La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare

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Roma Piazza N. Longobardi 3, Tel: 06 51607592
email: dottluigiturinese@gmail.com

giovedì 28 ottobre 2010

Le recensioni di L.T. - "Ecologia profonda", di G. Dalla Casa

Guido Dalla Casa, "Ecologia profonda", Pangea edizioni, Torino 1996

Il termine ecologia profonda che Dalla Casa riferisce con correttezza ad un passo contenuto nell'epocale libro di Fritjof Capra "Il punto di svolta" (1984; ed. or. 1982), era stato impiegato in realtà da George Sessions già nel 1981, in un testo antologico curato da B. Schultz e D. Hughes e intitolato Ecological Counsciousness ; il saggio di Sessions portava il significativo titolo Shallow and deep echology; a review of the philosophical literature.
Dunque veniva creato uno spartiacque, preciso e letterale, tra ecologia supperficiale ed ecologia profonda, ripreso in seguito dal filosofo norvegese Arne Naess, da cui prendono le mosse il libro che presentiamo.

Si distinguono pertanto:
"L'ecologia di superficie, che ha per scopo la diminuzione degli inquinamenti e la salvezza degli ambienti naturali, senza intaccare la visione del mondo della cultura occidentale; e l'ecologia profonda, in cui vengono modificate radicalmente le concezioni filosofiche dominanti dell'Occidente: in questa forma di pensiero si dà un'importanza metafisica alla natura..." (pag.10). Si guarda di conseguenza con simpatia alle culture orientali e a quelle animista, che l'autore, non senza una certa naïvetè, immagina apportatrici di serenità e di nonviolenza; per contro l'Occidente è visto, in modo francamente manicheo, come il luogo della competizione sfrenata: "Il concetto di progresso è un'invenzione dell'Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l'unica cultura del Pianeta"(pag.35).
Ne deriva una nuova forma di moralismo. "L'atteggiamento mentale deve essere di non-competizione, mai di conquista" (pag. 178).

Si potrebbe osservare che ogni ingiunzione di tipo normativo, come quella appena presentata, è a sua volta emanazione della mentalità ego-centrata che si vuole combattere.
Resta da sottolineare comunque la chiarezza dei soggetti esposti, soprattutto di quelli scientifici, frutto anche della formazione dell'autore, laureato in ingegneria elettronica.

Luigi Turinese


In foto: "Velluto"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 62, Aprile-Giugno 1997

Le Recensioni di L.T. - "Gandhi, il santo e lo statista" di B.P-L Bedi e F.M.Houston

Baba Pyare-Lal Bedi e Freda Marie Houston, "Gandhi, il santo e lo statista", Ed. Istituto di Pedagogia Acquarium, Valstagna (VI) 1996


Baba Bedi,
sikh formatosi in Inghilterra e ricercatore dell'Università di Berlino sotto la guida di Rudolf Otto, ha diretto negli anni Settanta il Centro di Filosofia Acquarium di Milano.
Freda Marie Houdston, inglese, conobbe Baba ad Oxford negli anni '30 e divenne sua moglie. In seguito prese i voti come monaca nella tradizione Vajrayana, all'interno della quale ricoprì ruoli sempre più importanti, fino ad avere la facoltà di dare l'iniziazione a uomini e donne interessati al sentiero buddhista.
I due coniugi furono seguaci di Gandhi e protagonisti della lotta nonviolenta per la liberazione dell'India dal dominio inglese. Nel 1933 curarono il presente volume, una selezione degli scritti e dei discorsi del Mahatma, raccordati da brevi, illuminanti note.
Nell'introduzione compaiono dati socioeconomici sull'India degli anni '30 e alcune note biografiche sulla figura di Gandhi. L'interesse storico-culturale è notevole, a partire dalla prefazione di uno studioso del calibro di Rudolf Otto. La parte finale del libro è occupata dalla testimonianza di un collaboratore svedese di Otto, Bürger Forell, che fu assistente del grande storico delle religioni nel corso di un viaggio in Oriente avvenuto negli anni 1927-1928, e che ci regala un prezioso resoconto del loro incontro con Gandhi.

Luigi Turinese


In foto: "Uomo tutto d'un pezzo"


Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 62, Aprile-Giugno 1997

Le Recensioni di L.T. - "Il Vangelo secondo Marco e lo Zen", di L. Mazzocchi e J. Forzani

Luciano Mazzocchi e Jiso Forzani, "Il Vangelo secondo Marco e lo Zen", Edizioni Dehoniane, Bologna 1996

Che il dialogo interreligioso possa autenticamente prendere corpo soltanto nell'esperienza, è un fatto più volte ripetuto e accertato. Padre Mazzocchi, sacerdote saveriano con vent'anni di esperienza missionaria in Giappone, lo sa benissimo, e con il compagno di ricerca Giuseppe (Jiso) Forzani, impegnato in una sorta di speculare "missione" soto zen in Occidente, ha dato vita ad una "Comunità Vangelo e Zen" presso Lodi.
Qui l'esperienza quotidiana del Vangelo e dello >zazen si sostanzia nel lavoro di accoglienza non meno che in quello di studio, che comprende la traduzione e il commento di testi di Dogen e del Nuovo Testamento. Alla luce di questa esperienza di dialogo operativo, non limitato alle buone intenzioni, lo "state attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso" (Mc, 13,3), con cui esordisce il presente volume, assume il valore di un dettato condivisibile e soprattutto comprensibile tanto dal cristiano quanto dal buddhista, che sulle diverse versioni della pratica dell'attenzione fonda la sua vita spirituale.

Il Vangelo di Marco poi, si presta in maniera particolare ad una lettura interreligiosa cristiano-buddhista, perché fra i vangeli sinottici è il più essenziale, oltre che il più berve e, probabilmente, il più antico. Ne è protagonista un Gesù uomo, e uomo riservato, saremmo tentati di dire introverso; pur trattandosi, come l'Evangelista si preoccupa di annunciare i apertura, del Figlio di Dio.
La proposta degli Autori, che ci sembra utile sottoscrivere e ribadire, è quella di una lettura meditativa: un capitolo a settimana, possibilmente seguendo il calendario liturgico. Ogni capitolo, introdotto dai versetti del testo evangelico, comprende il commento di Padre Mazzocchi seguito da quello di Jiso Forzani e talora da alcuni riflessioni di alcuni cercatori di diversa estrazione che seguono il lavoro della Comunità.

Luigi Turinese

In foto: "Palestina"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 62, Aprile-Giugno 1997

"La medicina integrata? Una risorsa" - Intervista sul Giornale di Sicilia

L'uomo come un sistema a livelli in cui ogni parte è inevitabilmente legata all'altra, tra equilibri e squilibri che procedono di pari passo. L'omeopatia come cura che considera l'individuo nella sua totalità ed assicura un omogeneo mantenimento del benessere. A spiegarlo nel suo libro "Modelli psicosomatici" è lo psicologo analista Luigi Turinese, che ieri ha presentato il testo a palazzo Jung.

Un punto d'incontro tra la tradizionale e l'omeopatica


Come nasce il suo libro?

L'idea che ha portato alla scrittura di "Modelli psicosomatici" è quella di dare rilievo alla medicina integrata. Una medicina che sia cioè punto d'incontro tra quella convenzionale e quella complementare come l'omeopatica.


Cosa vuol dire?
Bisogna tornare a considerare l'individuo nella sua totalità, riprendere a vederlo come un modello unitario il cui benessere dipende dal mantenimento dell'equilibrio tra i tre sistemi nervoso, endocrino e immunitario.


Quindi si parla di un approccio unitario al paziente. E' corretto?
Sì. Ad oggi, la medicina convenzionale si focalizza sulle patologie e non permette più lo studio del caso individuale.


L'omeopatia come si inserisce in questo meccanismo?
L'omeopatia è una medicina che nasce in Germania alla fine del Settecento. Sin da subito sperimenta sull'uomo sano le medicine per conoscerne gli effetti e presto si accorge che, in caso di alterazione dell'organismo, il sovvertimento dell'equilibrio è generale.
Da qui l'idea che i tre livelli del nostro organismo funzionano come un network, sono cioè collegati tra loro al punto che l'approccio unitario rappresenta per il paziente la via più vantaggiosa.


