve osservare l’insieme del paziente così attentamente da poter affiancare i due quadri – l’uno spontaneo e l’altro sperimentale – constatandone la stretta analogia: è come se egli dovesse trovare il negativo fotografico (metafora della patogenesi sperimentale) cui corrisponde la fotografia che ha di fronte (metafora del paziente).
Analizzare il paziente dal punto di vista nosografico è necessario ma non sufficiente. È sempre importante porre la diagnosi convenzionale, in primo luogo per decidere quale strategia terapeutica mettere in campo: omeopatica, convenzionale, chirurgica, integrata. Il medico che segue il paradigma psicosomatico, difatti, saprà guardare alla globalità non solo all’atto della diagnosi ma anche nell’elaborazione del protocollo terapeutico, che si estenderà anche all’esame dello stile di vita, comprese le abitudini igienico-dietetiche; alcuni fallimenti terapeutici provengono proprio dall’ignoranza di queste aree. “Un omeopata è più di un semplice prescrittore di medicine omeopatiche – egli è anche consapevole dell’importanza del supporto di altre terapie e dei consigli che facilitano questo processo di guarigione” (Owen, 2007: 77).

La diagnosi omeopatica è una diagnosi non di malattia ma di rimedio: è la ricerca, cioè, della più accurata similitudine tra malato e medicinale. Per realizzare tale ambizioso obiettivo non ci si può accontentare di trovare una casella corrispondente alla malattia e affrontare quest’ultima con un protocollo standardizzato (2) . Il paziente va osservato e ascoltato con cura, nelle sue determinanti costituzionali non meno che caratterologiche. La lunga visita omeopatica non è l’esito di una abnegazione missionaria da parte del clinico – fermo restando che la phylantropia rimane una delle doti essenziali del buon medico – ma una tappa necessaria a valutare i possibili raffronti analogici. Vengono così passati in rassegna sintomi psichici, reazioni fisiologiche (sonno, mestruazioni, sessualità, ecc…) e fisiopatologiche, reazioni all’ambiente (alle temperature e al clima, a cibi e sapori, all’ambiente psicosociale), caratteristiche tipologiche. Tra queste ultime, rivestono grande importanza le caratteristiche psicologiche, che vanno distinte dai sintomi psicologici sebbene spesso ne rappresentino i fattori condizionanti.

Rispetto alla psicosomatica di orientamento psicoanalitico, la medicina omeopatica riconosce sempre un ruolo ai fattori psicologici, non limitandosi a individuare i sintomi di conversione. In altre parole, Hahnemann scoprì – con largo anticipo sulla PNEI – che la forza perturbatrice della malattia esercita la sua azione su tutta l’economia dell’organismo. E lo scoprì mercé la geniale intermediazione della sperimentazione patogenetica sul soggetto sano. “Tra i farmaci in grado di indurre modificazioni sullo stato di salute dell’uomo, tramite la sperimentazione, quello che possiede la maggiore similitudine con la totalità dei sintomi di una malattia naturale data (5), sarà e dovrà essere quello più omeopaticamente adatto; in tal farmaco sarà trovato lo specifico di quel caso patologico” (Hahnemann, 1921: § 147).

Passando poi al vasto e importante capitolo dell’applicazione terapeutica, Hahnemann si tiene alla prassi della totalità dei sintomi appresa tramite la sperimentazione. Mostrando di non avere nessun pregiudizio dualista, egli non ha bisogno di riavvicinare le due realtà – psichica e somatica – perché le ha già viste all’opere strettamente congiunte, appunto, nell’esito sperimentale. Accostandosi alle malattie mentali propriamente dette, Hahnemann fa un’affermazione cruciale: “[…] non si tratta, però, di una classe di malattie distinta nettamente dalle altre, dato che anche nelle rimanenti malattie fisiche lo stato mentale e quello psichico sono quasi sempre modificati (6) . In tutti i casi di malattia occorre comprendere lo stato d’animo del malato nella totalità dei sintomi, considerandolo uno dei sintomi preferenziali, se si vuole delineare un quadro patologico fedele e poterlo quindi curare omeopaticamente con successo” (Hahnemann, 1921: § 209). Se consideriamo che tali parole sono del 1842 (sebbene rese pubbliche soltanto nel 1921 per complesse questioni ereditarie), le teorie psicoanalitiche sulle nevrosi di conversione, posteriori di molti decenni, fanno la figura di una pallida parodia.

Piuttosto, i contemporanei studiosi di neuroscienze dovrebbero annoverare Hahnemann tra i loro precursori, se soltanto leggessero parole come queste: “Quasi tutte le cosiddette malattie mentali e psichiche (7) non sono altro che malattie del corpo, nelle quali ogni sintomo peculiare […] si accresce con la diminuzione dei sintomi fisici” (Hahnemann, 1921: § 215). Gli esempi si potrebbero moltiplicare ma il dato centrale rimane il seguente: Hahnemann e l’Omeopatia hanno riconosciuto da subito – per via sperimentale e non argomentativa – la sostanziale unità dell’essere umano.

Luigi Turinese

In foto: "Gorgiera"

Note:
(1) Si intende per bioreattività la disposizione energetica individuale, comprendente la reazione al caldo e al freddo e l’insieme delle caratteristiche della reazione vitale dell’organismo, sia nello stato di salute sia in quello di malattia.
(2) Intendo garbatamente polemizzare, a questo proposito, con quanti si fanno assertori di una Evidence Based Homeopathy, dimenticando che il cuore dell’Omeopatia è la sua pretesa individualizzante.
(3) Il termine depressione reattiva è considerato desueto nelle più aggiornate classificazioni dei disturbi
psichici; in questo contesto, tuttavia, lo possiamo mantenere ai fini dell’intelligibilità generale del discorso.
(4)Il concetto di tipo sensibile rimanda alla particolare sensibilità mostrata da alcuni soggetti nel corso della sperimentazione patogenetica di un determinato rimedio. I pazienti con tipologia simile presentano frequentemente patologie trattabili con quel rimedio” (Turinese, 2006: 4, nota 5).
(5) Corsivo mio.
(6) Corsivo mio.
(7) Corsivo mio.


Riferimenti bibliografici
Bignamini, M. – Felisi, E.: Metodologia omeopatica, Casa Editrice Ambrosiana, Milano 1999.
Demarque, D. (1981): L’Omeopatia, medicina dell’esperienza, Edizioni Boiron, Milano 2003.
De Torrebruna, R. – Turinese, L.: Hahnemann, vita del padre dell’Omeopatia. Sonata in cinque movimenti, edizioni e/o, Roma 2007.
Hahnemann, S. (1921): Organon dell’arte di guarire (VI edizione), Edi-Lombrado, Roma 2004.
Institut Boiron (1992): Glossaire de l’Homéopathie, Boiron, Lyon.
Owen, D. (2007): Principi e pratica di omeopatia, Elsevier Masson, Milano 2008.
Turinese, L. : Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica, Elsevier Masson, Milano 2009.


Articolo apparso sulla rivista "Cahiers de biotherapie - N o t i z i a r i o F l a s h s m b I t a l i a", n. 4, anno 19, dicembre 2011, pp. 29-33