(PPI)



Intervista pubbilcata sul Giornale di Sicilia, Cronaca di Palermo, di Domenica 26 Ottobre 2010

mercoledì 27 ottobre 2010

Festa di "Appunti di Viaggio"- Casa editrice


Sabato 20 Novembre 2010
Roma, Piazza SS. Giovanni E Paolo 13
presso Padri Passionisti
Festa di "Appunti di Viaggio"

Ore 10-13
I NOSTRI LIBRI [“Appunti di Viaggio” e “La parola”]

Il Cammino della Santa Presenza [Lp]
di Pasquale Chiaro, presenta l’Autore
Gli occhi che ci guardano [AV]
di Cristina Laspia, presenta l’Autrice;
Canto di un teologo di strada [AV]
di Carlo Crocella, presenta l’Autore;
Oltre il corpo, oltre la mente [Lp]
di Matteo Karawatt, presenta l’Autore;
Tornare a casa [Lp]
di Norman Fisher,
presenta Dario Doshin Girolami,
maestro zen, amico dell’Autore e traduttore del libro;
L’unico desiderio [Lp]
di Eric Baret,
presenta Gioia Lussana (maestra di yoga e allieva dell’Autore);
Luce perpendicolare [Lp]
di Silvio Anselmo, presenta e recita l’Autore

Ore 13-15
INTERVALLO PER IL PRANZO

Ore 15-19
CONFERENZE E CAMMINI SILENZIOSI

Luigi Turinese
Medico, Omeopata e Psicoanalista junghiano, parlerà de
La riflessione sul tipo psicologico nel cammino spirituale: tipologia e individuazione

Gioia Lussana
Maestra di Yoga, parlerà de
Il cibo della Dea,
sul tema del gusto/nutrimento collegato al culto del Femminile nell’India tantrica

GRUPPI, COMUNITÀ E MOVIMENTI
Medit. Profonda e Autoconoscenza, Ricostruttori nella Preghiera,
Comunità Mondiale per la Medit. Cristiana, Zen cristiano (J. Kopp),
Zen Soto (Dario D. Girolami), Gruppi di A. Schnöller,
Marisa Bisi, Cammino della Santa Presenza

Al mattino l'ingresso è libero.
Al pomeriggio è richiesto un contributo di 5 euro.

Informazioni:
Tel. 06_47825030, Cell. 340_3915503
E-mail: laparola@appuntidiviaggio.it

lunedì 25 ottobre 2010

Le Recensioni di L.T. - La rinascenza orientale nel pensiero europeo", di G. Marchianò

Grazia Marchianò, "La rinascenza orientale nel pensiero europeo. Pensieri lungo tre secoli", Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma, 1996

Grazia Marchianò
, presidente dell'Associazione Italiana di Estetica e vicepresidente dell'Associazione Internazionale di Estetica, ha fondato recentemente il Gruppo di Studio per l'Estetica Comparata "Il loto e la rosa". Nell'omonima collana esce questa raccolta di saggi, che rpercorre le tappe salienti degli studi orientalistici a partire dalla fine del '700.

L'orientalismo si configura all'interno della cultura europea come una sorta di terza via, al di fuori dei solchi giudaico e greco. Nella seconda parte del libro vengono tratteggiati i profili di alcuni singolari orientalisti: per il XIX secolo il lituano Osip Ivanovich Senkowskij e l'italiano Angelo De Gubernatis; per il secolo nostro il medico rumeno Sergio Al-George.
La prima parte del lavoro ospita tre saggi di notevole spessore. Nel primo, Fosco Mariani Zini tratta della diffusione in Francia del racconto orientale, a partire dalla prima pubblicazione, nel 1704, della traduzione delle Mille e una notte. L'influenza di quella celebre raccolta non tarderà a farsi sentire , per esempio sulla concezione voltairiana di caso e destino nelle Lettere Persiane di Montesquieu.
Carlo Gentili analizza poi i rapporti del romanticismo tedesco, segnatamente a Schlegel, autore nel 1808 di un saggio Sulla lingua e la sapienza degli indiani, con la cultura indiana.
Stefano Benassi, infine, si occupa di un singolare incontro, quello della filosofia tedesca (rappresentata in particolare da Carl Löwith, vissuto in Giappone a ridosso della Seconda Guerra Mondiale) con la cultura giapponese contemporanea, prendendo le mosse da quell'originale libro che è La struttura dell'iki, scritto nel 1930 da Shuzo Kuki (tr. it. 1992), divenuto assistente di Filosofia ll'Università di Kyoto, dove lavorava Nishida Kitaro, dopo una solida formazione filosofica europea.

Luigi Turinese


In foto: "Quasi Amsterdam"


Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVI, n. 62, Aprile-Giugno 1997

domenica 24 ottobre 2010

Video - "Fuochi Blu" con Carlo De Blasio sulla Psicologia Archetipica

Rai 24 News

Video: "Fuochi Blu" - Filosofia, psicologia e cultura contemporanea, di Carlo De Blasio a cura di Luca Boccia

Le Recensioni di L.T. - "Il Sutra del Loto"

"Il Sutra del Loto", Esperia Edizioni, Milano 1997


Il Saddharma Pundarika Sutra fu probabilmente composto in India nel II secolo d.C., per penetrare in Cina nel secolo successivo. Considerato scrittura canonica, rappresenta uno dei caposaldi della tradizione Mahayana. Fondamentale per la salvezza vi è considerata la funzione dei bodhisattva, e questo è già un cruciale elemento di divergenza dal buddhismo theravada. Inoltre l'apparizione del Buddha nel mondo fenomenico non è altro che un espediente (upaya) per diffondere il Dharma: i vari Buddha storici non sono che delle emanazioni periodiche del Buddha trascendente, che esiste sin dall'inizio dei tempi.
Le distinzioni temporali, come quelle di sesso, non sembrano importanti ai fini dell'illuminazione.

Come si può vedere, lo scenario che si configura è profondamente diverso rispetto alla tradizione del buddhismo antico.
La versione cinese più nota del Sutra del Loto è dovuta all'indiano Kumarajiva (344-413), e da questa è stata operata la traduzione in inglese del libro che presentiamo a cura di Burton Watson, professore di Lingue e Cultura Asiatiche alla Columbia University.
Il lavoro, i cui embrioni risalgono all'inizio degli anni '70, fu commissionato al professor Watson, dal Presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda.
Questo fatto si può comprendere facilmente, dal momento che Nichiren, il riformatore giapponese del XIII secolo al quale si ispira la Soka Gakkai, fondò il suo insegnamento sul solo Sutra del Loto.

Luigi Turinese


In foto: "Sentore d'estate"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 68, Ottobre-Dicembre 1998

giovedì 21 ottobre 2010

Presentazione di Modelli Psicosomatici a Palermo il 23 ottobre 2010

Elsevier-Masson
In collaborazione con l' Associazione Culturale Crocevia




e con l'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica IMPA


Invito
alla presentazione dell’opera

Modelli psicosomatici


Un approccio categoriale alla clinica


di Luigi Turinese
Medico-Chirurgo, Esperto in Omeopatia, Psicologo analista AIPA, Presidente IMPA

Oltre all’Autore interverranno:
Enrico Cillari - Giuseppina Marchione - Riccardo Nocifora - Giusi Polizzi
Letture di Antonio Giordano

Sabato 23 Ottobre 2010 – Palazzo Jung – Via Lincoln, 71

ore 9,00 - 13,00 Palermo

Ingresso libero

Per informazioni: GiusiPolizzi@interfree.it http://www.giusipolizzi.it/



Scarica qui l'Invito

Le Recensioni di L.T.- "Psicoterapia e meditazione profonda in dialogo", di M. Pileri

Marzia Pileri, "Psicoterapia e meditazione profonda in dialogo", Edizioni Universitarie Romane, Roma, 1998

L'autrice, psicologa esperta in Trainin Autogeno e in psicoterapie brevi, è allieva di Mariano Ballester, che firma la presentazione del volume. "Se sei interessato a conoscere la tua struttura psicologica e vuoi intraprendere un percorso di psicoterapia breve iniziando dal Trainin Autogeno, puoi arrivare a percepire dei contenuti di coscienza più elevati che possono aprirti al mondo spirituale" (pag. 11). In queste battute tratte dall'introduzione si possono comprendere gli intenti del volume, che dedica altrettanti capitoli alla storia della meditazione, alla meditazione profonda e alle psicoterapie brevi, abbozzando poi una interpretazione comparativa e riportando infine due esperienze a sostegno.

"La meditazione profonda, ideata e diffusa da P. Mariano Ballester, è un cammino verso il "centro" della persona, il Sé, che progressivamente coinvolge ed armonizza tutte le dimensioni dell'uomo: fisica, emotiva, mentale e spirituale" (pag. 33).
Se mettiamo da parte considerazioni sulla forma un poco sciatta, potremmo dire da "dispensa universitaria" (definizioni semplici ma talvolta semplicistiche, bibliografia mancante dell'anno dell'edizione originale), il libro appare di un certo interesse, se non altro perché è fra le prime pubblicazioni a confrontare le psicoterapie brevi (e non psicologia del profondo) e pratica meditativa. Partendo da questo interessante spunto di sapore manualistico, ci attendiamo nel futuro la stesura, da parte dell'autrice, di un lavoro compiuto.


Luigi Turinese


In foto: "Hybris"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 68, Ottobre, Dicembre 1998

Le Recensioni di L.T. - "Il buddhismo tibetano", di R. e M. Von Brück

Regina e Michael Von Brück, "Il buddhismo tibetano", Neri Pozza Editore, 1998

I coniugi Von Brück, con l'imprimatuur del Dalai Lama, che firma la prefazione, ci presentano un'esposizione esaustiva e molto corretta del buddhismo, in particolare del buddhismo tibetano.
Regina è laureata in teologia, mentre il marito è docente di Scienza delle religioni a Monaco di Baviera e direttore della rivista "Dialog der religionen". Michael Von Brück fa parte di quegli insegnanti di materie storico-religiose che non si accontentano di uno studio accademico e compilativo ma si fanno protagonisti, per usare un linguaggio antropologico, di un lavoro sul campo, laddove lavoro sul campo, in questo ambito, significa studiare il fenomeno religioso con uno sguardo religioso.

Dal libro emerge la peculiarità di una cultura - quella tibetana - impregnata di elementi medioevali sopravvissuti in epoca moderna. Si pensi alla presenza di veri e propri medium di divinità, a cui il governo tibetano conferisce o ritira il permesso di fornire oracoli; tali aspetti sono manifestamente ereditati dalla religione autoctona bön, prebuddhista, nell'ambito della quale, per esempio, viene riconosciuta l'esistenza letterale della divinità, cosa che nel buddhismo hinayana sarebbe impossibile, dato che qui le forze che chiamiamo divinità sono concepite piuttosto come entità psichiche.
Note, glossario, bibliografia e una contenuta ma buona iconografia completano il volume.

Luigi Turinese


In foto: "Meraviglia"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 68, Ottobre, Dicembre 1998

lunedì 18 ottobre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Progetti di vita - Ipotesi di ritorno", AA.VV.

AA.VV. "Progetti di vita - Ipotesi di ritorno", Fondazione ISUP-CIP, Napoli 1997

Nel 1996 si tenne a Roma, presso l'Università Valdese, un Congresso sul tema "Incarnazione e reincarnazione", a cura del Centro Italiano di Parapsicologia (C.I.P.).
Questo libro ne rappresenta il resoconto.
Il Convegno "[..]vuole affrontare l'intera area tematica in modo assolutamente laico" (dall'introduzione di Emilio Lotti (pag. 5).

Di particolare interesse ci è sembrato l'intervento di Orazio Antonio Bologna, dal titolo "Storia dell'incarnazione dall'antichità al VI secolo d.C." (ricordiamo che il Concilio di Costantinopoli, nel 553, condannò definitivamente la credenza nella reincarnazione), provvisto di un adeguato apparato di note.

Il nostro Vincenzo Piga, discettando su "Reincarnazione e rinascita nel buddhismo", distingue correttamente i due concetti, attribuendo all'ottica buddhista il secondo: dunque non c'è trasmigrazione personale ma rinascita dell'energia mentale spirito della forza karmica in un corpo diverso, che possederà pertanto una diversa indidualità. "Chi nasce, quindi, non è la persona di prima, ma un altro soggetto" (pag. 84).
Questo processo ha come premessa l'impermanenza (anicca): "Non c'è nessuna cosa che rimanga identica in due momenti consecutivi " (pag. 85).
Dove si può notare una corrispondenza con la filosofia di Eraclito, contemporaneo del Buddha.


Luigi Turinese




In foto: "Delicato"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 68, Ottobre, Dicembre 1998

Le Recensioni di L.T. - "Le mani e i piedi del Buddha" e "Lin-Chi-Lu", di L. Mario

Luigi Mario, "Le mani e i piedi del Buddha"
e
Luigi Mario (a cura di), "Lin-Chi-Lu"


La recensuione di questi due libretti costituisce un pretesto per ricordare la benemerita esistenza, da un quarto di secolo, del Monastero Chan di Scaramuccia, presso Orvieto. Accanto allo yoga e al tai chi, disciplibne in qualche modo complementari, vi si pratica lo zen di tradizione Rinzai sotto la guida di Engaku Taino, al secolo Luigi Mario.
Luigi Mario ha sessant'anni, è guida alpina del '59, maestro di sci dal '65 e maestro di arrampicata sportiva dall''85; oltre ad essere monaco zen dal '71, è lauraato in filosofia. Questa sua formazion "mista" dà ragione, ad esempio, della composizione del primo libretto che presentiamo, che raggruppa tre brevi saggi: L'arte di arrampicare in roccia e lo zen,(1965), Lo sci e lo zen (1970); A piedi da Kyoto a Tokyo (1971).

Il secondo lavoro è la traduzione commentata dei detti del maestro Lin-Chi ( Rinzai ), vissuto in Giappone nel IX secolo; la traduzione è stata effettuata da Luigi Mario, con la supervisione di Giangiorgio Pasqualotto. L'insegnamento di Lin-Chi è stato appropriatamente chiamato "agire con tutto il proprio corpo", alludendo ai colpi di keisaku (bastone) , alle grida, ai gesti imprevedibili che intercalavano il suo insegnamento verbale, allo scopo di consentire quel passaggio al di là della logica lineare che costituisce la premessa di ogni satori.

Luigi Turinese



In foto: "Stella"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 68, Ottobre, Dicembre 1998

Le Recensioni di L.T. - "Terra Natura Storia", di L. Bonesio, G. Marchianò, E. Matassi

Luisa Bonesio, Grazia Marchianò, Elio Matassi, "Terra Natura Storia", Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CT), 1996

In questi "scritti filosofici", come recita il sottotitolo del libro, si raccolgono i frutti di una ricerca interuniversitaria sul tema L'idea di natura tra Oriente e Occidente.
Ad eccezione della professoressa Marchianò, il cui saggio occupa, con una piccola antologia di classici cinesi, la seconda parte del volume (Terra Uomo Cielo), gli altri autori si producono intorno ai concetti di terra, natura e storia, nell'ambito della filosofia occidentale.
Il tramite tra Oriente e Occidente è particolarmente presente nel saggio di Caterina Resta (La Terra del mattino, Heidegger e la natura).
L'oggetto della note di Grazia Marchianò è il concetto di mente naturale, sviluppato nel corso di tutta la filosofia cinese, da Confucio ai contemporanei. L'intelligibilità della riflessione della Marchianò è possibile a patto che si sgombri il campo dai mitologemi romantici legati ai concetti di spontaneità, naturalezza, sincerità, che nel pensiero cinese tutto indicano fuorché l'anarchica espressione dell'emotività.

Luigi Turinese



In foto: "Dolcezza di Vita"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 68, Ottobre, Dicembre 1998

domenica 17 ottobre 2010

"Caro Hillman ti scrivo" - Recensione di Luciana Sica su "La Repubblica"

Lettere a un grande eretico

Esce un carteggio tra un gruppo di personaggi della cultura italiana e l'intellettuale americano che ama la provocazione e la sorpresa.
Il dissenso prevale sull'ammirazione per il maestro che ha radicalmente messo sotto accusa la psicoanalisi




Alcuni personaggi della psicologia analitica e della cultura italiana scrivono a James Hillman, la figura senz'altro più carismatica - anche se molto controversa - dello junghismo contemporaneo: le venticinque lettere accompagnate dalle risposte del destinatario, sono state raccolte in un libro dal titolo Caro Hillman... per la cura intelligente e fantasiosa di Riccardo Mondo e Luigi Turinese ( Bollati Boringhieri, pagg. 240, euro 26).
E' un volume che interessa, per più di una ragione. Intanto, attraverso questo carteggio, si coglie con grande immediatezza la polifonia di voci - assai poco assimilabili tra loro - che percorre l'universo junghiano. Emergono, dall'epistolario, due tendenze che già coesistono in Jung, pensatore geniale ma disordinato e asistematico, contradditorio e pieno di aporie: una è decisamente critica, ermeneutica, probabilistica; l'altra sembra cadere nell'illusione di una psicologia perennis di una psiche in qualche modo oggettiva, valida e identica per tutti, con un eccesso di enfasi - ad esempio - per quella ipotesi suggestiva ma enigmatica , nebulosissima, che è l'inconscio collettivo.
Oltre a disegnare una mappa curiosa dello junghismo italiano, questo libro sottende costantemente nelle sue pagine un interrogativo - sospeso e irrisolto - che rimanda all'identità più autentica del maestro di Atlantic City.
Chi è infatti oggi James Hillman? Si sa che a Zurigo è stato un allievo diretto di Jung ma - dopo quella che egli stesso da definito "una crisi di fede" - è diventato l'inventore di un nuovo pensiero, di una sua disciplina detta "psicologia archetipica", ribattezzata frettolosamente e a dispetto del ridicolo "una terapia con gli dèi".

Oggi non è chiaro se Hillman si possa ancora in qualche modo considerare uno psicoanalista, per quanto eterodosso e da molti anni lontano dalla pratica clinica, o sia piuttosto un raffinatissimo letterato, un intellettuale neoplatonico (amatissimo dagli intellettuali e dai molti che suppongono di esserlo), un cantore neopagano, di cui poco o nulla è rimasto dell'imprinting originario: "un brillante bricoleur", per dirla con Augusto Romano.
In queste lettere inviate a Hillman può sorprendere che sia il dissenso a prevalere sull'ammirazione. Quella di Mario Trevi, firmata con Marco Innamorati (insieme hanno scritto Riprendere Jung), è una presa di dstanza, sofisticata ma dura già nel titolo "Contram psychologiam archetypalem", una messa sotto accusa delle tesi più ardite di Hillman, dalla lettura che fa dei classici, alla pretesa di parlare ancora di un'ontologia dell'anima, al rifiuto drastico di ogni modello medico.
Nella sua risposta, il grande provocatore americano - che a tratti tende ad assumere un'aria sussieguosa un po' irritante - sfugge abilmente alle questioni più sottili. "Un freddo vento del Senex soffia da nord, e potrei essere indotto a focose esagerazioni del Puer come difesa...": Hillman non cade in questa tentazione , e del resto sarebbe poco intelligente contrappore a un presunto atteggiamento senile il suo spirito da eterno fanciullo, anzi il suo metodo ermetico/mercuriale che "si avvale di trucchi, inganni, appropriazioni, e non vuole stare da qualche parte a combattere, ma fugge nell'invisibilitàsu scarpe alate in conformità ai suoi alati pensieri avvolti in "può darsi", "forse" e "come se"...

La sensazione è che il comune ceppo junghiano non basti ad accordciare le distanze: Hillman e Trevi non potrebbero essere più sideralmente lontani, a cominciare dai linguaggi che utilizzano. "Che cosa abbiamo da dirci l'un l'atro?" si chiede Hilmman con una qualche brutalità, concludendo in modo scarsamente dialettico: "Due sentieri paralleli, non importa quante miglia possiamo percorrere, non si incontreranno mai. Forse fianco a fianco è abbastanza".

Molto spiritosa, ma per nulla rapita dal pensiero dell'autore di Cent'anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio , risulta Silvia Vegetti Finzi: lei ha tradito la psicoanalisi, gli dice, "nel senso in cui l'amante tradisce l'amata per troppo amore ... Lei affida alla psicoanalisi nientemeno che il compito di salvare il mondo...Ma siamo sicuri che la psicoanalisi abbia il compito di prendere il posto di Dio: di sapere tutto, di potere tutto?".
Se qui lo scambio è meno glaciale, la possibilità di un dialogo autentico rimane piuttosto remota. Il punto è che alle "regole" della psicologia analitica Hillman è estraneo fino all'insofferenza, e non ha alcuna difficoltà a dichiararsi colpevole dell'accusa di essere un traditore. Non è la stanza d'analisi a interessarlo, non sono i piccoli o grandi malesseri di pazienti in cerca d'ascolto a catturarne l'attenzione. Il suo impegno ha dimensioni molto più ampie, più ambiziose: lui si dedica a "stendere l'anima del mondo sul lettino e a rimanere in ascolto delle sue sofferenze". E' questa immagine a catturalo, o anche, con un'espressione che gli è cara: è questo il suo daimon .
Alla fine, da raffinatissimo giocoliere qual è ritorce con abilità l'accusa di tradimento, pur accettata senza sussulti: "le replico - sempre nello spirito di calore e comprensione tra noi - che la Sua posizione tradisce la sfida contemporanea alla pratica clinica: la sua estenzione oltre la stanza di terapia. Traggo questo orientamento sia da Freud che da Jung, che consideravano il loro lavoro un lavoro sui tempi e sulla cultura collettiva in cui la psiche era immersa".
Spulciando tra le molte lettere di questo carteggio, più incline alla perplessità che all'elogio appare anche Marcello Pignatelli, che -seppure con garbo amichevole - segnala il rischio di una deriva estetizzante. Come sempre Hillman si diverte soprattutto a spiazzare, e in questo caso lo fa rievocando una bella serata romana di anni fa, proprio nella casa di Pignatelli, il "collega" junghiano involontariamente caduto in un fraintendimento comune.
"Quando tu mi hai ricevuto lì, con vino, cibo e conversazioni, ponendo attenzione ai bisogni di un visitatore straniero ... questo tuo comportamento apparteneva all'etica o all'estetica? Conosci bene la tradizione classica, da Platone in poi, in cui Estetica ed Etica erano inseparabili. Entrambe sono contenute nella parola Kosmos, che significa giusto ordine implicando sia la bellezza sia la giustizia": per Hillman la distinzione tra queste due nozioni può risultare, oltre che falsa, dannosa per entrambe "poiché priva il mondo dell'estetica di ogni moralità e il mondo morale di ogni sensibilità". Dal suo punto di vista l'insistenza sul bello avrebbe di per sé una connotazione di ordine etico.
Sarà il caso di fare almeno un cenno allo scambio affettuosissimo che in questo libro si rintraccia tra Manlio Sgalambro e Hillman, sulla condizione della vecchiaia, un tema su cui entrambi si sono esercitati con risultati brillanti. Il filosofo gli ha inviato una sua poesia che si conclude con questi versi: "Il vecchio è colui nel quale la vita è finita. Ma quale vita?/ La vita funzionale, la vita dei ruoli, la vita che passa attraverso / il "permesso" di vivere concesso dalla società a certi patti./ Ma è dopo tutto questo che resta la "vita". La bellezza del vivere per/ nessuno scopo, del vivere per vivere".
La replica di Hillman è - almeno in questo caso - nel segno dell'entusiasmo: "Quanto più, quanto più squisite, quanto più apportatrici di verità sono le strofe della Sua poesia rispetto al mio intero libro sull'invecchiare!"
L'epilogo si riassume nell'invito di un signore forse stravagante ma dallo charme innegabile, che prende congedo con poche semplicissime parole, impronunciabili per certi geometri della psiche: "... Posso incontrarla un giorno nel suo Caffè preferito?"

Luciana Sica


"Battiato lo ha ritratto"

CATANIA - La presentazione di un libro diventa almeno più curiosa se a parlarne è un outsider come Franco Battiato. Questo pomeriggio [si tratta del 3.12.2004, n.d.r.] il cantautore sarà a Catania (...) a raccontare il singolare carteggio che ha avuto con James Hillman. Per dirgli "come lo vede" Battiato non gli ha inviato un testo scritto, ma un ritratto, che è poi la copertina del libro. "Sarò rigido e severo come lei mi ha dipinto", si legge nella breve risposta. "Forse questo ritratto è Lei stesso quanto è me, e perché non dovrebbe esserlo? Non siamo da qualche parte fratelli nella ricerca?".


Articolo apparso su "La Repubblica" del 3 Dicembre 2004, pagg. 50-51


sabato 16 ottobre 2010

"Caro Hillman .." - " Lettere su mito e psiche" Recensione su "Il Quotidiano"

Cosenza, all'UNICAL un incontro sul fondatore della Psicologia Archetipica il 24 Novembre 2006
Il libro

Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman.Curatori: Mondo R., Turinese L. Ed.: Bollati Boringhieri, 2004



Riccardo Mondo e Luigi Turinese hanno fondato lo scorso aprile [2006 n.d.r.] a Catania l'Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, di cui Hillman è Presidente onorario


Il nostro progetto consiste in un volume sul pensiero di uno dei più originali e controversi epigoni di Jung: James Hillman. Sin dalle origini legate al confronto con il ricco patrimonio junghiano - di cui la creazione della Psicologia Archetipica - l'opera di Hillman si è incaricata di scuotere un orizzonte culturale mediamente asfittico.
Per la psicoanalisi Hillman rappresenta, in termini di eresia, ciò che Jung rappresentò per l'ortodossia freudiana novant'anni fa. Egli pare aderire perfettamente, nel suo operare, al principium individuazionis di Jung, il quale amava ricordare che "non esiste altro junghiano oltre me stesso".

Come analisti junghiani dell'ultima generazione abbiamo seguito gli sviluppi dell'opera hillmaniana. E' nata l'idea di invitare gli autori di diverse estrazioni che evidenzino il pluralismo di posizioni esistenti su Hillman. Abbiamo scelto la via epistolare poiché si radica storicamente nella tradizione analitica (vedi le lettere tra Freud e Jung); tale scelta formale ci pare inoltre indicata a esprimere un logos del sentimento , caratteristica di una cultura che si nutre dell'immaginazione. Abbiamo chiesto ad intellettuali italiani - analisti e non - di manifestare la propria posizione verso Hillman con una lettera a lui indirizzata. Abbiamo organizzato le lettere in quattro sezioni ( I Tracce di Jung; II Individuazione e Destino; III Therapeia; IV Un Nuovo Umanesimo tra Etica ed Estetica), ciascuna con una nostra introduzione.
Con spirito dettato da Hermes, abbiamo consegnato simbolicamente le lettere a James Hillman , il quale ha fornito una risposta a ciascun autore.


Riccardo Mondo e Luigi Turinese

Articolo apparso nella rubrica "Idee e Società" de "Il Quotidiano" della Calabria, Giovedì 23 Novembre 2006

"Caro Hillman ti scrivo, così mi distendo un po'" - Recensione sul "Secolo d'Italia"

Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman.Curatori: Mondo R., Turinese L. Ed.: Bollati Boringhieri, 2004



Raccolte in volume 25 "lettere" di analisti e intellettuali italiani rivolte a un grande della psicoanalisi contemporanea, l'americano James Hillman, tra i più originali e controversi seguaci di Carl Gustav Jung. Intitolato "Caro Hillman" e curato dai due analisti Riccardo Mondo e Luigi Turinese, il volume è arricchito da una copertina - con un ritratto della stesso Hillman - disegnata dal compositore Franco Battiato, autore di uno dei contributi epistolari. Edito da Bollati Boringhieri, il libro sarà peresentato questa sera alle 21 [26.11.2004 n.d.r.] presso il Nobile Collegio Chimico-Farmaceutico, nella Chiesa di San Lorenzo de' Speziali, in via Miranda.

"Nei confronti della psicoanalisi e in particolare della psicologia analitica junghiana - spiega il curatore Turinese - Hillman rappresenta in termini di eresia, ciò che Jung rappresentò per l'ortodossia freudiana novant'anni fa. La sua opera ha scosso un orizzonte culturale asfittico e lui stesso è diventato , nell'ultimo decennio, uno scrittore alla moda e, perfino, di culto. I suoi scritti sono situati in quella regione di mezzo tra ortodossia psicoanalitica e cultura alta intrisa di grecità che è l'area privilegiata del cosiddetto "mundus immaginalis".

"Come junghiani dell'ultima generazione - precisa Turinese - noi abbiamo seguito gli sviluppi dell'opera hillmaniana, traendone costanti spunti di riflessione nella nostra pratica professionale".
"E' nata così l'idea di invitare a discuterne anche gli altri autori, di diverse estrazioni, che, pur mantenendo una tensione dialettica tra adesioni e distanza, riuscissero a evidenziare il pluralismo di posizioni esistenti sul pensiero dello psicanalista americano".
"Per farlo abbiamo scelto la via epistolare , in quanto storicamente radicata nella tradizione analitica, come dimostra il lungo carteggio tra Freud e Jung. Questa scelta formale, inoltre, ci è parsa indicata a esprimere un "logos del sentimento", tipico di una cultura nutrita d'immaginazione come la nostra. Abbiamo chiesto, perciò, a un certo numero di intellettuali italiani, analisti e non, di manifestare la propria posizione nei confronti di Hillman - spiega Turinese - con una lettera a lui indirizzata, che riguardi un aspetto specifico della sua opera, organizzando i contributi e le relative risposte in queste sezioni: "Tracce di Jung", "Individuazione e destino", "Therapeia" e "Un nuovo umanesimo tra etica ed estetica"

Recensione apparsa nella rubrica "Filo di nota" del "Secolo d'Italia", 26 Novembre 2004, a cura de "Il Sorvegliante"

Hahnemann - Recensione su "Omeopatia oggi", di Pierluigi Gargiulo




"Sta per svegliarsi? Le palpebre gli trasmettono i primi indizi di un fremito destinato a dissolversi nella densità della febbre, ormai presidio irremovibile delle sue ossa. Non subito, non ancora! La consapevolezza di un risveglio da vecchio malato può aspettare".


La descrizione della vita e dell'opera di Hahnemann, inizia con questo Largo-Allegro brillante.
Ma tutto il racconto realmente si snoda, attraverso l'intuizione di Riccardo De Torrebruna e Luigi Turinese, come una sonata in cinque movimenti.
A dettare i tempi, infatti, è proprio il ritmo incalzante della vita del padre dell'Omeopatia. E questo felicemente si intreccia con una consumata padronanza dei tempi narrativi.
La corretta gestione degli archivi storici, immerge da subito il lettore in un'esperienza insolita e piacevole, in quanto finalmente scorporata dalla retorica.
In questo libro, i due autori (un medico e un autore teatrale), si impegnano a ricomporre con amore, ma con grande esattezza, il mosaico umano e scientifico di un geniale artigiano della medicina.
La vita di Hahnemann segue un percorso intenso e complesso.
Nell'Andantino del II capitolo, il padre di Hahnemann, Christian Gottfried, immerso com'è nella seconda fase dell'Illuminismo, quella di Rosseau, sposa l'idea che l'elemento razionalista viene a convivere obbligatoriamente con il sentimento: non c'è più una fede nel progresso e, meno che mai, nella scienza.
Il giovane Samuele è allora costretto, controvoglia, anche a causa della crisi economica familiare, ad un lavoro manuale presso una drogheria di Lipsia.
Ma nel 1775, ...con soli venti talleri e un'incredibile fiducia nella sua vocazione, si reca a Lipsia per intraprendere gli studi di medicina...
L'approccio commosso e partecipe di Turinese e De Torrebruna al protagonista si fa allora palpabile e coinvolgente: ... "Corre lungo la Fudengasse a perdifiato, corre come un fuggiasco. La notte inghiotte i vapori del suo respiro e il batticuore affolla le stradine che gli vengono incontro tracciando nuovi percorsi di fuga. Si è lasciato alle spalle la mole oscura della Stephansdom per puntare nella direzione del fiume. Sempre in caso di pericolo, l'istinto gli suggerisce di cercare un corso d'acqua"

E' il preludio all' Andante molto mosso (Capitolo III) che segue.
Hahnemann si trova immerso nello spirito del suo tempo, e il buon senso illumina i passi centrali della sua vita e della sua esperienza professionale: lui è lì, fra i bagliori della creatività immensa e la pena dell'indigenza quotidiana.
"Ora che è diventato il nuovo sacerdote della fortuna, sa in cuor suo che gliene riserverà una piccola porzione, non per riconoscenza ma per quel bene segreto che sancisce la complicità tra gli uomini di Dio".

L' Allegro con Fuoco e L'Adagio Maestoso del IV capitolo rappresentano la sintesi mirabile del trionfo e del dolore: "Anche quella notte è illuminata dai bagliori dei villaggi che ardono di fiamme sempre più vivaci, sempre più radenti".
Prevalgono le armonie delle teorie miasmatiche e degli stucchi parigini, ma anche le note gravi dei fatti familiari e dei primi divieti.
L'incontro con la seconda moglie completa L'Adagio maestoso e sottilmente coinvolge:
"Melanie d'Hervilly si presenta nel suo studio di Köthen in una rigida mattina di Ottobre. Viene direttamente da Parigi ed è vestita da uomo, scelta mimetica estrema, che in ogni caso dimostra l'audacia della sua intelligenza".
L'accidentata geografia delle inquietudini esistenziali dominano la conoscenza e la professione del Maestro: prevale la consapevolezza dell'ingrata ricchezza del suo sapere, in cui convivono dolore, partecipazione e distacco.
La Marcia funebre del V capitolo chiuderà infatti l'esperienza umana e terrena di Samuele Federico Cristiano Hahnemann."... e il torchio coomincia a muoversi lentamente come l'asse di un pianeta, scricchiolando per la ruggine che affligge il perno...
Ecco, finalmente è tornato a casa".


Ai due autori non solo il merito di averlo distratto dalle nebbie del mito, condividendo gli slanci e le debolezze della sua vita, ma anche e soprattutto la capacità non comune di aver contestualizzato, con sapienza, i tempi storici, scientifici e filosofici di questo umano passaggio.

Pierluigi Gargiulo

Recensione pubblicata nella rubrica "Segnalibro" di "Omeopatia oggi" Rivista a cura del CSOA, Anno 17, n.38, Settembre 2007, pagg. 62-63

giovedì 14 ottobre 2010

Biotipologia - Recensione su "Il Giornale"

Biotipologia - L'analisi del tipo nella pratica medica, Tecniche Nuove, Milano 2006

ROMA - Il paziente non va osservato soltanto dal punto di vista della malattia, isolando il morbo dal comportamento umano. Al contrario, i suoi atteggiamenti, ma anche le sue stranezze, le sue bizze, i suoi entusiasmi, i suoi momenti di sconforto forniscono al medico preziose informazioni sullo stato e l'evoluzione della malattia.
Luigi Turinese nel libro Biotipologia. L'analisi del tipo nella pratica medica(Edizioni Tecniche Nuove) sostiene che lo studio della "differenza tipologica" in medicina rappresenta un bagaglio culturale del medico moderno.
A giustificazione di quanto afferma, l'autore (che è medico omeopatico) ripercorre le tappe storiche delle correnti tipologiche: dall'antropometria alla fisiognomica, dalla embriologia alla psicologia e all'arte figurativa. Ed è lo stesso autore che spiega i motivi per includere le biotipologie nella formazione del medico: "Lo studio delle costituzioni e dei tipi umani, pur rientrando tra le pratiche della medicina descrittiva piuttosto che di quella scientifica, è di notevole interesse perché affina la diagnosi e orienta la terapia; purché, ovviamente, si conosca una terapia ad personam qual è la terapia omeopatica"
All'omeopatia e al suo rapporto con la biotipologia l'autore dedica la parte più consistente del suo saggio, sostenendo che la clsassificazione costituzionale omeopatica "fornisce dei ritratti che ci dicono da dove può arrivare: dunque contribuisce ad affinare la diagnosi e la prognosi; secondariamente può orientare la terapia. Dal momento che le maggiori sistematizzazioni tipologiche sottolineano ciascuna un punto di vista, è bene conoscerle tutte, anche quelle non omeopatiche".

Si tratta di un approccio del medico al malato del tutto nuovo, anzi a ben considerare le cose, esso è abbastanza antico e si richiama ai concetti di "sapienza" globale che consideravano l'uomo - sano o malato che fosse - come un insieme armonico, senza isolare da esso la malattia come fa invece la medicina moderna.

Articolo apparso nella rubrica "Lettere e Arti" de "Il Giornale", Sabato 2 Agosto 1997

mercoledì 13 ottobre 2010

Biotipologia - Recensione su "Libro Aperto"




Biotipologia - L'analisi del tipo nella pratica medica, Tecniche Nuove, Milano 2006

E' consentito ad un estraneo alla "Comunità di Ippocrate" di recensire un libro come quello, appena pubblicato da "tecniche nuove", di Luigi Turinese dal titolo "Biotipologia - L'analisi del tipo nella pratica medica"?
Ma, dato che l'autore un giovane, valoroso medico, esponente della medicina omeopatica, scienza nella quale ha avuto per Maestro il celebre Antonio Santini, pone come "sopratitolo" al libro, la indicazione "medicina naturale", penso che di ciò che scrive Luigi Turinese possa parlare anche un profano.
Avverte la nota illustrativa al volume di Turinese che "fino a quarant'anni fa, nell'ambito degli studi di medicina, era impartito l'insegnamento della scienza delle costituzioni umane".
Un insegnamento poi "eliminato" anche se in esso - prosegue la nota citata - "erano racchiusi secoli di osservazioni cliniche".

Ripercorrendo la storia e le esperienze del passato Luigi Turinese con il suo libro sulla "Biotipologia" si propone "di recuperare quel prezioso patrimonio" troppo frettolosamente, pensiamo, messo da parte in nome di moderne tecniche che comunque non possone prescindere da certe conoscenze direi "costituenti" di ogni individuo.
Ma seguiamo, sulla scorta della nota informativa prima citata, lo svolgersi del ragionamento dell'autore.
"La parte centrale del libro, la più corposa, è dedicata al fertile incontro tra la biotipologia e la medicina omeopatica, grazie alla quale si perviene ad una maggiore finezza diagnostica ed a una più agevole individuazione della terapia. Un capitolo - prosegue la nota - è dedicato alle tipologie elaborate in ambito psiclogico ed infine nel capitolo conclusivo, si traccia l'abbozzo di un'interpretazione globale del terreno che tenga conto dei più recenti sviluppi della psiconeuroendocrinoimmunologia".
E' certo un linguaggio non facile quello del libro di Luigi Turinese e non a caso eso è "destinato anzitutto ai medici, e in primo luogo ovviamente ai medici momeopatici, perché recuperino la dimensione tipologica nell'ambito del loro lavoro". Ma il libro è destinato anche agli altri tescnici del mondo sanitario, "come psicologi e farmacisti, ed anche - avverte la nota illustrativa - a chiunque sia interessato all'incontro tra cultura umanistica e cultura scientifica, come auspica simbolicamente la collocazione del testo tra la prefazione, scritta da un medico pensante (Pier Luigi Gargiulo) e la postfazione a cura di un musicista pensatore >(Franco Battiato)", senza trascurare, mi pare, anche la presentazione di Luigi Manupelli e la dedica del volume che l'autore fa al suo Maestro di omeopatia, Antonio Santini, scomparso anni fa, dopo una lunga, benemerita attività medica.

Forse più che una recensione ho finora scritto una "segnalazioone" del libro di Turinese che però desidero completare con alcune osservazioni che affondano nella memoria lontana della mia fanciullezza.
Nella postfazione c'è una frase, quella conclusiva, che mi ha colpito: "Turinese è anche un omeopata e sa che i vecchi omeopati ebrei andavano ad abitare per un po' di tempo a casa dei pazienti per osservarli nel loro 'terreno'".
Mi rivedo così bambino, ammalato con accanto per non poco tempo, seduto ai bordi del letto, il "dottore" che spesso faceva in casa dell'infermo anche due o tre visite quotidiane, parlando e discorrendo, apparentemente del più e del meno, ma in sostanza per osservare il "terreno" e da questa osservazione trarre indicazioni per diagnosi e terapia, sostenendo contemporaneamente moralmente chi giaceva al letto ammalato.
Devo a cure amorevoli di questo genere se ho superato alcune gravi infermità senza "intossicarmi" di farmaci che, tra l'altro, era il periodo bellico, scarseggiavano.
A questa figura del "medico curante" affianco quella del "medico umanista", spesso collimanti un tempo, ma che, sia pure in maniera sempre più ridotta, esiste ancora, specie nei piccoli centri abitati nei quali tutti si conoscono e spesso sono tra loro parenti.

Nell'era della specializzazioni, delle analisi, delle sofisticate apparecchiature sanitarie e dei costosi e complicati farmaci forse il ricordo di una medicina più semplice e di cure "naturali" anzicché chimiche, non solo può essere giovevole per riportarci ad una più realistica "dimensione umana", ma, soprattutto, essere di esempio a restare entro certi limiti, imparando a curarci il più possibile persuasivamente e naturalmente.



Giovanni Martirano

Recensione pubblicata sulla rivista "Libro Aperto", n. 10, Nuova serie, Luglio-Settembre 1997, pag.49

Pubblicata anche sulla rubrica "Spazio libri" de "La Voce Repubblicana", lunedì 21-martedì 22 Luglio 1997

Biotipologia - Recensione su "Medicina Naturale"




Biotipologia - L'analisi del tipo nella pratica medica, Tecniche Nuove, Milano 2006

"Turinese è anche omeopata e sa che i vecchi omeopati ebrei andavano ad abitare un po' di tempo a casa dei pazienti per osservarli nel loro terreno". La frase del cantante Franco Battiato, che chiude il libro, è forse la chiave di lettura del volume. Un testo che vuole recuperare un insegnamento impartito fino a quarant'anni fa nell'ambito degli studi di Medicina: la Scienza delle Costituzioni Umane. E il criterio adottato per recuperare tale scienza è prima di tutto storico.
Si parte dalle prime classificazioni tipologiche che risalgono ai vecchi sistemi medici basati sulla teoria umorale tipica dell'orientale Ayurveda, una teoria che fu però ripresa anche da Ippocrate, il padre della medicina occidentale.
Si arriva poi alla fisiognomica che trova in Lombroso il testimone più importante. Una scienza, quella del volto umano, che lascerà spazio agli inizi del Novecento, come viene dettagliatamente spiegato nel libro, a tre vie diverse: antropologica, criminologica e psichiatrica.
La parte centrale del libro, la più copiosa, è dedicata invece al fertile incontro tra la biotipologia e la medicina omeopatica (non dimentichiamo che l'autore del testo è il maggior esponente italiano della scuola omeopatica di ispirazione costituzionalistica): un incontro che permette di pervenire a una maggiore finezza diagnostica e a una più agevole individuazione della terapia. Anche questo capitolo, come tutti, non manca di fare un breve excursus storico.
Il quinto capitolo è dedicato invece alle tipologie psicologiche, mentre il conclusivo traccia l'abbozzo di un'interpretazione globale sul terreno che tenga conto dei più recenti sviluppi sdella psiconeuroendocrinoimmunologia.

In sintesi Turinese sostiene che la proposta tipologica rappresenta una provocazione, uno stimolo a un approccio clinico spesso sterile e settoriale. Questo è dunque un accorato appello alla scienza medica a riprendere un tratto umanistico, oggi che è strangolata dalla fredda impalcatura organicistica, settoriale e ultraspecialistica. E questo perché, secondo Turinese, una lettura magistrale delle tipologie permette di costruire un modello di prevenzione ampio e articolato, di constatare che la caratterizzazione fisica origina da quella psicologica e con essa si fonde.
Forse perché, come sostiene lo scrittore inglese Oscar Wilde, "soltanto i superficiali non giudicano dalle apparenze".

Valeria Balocco

Recensione apparsa nella rubrica "Fitoterapia ed energetica" di "Medicina Naturale", AnnoVII, n.5, Settembre-Ottobre 1997, pag.100

Biotipologia - La recensione su Farmacia News




Biotipologia - L'analisi del tipo nella pratica medica, Tecniche Nuove, Milano 2006

Di fatto l'analisi dei tipi nella clinica e nell'insegnamento medici sono inattuali. A fronte di una tradizione millenaria, che nel libro viene riepilogata partendo dalle dottrine umorali dell'antichità e con riferimenti anche alla medicina ayurvedica, esistono molte e solide ragioni per reintrodurla nel circolo degli strumenti medici. La seconda edizione di Biotipologia, edita nella collana "Medicina naturale" di Tecniche Nuove a nove anni dalla prima, la espone e la sostiene attraverso una trama coerente di argomenti dai quali risulta l'utilità in sede diagnostica e terapeutica dell'analisi tipologica. Lo si può riscontrare nel capitolo dedicato all'omeopatia: attraverso una ricostruzione storico-critica del processo, anche contrastato, che ha portato all'uso dei tipi nella clinica omeopatica, Luigi Turinese spicca il presupposto della loro utilità: "Una terapia può essere individualizzata soltanto se la malattia viene personalizzata a seconda delle sue modalità di decorso, che sono in stretta correlazione con la costituzione del paziente".

Nel capitolo dedicato alla psicologia analitica di Carl Gustav Jung il concetto di analisi tipologica come presupposto della terapia individualizzata trova un riscontro potente che nell'inedita appendice si trasforma in "una tesi originale, sviluppata "all'interno del contesto di ricerca della psicologia analitica di estrazione junghiana", secondo cui lo studio del proprio tipo potrebbe fare parte del processo individuativo, ovvero di quella ricerca della propria "vocazione" che costituisce il compito più naturale e al tempo stesso più elevato dell'essere umano".
E in tema di ipotesi di lavoro Turinese delinea "un'interpretazione globale del terreno" alla luce delle più recenti acquisizioni operate dalla ricerca nell'ambito della psico-neuro-endocrino-immunologia. Su questo livello il tipo e più esattamente il biotipo arriva a spiccare la propria funzione di "indicatore di globalità", una funzione niente affatto gratuita, anzi è invece di "incomparabile valore euristico" perché permette di allargare gli orizzonti semiologici, ovvero di "aumentare gli angoli visuali da cui guardare al paziente".

E dello sguardo, della sua importanza nella cura e nell'esistenza parla Franco Battiato, che ha scritto la postfazione all'opera.
Luigi Turinese è medico, diplomato in omeopatia e terapia omeopatica all'ateneo di Bordeaux. E' docente del Centro Italiano di studi e documentazione in omeopatia (CISDO) e membro ordinario dell'Associazione Italiana di Psicologia Analitica.

Sergio Soriani

Recensione apparsa su "Farmacia News" - Tecniche Nuove - Anno XVI, n. 6 - Giugno 2007, pag.59

Le Recensioni di L.T. - Tre testi di Amico, A.I.E.T. Edizioni

Amico, "Il Maestro, la montagna e zia Carolina", A.I.E.T. Edizioni, Pagnacco (Udine) 1997
Amico, "Come pesci nell'oceano",A.I.E.T. Edizioni, Pagnacco (Udine) 1997
Amico, "Gli scherzetti di Dio", A.I.E.T. Edizioni, Pagnacco (Udine) 1997


L'Associazione Italiana di Evoluzione Transpersonale (A.I.E.T.) con sedi a Udine e a Reggio Emilia, di recente costituzione, ispira le attività della cosiddetta Comunità dei Riconoscenti, il cui leader riconosciuto è Veniero Galvagni, psichiatra e psicoterapeuta, discepolo di Osho. Galvagni, che si fa chiamare Amico, ha tutto l'aspetto di un leader carismatico che, nel linguaggio e nell'atteggiamento, si configura - non se ne abbia a male - come un clone di Osho Rajineesh.
Chi entra nella comunità partecipa ad una cerimonia nel corso della quale riceve un nome dagli echi new age (Sorriso, Miracolo, Tesoro, ecc ...). Le attività sono organizzate in luoghi simbolici chiamati Templi: Tempio Socrate, Tempio Ayus, Tempio Karina, Tempio Dhyana, Tempio Bethania, Tempio Merlino e così via. La presentazione dl libro è di Mario Thanavaro, vecchia conoscenza del buddhismo theravada italiano.
I libri fin qui pubblicati sono di pregevole fattura anche dal punto di vista estetico, e svolgono temi e contenuti di un certo interesse introdotti e intercalati da domande di discepoli alla ricerca di soluzioni cui Amico risponde con la sicurezza del Maestro, anche se si definisce "un profeta un po' sbronzo, che prima di addormentarsi racconta delle belle fiabe a chi lo sta a sentire...".



Luigi Turinese



In foto: "Entusiasmo floreale"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 66, Aprile-Giugno 1998

martedì 12 ottobre 2010

Le Recensioni di L.T. - "La terapia Zen", di C.Tetsugen Serra

Carlo Tetsugen Serra, "La terapia Zen", Xenia Edizioni, Milano 1997

Sotto la guida del maestro Kimura, al Centro di Masunaga (Tokyo), Carlo Serra ha studiato Zen Shiatsu. Ce ne dà un elaborato reesoconto in questo libro, che è un po' autobiografia, un po' sintesi di concetti mutuati dal buddhismo zen, un po' manuale di "tempio zen". "Terapia zen è un insieme di pratiche che mediante l'impiego di tecniche psicocorporee energetiche,conducono l'uomo alla scoperta di se stesso"(pag. 32).
Un limite del libro ci sembra proprio la sua natura di ibrido tra testo filosofico e manuale di medicina energetica. Ne è d'altra parte consapevole lo stesso autore quando scrive: "Il paradosso di questo libro, come di tutti i manuali di terapie energetiche, è il tentativo di esprimere a parole ciò che è dominio dell'esperienza" (Introduzione pag.7).
La bibliografia è redatta in maniera piuttosto sciatta, per esempio non indicando la data dell'edizione originale delle opere citate.
Respirazione, meditazione, scelta dell'ambiente idoneo per praticare, elementi di tecnica terapeutica di massaggio; note storico-filosofiche sul buddhismo zen, tutto questo convive, in un clima di scrittura che ci è sembrato spesso "sopra le righe". Questa impressione si è poi confermata leggendo l'appendice, vero e proprio florilegio di affermazioni inflazionistiche. "Il Maestro Tetsugen Serra discende direttamente, attraverso il suo Maestro, da un lignaggio ininterrotto che risale a Bodhidharma [..] Accanto a lui non si può rimanere spettatori della propria e dell'altrui vita. La sua energia e il suo insegnamento provocano un movimento di ricerca interiore in chiunque lo incontri" (pag. 145). Che dire?

Luigi Turinese



In foto: "Il colore verde"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 66, Aprile-Giugno 1998

Le Recensioni di L.T. - "La vera forza delle arti marziali" di M. Coquet

Michel Coquet, "La vera forza delle arti marziali", Edizioni Amrita, Torino 1997

Scrive il Maestro Sano Teruo nella prefazione, parlando delle motivazioni dell'autore: "Sono convinto che abbia scritto questo libro con il desiderio di guidare il lettore non solo verso il budo come sport, [..] ma anche verso il vero budo ". Difatti il budo è la via del guerriero, ma più profondamente indica un percorso di realizzazione interiore. Il libro pertanto non si presenta come un manuale, benché le immagini confortino anche le aspettative di chi è incuriosito dagli aspetti tecnici delle arti marziali.

L'autore ha trascorso oltre un decennio in Giappone, dove ha avuto modo di praticare con maestri tradizionali, e lì ha avuto accesso sia al sentiero esterno (quello più propriamente "sportivo") sia a quello interno (quello che l'autore definisce il budo esoterico). Questa esperienza diretta gli ha consentito di elaborare un breve ma preciso glossario di termini giapponesi, che si trova alla fine del volume.

C'è anche un'esauriente bibliografia sull'argomento, che tuttavia è stata riportata in francese, non tradotta: per un volume così interessante si tratta indubbiamentte di un piccolo neo, dal momento che il lettore italiano non viene messo in grado di poter scegliere i volumi tradotti nella nostra lingua, ma è posto di fronte a un piatto elenco.
Per una prossima edizione ci permettiamo di suggerire all'Editore un paziente lavoro in tal senso.


Luigi Turinese




In foto: "Vita"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 66, Aprile-Giugno 1998

lunedì 11 ottobre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Giobbe, l'ultima tentazione" -di G. Franzoni

Giovanni Franzoni, "Giobbe, l'ultima tentazione", Edizioni Com Nuovi Tempi, Roma 1997

Nel libro di Giobbe, tra i più controversi e commentati dell'Antico Testamento (ricordiamo la celebre interpretazione psicologica di Jung, pubblicata a Zurigo nel 1952 con il titolo "Risposta a Giobbe"), l'ultimo giusto è messo alla prova, e con lui la sua fede. La desolante serie di lutti e sventure cui questo eroe dolente viene sottoposto trova una sorta di riscatto nell'epilogo, undici versi posti al termine del libro, quasi ad assicurare un compensatorio lieto fine.
Qui Giobbe genera altri figli, in luogo di quelli che il Signore gli aveva strappato, e per centoquarant'anni prolunga la sua esistenza in un clima di ritrovata serenità.

Giovanni Franzoni è monaco benedettino, noto negli anni '70 come animatore della comunità di Base di S. Paolo a Roma , attività che gli valse una sospensione a divinis da parte delle gerarchie ecclesiastiche ai tempi di Pio XII.
Egli esamina gli antecedenti egiziano e babilonese della figura di Giobbe, quindi immagina in altrettanti capitoli alcune possibili evoluzioni della seconda parte - felice - della vita di Giobbe, affidandosi, come egli stesso rivela nell'ultimo capitolo ("Debiti"), al metodo immaginativo di Gaston Bachelard.


Luigi Turinese



In foto: "Floral birds"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 66, Aprile-Giugno 1998

Le Recensioni di L.T. - Tre libri della casa editrice "Il Leone Verde"

Jacob Bohme, "Dialogo tra un'anima illuminata e una priva di luce", Il Leone Verde, Torino 1997
Sant'Agostino, "La vita felice", Il Leone Verde, Torino 1997
Angelo Iacovella (a cura di), "Il pettine e la brocca. Detti arabi di Gesù", Il Leone Verde, Torino 1997

Con grande piacere presentiamo una nuova casa editrice, Il Leone Verde, che, a giudicare da i primi titoli in catalogo, si appresta a coprire uno spazio originale nel panorama dell'editoria dedicata alle problematiche spirituali.

Nella collana "L'Isola" appare, a cura di Roberto Pelissero, "Arjuna e l'uomo della montagna" che racchiude uno degli episodi del Mahabhrata dedicati al culto shivaita. La collana "Biblioteca dell'anima" nella quale sono pubblicati i tre libretti che recensiamo, è invece dedicata a scritti di piccola taglia ma di grande interesse,vuoi perché rari e particolari (è il caso de "Il pettine e la brocca"), silloge dei detti che la tradizione sufi attribuisce a Gesù), vuoi perché frutto - anche se "minore" - di autori immensi come Sant'Agostino il quale, appena convertito (386) e dunque un decennio abbondante prima della stesura delle "Confessioni". scrisse - nella forma quasi di un dialogo platonico - questo "La vita felice".

Di grande interesse è il libro del mistico tedesco Jacob Bhome (1575-1624), che oltre allo scritto che gli dà il titolo contiene "La vita soprasensibile", strutturato in forma di un dialogo tra un maestro e un discepolo.

Luigi Turinese




In foto: "Stendardo"

Recensione apparsa in "PARAMITA, Quaderni di Buddhismo per la pratica e per il dialogo", Anno XVII, n. 66, Aprile-Giugno 1998

lunedì 4 ottobre 2010

Le Recensioni di L.T.- "Il divino amante" di G. Milanetti

Giorgio Milanetti: "Il divino amante", Ubaldini Editore, Roma 1988


La preoccupazione soteriologica - vero e proprio "leit motiv" di tutta la speculazione indiana - conobbe forme ed espressioni talora assai diverse ma convergenti su un punto fondamentale: la salvezza è possibile solo attraverso un completo abbandono del sé. Il trascendimento dell'ego che nella sua accezione dell'anatta buddhista trova una radicalizzazione senza appello, si può dunque considerare come il minimo comun denominatore delle filosofie soteriologiche dell'India. Poiché ogni scuola, e finanche ogni singolo spirito, ha bisogno di una propria via di liberazione,si sono andati tracciando tre sentieri principali, percorsi talvolta singolarmente, talvolta combinati tra loro. Si tratta della via della gnosi (liberazione attraverso la conoscenza), della via della devozione (liberazione attraverso l'amore incondizionato per Dio) e della via dell'ascesi (liberazione attraverso le varie tecniche dello yoga).

Al secondo di tali sentieri è particolarmente dedicato questo accurato studio di Milanetti, il quale non manca di sottolineare come le espressioni più mature e più piene della bhakti (devozione) siano sorrette da una incrollabile disciplina(ascesi) e rese limpide e rese limpide dalla chiara luce del discernimento(gnosi).


La prima organica formulazione della dottrina della bhakti si ritrova nella Svetasvatara Upanishad e pervaso di spirito devozionale è uno dei libri-chiave dell'induismo, la Bhagavad Gita. Tuttavia lo studio di Milanetti che insegna lingue arie medioevali dell'India, è focalizzato appunto sul misticismo medioevale, scarsamente interessato a problematiche filosofiche e, semmai, imparentato con la poesia e il teatro, usate come arti di supporto ai culti devozionali.
Si veda a questo proposito il Gitagovinda di Jayadeva (disponibile anche in traduzione italiana) vero e proprio modello della letteratura erotico-poetico-mistica. Agli elementi della psicologia erotica si rifà anche la teologia che sottende questi movimenti spirituali: l'ebbrezza di Dio, Passsione oltre le passioni, si esprime col linguaggio pieno e caldo degli amanti.
Milanetti descrive alcune scuole medioevali, per lo più poco conosciute dai non addetti ai lavori: ad esempio i Baul del Bengala (XIII secolo) o i Sant Nirgun, i "bhakta" più "sofisticati", che per evitare sclerotizzazioni su un'immagine usavano attribuire all'Assoluto nomi diversi e contrastanti.

Il misticismo dei Sant presenta non pochi punti di contatto col Sufismo, cui è dedicato un intero capitolo del libro. Il Sufismo, elevata espressione mistica nata in area islamica, trovò in India terreno particolarmente fertile per certe organiche affinità che in taluni casi si approfondirono sino a produrre assimilazioni e sintesi poderose. Basterà qui ricordare la grande simiglianza tra la pratica del dhikr ("ricordo" del nome di Dio) e la ripetizione del nome propria del mantra-yoga e del nam-jap, forma più elevata ed emotivamente più trascinante della devozione germogliata in ambiente induista. Milanetti non manca di suggerire puntuali comparazioni con la mistica cristiana.

Questo breve libro, cui un eccellente apparato di note conferisce un indiscutibile valore scientifico, si raccomanda a chi vuole oltrepassare la fruizione della filosofuia indiana come colorato caleidoscopio evocatore di atmosfere per attingere la profondità, e, perché no, anche la complessità.


Luigi Turinese



In foto: "Un mazzolin di fiori…"


Recensione apparsa su "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo", Anno VII, n. 28 , Ottobre-Dicembre 1988

domenica 3 ottobre 2010

Le Recensioni di L.T. - "Gandhi commenta la Bhagavad Gita"

"Gandhi commenta la Bhagavad Gita", Edizioni Mediterranee, Roma 1988

Nella Bhagavad Gita (V-III secolo a. C.) sono condensate diverse dottrine filosofico-religiose dell'induismo di liberazione; in essa sono presenti passi che avvalorano una concezione impersonale dell'Assoluto accanto alla glorificazione dell'Assoluto personale. Infine, alcuni autori vi hanno ravvisato influenze buddhiste (si trova citato - tra l'altro - il termine nirvana).
E' logico che un'opera così ricca di spunti abbia ispirato tanti cercatori di verità; ed è logico che ciascuno di essi abbia trovato nella Gita spunti e conferme di temi peculiari alla propria ricerca.

Così i diversi commentatori della Bhagavad Gita ne offrono un'interpretazione da diverse prospettive, che spesso si completano a vicenda. Al Mahatma Gandhi sembra interessare particolarmente - com'è ovvio - il karma-yoga (lo yoga dell'azione, la cosiddetta "via delle opere"). "Il nostro unico scopo è conoscere Dio e realizzare l'irrealtà di tutto il resto. La via per conoscerlo non è quella di stare per terra con le gambe incrociate, ma è lavorare con spirito disinteressato". "Noi possiamo solo lavorare e lottare".
Il commento, dunque, ribadisce a più riprese un'esaltazione del lavoro compiuto per dovere, disinterassatamente, come mezzo per non soffrire gli effetti del karma. Per Gandhi, l'essenza della Gita sta nel tentativo di conciliare doveri sociali e doveri morali; e questo ne fa un'opera universale. "Questa è un'opera che può essere letta da persone di tutte le fedi religiose. La Gita non si pone dalla parte di nessun punto di vista settario. Il suo non è che un insegnamento di etica pura". Non sempre possiamo essere d'accordo col radicalismo di certe posizioni gandhiane (e sulla Gita, d'altra parte esistono commenti ben più profondi e filosoficamente acuti di questo - certamente riduttivo - di Gandhi); ma sempre, anche a proposito delle affermazioni che ci sembrano più datate o più opinabili, colpisce la disarmante umiltà di chi le pronuncia. Ispira tenerezza l'immagine del Mahatma che, giorno dopo giorno, per oltre nove mesi forza la propria natura anti-intellettualistica per condividere con gli ospiti del suo Ashram l'immortale sapienza della Gita.

Ci piace ricordare, infine, la curiosa antologia riportata nell'appendice di questo volume, in cui diversi autori esprimono i ll loro pensiero su Gandhi.In occasione del suo settantesimo compleanno (2.10.1939). Profondità e completezza di dati emergono dagli interventi di Radakrishnan e Comaraswany, ma vere e proprie "chicche" sono le comunicazioni di Einstein e soprattutto di Maria Montessori ("Gandhi e i bambini").

Luigi Turinese



In foto: "Il riposo del guerriero"


Recensione apparsa su "PARAMITA , Quaderni di Buddhismo", Anno VII, n. 28 , Ottobre-Dicembre 1988